La Soglia Oscura
Racconti

LA SCORCIATOIA PER IL RITORNO
di Giulia Scicchitano

Prima di addentrarvi nella lettura, lasciatemi dire che questo racconto è ispirato a un fatto realmente accaduto a mio nonno, che purtroppo non ho mai conosciuto.
Mi hanno raccontato più volte che nonno, ogni sera, si trovava ad attraversare i boschi dell’Appennino tosco-romagnolo, tornando dalla casa della sua fidanzata – mia nonna. Nel suo tragitto, diceva di non essere solo: una bianca signora, evanescente, lo accompagnava senza parlare. Arrivava con lui fino al limitare del bosco, poi… svaniva. Questi fantasmi vengono chiamati dame bianche. A volte si mostrano benevole, altre volte sono spietate. Mio nonno, senza saperlo, ne aveva descritta una, senza avere nessun tipo di conoscenza delle leggende su queste creature. Cercando meglio, ho scoperto che in quei luoghi il folklore germanico ha resistito al tempo. Non so dire se questa storia sia vera o no, ma me la raccontarono alcuni parenti dopo la sua morte. Nonno non voleva si sapesse in giro; aveva confidato questo fatto solo a poche persone fidate. È una storia strana, una di quelle che fa salire i brividi lungo la schiena, così mi sono ispirata a questo per scrivere il racconto che segue. Ora, mettetevi scomodi… immergiamoci nella narrazione.

Capita a tutti, di tanto in tanto, di avere dei presentimenti. Quelle volte, una piccola voce interiore, totalmente irrazionale, ci suggerisce di non fidarci di qualcosa o di qualcuno. Accade perlopiù quando una situazione, inconsciamente, non ci convince. Più volte, nella mia vita, sperimentai quell’assurdo stato d’animo; un’improvvisa angoscia mi suggeriva di evitare certi posti in determinati momenti. Fin da piccolo avevo imparato ad ascoltare il mio istinto; mi aveva salvato molte volte! Ecco, infatti, ciò che accadde la sera in cui, poco più che bambino, ignorai quel prezioso, irrazionale monito.
Io ed il mio amico James tornavamo ogni sera dal paese, sempre in tempo per la cena. La nostra casa sorgeva in una località piuttosto isolata, in campagna. All’epoca avevo circa dodici anni e James doveva compierne nove. Ogni giorno, passato il crepuscolo, ci trovavamo a percorrere una stradina stretta, circondata dalla boscaglia. Poco più avanti, quell’angusta via si divideva, portando ognuno di noi verso la sua casa. Proprio lì, al bivio, ogni sera ci salutavamo. James svoltava a destra e io a sinistra. Il giorno dopo ci rincontravamo al medesimo incrocio, per tornare in paese assieme. Ma c’era un problema: la suddetta stradina si divideva soltanto dopo aver superato il cimitero. Non si può dire che quest’ultimo fosse grandissimo: era poco più di un modesto cimitero di campagna; una distesa erbosa, coperta da storte lapidi di pietra, molto umida e spesso, solcata dalla nebbia. Era evidente a tutti; la via più rapida per tornare a casa era quella che tagliava dentro il cimitero, attraversandolo. Io e James, tuttavia, eravamo terrorizzati da quel luogo. Pertanto, allungavamo il tragitto; ci giravamo intorno, costeggiando il muro perimetrale, senza mai entrarvi. Quel piccolo muricciolo decadente, poco più basso di noi, si stagliava sulla destra, ricoperto di ortiche. Tutte le sere, a passo svelto, tra la nebbia, percorrevamo quel tratto di strada, senza mai gettare lo sguardo al di là del fatidico muro, per paura di intravedere il campo santo nella notte. Quando rincasavamo, però, le nostre madri ci sgridavano per bene; eravamo infatti sempre in ritardo, a causa di quel nostro vizio di evitare la scorciatoia. Le nostre famiglie non capivano la nostra riluttanza. In quel tratto di strada era frequente imbattersi in lupi che scendevano a valle. Era, in effetti, molto più sicuro attraversare il cimitero, ben protetto da mura e cancelli di ferro.

C’è da dire anche che, di solito, le tombe non mi impressionavano, eppure, in quel luogo regnava una strana atmosfera. Qualcosa lo rendeva decisamente poco piacevole ai miei occhi, anche se non sapevo dire esattamente cosa. Una sera discorrevo con James: perché mai lo attraversavamo di giorno, ma non di notte? Potevamo tentare. Cosa mai sarebbe potuto accadere? Ricordai ciò che amava ripetere mia nonna: “E’ dei vivi, non dei morti che devi avere paura! I fantasmi esistono soltanto nelle nostre menti!”. Aveva ragione. Dovevamo farci coraggio, dovevamo provare a superare quello sciocco timore!

Quella sera stessa, di comune accordo, ci decidemmo a tentare l’impresa. Camminavamo veloci, lungo la solita, triste mulattiera. Il freddo ci avvolgeva le ossa e ci annebbiava la mente. Ben presto, una strana sensazione mi colse alla bocca dello stomaco: un presentimento oscuro, indefinibile, mi frenava. Qualcosa di cui non sapevo dire il nome mi ammoniva di non proseguire oltre. Esitammo per qualche istante dinnanzi al tetro cancello di ferro battuto del campo santo. Eravamo davvero sicuri di voler entrare? In quell’esatto momento, bestiali lamenti si levarono nell’aria: erano lupi che ululavano alla luna, ed erano vicini! Ci guardammo intorno, terrorizzati. Non volevamo finire sbranati. In quel buio, non avremmo avuto alcuna possibilità: eravamo prede facili. “I lupi, nell’oscurità, vedono benissimo. Hanno sensi molto più acuti dei nostri!” sussurrai a James. Sarebbe bastato un balzo per sorprenderci alle spalle, trascinarci tra gli arbusti e banchettare dei nostri corpi. Nessuno ci avrebbe più trovati nel fitto e intricato bosco. Restammo immobili, nel timore di essere già braccati. Poi, d’improvviso, il coraggio si impadronì dei nostri esili corpicini e finalmente entrammo nel cimitero, chiudendo il cancello dietro di noi. La paura di qualcosa di più tremendo ci aveva spinti oltre ogni preoccupazione.

Scoprimmo presto di aver fatto la scelta giusta: un secondo di esitazione in più e saremmo finiti sbranati. Un lupo ci aveva seguiti fino alla soglia e ora ci fissava da dietro le inferriate, ringhiando rabbiosamente. Con un po’ di volontà avrebbe potuto tranquillamente scavalcare quel piccolo cancelletto. Restammo paralizzati dalla paura. Non muovemmo un muscolo, nel terrore che ci seguisse. Nella debole luce scorsi James: pregava. La bestia famelica ci osservò a lungo, poi sembrò guardare oltre, nel nebbioso vuoto alle nostre spalle. Infine, si voltò, con la coda tra le gambe, e con un guaito lamentoso tornò da dove era venuto. Il suo comportamento ci parve strano, ma in quel contesto era meglio non farsi troppe domande. Dopotutto, avevamo fatto bene a seguire i consigli delle nostre madri! Il cimitero era un luogo relativamente piccolo, chiuso ed isolato, lontano dalle porte del paese, separato dal bosco… Avvertii nuovamente un bruciore allo stomaco; più riflettevo e più quella sensazione cresceva. Essendo il campo santo così isolato, se qualcosa fosse andato storto, nessuno avrebbe potuto soccorrerci. Decisi allora che era meglio non pensare, per non indebolire ulteriormente lo spirito.

A quel punto, non avendo altra scelta, ci voltammo per proseguire lungo la via che tagliava il cimitero. Intorno a noi, silenzio e foschia. Una nebbia fitta, lattiginosa, stagnava all’altezza delle nostre caviglie. Chiacchieravamo per passare il tempo ed evitare di prendere coscienza del luogo in cui ci trovavamo. James tremava ancora per la vista del lupo, ma fingeva di star bene. Io tentavo di fargli coraggio, quando in realtà avrei avuto io stesso bisogno di rassicurazioni. La nebbia serpeggiava pallida fra le tombe. Poi si fermava all’improvviso, quasi fosse viva, addensandosi in banchi. La mia mente di bambino già si figurava i morti risorgere dai sepolcri per venirci incontro, avvolti nei loro umidi sudari.
Eravamo ormai a metà del percorso, quando una sagoma bianca si materializzò davanti a noi. Giuro su ciò che ho di più caro: scorsi chiaramente una figura umana piegarsi dietro una lapide, poi raddrizzarsi, mostrando una gobba. James intercettò il mio sguardo inquieto, fissò il mio stesso punto e una smorfia di terrore gli deformò il volto. Iniziò a correre. Corsi anch’io, senza una meta, solo via, più veloce che potevo.

Quando pensammo di aver seminato quell’essere, ci voltammo, ansimanti. E, con mia sorpresa, ci accorgemmo che ci eravamo ingannati: quella figura non era umana. Si stava scomponendo, smaterializzando, davanti ai nostri occhi. Era solo foschia. Il suo addensarsi in forme tanto peculiari ci aveva illuso. D’altronde, ognuno vede ciò che si aspetta di vedere. Ci tranquillizzammo un poco; eravamo stati dei fifoni, vittime della nebbia e dell’immaginazione.

Avanzavamo a passo svelto, ormai a non più di mezzo chilometro dall’uscita. I nostri occhi scrutavano in ogni direzione, sospesi tra la speranza di non vedere nulla e il timore di scorgere qualcosa. Poco dopo, un’ombra nera ci sfiorò il capo e si posò sull’albero davanti a noi, costringendoci a fermarci di colpo. Nel farlo, emise un grido disumano, straziante, simile a quello di un maiale sgozzato, ma più stridulo, più arcigno. La sagoma dagli occhi rossi, si accovacciò su un ramo. James ricominciò a correre, atterrito. “Una strega! Una strega!” gridava. In quella nebbia fitta, era difficile distinguere le forme, ma io ero certo della natura di quell’essere. “James, fermati! È solo un barbagianni!” urlai rincorrendolo. Il piccolo, tuttavia, non voleva sentire ragioni. Dovetti afferrarlo per la manica della giacca e trascinarlo sotto l’albero. Lo costrinsi a guardare il rapace. “Ecco, vedi? È solo un barbagianni, più spaventato di te!” – dissi, per rincuorarlo. James fissò l’animale con il panico negli occhi e lo stesso fece quella povera bestia. “Ti prego, non proseguiamo. C’è troppa nebbia… aspettiamo che si alzi un po’. Non vedo niente, ho paura!” esclamò il mio piccolo compagno, supplicandomi. Acconsentii. Sapevo che si sarebbe trattato soltanto di una breve sosta: la nebbia correva veloce. “E va bene!” risposi. Il piccolo James era molto stanco e si sedette sui gelidi gradini di marmo di una graziosa cappella funeraria. La luce della luna, riflessa nella foschia, ne disegnava i contorni: era una costruzione esile, dal portico candido e dal tetto a spiovente, simile a quello di una casa. Offriva un confortevole rifugio contro le paure di James. Il piccolo si guardò le ginocchia. “Sono tutte nere, mamma mi ucciderà! Le puoi pulire col tuo fazzoletto?” mi chiese. “Ma certo! Vieni qui!” risposi. Mi sentivo responsabile per quel piccolo bimbetto che era con me. Trassi il fazzoletto dalla tasca, ma un’improvvisa fitta allo stomaco mi mozzò il fiato. La testa si fece leggera; qualcosa mi suggeriva che era il caso di andar via, subito. Rimossi rapidamente la fuliggine dalle ginocchia del mio amico. “Dai James, andiamo. Se restiamo ancora torneremo a casa troppo tardi!” esclamai. Lui, però, cominciò a fare storie; aveva troppa paura per muoversi. Cercai di convincerlo, poi lo strattonai, tentando di farlo avanzare. Ma lui si dimenò e finì per urtare il portone della cappella. Un cigolio ci raggelò: la pesante porta di ferro del sepolcro si scostò un poco, aprendosi. Mi feci il segno della croce; non era nostra intenzione disturbare il sonno dei morti. Mi avvicinai per chiuderla, ma il battente era bloccato. Solo allora notai, all’interno della tomba, un piccolo lume. Illuminava quello che credevo essere un sarcofago marmoreo, scolpito. Guardai meglio, preso da lugubre curiosità e la sorpresa mi tolse il fiato: non era affatto una scultura! Una bellissima ragazza dai capelli ondulati e scuri giaceva stesa sopra il suo sepolcro. Doveva essere deceduta da poco! Il suo viso conservava una grazia irreale. Il suo pallore, così accentuato, aveva ingannato la mia percezione, facendomi credere che fosse pietra. Che tragedia doveva essere stata: una giovane tanto bella, nel fiore dei suoi anni, privata prematuramente della vita! Eppure, dal sepolcro proveniva un tanfo acre, pungente. Un odore di tomba antica, di anni di marciume, terra umida e polvere, in contrasto con la purezza e la sacralità del luogo. Com’era possibile? La cappella sembrava vecchia di secoli, eppure la fanciulla era lì da poco, unica defunta al suo interno. Come poteva il corpo essersi conservato così bene? Perchè mai giaceva sopra il suo sarcofago, e non dentro? Mi sembrava un modo alquanto macabro di seppellire una fanciulla! Allora ricordai una voce di paese: i vecchi dicevano che il corpo dei santi non si corrompe mai. Forse… quella giovane era una santa. La sua bellezza sembrava confermarlo. Il piccolo lume lasciava intravedere le uniche aree vivaci del suo incarnato: il colorito roseo delle sue guance e il rosso cremisi delle labbra appena dischiuse. La donna sembrava riposare senza turbamento, serena, pacifica. Alzai lo sguardo sull’architrave. Una lastra marmorea, usurata dal tempo, riportava un’epigrafe: “Qui giace una madre che abbandonò i suoi figli nella neve, per vendicarsi del marito infedele. Pentita, cercò di riaverli, ma li trovò morti. Impazzita, rapì i bambini del villaggio, per adottarli come suoi. Morì nel 1797. Perdoni Dio ciò che gli uomini non hanno saputo perdonare. Doni il Signore pace ai tormenti di questa povera folle”. “Altro che santa!”- pensai, mentre mi immobilizzavo, indeciso su cosa fare.

Mi avevano insegnato a non turbare mai la pace dei morti, e che ogni torto andava riparato. Tentai più volte di richiudere la porta della tomba, ma era troppo antica, troppo pesante. Non riuscivo a farla tornare al suo posto. Temevo che la fanciulla, in qualche modo, si sarebbe risentita per quell’incidente. Tentai un ultimo sforzo, ma ancora nulla. Il portone restò socchiuso. In quel preciso istante, avvertii un movimento flebile, quasi impercettibile, simile al battito d’ali di una farfalla. Guardai per l’ultima volta attraverso lo spiraglio nel portone. La luce argentea della luna filtrò da una fessura, illuminando il volto della donna. Giaceva indisturbata, ma qualcosa era cambiato: sì, i suoi occhi ora erano aperti! Corsi, sollevando James tra le braccia, con tutte le forze che avevo. Nella disperata fuga, ci voltammo indietro una sola volta, per assicurarci di non essere seguiti. E fu allora, che la scena che si dispiegò davanti a noi, mi fece gelare il sangue. La donna, ora in piedi, emergeva dalla tomba. La sua figura eterea sembrava scivolare fuori dal sepolcro, attraversando il portone socchiuso con una fluidità innaturale. Mai avrei creduto che un corpo umano potesse passare da un varco tanto stretto, da un interstizio tanto sottile! Eppure, lei lo faceva. La sua presenza, spettrale e silenziosa era raccapricciante per due giovani spiriti come i nostri. Avanzavamo con membra tremanti, spinti dalla disperazione. Ma i nostri occhi si erano ormai fissati su quella visione funerea che, con un sorriso gelido e inquietante, si faceva sempre più vicina. Camminava senza sforzo, come se fluttuasse. Il sudario bianco strusciava lentamente sul terreno. Non avevamo mai visto nulla di simile. Il suo fascino era pietrificante, ma, al tempo stesso, mortale. James aveva smesso di piangere e anche il mio animo si era placato. Incapaci di resistere a quell’essere candido, rallentammo, fino a fermarci. I nostri sguardi rimasero fissi sul suo. Mio nonno, un tempo cacciatore in quei boschi, raccontava spesso di “dame bianche”: fantasmi di donne bellissime, con vesti candide, spesso molto gentili, ma alle volte, spietate. Mi raccontava di una signora senza corpo, vestita di neve, che lo accompagnava, ogni sera, attraverso il bosco. Lo scortava senza parlare, finchè lui non giungeva al di là della selva, in paese, dove andava a trovare la fidanzata, che poi sarebbe divenuta mia nonna. La nonna, però, non credeva a queste storie, ed io stesso non avevo mai dato loro peso. Eppure, ora sapevo che erano vere! La dama argentata, con un gesto impercettibile, ci invitò a seguirla. Passo dopo passo, James ed io giungevamo sempre più vicini a quella visione, come marinai che si gettano in acqua al richiamo fatale di una sirena. Percepivo il tremore di James, sentivo il suo respiro affannoso nel buio.

L’apparizione ci guidò verso una piccola scala di pietra. Conduceva ai piedi della statua di un angelo, la cui mano reggeva una lanterna. Improvvisamente, dal cielo, iniziò a scendere nevischio leggero. Non abbastanza per coprire le strade, ma sufficiente a stendere una coltre bianca su quella distesa di tombe. Sull’altura dove ci trovavamo, le lapidi erano più vecchie, coperte di muschio e in uno stato di totale abbandono. La dama ci indicò un sepolcro. Sulla pietra, erano incisi due nomi. Le date di morte, troppo premature, lasciavano intendere che fosse il giaciglio eterno di due bambini. Capimmo che dovevano essere i suoi figli, quando lo spettro, piangendo, finse di cullare qualcosa tra le braccia. Un’orribile intuizione attraversò la mia mente: avrebbe potuto rapire anche noi, come aveva fatto con i piccoli del villaggio. Il suo sguardo si fece cupo ed io compresi che il suo scopo era proprio quello. Ci avrebbe portato con lei nelle sue peregrinazioni notturne e noi eravamo incapaci di rifiutare, soggiogati dal suo carisma. Il suo volto si fece più risoluto e le dolci guance lasciarono il posto ad una smorfia orrida. Le sue mani, tese come rami secchi, si prepararono a raggiungere i nostri polsi. Provai una sensazione che andava oltre il panico. Nessuno poteva udirci, intrappolati in quel silenzio tombale. In quell’istante, un rumore si distinse: era il suono di passi animali, frettolosi, che si avvicinavano a noi. Io e James eravamo in terra, incapaci di alzarci, rassegnati al nostro destino: la donna ci avrebbe preso.
Di colpo, una figura sbucò dall’oscurità. Con un grande balzo, attraversò le lapidi e atterrò sopra di noi. Ci ritrovammo, senza preavviso, tra le zampe di un enorme lupo nero. L’animale ringhiò contro lo spettro, con tutto il fiato che aveva in corpo, appiattendo il petto contro le nostre teste e inarcando la schiena. La sua furia demoniaca e le sue zanne spaventose scacciarono la donna all’istante. La nostra paura, tuttavia, non si dissipò del tutto: il piccolo barlume di raziocinio che ci era rimasto in corpo, iniziò a suggerirci un’idea orribile: forse, il lupo, ci stava reclamando come prede! Eravamo stremati, tremanti, incapaci di reagire, intrappolati in quel paesaggio surreale, bianco di lapidi e nevischio e nero di tenebra. Ci abbandonammo a terra, perdendo ogni speranza. Il nostro destino sembrava segnato. Chiusi gli occhi e pregai in silenzio, implorando che il buon Dio mi togliesse la coscienza, per non dover sentire le zanne che mi avrebbero strappato la carne. I miei muscoli irrigiditi dal freddo e dalla paura si fecero pietra. Il caldo fiato dell’animale sfiorò la mia schiena. Rimasi immobile, nel terrore assoluto, fino a quando sentii un guaito. Aprii gli occhi, incredulo: il lupo ci aveva salvati! Ci teneva tra le sue zampe con delicatezza, leccandoci amorevolmente. Lentamente, si distaccò da noi, dirigendosi verso una pietra vicina. Poi, con un balzo ritornò, trasportando tra le fauci due cuccioli. Era una lupa! Ci aveva accolti tra la sua cucciolata e ci proteggeva con tenerezza. Per un po’, non ci muovemmo, ma ogni volta che provavamo ad alzarci per tornare a casa, l’animale ci bloccava con versi di ammonimento. Poi, quando ritenne che fosse il momento adatto, la lupa ci spinse col muso, incitandoci a rialzarci. Ci seguì per un poco, come una madre premurosa e ci indirizzò verso un gruppo di tombe più modeste. Davvero non riuscii, sul momento, a comprendere il motivo di quel gesto, ma la fiducia che avevamo riposto nel suo istinto era cieca. Tra queste croci lignee, per nostra fortuna, incontrammo una signora, vestita con una lunga parannanza bianca. Il suo aspetto era simile a quello delle tipiche donne di paese, il suo volto emanava una dolcezza e un’accoglienza, che ricordavano quelle di una nonna. La tenera vecchietta ci fece cenno di seguirla: “Via, via ragazzi è pericoloso qui! Da questa parte!”. Io e James, non avevamo altra scelta che quella di fidarci dell’istinto della lupa. Seguimmo la donna.

Questa ci guidò fino all’ uscita del cimitero. La foschia era così densa, che non potevo distinguere il volto della nostra benefattrice, e, a malapena riuscivo a scorgere quello di James. Lungo la strada, la signora parlò molto, con tono gentile, cercando di tranquillizzarci. Ci accompagnò fin sotto la porta di casa mia. James, quella sera, avrebbe dormito da me; avrei telefonato più tardi ai suoi genitori per avvisarli. Non volevo, non potevo, mandarlo a casa in quello stato! La gentile vecchietta, ci salutò, consegnandoci a mia madre, sull’uscio, ma, quando ci voltammo per ringraziarla, era… scomparsa tra la nebbia.