La Soglia Oscura
Misteri

LA PIETRA DI BEZOAR, ANTIDOTO TRA MITO E SCIENZA
di Antonella Astori

Tornando indietro nel tempo, in epoche più o meno antiche, si scoprono sempre storie affascinanti, dove anche la spiegazione più semplice può trasformarsi nella più magica e incredibile delle situazioni.
Avete mai sentito parlare della Pietra di Bezoar? Ebbene, non è altro che una massa solida e indigeribile che si forma nel tratto gastrointestinale di alcuni animali, come cervi, cammelli, pecore e capre. Essi producono questo “potente antiveleno”, proteggendosi così dai morsi dei serpenti velenosi. L’unica eccezione nota è il rarissimo e presunto letale veleno del Basilisco.
Studi moderni hanno dimostrato che questa sostanza contiene numerosi composti, tra cui preziosi fosfati capaci di agire sui sali arsenicali. Oggi è riconosciuta da medici e veterinari e ha l’apparenza di una pietra levigata, dalla forma arrotondata. Rompendola, è possibile osservare i diversi strati che la compongono.

Ma se vi dicessi che nel Rinascimento (1350-1600) e nell’epoca barocca (1600-1750) era considerata un potente talismano, capace di curare malattie e agire come antidoto universale contro tutti i veleni? Ci credereste?
Sembrerebbe infatti che, nonostante si tratti di un agglomerato di peli e fibre accumulati nello stomaco degli animali, questa sorta di sassolino venisse considerata un vero e proprio talismano, ritenuto dotato di proprietà curative.
Secondo la leggenda, i nomadi persiani chiamavano Pazahar una capra selvatica nel cui stomaco fu ritrovata per la prima volta la famosa pietra. L’idea era quella di grattugiarla e mescolarla con una bevanda (oppure ingerirla intera), così da neutralizzare gli effetti dei veleni, delle punture d’insetto e addirittura guarire dalla peste.

Naturalmente, il mondo del fantasy non si è lasciato sfuggire questo elemento: la Pietra di Bezoar è infatti presente nei romanzi di Harry Potter, dove viene descritta come antidoto contro i veleni magici. J.K. Rowling la cita già nel primo libro, durante una lezione del professor Severus Piton: “Dove guarderesti, Potter, se ti dicessi di trovarmi un bezoar?”. Compare anche in una lezione del professor Horace Lumacorno e, infine, viene utilizzata per salvare Ron Weasley ne Harry Potter e il Principe Mezzosangue, dopo che aveva ingerito del veleno.
Della Pietra di Bezoar si parla ampiamente anche in testi antichi seicenteschi, oltre che in una supplica manoscritta del 1794 con cui Giovanni Papasima, greco residente a Foggia, donò al re di Napoli questo talismano, chiedendo in cambio una masseria con l’obbligo di un canone annuo in denaro o prodotti agricoli.
Numerosi sono i libri che ne trattano: tra questi il Ghayat al Hakim (Il libro del saggio), scritto in Egitto tra il 1047 e il 1051, che descrive particolari sinergie tra piante, pianeti e pietre. Si ricordano inoltre il Trattato e il Compendio di Girolamo Chiaramonte: il primo dedicato a Lorenzo de’ Medici, il secondo al principe Tiberio Carafa.
Secondo Paolo Boccone, frate cistercense e botanico tra i più illustri della sua epoca, autore del libretto Della pietra Belzuar minerale siciliana, questa pietra era facilmente reperibile in Sicilia, sui monti delle Madonie. Nel volume è presente anche un’incisione che raffigura vari tipi di “minerale”, con superfici rugose o lisce e forme tondeggianti o oblunghe.
Le pietre di bezoar venivano vendute in Persia, ridotte in polvere, come antidoto contro i veleni. Il loro commercio si diffuse rapidamente in tutto il Medio Oriente, per poi arrivare in Italia e nel resto d’Europa. Erano vendute a caro prezzo dagli speziali e quindi accessibili a pochi. Il loro valore era dovuto anche alla difficoltà di reperimento: le capre che le producevano vivevano in regioni montuose delle Indie orientali e occidentali e nel Regno del Cile, luoghi difficilmente raggiungibili all’epoca.
Si racconta che fu somministrata persino al re Carlo II d’Inghilterra in punto di morte, ma senza alcun effetto: si attribuì il fallimento alla somministrazione tardiva. Un altro episodio riguarda Carlo IX di Francia, che fece testare la pietra su un cuoco condannato per furto, dopo avergli fatto ingerire un veleno: anche in questo caso, l’uomo morì e si diede la colpa alla quantità eccessiva di veleno.
Per aumentarne il potere, vi fu addirittura chi fece realizzare calici scavandoli direttamente nella pietra di bezoar.

Si pensa che il nome Bezoar possa derivare da Belzebù, il diavolo, forse per suggestione dei presunti poteri straordinari a essa attribuiti, ma anche dal persiano padzahr, che significa “protezione contro il veleno”. La pietra veniva incastonata in coppe, gioielli e amuleti: si credeva che immergendola in una bevanda questa si purificasse dai veleni.
Oggi questi piccoli calcoli, rotondi e raggrinziti, vengono conservati in diverse collezioni scientifiche. In Italia si trovano, ad esempio, nella sala dedicata alla storia della medicina antica presso il Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria.