IL CIMITERO CHE SI DILATAVA
di Simona Semino
Coven Protegit Stipula
L’altra notte, insieme al mio fidato compagno di esplorazioni, Paolo, abbiamo deciso di fare una perlustrazione notturna in un cimitero che conosciamo bene.
Appena varcata la soglia e fatti due passi, ho chiuso la borsa — di solito non chiudo mai la cerniera, ma un presentimento mi ha detto: “Qui ci sarà da correre.”
Pol mi guarda, scuote il capo e sussurra:
«Ho sentito come un pugno in testa.»
Il silenzio intorno a noi è diventato denso, quasi solido. Era chiaro che quella notte il cimitero non ci avrebbe lasciati andare facilmente.
La cancellata, come sempre, aveva un’anta chiusa e l’altra aperta, un invito discreto ma inquietante a entrare. Ho acceso la piccola torcia d’emergenza: il buio di quella notte non era un buio normale, era un buio che ti inghiottiva.
Sulla sinistra, tombe familiari costruite come piccole stanze chiuse da porte e cancelli arrugginiti. Stavamo passando accanto a una di esse quando, d’improvviso, un volatile enorme si è alzato in volo, sfiorando il mio viso e stridendo in un verso acuto che mi ha trapassato il petto. Per un istante il fiato mi è mancato.
Paolo ansimava, e io sentivo nettamente occhi addosso, presenze invisibili che ci osservavano passo dopo passo. Mai mi era capitato prima, ma quella sera non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che il cimitero fosse vivo.
L’ufficio del custode era aperto, una sedia messa di traverso nell’atrio come se qualcuno si fosse alzato di scatto e fosse scomparso nel nulla. Abbiamo fatto pochi passi e un ratto enorme ci è sfrecciato tra i piedi. Poi, improvviso, un odore di tabacco ci ha raggiunti: Paolo l’ha percepito subito.
«Sento tabacco… come se qualcuno fosse qui, ma non c’è nessuno.»
Un brivido ci ha attraversati. Non era il vento, non era nulla che potessimo spiegare.
Più avanzavamo, più il cimitero sembrava dilatarsi, allungarsi, cambiare forma. Ogni viale, ogni loculo, sembrava spingerci più in profondità, come se non volesse lasciarci andare. Finalmente, davanti a noi, ho scorto l’uscita. Ma era un miraggio: ci siamo ritrovati in una nuova sezione, immersa in un buio totale, senza lumini e senza punti di riferimento.
Il muro di cinta che credevo di riconoscere era scomparso, sostituito da un altro viale ancora più oscuro. Non dovevamo addentrarci oltre. In quel momento abbiamo perso completamente l’orientamento. Ho guardato Paolo:
«Qua non ci vogliono. Mi dice a voce bassa»
«Me ne sono accorta», ho risposto, sentendo un brivido lungo la schiena.
Abbiamo provato a tornare indietro, zigzagando tra tombe e ombre, seguendo la luce della luna come unica guida. Poi, all’improvviso, la cancellata: entrambe le ante aperte, senza alcun rumore. La frase non detta era chiara. Uscite di qua!
I nostri passi sono diventati rapidi, felpati e quasi furtivi. Poi abbiamo corso. Siamo usciti con il cuore in gola, agitati e scossi. Ci siamo purificati, abbiamo salutato e ringraziato. Ma senza voltarci indietro come siamo soliti fare.
È stata l’esperienza più intensa e inquietante che abbiamo vissuto. Ma so già che torneremo: perché il mistero, e perfino la paura, fanno parte di noi.


