La Soglia Oscura
Monografie

IL CROLLO DELLA CASA DEGLI USHER
Simboli e ossessioni nell’Opera di Edgar Allan Poe
1° Parte
di Sara Firmo

“Regina di tutti gli alveari,
l’albero e il fulmine che
lo colpisce.”
Edgar Allan Poe

Tra gli scrittori dell’Ottocento, Edgar Allan Poe è probabilmente quello che più ha indagato gli aspetti inconsci e distruttivi del rapporto d’amore eterosessuale.
Bloccato nel volo del Puer Aeternus, ossessionato dall’archetipo di un femminile contorto e multiforme, il maschile nei suoi racconti è così diabolicamente coerente da poter essere considerato un unico io narrante, ben oltre la variazione delle trame.
Attraverso l’uso della narrazione in prima persona, la partecipazione inconscia del lettore con questo archetipo di virilità malata e nevrotica dovette risultare particolarmente sconvolgente e inaccettabile per l’epoca, quasi completamente identificata con un imperativo ‘eroico’ di conquista nei confronti della natura e delle ‘razze inferiori’ che popolavano il continente nord-americano; tanto da far qualificare i suoi racconti nel genere horror, o grottesco1.
L’inaccettabilità della malattia e della morte sembrano essere i temi più ricorrenti; e l’amore, che di questa inaccettabilità finisce per pagare il prezzo più alto, s’intreccia magistralmente alle trame, tanto da sembrarne spesso il protagonista – quando non è, nella maggior parte dei casi, che un grandioso comprimario.

Nel racconto Ligeia, del 1838, più che in altri, questo intreccio si esterna in modo particolarmente riuscito.
Il protagonista, come spessissimo accade, è un anonimo, coltissimo rappresentante di un antico e oscuro lignaggio, che s’intuisce vagamente europeo, e che passa la sua intera esistenza in una solitudine che pare pensata apposta per impedirgli l’incontro con l’altro.
La stirpe appare così quasi naturalmente destinata all’estinzione; e in questo tratto – che il narratore non sembra in alcun modo intenzionato a deplorare – si annida già un conturbante solipsismo, l’anima che fa conto solo su se stessa, il germe di Narciso, il cui unico vero scopo2 è quello di impedire ad ogni costo il confronto con l’altro.
L’autoreferenzialità dell’ego ha naturalmente il merito immediato di scolpire, nella mente del lettore, un personaggio eroico, statuario, titanico3.
Ad un certo punto, però, egli decide di sposare Lady Ligeia una compagna d’infanzia, che (l’autore tiene a precisarlo per diverse pagine) ha una mente e uno spirito forte quanto il suo, ed una cultura addirittura più ampia.
Naturalmente, è anche splendida. A colpire l’uomo sono soprattutto i suoi occhi, nei quali si esprime una selvaggia volontà, sebbene egli non possa scorgerne altra traccia nei modi della compagna.
Soltanto quando Ligeia si ammala all’improvviso (inspiegabilmente e irreversibilmente, come accade, di norma, alle donne dei racconti di Poe), egli comprende appieno il significato di una tale volontà ferrea: condannata a morte, Ligeia sembra non avere la minima idea che esista la possibilità di rassegnarsi al suo destino. Al contrario: muore opponendo tutta la resistenza possibile, e precipitando il disperato consorte nell’oppio e in una solitudine se possibile ancora più estrema.
Poi, d’un tratto, non si comprende perché4, egli decide di risposarsi.

Della povera seconda moglie, Lady Rowena di Tremayne, veniamo a conoscere giusto il nome; e il fatto che quasi immediatamente prende ad odiare il marito d’un odio spaventoso, peraltro ricambiato.
Cosa ci faccia un’altra donna nella vita di questo relitto umano è di certo poco comprensibile; a meno che il suo ruolo non sia quello, squisitamente narrativo, di sbloccare una trama agonizzante.
Sta di fatto che, poco dopo il matrimonio, comincia ad ammalarsi e a languire, e infine muore; solo per permettere all’invitto spirito di Lady Ligeia, vorace oltre la tomba, di prendere possesso del suo corpo, al punto di deformarne e alterarne i tratti originari.
Nell’ultima scena, il narratore-protagonista è prostrato ai piedi della rediviva Lady Ligeia, intento a contemplare la prova definitiva del suo ritorno: i meravigliosi occhi che tanto amava nella prima moglie.

Non si accenna ad alcun rimpianto per la sorte della povera, innocente Lady Rowena; né troviamo traccia di un seppur vago senso di colpa per esserne stato, seppure involontariamente, responsabile.
Nulla di tutto ciò.
Il bambino ha fatto i capricci finché non è stato accontentato, nel suo grande castello lontano da tutti, che ora assume vieppiù l’aspetto psicologico di una cameretta, un puro e semplice recinto di contenimento, dove tutto (e tutti) non sono che comprimari di una recita intesa ad omaggiare lui stesso, e nessun altro.
I racconti di Poe sono più o meno tutti così.
Un maschile solitario, distorto e malato di nervi fino a non potersi mai relazionare con il mondo se non attraverso degli intermediari, cerca di scrollarsi di dosso il peso della sua totale solitudine sposandosi – o, in alternativa, addentrandosi sempre più in percorsi della mente così labirintici, che non possono che condurlo alla follia.
Della quale follia fa sempre le spese, manco a dirlo, un femminile che il destino decide di mettergli a fianco.
Si trova traccia di questo pattern narrativo in racconti all’apparenza molto diversi, come possono essere Berenice e Il gatto nero5; per citarne solo due tra i più noti.
Ma come non notare che lo stesso tema è adombrato anche in altri capolavori, come ne Il ritratto ovale?
In questo racconto, peraltro assai breve, il protagonista maschile decide di trasferire sulla tela la bellezza della giovane da lui tanto amata. Ma questo apparente omaggio si trasforma ben presto in un incubo incentrato sul tema del ritratto maledetto: lei si ammala e avvizzisce via via che l’opera si fa più splendida e vigorosa.
Alla fine, il pittore resterà solo con il suo inutile capolavoro, e in lutto per la morte di lei.

Da questi pochi tratti risulta già evidente l’ossessione di Poe. L’uomo di genio, che desideri esplorare fino in fondo la propria personale maledizione (o talento, che dir si voglia), non può che stare solo dentro uno spazio desolato.
Persino la figura dell’amico è possibile solo come alter ego; per la figura di una compagna, non c’è davvero agio di esistere.
Dove affonda le sue radici questa bizzarra convinzione? Analizzando da vicino la biografia di Poe, certo non ci mancano le suggestioni in tal senso.
Già nella primissima infanzia, il povero Edgar fu tormentato da figure di donne evanescenti, di regola malatissime, e destinate a non avere un futuro.
La madre, un’attrice girovaga, che perse all’età di due anni, probabilmente di stenti e di consunzione; la moglie, Virginia, sposata quando lei non aveva ancora quattordici anni, anche lei una cantante, che morirà meno di dieci anni dopo, sempre di tubercolosi.
La vita di teatro di quei primi anni potrebbe inoltre essere responsabile delle scenografie barocche delle sue ambientazioni, luoghi ai quali l’autore dedica lunghe e amorose descrizioni, e che gli sono quasi più comprimari che non i caratteri femminili delle sue storie.
La vera storia d’amore, sia esso tormentato o no, è quasi sempre quella tra il protagonista maschile e la casa in cui vive. Si vede chiaramente come la donna sia spesso poco più che un’intrusa. In Ligeia, la stanza della torre dove la povera Lady Rowena vive la sua breve, infelice vita di sposa ha la malefica capacità di farla ammalare. La tappezzeria rispecchia le ossessioni di lui, nulla è stato scelto di comune accordo.
È la casa di lui, il suo incubo privato.
Come in Barbablu, la donna è stata invitata solo per morire.

(Continua nella 2° Parte)

1 Vale a dire: improbabile, impossibile; eppure, in fondo, chissà come spaventoso e foriero di distruzione.

2 Se mai si può parlare di scopo per una patologia dell’anima; e chi scrive è convinto di sì.

3 Si tratta di un titanismo dell’anima, che nulla ha a che fare con la fisicità del personaggio stesso; che è invece, come sempre accade nei racconti di Poe, debole e fragile nel corpo quanto è forte nella mente.

4 Il racconto a questo punto sembra essere sfuggito quasi di mano all’autore, tanto che il personaggio stesso non sa spiegare i motivi della sua decisione.

5 In questo racconto possiamo notare un tratto anomalo nella produzione di Poe: la violenza del protagonista, completamente ingiustificata e da lui aggravata con l’assunzione di alcool e oppiacei, si scatena prima sul gatto di casa, e solo in un secondo momento sulla moglie. Poe sembrerebbe avere registrato, forse solo a livello inconscio, come gli abusi che l’uomo perpetra sui sui simili non siano che l’aggravarsi di un male i cui primi sintomi possono essere ravvisati negli abusi compiuti sulla natura.