La Soglia Oscura
Monografie,  Mitologia

GLI ANTICHI DEI DELLA GRECIA – AFRODITE
di Daniele Bello
Capitolo 12

Musa, cantami le opere dell’aurea Afrodite,
la dea di Cipro, che suscita dolce desiderio negli dei
e soggioga le razze degli uomini mortali,
gli uccelli del cielo e tutte le specie animali,
che la terra e il mare nutrono in gran copia: a tutti
sono care le opere di Citerea dalla bella corona.

Inni omerici, V, Inno ad Afrodite, vv. 1-6
(traduzione di G. ZANETTO)

Afrodite eterna, in variopinto soglio,
Di Zeus figlia, artefice d’inganni,
O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,
Di noie e affanni.

SAFFO, Inno ad Afrodite, vv. 1-4
(traduzione di I. PINDEMONTE)

Alma figlia di Giove, inclita madre
Del gran germe d’Enea, Venere [Afrodite] bella,
Degli uomini piacere e degli dèi.

LUCREZIO, De Rerum Natura, Libro I, vv. 1-3
(traduzione di A. MARCHETTI)

1.
Attributi della dea

AFRODITE (in greco Aφροδίτη) è, nella religione greca, la dea dell’amore, della bellezza, della sessualità, della sensualità e della lussuria.

Il suo equivalente nella religione romana era VENERE, ma la dea trovava la sua figura corrispondente in numerose altre religioni politeiste dell’antichità: INANNA tra i Sumeri, ISHTAR tra i Babilonesi, HATHOR per gli Egizi, ASHTORET o ASTARTE in Siria, TURAN per gli Etruschi; per questo motivo, l’illustre studioso di miti KERENYI affermava nel suo libro Gli Dei e gli Eroi della Grecia che “la nostra grande dea dell’amore non è mai stata esclusivamente nostra. Essa è la stessa divinità che i nostri vicini orientali veneravano, sotto nomi barbarici”; la teoria secondo la quale Afrodite sarebbe quindi una divinità di origine orientale trova molti sostenitori, ma non può considerarsi del tutto comprovata.

L’etimologia del nome della dea è tuttora oggetto di discussione e varie sono state le ipotesi formulate; alcuni collegano il termine Aφροδίτη con Aφρός (“spuma”) e andrebbe quindi interpretato come “sorta dalla spuma” (v. par. 2).

Afrodite era oggetto di culto in tutta la penisola ellenica: in particolare, a lei era dedicata una festa, l’Afrodisiaco (o Afrodisia), che veniva celebrata in ogni parte della Grecia ma che era particolarmente sentita ad Atene e Corinto.

La dea dell’amore veniva ritratta assai spesso dagli artisti ellenici: numerose sono le testimonianze giunte sino a noi nelle sculture e nelle pitture vascolari delle varie epoche. Afrodite veniva in genere ritratta assieme a delfini, colombe, cigni, melograni, mele, rami di mirto, rose e limoni; non era insolito che ella venisse associata all’elemento del mare, circostanza questa che ha fatto pensare che Afrodite fosse, all’inizio, una divinità marina1.

Numerosi erano gli epiteti della divinità: ella veniva spesso chiamata Cipride o Cytherea, dal nome dei suoi presunti luoghi di nascita (rispettivamente Cipro e Citera, dove la dea godeva di un culto particolare). Ma la dea veniva invocata anche come:

Acidalia;
Ambologera (Aμβολογήρα), “colei che non invecchia mai”;
Anadiomene (Aναδυομένη), “l’emergente”, dal nome di un dipinto andato perduto di APELLE;
Basilis, “regina”;
Chryse, “l’aurea”;
Despina (δέσποινα), “sovrana”;
Dolòploke, tessitrice di inganni, riferito all’ambito erotico del termine;
Eleemon, la “misericordia”;
Etera (Hταίρα), “amica, compagna”;
Porne (πόρνη), “meretrice”;
Calliglutea (καλλιγλυτος), “dal bel sedere”;
Callipigia (καλλιπιγos), “dalle belle natiche”;
Colpode (κολπώδες), “sinuosa”;
Genetyllis (la Venus Genetrix dei Latini);
Idalia, venerata nel santuario di Idalio nell’isola di Cipro;
Melaina o Melainis, la nera;
Morfo (μορφώ), “colei che cambia forma”;
Pandemia, dell’amore triviale;
Pasiphaessa, “colei che splende ovunque”;
Skotia, la scura.

Ad Amatunte, nell’isola di Cipro, la dea era venerata con il nome maschile di Afrodito e veniva raffigurata con il volto barbuto.

Come Anosia (“empia”), Androphonos (“sterminatrice di uomini”), Tymborychos (la “seppellitrice”), Epitymbidia (“colei che sta sulle tombe”) e Persephaessa, Afrodite veniva a volte associata alla regina degli inferi.

2.
Nascita di Afrodite

Intorno alla nascita di Afrodite gli antichi Greci riferiscono due versioni del tutto differenti tra di loro: secondo quanto sostiene ESIODO nella sua Teogonia la dea nacque dalla spuma del mare, quando CRONO evirò il padre URANO.

Come ebbe tagliato i genitali con l’adamante,
dalla terra li gettò nel mare agitato.
Così per lungo tempo furono portati al largo;
ed intorno all’immortale membro sorse una bianca schiuma
e da essa nacque una fanciulla: dapprima giunse a Citera divina,
poi arrivò a Cipro lambita dai flutti:
lì approdò la Dea veneranda e bella
e l’erba nasceva sotto i suoi morbidi piedi; gli uomini
e gli Dei la chiamano Afrodite, Citerea dalle belle corone

ESIODO, Teogonia, vv. 188-196

Dal mito esiodeo della nascita di Afrodite derivano alcuni degli epiteti più famosi della dea: ella venne infatti chiamata da allora “Citerea”, perché prese terra nell’isola di Citera, ma anche “Cipride” o “Ciprogenea”, in quanto giunse a Cipro. I numi e gli uomini la invocavano anche con il nome di “Afrogenea”, poiché ella nacque nella spuma, e di “Filommedea” (nata dai genitali, “medós”).

Nell’Iliade di OMERO, invece, viene raccontata un’altra versione sulle origini della dea dell’amore: nel poema epico dedicato alla guerra di Troia (Libro V, vv. 370-415), infatti, Afrodite viene ferita dall’eroe DIOMEDE e torna nell’Olimpo per essere confortata dalla madre, cui viene dato il nome di DIONE (secondo APOLLODORO, il padre della dea dell’amore sarebbe stato invece ZEUS).

Di quest’ultima divinità si sa, in realtà, ben poco se non che ella sarebbe stata una delle Oceanine e che avrebbe generato la bellissima Afrodite; alcuni studiosi hanno osservato che la radice del nome della dea è identica a quella del signore del tuono e del fulmine (“Dione” sarebbe quindi la forma femminile di Δíος, “Dios”, il genitivo di Zeus: andrebbe, quindi, semplicemente tradotto come “la dea”); sappiamo inoltre che in tempi arcaici Dione era venerata come divinità oracolare a Dodona.

Sembra quindi possibile dedurre che questa dea fosse una delle tante manifestazioni della Madre Terra; con l’imporsi della religione dei popoli indoeuropei, Zeus occupò il ruolo che era stato di Dione nel culto legato all’oracolo di Dodona e la divinità più antica venne, per così dire, confinata in un ruolo meno importante, ma comunque rilevante, all’interno del pantheon olimpico come madre di Afrodite.

Va comunque dato atto di un’altra tradizione, secondo la quale Afrodite sarebbe stata generata da THALASSA, la personificazione del mare, ovvero da POSEIDONE; ciò proverebbe, secondo alcuni, la teoria sulla origine “acquatica” della dea.

La tesi sostenuta nel Simposio di PLATONE, secondo la quale sarebbero esistite due divinità con il nome di Afrodite (“Afrodite Urania”, la dea dell’amore celeste, e “Afrodite Pandemos”, la dea dell’amore terreno), sembra essere più il frutto di una riflessione filosofica dell’autore che di una tradizione mitologica consolidata.

3.
La dea dell’amore

Come divinità della passione, dell’erotismo e della sensualità, Afrodite era dotata di una bellezza incomparabile, celebrata da poeti e cantori di tutte le epoche; ella veniva, in genere, descritta anche come una donna vanitosa, dal carattere a volte permaloso.

Secondo OMERO, ella amava circondarsi della compagnia delle CARITI dalle belle guance (TALIA, EUFROSINE e AGLAIA), le ninfe amabili figlie di Zeus ed EURINOME. Secondo l’anonimo autore dell’Inno dedicato alla dea, sue compagne ed ancelle erano anche le ORE, figlie della dea TEMIS.

Canterò la bella, veneranda Afrodite dalla corona
d’oro, che protegge le mura dell’intera Cipro
circondata dal mare, dove l’umido soffio di Zefiro
la portò sopra l’onda del mare risonante,
nella morbida spuma. Le Ore dall’aureo diadema
la accolsero con gioia e le fecero indossare vesti divine;
sul capo immortale le posero una bella corona
d’oro, ben lavorata, e ai lobi forati appesero
fiori d’oricalco e d’oro prezioso;
le ornarono il collo delicato e il petto bianchissimo
con collane d’oro, che le stesse Ore
dall’aureo diadema indossano quando si uniscono
all’amabile danza degli dei, nella casa del padre.
Quando terminarono di ornare le sue membra,
la presentarono agli immortali: vedendola, essi
le davano il benvenuto, le tendevano le mani, e ciascuno
desiderava portarla a casa come legittima sposa,
poiché ammiravano l’aspetto di Citerea coronata di viole.

Inni omerici, VI, Inno ad Afrodite, vv. 1-18
(traduzione di G. ZANETTO)

Proprio a causa della immensa bellezza della dea, Zeus temeva che tra gli dei dell’Olimpo potessero nascere violenze e discordie per avere la mano di Citerea: per questo motivo, il signore del tuono e del fulmine diede Afrodite in sposa ad EFESTO, il brutto e deforme fabbro degli dei; vi è chi sostiene che a perorare la causa di questo matrimonio fosse anche la gelosissima consorte di Zeus.

Secondo un’altra versione del mito, Efesto ottenne la mano Afrodite in cambio della liberazione di HERA, che il nume aveva intrappolato in un trono magico per vendicarsi dei maltrattamenti subiti dalla madre.

Il fabbro divino era colmo di gioia per essere riuscito a sposare la dea della bellezza; per questo, egli forgiò per la moglie gioielli bellissimi, compreso il cinto che la rendeva irresistibile per gli uomini e gli dei. Sembra, invece, che la dea Afrodite non sopportasse di buon grado di essere legata in matrimonio ad uno sposo così brutto: per trovare consolazione dalla tristezza che le derivava da una vita coniugale infelice, ella cercò spesso la compagnia di uomini mortali ed immortali.

4.
Gli amori di Afrodite

L’indole molto passionale e l’insoddisfazione per il suo matrimonio spinsero spesso Afrodite a cercare compagnia e conforto tra le braccia di compagni diversi: alcuni miti ci raccontano di una storia che ella ebbe con il dio HERMES2; vi è inoltre chi attribuisce alla dea anche una relazione con POSEIDONE, con DIONISO3 e, addirittura, con il padre Zeus.

Fonti più tarde (ELIANO) riferiscono anche di un amore che Cipride ebbe con NERITE, figlio di NEREO; ma ciò sarebbe avvenuto quando Afrodite dimorava ancora nel mare, prima di essere assunta tra gli dei dell’Olimpo: qui, ella trovò la sua gioia e visse a lungo con il giovane amante.

Quando arrivò il momento in cui, per volere del fato, Afrodite venne accolta tra gli dei maggiori, ella chiese al suo amico e compagno di gioco di salire insieme nel monte Olimpo; Nerite, tuttavia, preferiva la vita nel mare e scelse di rimanere con le sorelle ed i suoi genitori. Afrodite, allora, si adirò e trasformò il suo amante in una conchiglia.

Il poeta OMERO (Odissea, Libro VIII, vv. 360-400) racconta che Afrodite prediligeva la compagnia di ARES, il dio della guerra. Dall’unione tra queste divinità così focose nacquero diversi figli: EROS, il dio dell’amore4, ANTEROS, il dio dell’amore corrisposto, DEIMOS e FOBOS (il terrore e lo spavento), che spesso accompagnavano il padre sui campi di battaglia, e ARMONIA, che divenne la sposa di CADMO, fondatore della città di Tebe.

Questa relazione adulterina, così ardente e passionale, era però destinata ad essere fonte di sventura. Sempre nell’Odissea di OMERO, infatti, ci viene narrato per bocca di DEMODOCO (un cantore del palazzo di ALCINOO, re dei Feaci) che una volta il dio HELIOS si accorse della relazione clandestina tra i due dei e andò subito a riferirlo ad Efesto.

Il legittimo sposo di Afrodite, per vendicarsi, fabbricò una rete dorata, che avvolse i due amanti clandestini; non ancora soddisfatto, il fabbro divino chiamò gli altri immortali per mostrare loro il tradimento della consorte; le dee si rifiutarono di andare, mentre tutte le divinità di sesso maschile accorsero per dileggiare Ares e la moglie di Efesto.

I due vennero liberati solamente quando Poseidone promise di farsi garante per il pagamento dell’ammenda dovuta dagli adulteri; Afrodite, a seguito dell’affronto subito e dell’imbarazzo provato, riparò nella sua amata Cipro, consolata dalle sue ancelle.

Secondo alcuni mitografi, dopo aver sorpreso sua moglie in flagrante adulterio, Efesto ripudiò la moglie; per APOLLODORO, invece, fu Afrodite ad abbandonare il marito.

Non vanno dimenticate, tuttavia, le storie d’amore che Cipride ebbe con alcuni uomini mortali; riferisce l’anonimo poeta dell’Inno ad Afrodite che Zeus volle in qualche modo punirla poiché ella era in grado di sconvolgere la mente di tutti gli dei suscitando in loro travolgenti passioni amorose5.

Ma anche ad Afrodite Zeus insinuò nel cuore il dolce
desiderio di unirsi a un uomo perché al più presto
facesse anche lei esperienza di un letto mortale.

Inni omerici, V, Inno ad Afrodite, vv. 45-47
(traduzione di G. ZANETTO)

Zeus, allora, le suscitò una folle passione per ANCHISE, un affascinante rampollo della nobiltà troiana. Mirabili sono i versi che descrivono l’incontro tra il giovane e la dea dell’amore:

Afrodite, figlia di Zeus, si fermò accanto a lui,
con l’aspetto e la figura di una vergine indomita:
non voleva che si spaventasse, vedendola con gli occhi.
Anchise la scorse e prese ad osservarla, ammirandone
l’aspetto e la figura e le vesti splendenti.
Indossava un peplo più fulgido della vampa del fuoco,
portava bracciali ritorti e orecchini lucenti,
e al collo delicato erano appese collane bellissime,
d’oro intarsiato: illuminavano il suo morbido petto
quasi di un bagliore lunare, e l’effetto era meraviglioso.

Inni omerici, V, Inno ad Afrodite, vv. 81-90
(traduzione di G. ZANETTO)

Dall’unione tra Anchise e la soave Citerea nacque un figlio, cui venne dato il nome di ENEA e che fu uno dei protagonisti della guerra di Troia6.

Enea divenne, da allora, uno dei protetti della dea dell’amore, così come lo furono PARIDE, IPPOMENE (che ella aiutò a sedurre ATALANTA) e PIGMALIONE (v. Appendice).

Fonti più tarde raccontano dell’amore che legò Afrodite al giovane ADONE, la cui bellezza era destinata a diventare proverbiale, tanto da ispirare molti poeti dell’età ellenistica (TEOCRITO, BIONE).

Adone era il frutto di una relazione incestuosa tra la principessa MIRRA (che, in altre versioni, viene chiamata SMIRNA) e suo padre CINIRA, re di Cipro (che altri mitografi chiamano TEIA, re del Libano o dell’Assiria).

Tale immonda passione venne suscitata dalla stessa Afrodite, in collera nei confronti di Mirra perché la fanciulla non le tributava i dovuti onori. Con l’aiuto della nutrice, la giovinetta dormì per dodici notti insieme a suo padre, senza che questi la riconoscesse; quando tuttavia il re di Cipro si accorse di aver giaciuto con sua figlia, ne rimase talmente sconvolto che estrasse la spada e cercò di ucciderla; ma gli dei ebbero compassione di Mirra e la tramutarono nel vegetale che porta il suo nome; trascorsi dieci mesi la pianta si spaccò e ne nacque un bambino di nome Adone (APOLLODORO; OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 298-502; il mito ispirò anche una famosa tragedia di ALFIERI).

Ammaliata dalla sua bellezza, Afrodite nascose il bambino appena nato in una cassa e lo consegnò a PERSEFONE affinché lo custodisse: anche la regina degli dei, tuttavia, venne folgorata dallo splendore di quell’infante e si rifiutò di restituirlo.

La discussione tra le due dee venne appianata da Zeus, il quale stabilì che Adone avrebbe passato quattro mesi l’anno con Afrodite, quattro con Persefone e gli ultimi quattro per conto suo. Il fanciullo, tuttavia, preferì la compagnia della dea dell’amore anche per quella parte dell’anno in cui avrebbe dovuto star da solo.

L’idillio tra i due amanti7, tuttavia, venne ben presto drammaticamente interrotto a causa della passione di Adone per la caccia; si narra, infatti, che il giovane venne ferito a morte da un cinghiale: Afrodite arrivò appena in tempo per udire il suo ultimo respiro, mentre dal sangue che sgorgava dalle ferite dello sfortunato cacciatore sorgevano anemoni rossi (APOLLODORO; OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 503-559; 708-739).

Secondo alcuni, fu il geloso dio Ares a prendere le sembianze di un cinghiale per uccidere Adone; secondo altri, invece, la belva feroce venne inviata dalla dea ARTEMIDE.

5.
L’ira di Afrodite

Al pari degli altri numi, anche la dea dell’amore era incline ad adirarsi nei confronti dei mortali e degli immortali, in particolar modo se riteneva di non essere abbastanza onorata o tenuta nella giusta considerazione. Normalmente, Afrodite reagiva alle offese scatenando passioni travolgenti e pericolose ai danni di chi l’aveva a suo dire insultata.

Abbiamo già visto la reazione di Cipride nei confronti di Mirra, che venne soggiogata da un irresistibile desiderio nei confronti del genitore.

Secondo una versione del mito, anche IPPOLITO, il figlio del re di Atene TESEO, fu vittima dell’ira di Afrodite, offesa perché il giovane si era consacrata ad Artemide facendo voto di castità (rifiutando, così, le gioie dell’amore); per vendetta, la dea fece sì che la sua matrigna FEDRA si innamorasse di lui, sapendo che ciò avrebbe sconvolto l’intera famiglia reale. Alla fine della triste vicenda Ippolito venne ucciso da un mostro evocato da Poseidone; fu proprio a causa della tragica fine del suo protetto che Artemide decise di vendicarsi e mandò un cinghiale inferocito a provocare la morte di Adone.

Anche GLAUCO di Corinto fece incollerire Afrodite ed ella si vendicò facendo imbizzarrire i suoi cavalli durante i giochi funebri in onore del re PELIA: lo sventurato venne fatto a pezzi dai suoi animali.

L’ira di Cipride non risparmiò neppure Ippomene, che aveva chiesto ed ottenuto l’aiuto della dea dell’amore per ottenere la mano di Atalanta: poiché la coppia si dimenticò di ringraziare Afrodite, la dea si vendicò trasformandoli entrambi in leoni (OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 560-707).

Un’altra celebre manifestazione di collera della dea dell’amore è quella che colpì le donne dell’isola di Lemno: poiché esse non onoravano Afrodite, la dea aveva gettato loro addosso un odore talmente nauseabondo che i loro mariti si erano presi come compagne di letto delle schiave, catturate nelle regioni costiere della Tracia (per questo affronto, le donne di Lemno trucidarono i loro padri e i loro mariti).

Neppure gli dei furono immuni dall’ira di Afrodite: per aver svelato il suo idillio clandestino con Ares, Helios venne punito dalla dea dell’amore che suscitò in lui una passione fatale per LEUCOTOE, una fanciulla mortale: del tragico esito di questa storia d’amore si è già avuto modo di parlare.

Anche EOS, la dea dell’aurora, venne severamente punita da Afrodite perché aveva osato ambire alla compagnia di Ares: Cipride la condannò ad innamorarsi ripetutamente di comuni mortali (ORIONE, TITONE e CEFALO).

Appendice (1):

Eros, il dio dell’amore

1.

A primavera, quando
l’acqua dei fiumi deriva nelle gore
e lungo l’orto sacro delle vergini
ai meli cidoni apre il fiore,
e altro fiore assale i tralci della vite
nel buio delle foglie;

in me Eros,
che mai alcuna età mi rasserena,
come il vento del nord rosso di fulmini,
rapido muove: così, torbido
spietato arso di demenza,
custodisce tenace nella mente
tutte le voglie che avevo da ragazzo.

IBICO, Frammenti
(traduzione di S. QUASIMODO)

Nella mitologia greca, la figura di Eros conosce una sua singolare evoluzione nel corso dei secoli. Secondo OMERO non era una divinità, ma una semplice astrazione e simboleggiava la forza irresistibile ed irrazionale che attrae due persone. Per ESIODO, invece, è una divinità primordiale, che sorge direttamente dal CAOS e che rappresenta la forza, l’impulso a generare, l’energia creatrice da cui trae vita l’intero universo:

poi [nacque] Eros, il più bello di tutti gli immortali,
che rompe le membra e doma nel petto ogni volontà
e ogni saggio consiglio di tutti gli uomini e gli Dei.

ESIODO, Teogonia, vv. 120-122

In seguito, la figura di Eros cambia radicalmente: il legame con la dea Afrodite, già presente in ESIODO, si accentua tanto è vero che le fonti concordano nel considerarlo figlio di Cipride ma gli attribuiscono di volta in volta padri diversi.

Eros l’accompagna e Imero il bello la segue,
da quando appena nata andò dalla stirpe degli Dei.

ESIODO, Teogonia, vv. 201-202

Anche l’iconografia del nume muta; il dio viene raffigurato come un fanciullo paffuto (in queste sembianze, egli era noto anche nella mitologia romana con il nome di CUPIDO), dotato di ali, che ama andare in giro armato con il suo arco e le sue micidiali frecce: quelle dalla punta aguzza suscitavano passioni amorose in coloro i quali venivano colpiti; quelle dalla punta smussata, invece, rendevano immuni al desiderio.

Il potere di Eros era in grado di soggiogare persino gli immortali, come poté sperimentare lo stesso APOLLO; il nume, infatti, schernì il fanciullo alato per la sua minuscola arma ma venne poi colpito da una delle magiche frecce del dio dell’amore: il dardo gli insinuò così un amore irrefrenabile (ma non corrisposto) per DAFNE.

2.

Una delle leggende più famose che ruotano attorno alla figura di Eros ci viene narrata dal poeta latino APULEIO, nelle sue Metamorfosi (ovvero L’asino d’oro)8 .

“C’era una volta in una città un re e una regina, che avevano tre figlie di grande bellezza. Le due più grandi, però, se pur bellissime, le si poteva ben ammirare con lodi umane; ma la terza, la più piccola, aveva uno splendore così eccezionale che le parole dell’uomo non bastavano a descriverla e a celebrarla come si doveva”.

APULEIO, Metamorfosi, Libro IV, 28
(traduzione di M. CAVALLI)

Questa fanciulla aveva nome PSICHE (Psyké) ed era talmente bella che i mortali tributavano onori a lei piuttosto che ad Afrodite; la dea dell’amore, gelosa, chiese ad Eros di usare le sue frecce dorate per farla innamorare dell’uomo più brutto della terra.

Nel frattempo, i genitori di Psiche erano in ansia perché la loro figlia minore era ancora senza marito: consultato un oracolo, essi vennero a sapere che la fanciulla non era destinata ad un amante mortale, ma ad un mostro che viveva in cima ad una montagna (“Non devi aspettarti uno sposo cresciuto da stirpe mortale, ma un fiero, vipereo mostro, che alato svolazza nei cieli, portando con ferro e con fuoco fatica e tormento al creato”).

Psiche, rassegnata al suo destino, scalò la cima della montagna ed entrò in una caverna, riccamente decorata ed addobbata: durante la notte, ella venne visitata da un misterioso ospite, che la fece sua sposa; l’amante segreto altri non era che Eros, il quale non appena aveva visto la fanciulla se ne era innamorato e aveva dimenticato le promesse fatte alla madre.

Eros visitò Psiche ogni notte nella caverna ma chiese alla fanciulla di non accendere mai alcuna luce, poiché non voleva essere riconosciuto. Istigata dalle sorelle, tuttavia, la fanciulla non mantenne la promessa fatta e, nel cuore della notte, munita di una lampada ad olio, decise di vedere il volto del suo amante: ella riconobbe subito Eros dalle ali, ma il dio si svegliò e, sentendosi tradito, “volò via dai baci e dalle mani dell’infelicissima sposa” (Metamorfosi, Libro V, 23).

Disperata, Psiche andò in cerca del suo amante vagando per tutta la Grecia, tentando di procurarsi la benevolenza degli dei: fu Hera, alla fine a consigliarle di recuperare la fiducia di Afrodite se voleva riconciliarsi con lo sposo.

Alla fine, Hermes raggiunse Psiche e la portò dinnanzi alla dea dell’amore, ancora furibonda nei confronti di Eros (che aveva trasgredito i suoi ordini) e della sua rivale in bellezza. Afrodite imprigionò il figlio e ridusse Psiche al rango di schiava, sottoponendola di volta in volta a prove impossibili.

Una volta, ad esempio, le fu ordinato di dividere un mucchio di granaglie mischiate disordinatamente in tanti mucchietti uguali a seconda della grandezza; le formiche ebbero pietà della giovane donna e fecero loro tutto il lavoro. Un’altra volta Afrodite le ingiunse di portarle il vello dorato di alcuni montoni selvaggi: le canne che crescevano sulla riva del fiume le dissero allora che la sera, estenuati dal calore del sole, i montoni dormicchiavano e quindi era facile avvicinarli. Quando la dea dell’amore pretese una giara di acqua gelata della sorgente dello Stige, dove viveva un drago, fu l’aquila dello stesso Zeus a svolgere questa missione.

Alla fine, Afrodite chiese a Psiche di portare un vaso nel regno dell’oltretomba e di consegnarlo a Persefone affinché quest’ultima vi racchiudesse un po’ della sua bellezza. Al colmo della disperazione, la fanciulla meditò il suicidio, tentando di gettarsi dalla cima di una torre (ritenendo che il modo più rapido per raggiungere gli inferi fosse quello di morire); improvvisamente, tuttavia, la torre stessa si animò e le indicò la strada del mondo sotterraneo nonché il modo per assolvere la sua missione.

Giunta nel regno dei morti, Psiche riuscì ad ammansire sia CERBERO che CARONTE; una volta giunta al cospetto di Persefone, quest’ultima disse che sarebbe stata lieta di fare un favore ad Afrodite e riempì il vaso. Durante il ritorno, tuttavia, mossa dalla curiosità Psiche aprì il recipiente che le aveva dato Afrodite: appena liberato il coperchio, un sonno magico si impadronì della sventurata fanciulla.

A qual punto giunse Eros, che era riuscito a sottrarsi alla custodia della madre e aveva ormai perdonato Psiche: egli implorò Zeus di aiutarlo; il padre di tutti gli dei, mosso a compassione, convocò un concilio di tutti i numi e decretò che i due amanti potessero unirsi in matrimonio. Psiche divenne una dea e le nozze vennero celebrate; dall’unione dei due amanti nacque una figlia, che venne chiamata EDONÉ, ovvero – nella mitologia romana – VOLUPTAS.

Appendice (2):

Le grandi storie d’amore dell’antichità

E’ opportuno dare conto, sia pure per sommi capi, di alcune celebri storie d’amore narrate nei miti greci, di cui Afrodite è stata, a volte, protagonista.

Pigmalione e Galatea

PIGMALIONE era un famoso scultore che non aveva mai trovato una donna degna del suo amore. Nelle Metamorfosi di OVIDIO (Libro X, vv. 243-297), infatti, si legge che:

“Pigmalione, poiché le aveva viste vivere in maniera dissoluta, sdegnato per i vizi che in gran quantità la natura aveva dato all’animo femminile, viveva senza una sposa, celibe e a lungo rimase senza qualcuna che dividesse il suo talamo”.

OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 243-246
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)

Afrodite, tuttavia, ebbe pietà di lui e decise di mostrargli le meraviglie dell’amore. Un giorno, l’artista venne ispirato da un sogno a scolpire una statua in avorio che raffigurasse la dea nata a Citera.

“Grazie al suo meraviglioso talento artistico si mise a scolpire con successo un blocco di candido avorio e ne trasse una forma tale che nessuna donna può mai avere, al punto che concepì amore per la sua opera”.

OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 247-249
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)

Pigmalione si innamorò della statua, cui diede il nome di GALATEA, e pregò Afrodite di farla diventare sua moglie; la dea dell’amore, commossa da una passione tanto ardente per una statua che era stata fatta ad immagine e somiglianza di Cipride, esaudì il desiderio del tenero amante e trasformò la scultura in una donna vera.

Pigmalione e Galatea si sposarono; Afrodite presenziò alle nozze che aveva reso possibili e, quando per nove volte le corna della luna si riunirono per formare il disco pieno, la sposa generò una figlia, PAFO, che diede nome all’isola in cui era nato lo scultore (quest’ultima generò quel Cinira, re di Cipro e padre di Mirra, di cui si è avuto modo di parlare).

Narciso ed Eco

Racconta OVIDIO (Metamorfosi, Libro III, vv. 339-510) che Narciso era figlio della ninfa LIRIOPE e del dio fluviale CEFISO. Sembra che la madre avesse consultato l’indovino TIRESIA per sapere se il suo rampollo avrebbe visto i lunghi giorni di una matura vecchiaia; il vate rispose: “Se non si conoscerà”. La profezia dell’augure sembrò ai molti ambigua e priva di significato, ma gli avvenimenti alla fine ne confermarono la veridicità.

Narciso crebbe infatti sano e forte: divenne, un giovane bellissimo, desiderato da molte fanciulle; in particolare, si struggeva per lui la ninfa ECO, la quale era stata punita severamente dalla dea HERA perché distraeva con le sue chiacchiere la dea, mentre Zeus era occupato nei suoi amori adulterini; la sventurata venne condannata a ripetere continuamente le ultime parole dei discorsi altrui.

Il giovane Narciso, tuttavia, disprezzava sia l’amore che le dimostrava la ninfa, sia le manifestazioni di affetto che gli venivano tributate da altre giovinette. Si racconta che una delle persone respinte dal superbo figlio di Liriope così sospirasse: “Che possa innamorarsi allo stesso modo costui, ma non possa godere dell’oggetto del suo amore”. Accadde quindi quanto segue:

“Vi era una fonte limpida, splendente come l’argento per le sue acque terse, che non avevano mai bevuto né i pastori né le caprette dopo aver pascolato sulle balze né altro bestiame […] Qui il giovinetto, stanco per l’impegno della caccia e per il caldo e allettato dalla natura del luogo e della fonte, si prostra a terra e, mentre brama di calmare la sete, se ne accresce un’altra; mentre beve, attratto dalla bellezza dell’immagine vista si innamora di un’ombra senza corpo, in quanto crede che sia reale la persona riflessa nell’acqua”.

OVIDIO, Metamorfosi, Libro III, vv. 407-409; 413-417
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)

Narciso si innamorò quindi della propria immagine riflessa e fu talmente soggiogato da questa passione che ne morì (“Così si strugge sfinito dall’amore e lentamente si consuma per un fuoco penetrato nell’intimo”), trasformandosi poi nel fiore giallo che porta il suo nome; altri sostengono invece che, pur di raggiungere l’oggetto dei suoi desideri, il giovane si tuffò in acqua ed annegò.

L’infelice Eco rimase sconvolta per la morte della persona amata: cominciò a piangerlo e a consumarsi per il dolore, sino a quando della ninfa rimase solo ed unicamente la voce.

Piramo e Tisbe

La vicenda sventurata dei due amanti viene narrata, ancora una volta, nelle Metamorfosi di OVIDIO (Libro IV, vv. 55-166); PIRAMO e TISBE erano due giovani che vivevano nella città di Babilonia, all’epoca della regina SEMIRAMIDE: il loro amore reciproco era sbocciato da tempo, ma veniva ostacolato dai rispettivi genitori, ragion per cui i due erano soliti vedersi di nascosto, nei pressi di un albero di gelso. Accadde tuttavia che una volta Tisbe giunse in anticipo per l’appuntamento; nel mentre:

“Una leonessa, sporco ancora il muso rabbioso per una recente strage di buoi, viene a dissetarsi nell’acqua della vicina fonte. Appena la babilonese Tisbe la vide di lontano sotto i raggi della luna, fuggì con passi tremanti verso un antro oscuro e mentre fuggiva lasciò andare il velo cadutole dalle spalle. Appena la leonessa ebbe saziata con molta acqua la sua sete, mentre tornava nella selva, dilaniò con la bocca insanguinata il leggero velo trovato senza la padrona”.

OVIDIO, Metamorfosi, Libro IV, vv. 96-101
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)

Quando Piramo giunse e vide nella polvere le impronte della belva e il velo macchiato di sangue, si persuase che la donna amata era stata uccisa; sconvolto per il dolore, egli si tolse la vita conficcandosi nel fianco la spada di cui era cinto. Troppo tardi accorse la misera Tisbe, che fece appena in tempo a vedere l’amante esalare l’ultimo respiro; non volendo sopravvivere al suo Piramo, anche la fanciulla decise di suicidarsi.

I frutti dell’albero di gelso vennero irrorati del sangue dei due giovani e, da allora, mutarono per sempre il loro colore in rosso porpora.

Alfeo e Aretusa

Il solito OVIDIO ci racconta un’altra storia d’amore degna di essere ricordata (Metamorfosi, Libro V, vv. 572-641). ARETUSA era una ninfa dalla bellezza incomparabile, che abitava la regione dell’Acaia: era dedita alla caccia e si era consacrata al culto di Artemide, facendo così voto di castità.

Un giorno, stanca dopo una battuta di caccia, ella si fermò sul bordo di un ruscello ombreggiato da salici, lasciò cadere i suoi abiti e scivolò nelle acque fresche.

Nel mentre, il dio del fiume ALFEO la scorse e si innamorò di lei: il nume cerco di trattenerla con sé, ma la ninfa terrorizzata cominciò a fuggire verso il bosco.

Inseguita da Alfeo, la ninfa implorò Artemide di proteggerla in qualche modo: la dea inizialmente fece calare una coltre nebbia su Aretusa, affinché potesse essere invisibile agli occhi del suo inseguitore; ma la divinità acquatica riuscì ugualmente a trovare l’oggetto dei suoi desideri.

Allora Artemide trasformò Aretusa in una fontana, quindi scompose la terra in modo tale da collegare la Grecia con le isole dello Ionio. La ninfa si immerse ed arrivò nell’isola di Ortigia; il fiume Alfeo riuscì lo stesso a raggiungere la fanciulla amata senza mischiare le sue acque con quelle del mare e a circondare, in un abbraccio ideale, la bella Aretusa, ormai trasformata definitivamente in una fonte: il luogo da dove scaturiva la sorgente divenne da allora sacro alla dea Artemide.

Ero e Leandro

La tragica vicenda è narrata da OVIDIO nel poema Eroidi e da altri autori; essa, tuttavia, la sua fortuna soprattutto a un poema in esametri composto da MUSEO (un poeta del V-VI secolo d.C.).

Narrami, Dea, la testimonia face
Degli amori furtivi, e gl’imenei
Che col nauta notturno il mar solcaro,
E il tenebroso nodo al guardo ignoto
Dell’Aurora immortal, e Sesto e Abido
Ove i notturni fur sponsali d’Ero.
[…]
Di Sesto a fronte è la città d’Abìdo,
Al margo ambe del mar, ambe vicine:
Ed il Divo Cupido teso l’arco
Ad ambe le città vibrò uno strale
Che un garzoncello ed una vergin arse.
Ei l’amabil Leandro si nomava,
Ero la vaga e casta donzelletta:
Ella Sesto abitava ed egli Abido;

MUSEO, Ero e Leandro, vv. 1-6, 24-31
(traduzione tratta dal sito www.miti3000.it)

Il giovane LEANDRO, abitante di Abido, si era innamorato della bella ERO, una sacerdotessa di Afrodite che dimorava in una torre consacrata alla dea a Sesto, città sita sulla costa opposta dell’Ellesponto.
Ogni sera, il giovane attraversava a nuoto lo stretto per incontrare la donna amata; Ero accendeva una lucerna per aiutarlo ad orientarsi. Una notte d’inverno una tempesta spense la lucerna e Leandro, disorientato, morì annegando tra i flutti. All’alba Ero vide il corpo esanime dell’amato sulla spiaggia: affranta dal dolore, ella si suicidò gettandosi dalla torre.

E già vento crudel l’infida estinse
Ardente face, e di Leandro oh Dio!
Di lui che chiama in su le ciglia il pianto,
E la vita e l’amor con essa estinse.
Mentre indugiava quei, con vigil occhio
Ero si stava in angosciose cure.
Surse l’aurora alfin, pur non vedea
Ero il consorte. D’ogni intorno il guardo
Per l’immenso del mar dorso ella stese,
Acciò veder, se, poiché spento il lume,
In qualche parte il caro sposo errasse.
Ma quando al piede della torre il scorse
Pesto da scogli, estinto, allor la vaga
Leggiadra veste si squarciò dal petto,
E da sé stessa dall’eccelsa torre
Capovolta nel mar precipitò.
Così sul morto sposo Ero morìo,
E si godero ancor nel fato estremo.

MUSEO, Ero e Leandro, vv. 510-527
(traduzione tratta dal sito www.miti3000.it)

La triste favola dei due amanti viene menzionata anche dal poeta DANTE ALIGHIERI nella sua Divina Commedia:

Tre passi ci facea il fiume lontani;
ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
ancora freno a tutti orgogli umani,
più odio da Leandro non sofferse
per mareggiare intra Sesto e Abido,
che quel da me perch’allor non s’aperse.

DANTE ALIGHIERI, Purgatorio, Canto XXVIII, vv.71-75


1 A partire dal IV secolo a.C. l’iconografia della dea mutò radicalmente con la accentuazione degli aspetti più sensuali: la svolta artistica ebbe inizio con l’Afrodite cnidia dello scultore PRASSITELE, primo nudo femminile dell’arte greca: in tale statua la dea viene rappresentata mentre sta per immergersi nel bagno sacro, con uno sguardo lontano che ne sottolinea il carattere ultraterreno.

2 Dalla relazione tra Cipride e Hermes nacquero Tyche (la dea della fortuna), Peytho (l’eloquenza), Ermafrodito e, secondo alcuni, Priapo.

3 Il dio del vino era, secondo alcuni, il padre di Priapo.

4 Secondo altre fonti, Eros sarebbe stato invece figlio di Hermes ovvero di Zeus; ma è certo anche che Efesto lo aveva adottato come suo erede.

5 Le uniche divinità immuni dal tremendo potere di Afrodite erano Hestia, Pallade Atena ed Artemide.

6 La storia d’amore con Afrodite costò cara ad Anchise, che si fu talmente imprudente da vantarsi della sua unione con la dea; ciò gli valse l’ira di Zeus, che gli scagliò uno dei fulmini forgiati dai Ciclopi, rendendolo zoppo per il resto della sua vita.

7 Da questa relazione nacque una figlia di nome Beroe.

8 La vicenda occupa la parte finale del Libro IV (28-35), l’intero Libro V e la prima parte del Libro VI (1-24) dell’opera di APULEIO.

Fonti:

https://www.theoi.com/Olympios/Aphrodite.html
o Homer, The Iliad – Greek Epic C9th-8th BC
o Homer, The Odyssey – Greek Epic C9th-8th BC
o Hesiod, Theogony – Greek Epic C8th-7th BC
o Hesiod, Works & Days – Greek Epic C8th-7th BC
o Hesiod, Shield of Heracles – Greek Epic C8th-7th BC
o The Homeric Hymns – Greek Epic C8th-4th BC
o Homerica, The Cypria – Greek Epic BC
o Pindar, Fragments – Greek Lyric C5th BC
o Greek Lyric I Sappho, Fragments – Greek Lyric C6th BC
o Greek Lyric II Alcman, Fragments – Greek Lyric C7th BC
o Greek Lyric II Anacreon, Fragments – Greek Lyric BC
o Greek Lyric II Anacreontea, Fragments – Greek Lyric BC
o Greek Lyric III Ibycus, Fragments – Greek Lyric C6th BC
o Greek Elegaic Theognis, Fragments – Greek Elegaic C6th BC
o Aeschylus, Eumenides – Greek Tragedy C5th BC
o Aeschylus, Prometheus Bound – Greek Tragedy C5th BC
o Aeschylus, Seven Against Thebes – Greek Tragedy C5th BC
o Aeschylus, Suppliant Women – Greek Tragedy C5th BC
o Aeschylus, Fragments – Greek Tragedy C5th B.C.
o Euripides, Helen – Greek Tragedy C5th BC
o Plato, Cratylus – Greek Philosophy C4th B.C.
o Plato, Letters – Greek Philosophy C4th B.C.
o Plato, Philebus – Greek Philosophy C4th B.C.
o Plato, Republic – Greek Philosophy C4th B.C.
o Apollodorus, The Library – Greek Mythography C2nd BC
o Apollonius Rhodius, The Argonautica – Greek Epic C3rd BC
o Plato, Phaedrus – Greek Philosophy C4th BC
o The Orphic Hymns – Greek Hymns BC
o Callimachus, Fragments – Greek C3rd BC
o Strabo, Geography – Greek Geography C1st BC – C1st AD
o Herodotus, Histories – Greek History C5th BC
o Pausanias, Guide to Greece – Greek Geography C2nd AD
o Plutarch, Lives – Greek Historian C1st-2nd AD
o Ptolemy Hephaestion, New History – Greek Scholar C1st-2nd AD
o Aelian, On Animals – Greek Natural History C2nd – C3rd AD
o Philostratus, Life of Apollonius of Tyana – Greek Biography C2nd AD
o Athenaeus, Deipnosophistae – Greek Cullinary Guide C3rd AD
o Hyginus, Fabulae – Latin Mythography C2nd AD
o Hyginus, Astronomica – Latin Mythography C2nd AD
o Ovid, Metamorphoses – Latin Epic C1st BC – C1st AD
o Ovid, Fasti – Latin Epic C1st BC – C1st AD
o Ovid, Heroides – Latin Poetry C1st B.C. – C1st A.D.
o Cicero, De Natura Deorum – Latin Philosophy C1st BC
o Seneca, Medea – Latin Tragedy C1st AD
o Seneca, Phaedra – Latin Tragedy C1st AD
o Valerius Flaccus, The Argonautica – Latin Epic C1st AD
o Statius, Thebaid – Latin Epic C1st AD
o Statius, Silvae – Latin Epic C1st AD
o Apuleius, The Golden Ass – Latin Epic C2nd AD
o Colluthus, The Rape of Helen – Greek Epic C5th-6th AD
o Nonnos, Dionysiaca – Greek Epic C5th AD
o Photius, Myriobiblon – Byzantine Greek Scholar C9th AD
o Suidas – Byzantine Lexicon C10th AD