La Soglia Oscura
Racconti

L’ILLUSIONE DEL TEMPO PRESENTE
di Giulia Scicchitano

Ah, la società moderna! Presuntuosa, cieca, arrogante: pretende di convincerci che nulla ci leghi all’antico che sussurra ancora nel profondo di noi. Tra diavolerie di vetro e metallo, telefoni onnipresenti e comunicazioni che volano come spettri invisibili, ci allontaniamo sempre più dalla nostra vera essenza. Eppure, ve lo giuro: il passato non muore. Noi siamo creature antiche e portiamo ancora nel sangue l’eco dei nostri padri dimenticati. Condividiamo con l’uomo delle caverne più istinti di quanti vogliamo ammettere; inciampiamo negli stessi errori; ardiamo con lo stesso temperamento di avi mai conosciuti. La società vi inganna, vi addormenta! Il tempo non è un fiume che scorre diritto: è un cerchio di fuoco, in cui tutto torna, in cui ogni grido si ripete. So che non mi crederete. So di apparirvi come una vana maestrina, perduta nei suoi ragionamenti polverosi… Eppure, vi supplico: ascoltate il mio racconto. Forse, allora, comprenderete.

Sono sempre stata una creatura timida, schiva, vulnerabile. Fin dalla più tenera età, rifuggivo la folla: mi rifugiavo negli angoli, nei silenzi, nei sogni. A scuola mi avreste trovata sola, intenta a disegnare figure eteree su fogli sgualciti, mentre gli altri correvano e ridevano ignari. Dedicai la mia giovinezza alla sola cosa che sentivo vibrare davvero nelle mie vene: lo studio. La storia, per me, non era un sapere morto, ma un’antica eredità che chiamava il mio nome.

Al compiere dei miei ventidue anni, spinta da un bisogno oscuro di fuga, mi recai in campagna, da Maria, la cugina di mia madre. Era il mio modo di sottrarmi al mondo moderno, di ribellarmi — come si ribellavano i miei capelli neri, indomabili e ondulati come un mare in tempesta. Immaginate una giovane figlia della modernità che rifiuta tutto: luci, rumori, folla… per trovare rifugio in una terra dove il tempo pareva essersi fermato. Laggiù, accanto a Maria, consumavo i giorni divorando libri, come un lupo affamato di storie antiche: testi storici, gialli, racconti d’avventura; ogni pagina era per me un nuovo respiro.

Un giorno di agosto, me ne stavo seduta nel portico. Leggevo racconti del mistero. Davanti a me, si apriva la vastissima prateria, delimitata solo, un chilometro più a nord, da alcune siepi. Il caldo era torrido. Avrei voluto vivere sempre così, lontana dallo stress e dalla frenesia cittadina. Il mio era forse un modo di sfuggire alla vita vera. Volevo vivere in una favola, per non deludere le aspettative di quella bambina interiore che, sotto sotto, alle fiabe ci credeva ancora. Il portico proiettava in terra una grande ombra silenziosa. Gli animali da cortile non emettevano più versi, il vento si era placato. Tutto era immobile. Mi accorsi, con stupore, che il mio orologio da polso si era fermato, proprio nello stesso istante in cui lo avevo guardato. Passavano i minuti, eppure tutto era cristallizzato, sotto la luce di quel sole, giallo come non mai. Nessun suono disturbava la mia concentrazione. Non ero abituata a tutto quel silenzio, ed iniziai, stranamente, a sentirmi agitata. Avvertivo una sensazione particolare, non saprei dire quale, eppure rimanevo immobile, come fossi in attesa di qualcosa. D’un tratto, una sagoma si palesò da dietro l’albero. Era un giovane signore, alto e moro, che camminava per il sentiero. Mi vide e venne verso di me: “Perdonatemi, sono l’uomo che ha comprato la tenuta a nord. Ne ho preso possesso solo oggi… Posso chiedervi dove si trova il mercato più vicino?”. Scoppiai a ridere. Non vi erano mercati per chilometri e chilometri nei dintorni; quel tale mi era parso alquanto sprovveduto! Il suo accento sembrava straniero, dunque era possibile che non avesse alcuna conoscenza del luogo. Probabilmente aveva comprato la tenuta soltanto come forma di investimento e non ne sapeva nulla a riguardo. Gli feci cenno di attendere, entrai in casa e chiesi alla cugina Maria se potessimo dare a quell’uomo un po’ di verdura dell’orto, almeno per sostentarsi nei giorni seguenti. Lei acconsentì e portammo all’uomo parecchi ortaggi, avvolti in strofinacci, per renderne agevole il trasporto. Ci ringraziò molto e disse che si sarebbe sdebitato il giorno seguente, poi, scomparve da dove era venuto. Mi ero resa conto, solo in quel momento, di essere vestita in modo tremendo. Un vecchio abito sgualcito da campagnola non era certo presentabile davanti ad un uomo di quel calibro, tanto più che non era della mia taglia, poiché me lo aveva prestato Maria. Non potei fare a meno di percepire una strana impressione che si insinuava in me con insistenza, un inquietante sentore di déjà-vu. Più ripensavo a quell’uomo, più mi sembrava di conoscerlo, come se il suo volto fosse già entrato nei meandri oscuri della mia memoria.

Il giorno seguente, quell’inquietudine indefinibile tornò a tormentarmi. Un senso d’ansia sottile, ma crescente, si insinuava nei miei gesti, come un presagio muto. Era già pomeriggio inoltrato. Le campane battevano le tre, quando l’uomo riapparve, silenzioso, mentre sedevo in giardino con un libro aperto tra le dita e lo sguardo altrove. Disse che desiderava sdebitarsi, che aveva invitato gli abitanti delle case attorno alla sua dimora per un tè, più tardi, e che ci avrebbe volute tra gli ospiti. Maria accettò con un entusiasmo sconsiderato, senza pensare che nulla nel nostro modesto guardaroba era degno di una tale occasione. Sentii la mia inquietudine farsi più cupa. Trascorsi le ore seguenti chiusa in camera, frugando tra gli abiti con mani tremanti, alla ricerca di qualcosa che potesse almeno vagamente celare il nostro disagio. Alla fine, ne scelsi uno che, sebbene inadeguato, era l’unica possibilità. Mi ero preparata con quella gioia civettuola con cui si adornano le ragazze per un grande evento. Mi sentivo una timida dama dell’Ottocento, sull’orlo di un ballo che avrebbe mutato per sempre il suo destino.

Quella sera, alla piccola festa, c’erano davvero tutti i signori del posto. Io mi sentivo smarrita, fuori posto e l’imbarazzo mi arrossava il volto come un marchio visibile. Per fortuna, notai subito che il padrone di casa, nonostante il suo rango, non era affatto arrogante. Parlava con gentilezza, senza vantarsi e questo mi colpì. Fu ascoltandolo parlare della sua terra d’origine che qualcosa in me cambiò. Mentre descriveva luoghi lontani, il mio sguardo si fermò sui suoi occhi, e, senza accorgermene, mi innamorai. Nonostante fosse molto più grande di me, c’era in lui un fascino silenzioso, difficile da spiegare. Il suo volto sembrava fuori dal tempo: avrebbe potuto appartenere a un gentiluomo degli anni ’50, a un viaggiatore degli anni ’30, o persino ad un aristocratico del XIX secolo. Immaginavo la sua vita solitaria, vuota come le stanze immense in cui viveva, con i soffitti alti che facevano sembrare tutto ancora più freddo. Mi persi nei miei pensieri e nella contemplazione del suo volto. La serata, nel complesso, fu piacevole e passò in fretta. Quando io e Maria tornammo a casa, camminavo in silenzio, nascondendo la mia ammirazione per quell’uomo dietro le guance rosse e lo sguardo basso. Maria non notò nulla, era stanca, e lo ero anch’io.

La notte non riuscivo a dormire. Mi alzai, in silenzio, e scesi le scale. Mi diressi verso la poltrona nel salone, cercando un po’ di quiete. Fu allora che voltai lo sguardo verso la finestra che dava sul portico… e vidi qualcosa muoversi. Le gambe iniziarono a tremare: c’era lui. L’uomo, in piedi, immobile, proprio davanti alla nostra finestra. Nel buio. Fu in quell’istante che provai di nuovo quella strana sensazione, come un déjà-vu. In fondo, era come se mi aspettassi di trovarlo lì. Come se la sua presenza, per quanto assurda, non mi stupisse davvero. Mi strinsi lo scialle sulle spalle. Una forza misteriosa mi spingeva ad avvicinarmi alla vetrata. L’uomo restava fermo, la sua figura imponente appena illuminata dalla luna. Mi fissava. Iniziai ad avanzare, piano, come se fossi attirata da una forza invisibile. Poi, d’impulso, spalancai la finestra. “Sapevo che sareste venuta” disse. “Come! Com’è possibile? Perché mi stavate aspettando?” chiesi. “Non conoscete la storia di questo luogo, vero?” replicò. Lo guardai con aria interrogativa. Continuò: “Vostra nonna, presa da un’innocente passione, fuggì da questo paese in una notte, con uno straniero che viveva nella casa che ora mi appartiene. Prima di lei, la vostra bisnonna aveva fatto lo stesso e ora voi avete deciso di fuggire con me”. Rimasi sconvolta a sentire quelle parole; io ero scesa soltanto perché non riuscivo a prendere sonno. “Chi vi dice che io sia innamorata di voi? Vi conosco appena” protestai. “Ho notato le vostre guance arrossarsi questa sera, mentre mi guardavate. Anche io vi guardavo con ardore, volete forse negare il sentimento che condividiamo?”. Quella storia mi diede i brividi, ma decisi anch’io, come le mie parenti, di partire con l’uomo che amavo.

Salimmo sul suo calesse, diretti lontano. Attraversammo la nebbia, per non tornare più in quel luogo. Eravamo felici e irresponsabili. Fu così, che giorni più tardi, mi ritrovai in una remota località della Grecia, la stessa dove le mie ave erano fuggite, inseguendo il loro amore, credendo di aver fatto una scelta indipendente. In quell’ambiente idilliaco, dove pascolano soffici greggi, non avevo, però, trovato pace. Vivevo, insieme al mio sposo, in una dimora piuttosto primitiva: un’abitazione in legno, pietra e paglia. Ci ospitava, ci riparava dal sole e ci permetteva di cucinare, ma di certo non poteva offrirci più di quello. Un giorno decidemmo che la nostra vita da selvaggi era durata troppo. Ci trasferimmo più a sud in una casa vera, fatta di mattoni. Un notaio, piuttosto anziano, firmò il nostro atto d’acquisto. Mi chiese se fossi parente di una donna che portava il mio stesso cognome e che, molti anni prima, aveva acquistato quella stessa proprietà. Rimasi stupefatta ad ascoltare quel nome: era proprio mia nonna. Quella casa era la stessa che aveva comprato lei nel lontano 1946! Io non ne sapevo nulla; anche quella era stata una tremenda coincidenza. Tuttavia, mio marito ed io avevamo da poco avuto una bambina, avevamo bisogno urgente di una casa e non potevamo fare gli schizzinosi. Restammo dunque in quella dimora.

La mia bambina era così dolce, così simile a me… troppo simile a me! Avevo tanta paura per lei, avevo paura che la somiglianza dei nostri volti avrebbe garantito la somiglianza della nostra sorte. Non volevo che lei subisse una vita piena di orrende coincidenze come la mia.

Durante il soggiorno nella nuova casa, volli, come prima cosa, ridipingere la camera da letto. Adoravo la tonalità scura del blu di Prussia e decisi che avrebbe reso la camera più sofisticata. Iniziammo, con fatica, ad eliminare la carta da parati lasciata dall’ultimo proprietario dell’immobile. Mi vennero i brividi, quando, rimuovendo con cura lo strato, si mostrò, al di sotto, una parete dell’esatta tonalità di blu che avevo in mente! Corsi via da quella casa, urlando disperata. Mio marito mi seguì, per confortarmi e per convincermi a tornare dentro.

Dopo il crepuscolo, la nebbia calò. Ricopriva ormai i verdi pascoli montani, che dormivano come pecore, con lo sguardo a picco sul mare. L’umidità del luogo era opprimente e la foschia, densa e grigia, ricopriva ogni cosa. Penetrava attraverso le persiane di legno, invadeva ogni stanza e si stendeva sul pavimento. Quella notte, mi addormentai, sfinita. Avevo paura, paura di compiere una qualsiasi scelta, perché sapevo che sarebbe stata una coincidenza, che non sarebbe stata veramente una mia scelta. Più volte, durante il soggiorno in quella casa, ebbi l’impressione di vedere un’ombra che correva lungo i muri della camera da letto. Forse era soltanto suggestione, o almeno… così pensavo. Quella notte, però, mentre fissavo il soffitto, l’ombra mi apparve in modo più che palese: era una sagoma scura, gobba, femminile, che scivolava sinuosamente lungo le pareti. La fissai, terrorizzata. Era seguita dallo spettro di un animale, la cui forma non riuscivo a decifrare, ma il cui respiro sembrava riempire la stanza. Svegliai subito mio marito, ma era troppo tardi, l’ombra era scomparsa. Ne avevo abbastanza di quella casa!

Il giorno seguente, decisi di recarmi da una vecchietta, in paese. Avevo bisogno dell’aiuto di una di quelle donne che vendono rimedi di erbe, tolgono il malocchio o leggono le carte. E qui, in Grecia, di anziane simili ve ne sono molte. Giunsi in un vialetto, e lì, mi indicarono una signora. Questa mi fece accomodare e disse subito che avevo un aspetto orribile. A suo dire, la mia aura era negativa. Parlava inglese, anche se, talvolta, mormorava parole in greco, che io non ero in grado di comprendere. Prese una ciotola, dell’olio, una forma di pane, delle forbici e dei chiodi di garofano. Con gesti molto lenti e bizzarri, iniziò il suo rituale. Non appena versò l’olio nella ciotola colma d’acqua, la sua espressione si fece stupefatta. La vidi infatti segnarsi la fronte e sbarrare gli occhi. Non mi parve un buon segno. Con il volto solcata da rughe di preoccupazione, si apprestò ad incendiare i chiodi di garofano. Questi scoppiettarono, avvolti dalla fiamma, senza però consumarsi. La guardavo allarmata. Mi rivolse uno sguardo pietoso. Tentava di spiegarmi, nel suo inglese incerto, cosa stava accadendo: “Tu hai grandissima negatività intorno a te. Ultima volta ho visto cosa simile quarant’anni fa, ero giovanissima. Una donna venne da tuo paese e mostrava stessi segni di maledizione!”. Non la lasciai proseguire nel discorso, sapevo bene che si trattava, ancora una volta, di mia nonna. Corsi fuori da quella casa. Ero decisa a sfuggire al mio stesso destino; decisa a vivere la mia vita, non a replicare l’esistenza delle mie ave.

In una notte tempestosa, uscii di soppiatto dalla mia abitazione. Lasciai mio marito e la mia bambina dormire. Raggiunsi segretamente il molo, desiderosa di fuggire da quel paese e dalla mia stessa sorte. Mi sarei arrangiata da sola, sarei andata lontano e avrei cominciato una nuova vita, possibilmente quella che meno mi sarei aspettata di condurre. Speravo, in questo modo, di mettere fine a tutta quella maledetta pantomima. Mi trovavo a pochi passi dal burrone della pazzia, immersa in un pietoso stato di disperazione. Nella mia discesa verso il molo, m’imbattei in un’anziana donna, gobba, che mi fermò, implorandomi di aiutarla. La sua capra era rimasta incastrata tra alcuni rami, caduti per il forte vento. I tuoni si avvicinavano sempre più; non potevo perdere tempo ad aiutarla, o l’ultimo traghetto sarebbe partito. Le piccole imbarcazioni, infatti, non salpano se i marinai reputano che una tempesta è in arrivo. “Mi dispiace tanto, ma non posso proprio aiutarvi” mormorai. Ma la vecchia signora insisteva, tirandomi per gli abiti. Diceva di possedere soltanto quell’animale, e, se non l’avessi aiutata, sarebbe morto. Mi faceva una gran pena, ma avanzai nel cammino; non potevo davvero fermarmi ad aiutarla. Proseguii la mia discesa, voltandomi soltanto un’ultima volta, per guardarla. La donna mi fissò a sua volta, con occhi di fuoco. Imprecò contro di me, lanciandomi anatemi. Parlava in greco, ma stranamente, fui in grado di comprendere il significato di ogni aspra parola che mi aveva rivolto: “D’ora in poi, la stessa maledizione che ha colpito te, colpirà anche le tue discendenti. Che loro possano rivivere la tua stessa, misera vita!”. Detto ciò, rise e con molto sforzo tirò fuori la capra da quel cespuglio da sola. Improvvisamente compresi che quella era la fonte di tutti i miei mali: se mi fossi fermata ad aiutare quell’anziana, avrei spezzato l’incantesimo. Solo ora, riconobbi in lei l’ombra ricurva che vedevo in camera, seguita dalla capra! Era stata lei a maledire la mia trisavola, la mia bisnonna, mia nonna e tutte le loro discendenti! A me era stata offerta la possibilità di spezzare quel maleficio, ma io non lo avevo capito. Ora, anche le mie discendenti avrebbero subito la mia stessa triste sorte. Incapace di contrastare il corso degli eventi, mi gettai in mare, dalla scogliera, in preda alla disperazione e alla follia. Esattamente nel punto in cui lo aveva fatto mia nonna e chissà… forse altre mie parenti, prima di lei.