GLI EROI DELL’ANTICA GRECIA – TESEO
di Daniele Bello
Capitolo 3
Tanto tempo fa regnava nell’Attica un re chiamato Egeo; la tradizione ci dice che la città più importante di questa regione fosse Atene, per la quale è opportuno spendere qualche parola in più.
Si narra, infatti, che subito dopo la sua fondazione due divinità si contendessero l’onore di dare il nome alla città: Poseidone (Nettuno), dio del mare, sperando di ingraziarsi il favore degli abitanti dell’Attica offrì il dono per lui più prezioso: il cavallo; Pallade Atena (Minerva), dea della sapienza e della guerra eroica, cercò di guadagnarsi il patronato recando a beneficio della popolazione l’albero dell’ulivo.
La dea Atena venne dichiarata vincitrice, per cui alla città appena fondata venne dato il nome di Atene; al fine di placare la collera dello sconfitto dio Poseidone, tuttavia, gli abitanti del luogo edificarono un tempio in suo onore a strapiombo sul mare, a Capo Sunion; ancora oggi, è possibile ammirare da quel monumento uno dei tramonti più belli del mondo.
Il primo re di Atene fu CECROPE, figlio della dea Terra e fondatore della prima dinastia di reggitori della città, il quale a causa delle sue origini veniva spesso raffigurato con la parte inferiore del corpo a forma di serpente (animale particolarmente sacro per i Greci in quanto aveva il privilegio di vivere più di tutti a contatto con la terra).
Fondatore della seconda dinastia di regnanti fu, invece, ERITTONIO, figlio della stessa dea Atena (che, però, per una strana alchimia che solo i miti possono alimentare, si è sempre dichiarata Parthenos, cioè vergine), di cui EGEO era un discendente.
Egeo regnò su Atene per molti anni, ma il destino per lungo tempo lo privò della gioia di un erede maschio. Per paura di non poter trasmettere il trono ad un suo discendente, Egeo si recò a chiedere consiglio nel luogo più sacro di tutta l’antichità: l’oracolo di Delfi, dove – si diceva – il dio Apollo, nume solare nonché protettore della poesia e delle arti, parlava per il tramite della sua sacerdotessa, la Pizia. Le parole dell’oracolo (“Tieni chiuso il tuo otre di vino finché non avrai raggiunto il punto più alto della città di Atene, altrimenti un giorno ne morirai di dolore”) non vennero comprese da Egeo, il quale sconsolato si recò a Trezene alla reggia del re PITTEO.
Il re di Trezene presentò Egeo a sua figlia ETRA; tra i due, complice anche un improvviso stato di ubriachezza del re di Atene (favorito, a quanto si racconta, dallo stesso re Pitteo), sbocciò una passione travolgente a seguito della quale Etra rimase incinta, anche se alcuni mormorarono che fu in realtà il dio Poseidone a fecondare la figlia dl re di Trezene.
Quando seppe dello stato di Etra, Egeo decise di tornare ad Atene, ma volle nascondere i suoi calzari, lo scudo e la spada sotto una roccia; prima di partire, il re di Atene disse alla principessa di Trezene che il loro figlio avrebbe potuto presentarsi al padre solo quando fosse riuscito a sollevare la pietra e a riportare indietro le armi e i calzari.
Alcuni mesi dopo, Etra diede alla luce un figlio maschio, cui diede il nome di TESEO: il fanciullo crebbe forte e coraggioso e in breve tempo riuscì a sollevare l’enorme pietra che nascondeva le armi del padre; solo allora, la madre rivelò a Teseo la verità sulle sue origini.
Il giovane rampollo del re di Atene decise di mettersi subito in marcia per raggiungere la dimora paterna, pur sapendo che il tragitto che lo separava da Atene era infestato da ladri e banditi. Giovane, coraggioso e ambizioso, Teseo decise di andare ad Atene per la via di terra. Si narra che, durante il viaggio che lo separava dalla città paterna, molti furono i briganti che tentarono di sbarrargli la strada, ma senza successo.
Per primo egli uccise PERIFETE, a Epidauro. Questi, figlio di Efesto e Anticlea, era chiamato CORUNETE, per via della mazza (korune) di ferro che portava sempre con sé, essendo zoppo, e con la quale uccideva i passanti. Teseo gliela sottrasse, e la usò sempre.
Per secondo l’eroe uccise SINI, figlio di Polipemone e Silea, la figlia di Corinto. Sini era chiamato PITIOCANTE (“colui quello che curva i pini”) per una ragione ben precisa. Dalla sua postazione sull’istmo di Corinto, Sini costringeva i viandanti a piegare i pini e a tenerli fermi: ma questi non ne avevano la forza, e il pino, nel raddrizzarsi, li lanciava lontano, facendoli morire di una morte spaventosa. Ma Teseo fece subire a Sini la stessa sorte.
La terza impresa di Teseo fu di uccidere, a Crommione, la scrofa chiamata FEA dal nome della vecchia che l’aveva allevata: alcuni dicono che fosse figlia di Echidna e Tifeo.
Poi uccise SCIRONE, il corinzio, figlio di Pelope, o forse di Poseidone. Scirone abitava nel territorio della Megaride, e controllava quel promontorio roccioso che dal suo nome fu chiamato scogliera Scironia; egli costringeva tutti quelli che passavano di là a lavargli i piedi: appena avevano finito di lavarglieli, li gettava in mare, dove una gigantesca tartaruga li mangiava. Ma Teseo lo afferrò per i piedi e lo scaraventò in mare.
La sua quinta impresa avvenne ad Eleusi e fu l’uccisione di CERCIONE, il figlio di Branco e della Ninfa Argiope. Cercione costringeva tutti i passanti a fare con lui una gara di lotta e invariabilmente li uccideva: ma Teseo riuscì a sollevarlo e lo sfracellò a terra.
La sua sesta fatica fu l’uccisione di PROCUSTE (o DAMASTE). Costui abitava proprio sulla strada ed invitava tutti i viandanti che passavano di là.
Procuste era poi solito stendere quanti gli capitavano tra le grinfie su di un letto: se la sua vittima era più lunga del giaciglio, gli amputava le gambe; in caso contrario, gli stiracchiava gli arti sino a farla morire di dolore; il giovane Teseo lo uccise praticandogli lo stesso trattamento che era solito riservare ai suoi prigionieri.
Giunto ad Atene, Teseo si presentò alla reggia ma non rivelò la sua vera identità. All’epoca, un Egeo molto invecchiato era praticamente alla mercé della sua consigliera ed amante MEDEA, una maga molto potente originaria della Colchide (l’odierno Caucaso) e famosa per una serie di delitti efferati; dopo aver funestato la città di Corinto uccidendo con le proprie mani i figli che aveva generato dall’eroe Giasone, ella era riuscita a trovare asilo in Attica, dove si era guadagnata comunque una fama di donna saggia e divinatrice presso il re.
Medea, sospettosa per l’arrivo dello straniero e temendo di perdere la posizione di potere che aveva ormai consolidato in Atene, cercò di persuadere Egeo ad uccidere il giovane. Per fortuna, il re riconobbe i calzari pochi istanti prima che Teseo bevesse dal calice di vino avvelenato che aveva preparato Medea. Padre e figlio si erano finalmente riconosciuti e riuniti dopo tanto tempo e la maga malvagia venne esiliata per sempre da Atene.
Teseo venne associato al trono dal padre e questi lo ripagò sconfiggendo tutti i fieri nemici della città, consolidando il potere della sua dinastia in tutta la regione; ben presto, tuttavia, anche per Teseo venne il momento di confrontarsi con eventi decisamente tragici.
Alcuni anni prima, infatti, era giunto a far visita ad Atene il nobile ANDROGEO, figlio di MINOSSE, re della potentissima Creta. Poiché il giovane principe nel corso di giochi ginnici organizzati in suo onore era riuscito a umiliare gli Ateniesi in ogni disciplina, Egeo lo uccise, in preda alla gelosia.
Il sovrano di Creta Minosse, infuriato per questo terribile oltraggio, aveva dichiarato guerra agli Ateniesi e li aveva sconfitti imponendo loro terribili condizioni: ogni nove anni, infatti, sette giovinetti e sette fanciulle dovevano essere inviati a Creta per essere offerti in sacrificio al MINOTAURO, un feroce mostro di cui è bene parlare più diffusamente.
La nostra storia a questo punto si sposta nell’isola di Creta, dove regnava il potente Minosse, padrone incontrastato del mare che dominava dalla sua fastosa reggia di Cnosso; egli era figlio di Zeus (Giove) e della bella EUROPA, che il padre di tutti gli dei era riuscito a sedurre solo prendendo le sembianze di un toro. Sua moglie PASIFAE era figlia di Helios, il dio del sole, e sorella del sovrano della Colchide (nonché zia della terribile Medea di cui abbiamo fatto cenno poco fa).
Minosse era particolarmente devoto a Poseidone, il dio del mare, al quale aveva promesso di offrire in sacrificio il toro più bello di tutta l’isola; si narra, a questo punto, che lo stesso Poseidone facesse sorgere dai flutti marini un animale dalla bellezza incomparabile. Il sovrano ne fu talmente ammirato che decise di sacrificare un altro toro in sua vece, destinando il dono di Poseidone ai suoi armenti privati; dimenticava, l’ignaro ed ingenuo Minosse, che gli dei raramente dimenticano o perdonano un torto subito.
La vendetta del dio del mare non si fece attendere: la bella Pasifae, infatti, venne posseduta da un immondo desiderio nei confronti del toro emerso dalle onde; per placare il suo ardore, la regina chiese all’artigiano più famoso dell’isola, l’abilissimo DEDALO1, di costruirle una mucca di legno dove nascondersi; quello stratagemma consentì a Pasifae di ingannare il toro e di sedurlo.
Da quella folle ed insana passione amorosa nacque una creatura deforme ed atroce, cui venne dato il nome di Minotauro: il corpo gigantesco era quello di un uomo, la testa enorme era quella di un toro; si nutriva di carne umana ed emetteva terrificanti muggiti.
Il re Minosse, inorridito, ordinò a Dedalo di trovare il modo di nascondere quel terribile mostro dalla vista di tutti; e quell’abile artefice costruì attorno alle stanze presso cui dimorava il Minotauro un Labirinto, un bislacco edificio pieno di stanze, viuzze e cunicoli dalla pianta così complicata che era impossibile per chiunque entrare e ritrovare l’uscita prima di essere scoperto e divorato da quella terribile creatura affamata di carne umana; ancora oggi, quando ci perdiamo, non facciamo alcuna fatica a dire che ci troviamo all’interno di un labirinto oppure (se siamo particolarmente raffinati) a parlare di un ‘dedalo’ di viuzze in riferimento alla pianta di un quartiere o di una cittadina particolarmente complessi.
Ma è tempo di ritornare al protagonista di questa storia, vale a dire al giovane Teseo in procinto di salpare verso Creta assieme ai quattordici giovinetti destinati al sacrificio.
Il vecchio Egeo aveva chiesto al figlio di issare delle vele bianche al ritorno in patria, qualora fosse riuscito a sconfiggere il Minotauro; in caso contrario, le vele da issare sulla barca dovevano essere di color nero. Teseo salutò il padre con affetto e promise di ritornare vittorioso.
I poeti raccontano che, quando la nave proveniente da Atene approdò nel porto di Cnosso, tutti notarono la fierezza e la nobiltà del giovane figlio del re Egeo, che si presentò davanti a Minosse con la dignità che si addice agli uomini impavidi, coraggiosi e dall’animo nobile.
Il destino, che spesso aiuta i giovani e gli audaci, venne in soccorso di Teseo nelle sembianze del dio EROS, un fanciullo alato che si diverte a sconvolgere la vita delle persone istillando in loro il germe di un sentimento travolgente: l’amore. ARIANNA, la giovane e bella figlia di Minosse, si invaghì del principe ateniese e cercò in tutti i modi di trovare il modo di salvarlo da un triste destino che appariva a tutti inevitabile: la morte per mano del terribile Minotauro.
In realtà, il vero nemico di Teseo era l’inestricabile Labirinto, da cui mai l’eroe sarebbe riuscito ad uscire anche una volta ucciso il mostro dalla testa di toro. Lo stratagemma utilizzato da Arianna per salvare il suo amato è talmente famoso e noto da essere divenuto proverbiale, anche a distanza di tanti secoli.
Teseo ebbe in dono dalla principessa cretese un gomitolo di filo rosso (il “filo di Arianna”, appunto); mentre il figlio del re di Atene si inoltrava nel Labirinto, questi svolgeva il gomitolo, sicuro di ritrovare la via del ritorno perché Arianna reggeva l’altro capo del filo.
Alla fine, quel gigantesco e immondo essere dalla testa taurina si parò di fronte al giovane eroe e i due ingaggiarono una terribile lotta al termine della quale solo uno dei contendenti sarebbe sopravvissuto. Dopo un combattimento fiero e al limite della resistenza, fu Teseo a sferrare il colpo fatale e a lasciare il Minotauro a terra, privo di vita.
Dopo la morte del mostro, Teseo fuggì a bordo della sua nave assieme ai quattordici giovinetti destinati al sacrificio e portando con sé la bella Arianna.
Le leggende che ci vengono tramandate dai poeti, a questo punto, sono in imbarazzo nel riferirci quanto accadde durante il viaggio di ritorno. Teseo, infatti, sbarcò per una notte nell’isola di Nasso e il mattino dopo riprese il viaggio abbandonando la giovane Arianna. Nessuno ha mai compreso il significato di un gesto così sconsiderato, che getta sicuramente un’ombra sulla reputazione di un eroe tanto amato.
Fatto sta che Arianna rimase sola nell’isola di Nasso e stava per cadere preda della disperazione quando venne notata dal giovane e allegro DIONISO, dio del vino e dei piaceri sfrenati, che ne fece la sua sposa e celebrò ben presto con lei una festa nuziale che i poeti ricordarono anche dopo secoli e secoli; si può pensare che Dioniso si fosse innamorato della bella principessa sin da subito e che lui stesso avesse ordinato a Teseo di abbandonare Arianna sull’isola; solo in questo modo (con l’obbedienza dovuta sempre e comunque alla divinità) riusciremmo a giustificare l’azione insensata del figlio di Egeo.
Giunto in prossimità della madrepatria, Teseo spiegò le vele ma sciaguratamente si scordò della promessa fatta al padre e utilizzò le vele nere.
Quando Egeo, che ogni giorno fissava il mare nell’attesa di suo figlio, vide il colore nero all’orizzonte, preso dalla disperazione si gettò in mare nell’errata convinzione che suo figlio fosse stato ucciso, compiendo così la profezia. Il mare in cui si gettò divenne in seguito noto come Mare Egeo.
Nel frattempo, Minosse, ritenendo Dedalo responsabile del fatto che Teseo era riuscito ad uscire dal Labirinto, aveva proibito al suo artefice di uscire da quell’edificio, cosicché Dedalo si trovava a vivere praticamente da prigioniero, assieme al figlio ICARO, nella costruzione che lui stesso aveva progettato.
L’abile artigiano non si diede per vinto e riuscì a costruire due immense paia di ali con le penne di volatili, assicurandole al proprio corpo e a quello del figlio con la cera.
Padre e figlio riuscirono a spiccare il volo e furono i primi ad accarezzare un sogno che ha sedotto l’umanità sino ai tempi più moderni: volare! Dedalo ed Icaro riuscirono così a fuggire dal Labirinto.
Nonostante le raccomandazioni del padre, il giovane Icaro fu talmente inebriato dall’esperienza del volo da dimenticare ogni prudenza; questi saliva sempre più su, sempre più su verso il sole, deciso a coglierne l’incomparabile bellezza come nessuno aveva potuto prima di lui.
Disgraziatamente per Icaro, il calore dei raggi del sole sciolse la cera che teneva le ali attaccate alle sue scapole; il giovane precipitò così in mare e trovò la morte. Dedalo, invece, aveva guadagnato la libertà raggiungendo le coste della Sicilia, ma l’aveva pagata comunque ad un prezzo altissimo: la perdita dell’unico figlio.
Minosse andò all’inseguimento di Dedalo e in ogni regione che attraversava faceva vedere agli abitanti una grossa conchiglia tritonide: i suoi araldi promettevano una enorme ricompensa a chi fosse riuscito a far passare un filo di lino nella spirale della conchiglia (solamente Dedalo ne sarebbe stato capace e in questo modo Minosse era certo di scoprire dove si trovava).
Un giorno il grande sovrano di Creta giunse a CAMICO, in Sicilia, alla corte di re COCALO (proprio dove Dedalo si nascondeva), e anche qui fece vedere la conchiglia. Cocalo la prese e la portò a Dedalo, che fece un piccolo buco nel guscio, poi vi fece entrare una formica alla cui zampa era stato legato il filo di lino; il minuscolo animale uscì dalla conchiglia, portando il filo lungo tutta la spirale.
Quando Minosse vide che il problema era stato risolto, capì che Dedalo si trovava lì e chiese che gli venisse consegnato. Cocalo glielo promise e intanto invitò Minosse a fermarsi come suo ospite: ma mentre faceva il bagno le figlie del re lo uccisero: qualcuno dice che gli fu versata addosso dell’acqua bollente.
Torniamo ora alla vita e alle imprese di Teseo, che non si esauriscono certo con la lotta contro il Minotauro; asceso al trono di Atene al posto del defunto padre, egli consolidò il potere in tutta la regione dell’Attica e governò saggiamente, grazie anche ai consigli dell’eroe EDIPO, che era stato una volta re di Tebe (prima di essere scacciato dalla popolazione e abbandonato dai suoi figli maschi), il quale riparò a Colono, nei pressi di Atene, e dispensò al suo protettore parole di eterna saggezza.
Altre avventure lo attendevano: egli combatté insieme ad Eracle contro le Amazzoni e rapì la regina IPPOLITA (secondo altri, si chiamava ANTIOPE o MELANIPPE), da cui ebbe un figlio cui venne dato il nome di IPPOLITO.
Per questo motivo le Amazzoni fecero guerra ad Atene; nella battaglia che si tenne presso l’Areopago, le donne guerriere vennero sconfitte da Teseo alla testa degli Ateniesi.
In seguito, DEUCALIONE – che era asceso al trono di Creta dopo la morte di Minosse – gli diede in sposa FEDRA, figlia del defunto re; durante la cerimonia di nozze, all’improvviso, le Amazzoni si presentarono in armi e stavano per uccidere tutti i presenti ma queste vennero di nuovo sconfitte e la loro regina venne uccisa da Teseo in battaglia.
Fedra diede a Teseo due bambini, ACAMANTE e DEMOFONTE; ella venne però presa da una insana passione nei confronti del figliastro Ippolito; quest’ultimo, essendo un devoto seguace della dea Artemide, odiava tutte le donne e rifiutò qualsiasi approccio.
Allora Fedra, nel timore che Ippolito riferisse la cosa al padre, spalancò le porte della sua camera da letto, si stracciò le vesti e finse di aver subito violenza dal figlio di Teseo.
Avendo prestato fede alle menzogne della moglie, l’ignaro figlio di Egeo chiese vendetta ai numi e invocò il suo padre putativo Poseidone, che lo accontentò: così, un giorno che Ippolito correva sul suo carro lungo la riva del mare, il dio del mare mandò fuori dalle onde un toro. I cavalli, terrorizzati, si imbizzarrirono e il carro fu rovesciato e andò in pezzi. Ippolito, impigliato nelle redini, fu trascinato via e morì. Quando l’insano amore di Fedra fu rivelato, la donna si impiccò per la vergogna2.
Tempo dopo, Teseo si trovò al fianco del fedele amico ed alleato PIRITOO, re dei Lapiti, quando questi fece guerra ai Centauri. Piritoo si era infatti fidanzato con la bella IPPODAMIA e al suo pranzo iniziale invitò anche i Centauri, che erano suoi parenti3.
Il vino scorreva a fiumi, e i Centauri, che non erano abituati a berlo, si ubriacarono; così, quando la sposa arrivò, uno di essi (EURITO) cercò di violentarla. Allora Piritoo prese le armi e li assalì insieme a Teseo, che li sbaragliò uccidendone parecchi.
Alla battaglia partecipò anche il fiero Ceneo, il quale era nato donna, ma ottenne dal dio Poseidone (che si era unito a lei in amore) di diventare un uomo invulnerabile. Per questo, nella battaglia contro i Centauri, non si diede il minimo pensiero delle ferite e ne uccise tantissimi: ma i sopravvissuti lo bloccarono, lo stesero a terra e lo seppellirono sotto una catasta di tronchi d’abete.
Al fianco dei Lapiti combatterono anche PELEO, futuro padre di ACHILLE, e NESTORE, che in seguito narrò di questa epopea agli Achei, durante l’assedio di Troia (OVIDIO, Metamorfosi, Libro XII, vv. 168-535).
In seguito, Piritoo si mise in testa di sposare una figlia di Zeus; Teseo fece allora un accordo con lui: Piritoo lo aiutò a rapire da Sparta ELENA, che allora aveva dodici anni, e Teseo in cambio scese nell’Ade a chiedere la mano di Persefone.
Mentre i due amici erano nel regno dell’oltretomba, i Dioscuri CASTORE e POLLUCE insieme agli Spartani e agli Arcadi occuparono Atene, rapirono Elena e portarono via prigioniera la madre di Teseo, Etra ; Demofonte e Acamante, invece, riuscirono a fuggire in Eubea. Allora i Dioscuri richiamarono MENESTEO dall’esilio, e gli diedero la sovranità su Atene.
Quando Teseo scese nell’Ade insieme a Piritoo, subì la vendetta di Ades. Con la scusa di offrir loro la sua ospitalità, il signore dell’oltretomba li fece sedere sul Trono dell’Oblio: subito il loro corpo restò incollato alla sedia, mentre tortuosi serpenti facevano la guardia. Solo l’intervento di un altro eroe dei miti greci, Eracle, consentì a Teseo di rivedere la luce del sole; non fu altrettanto fortunato l’amico Piritoo, che giace ancora oggi seduto sul trono dell’oblio a scontare la sua superbia.
Teseo ritornò ad Atene e qui venne bandito da Menesteo; egli allora andò alla corte di Licomede (re di Sciro) ma venne poi ucciso a tradimento mentre cercava di reclutare un esercito che gli consentisse di combattere l’usurpatore.
La triste e malinconica fine di Teseo ricorda quella di molte altre figure mitologiche, cui il Fato (cioè il destino, potere arcano cui neppure gli dei possono sottrarsi) assegnò di compiere imprese gloriose ma anche di affrontare dolori e avversità.
Noi non siamo certo in grado di spiegare perché i nostri progenitori avessero questa concezione della vita; a noi basti sapere che, grazie alla memoria e alla fantasia degli antichi Greci, i poeti del passato ci hanno tramandato una favola che non perde di fascino da oltre tremila anni. E questo ci spinga a raccontarla una volta ancora ai nostri figli.
Appendice:
I re di Atene
Il primo re di Atene fu CECROPE, figlio di Gea, con il corpo metà di uomo e metà di serpente; la regione che prima si chiamava Acte da lui prese il nome di Cecropia.
In quel tempo, si racconta, gli dei decisero di dividersi le varie città, perche ogni dio avesse il suo culto particolare in una determinata città. Il primo ad arrivare in Attica fu Poseidone; e con un colpo di tridente fece apparire nel mezzo dell’acropoli un mare (quello che adesso si chiama Eretteide). Dopo di lui giunse Atena, che chiamò Cecrope a testimone della sua presa di possesso della città, e vi piantò un ulivo, quello che ancora adesso viene fatto vedere nel Pandrosio. I due dei vennero a contrasto per il possesso di quella terra; Zeus li fece smettere e chiamò dei giudici per risolvere la faccenda.
Il loro giudizio fu che la terra spettava ad Atena, perché Cecrope aveva testimoniato che lei per prima aveva piantato l’ulivo. Atena, dal suo nome, chiamò la città Atene.
Cecrope sposò AGRAULO, figlia di ATTEO, ed ebbe un maschio, ERISITTONE, che morì senza figli; poi ebbe tre femmine: AGRAULO, ERSE e PANDROSO.
Agraulo ebbe da Ares la figlia ALCIPPE. ALIRROZIO, figlio di Poseidone, un giorno la violentò, ma Ares lo scoprì e lo uccise. Allora Poseidone citò Ares in giudizio: il dio si presentò avanti al Tribunale che da quel giorno venne chiamato AREOPAGO, davanti ai dodici Dèi, ma fu prosciolto.
Erse ebbe da Ermes il figlio CEFALO. Di Cefalo si innamorò Eos, che lo rapì e si unì in amore con lui in Siria.
Alla morte di Cecrope, il trono toccò a CRANAO, che era nato da Gea: e questo avvenne al tempo del diluvio di Deucalione. Cranao sposò una donna di Lacedemone (Sparta) ed ebbe tre figlie, tra cui ATTICA, che morì ancora fanciulla; in suo onore Cranao chiamò Attica l’intera regione.
ANFICTIONE cacciò Cranao e occupò il trono; alcuni dicono che era figlio di Deucalione, altri invece che era nato da Gea.
Dopo dodici anni di regno, fu cacciato da ERITTONIO. Alcuni dicono che Erittonio era figlio di Poseidone e di Attica, la figlia di Cranao, altri invece che era figlio di Efesto e Atena.
Le cose sarebbero andate nel modo seguente: un giorno Atena si recò da Efesto per farsi forgiare delle armi: il dio, che era stato abbandonato da Afrodite, si sentì preso da un grande desiderio di Atena e cercò di inseguirla, ma lei fuggì. Quando con grande sforzo riuscì a raggiungerla (perché era zoppo), tentò di possederla, ma Atena, che era casta e vergine, si divincolò ed Efesto eiaculò sulla coscia della Dea. Nauseata, Atena si ripulì dal seme con un bioccolo di lana, e lo gettò a terra. Poi fuggì; ma dal seme caduto a terra nacque Erittonio. Atena lo allevò di nascosto dagli altri dei, con l’intenzione di renderlo immortale; lo pose in una cesta e lo affidò a Pandroso, la figlia di Cecrope, con il divieto di aprire la cesta. Ma le sorelle di Pandroso la aprirono per curiosità e videro un serpente che si avvinghiava intorno al bambino. Alcuni dicono che le fanciulle furono uccise da quel serpente; altri invece sostengono che Atena, adirata, le fece impazzire, tanto che si gettarono dall’acropoli. Erittonio allora fu allevato nel recinto sacro di Atena; poi cacciò Anfictione e divenne re di Atene. Fu lui a innalzare sull’acropoli la statua lignea di Atena e a istituire la festa delle Panatenee. Egli sposò una ninfa Naiade ed ebbe da lei il figlio PANDIONE.
Quando Erittonio morì, venne sepolto nel recinto sacro di Atena, e Pandione divenne re, proprio al tempo in cui Demetra e Dioniso vennero in Attica. Pandione sposò Zeusippe, sorella di sua madre, ed ebbe da lei due figlie, PROCNE e FILOMELA, e due gemelli, ERETTEO e BUTE.
Un giorno scoppiò una guerra contro Labdaco per i confini del territorio, e Pandione chiamò come alleato dalla Tracia TEREO, figlio di Ares. Con l’aiuto di Tereo, la guerra si risolse a favore di Pandione, che gli diede in sposa sua figlia Procne, dalla quale ebbe il figlio ITI. Ma Tereo si innamorò di Filomela, e la sedusse, dicendole che Procne era morta, mentre l’aveva nascosta in campagna. Poi la sposò, la possedette e le tagliò la lingua. Filomela allora ricamò delle lettere su un tessuto, e denunciò così a Procne la sua disgrazia. Procne, per vendicarsi, uccise il proprio figlioletto Iti, lo cucinò e lo offrì per cena all’inconsapevole Tereo. Poi fuggì in tutta fretta insieme alla sorella. Quando Tereo si accorse di quel che era successo, afferrò una scure e le inseguì. Le due sorelle pregarono gli dei di trasformarle in uccelli: Procne divenne un usignolo, Filomela una rondine. Anche Tereo fu trasformato in uccello, e divenne un’upupa5.
Quando Pandione morì, i suoi figli si divisero l’eredità paterna; ERETTEO salì sul trono, e Bute divenne sacerdote di Atena.
Eretteo generò tre maschi (CECROPE, PANDORO e METIONE6) e quattro femmine: PROCRI, CREUSA, CTONIA e ORITIA, che fu rapita da Borea e partorì e due figli alati, Zete e Calais, che parteciparono alla spedizione di Giasone; essi furono uccisi da Eracle a Tino.
Fra Ateniesi ed Eleusini scoppiò la guerra; Eretteo interrogò l’oracolo per sapere se gli Ateniesi avrebbero vinto: e il dio rispose che per conseguire la vittoria in quella guerra il re avrebbe dovuto sacrificare una delle sue figlie. Eretteo sacrificò la più giovane e le altre sorelle allora si sgozzarono anch’esse: questo perché, si dice, avevano fatto fra loro il giuramento di morire insieme. Nella battaglia che seguì al sacrificio, Eretteo vinse la guerra ma perì nello scontro.
CECROPE, il maggiore dei figli del sovrano, divenne re e generò PANDIONE. Pandione regnò dopo di lui, ma fu scacciato in una sedizione dai figli di Metione; andò allora a Megara, alla corte di Pila, e ne sposò la figlia Pilia. In seguito gli fu affidato il trono della città.
A Megara Pandione ebbe quattro figli: EGEO, PALLANTE, NISO e LICO. Dopo la morte di Pandione, i suoi figli fecero guerra contro Atene, scacciarono i Metionidi, e si divisero il potere in quattro: ma Egeo ebbe la sovranità assoluta.
I re di Atene
CECROPE I
CRANAO
ANFIZIONE
ERITTONIO
PANDIONE I
ERETTEO
CECROPE II
PANDIONE II
METIONE
EGEO
TESEO
MENESTEO
[…]
CODRO
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1 Dedalo era un grandissimo architetto, e fu lui il primo a inventare l’arte figurata. Era stato bandito da Atene per aver buttato giù dall’acropoli Talo, il figlio di sua sorella Perdice. Talo era suo allievo, ma Dedalo temeva che il suo innato talento superasse quello del maestro: il ragazzo, infatti, un giorno aveva trovato una mascella di serpente, e aveva capito che con quella si poteva tagliare il legno, inventando così la sega. Il cadavere di Talo fu scoperto; Dedalo fu processato nell’Areopago, venne condannato e fuggi alla corte di Minosse.
2 Le vicende narrate diedero spunto ad EURIPIDE per la tragedia “Ippolito”. Il latino SENECA scrisse invece l’opera “Fedra”.
3 I Centauri erano figli di Issione, re dei Lapiti e padre di Piritoo, e di Nefele. Issione si era innamorato della dea Hera e aveva cercato si usarle violenza; Zeus allora plasmò una nuvola, le diede l’aspetto di Hera e la mise nel letto insieme a Issione. Questi andò in giro a vantarsi di aver fatto l’amore con la regina degli dei e subito Zeus lo legò a una ruota, che senza sosta fece ruotare nel cielo al soffio del vento: ancora oggi Issione sconta così il suo delitto. Dall’unione di Issione con quella nuvola (nèfele) nacque la stirpe dei Centauri.
4 Ridotta al ruolo di servitrice della corte spartana, ella dovette seguire Elena a Troia; fu liberata solo alla presa della città su richiesta dei nipoti Demofonte e Acamante, che facevano parte dell’esercito ellenico.
5 “Come il fulvo usignolo non mai sazio di pianto, che, chiuso nel suo duolo: ‘Iti Iti’ per tutta la sua vita piange, di mali innumeri fiorita” (ESCHILO, Agamennone, Episodio IV, vv. 1142-1145)
6 Secondo la tradizione, egli fu il padre (o il nonno) di Dedalo: le fonti menzionano come padre del famoso artigiano Palemone o lo lo stesso Metione.


