La Soglia Oscura
Racconti

LUGUBRE DANZA DELLA LUNA SUL LAGO
di Giulia Scicchitano

Da sempre, nelle terre che circondano il nostro misero borgo, una leggenda aleggia come un’ombra: quando sul lago si riflette un’eclissi di luna, o quando il vento di levante soffia con rabbia, il male si avvicina. E ogni volta che ciò si è verificato, gli anziani narrano di eventi nefasti: sparizioni misteriose, tragedie inenarrabili, il crollo di intere dimore e talvolta, persino pestilenze mortali. Ma, come ben sanno i più scettici, la gente del paese è devota alle superstizioni: malocchi, maledizioni e presagi. Io non ritenevo che quelle storie meritassero attenzione. Tuttavia, ogni volta che i vecchi aprivano le labbra per raccontare, il male assumeva volti diversi, sempre più inquietanti. Ma come avrei potuto credere a simili fandonie?

Una fresca sera d’aprile prometteva uno spettacolo sinistro: la luna sarebbe scomparsa dietro il velo dell’eclissi. Il paese era in subbuglio: quella notte, la luce avrebbe ceduto al morso dell’ombra. Il chiarore del crepuscolo, tremulo e incerto, stava appena cominciando a svanire, come se non volesse arrendersi del tutto al buio che avanzava. Alle otto la notte calò, con la pesantezza di un sipario funesto, avvolgendo il borgo in una cupezza soffocante. Fin da bambino, un’inquietante sensazione di angoscia mi accompagnava ogni sera, subito dopo il tramonto; un malessere che non trovava spiegazione, un’impercettibile morsa all’anima. Ma quella notte, quella sensazione era ancora più intensa, come se qualcosa di oscuro, di premonitore, stesse per accadere. La gente del paese, con il volto teso dalla paura, si affrettava a rincasare. I loro occhi, colmi di terrore, sfuggivano al lago, temendo di incrociare il riflesso dell’eclissi e dei malefici imperscrutabili che portava con sè. D’altronde si sa… nei villaggi le superstizioni non muoiono mai. Le strade, di solito animate, giacevano desolate. Le anime che ancora osavano camminare fuori si contavano sulle dita di una mano. Mi spinsi oltre la collina che sovrastava il lago, mosso da una curiosità oscura, quasi morbosa. Desideravo scrutare quel riflesso proibito, quella visione che i più temevano. Non ero attratto tanto dal raro fenomeno naturale, quanto dal più primitivo dei sentimenti umani: la paura. Ne ero ossessionato. Volevo studiarla, comprenderla nei suoi meandri più reconditi, come un entomologo osserva il suo insetto esotico. Mi aveva sempre affascinato come l’uomo, pur dichiarandosi razionale, fosse capace di ricercare bramosamente il terrore più sublime. Solo l’essere umano, infatti, concepisce storie di orrore per diletto, ed è l’unico che trae piacere dalla propria angoscia. E poi, c’era la superstizione, quell’oscuro veleno che contamina le menti. Quella notte, avrei osservato anche quella, sperimentando in prima persona. Volevo capire se un uomo di ragione, come me, potesse, pur nel suo scetticismo, essere sopraffatto dalla suggestione.

Il lago si presentò come al solito, avvolto in una desolazione lugubre. Non c’era alcuna luce artificiale a scalfirne l’oscurità, né anima viva lungo le sue sponde. La mia unica compagna era l’aria gelida che penetrava la pelle. Il vento, salito da poco, cominciava a gonfiare l’acqua. La nebbia, lenta e silenziosa, si alzava dal fondale, come un velo spettrale e cuciva nell’aria figure pallide, bianche, simili a vesti danzanti di donna. E poi, finalmente, la luna si oscurò. Alle 20:35 esatte, l’eclissi si consumò e il suo riflesso si allungò sull’acqua come un oscuro presagio. Un’orribile bellezza, che i superstiziosi paesani si stavano perdendo, ignoranti di quanto potesse essere sublime il male.

Conoscevo bene il potere della superstizione. Sapevo come una credenza potesse affermarsi con la sola forza dell’immaginazione. La teoria della profezia che si auto-avvera non mi era estranea: bastava crederci con abbastanza convinzione, per renderla realtà. Io, giovane psicanalista di paese, avevo studiato a lungo questi fenomeni. L’essere umano è ipocrita per natura; si proclama razionale, ma, sotto la superficie, è il più fantasioso e vulnerabile fra le creature di Dio. Tutti fingono di aver superato le paure infantili, ma spesso mi capitava di ascoltare pazienti che ammettevano, imbarazzati, di temere ancora la presenza di mostri sotto il letto, o nel buio dell’armadio. Sapevo bene che le paure più profonde non erano che desideri inconfessati, richiami insidiosi della tentazione. Come soleva dire il mio professore di arte, Eros e Thanatos, Amore e Morte, sono due facce della stessa medaglia. Gettai un’occhiata all’orologio: erano ormai le nove. Presto sarei dovuto tornare a casa. Tuttavia, mi lasciai rapire ancora per un attimo dalla bellezza spettrale del lago.

Sulla via del ritorno, immerso in una nebbia così impenetrabile da sembrare un velo, caddi rovinosamente, slogandomi una caviglia. Non sapevo dire se fossi inciampato su un masso o su qualche altro ostacolo invisibile, ma il dolore mi travolse come un’onda gelida. “Ecco… – dicevo tra me e me – Se fossi stato un uomo superstizioso come tutti loro, avrei pensato che questa sventura fosse la conseguenza di quell’insolito fenomeno celeste.” Ma io non credevo in tali sciocchezze, eppure… una parte di me avvertiva l’ombra del dubbio, pronta a insinuarsi nella mente. Fortunatamente, avevo acquisito qualche rudimento di medicina da un amico chirurgo, così, giunto a casa, mi fasciai la caviglia. Cenai in fretta, poi cercai rifugio tra le pagine di un libro, nel buio penetrante del mio studio, rischiarato solo dai bagliori tremuli del camino. Ma la mia concentrazione veniva continuamente spezzata dal fragore del temporale che infuriava all’esterno. Nella solitudine di quella stanza, ogni suono sembrava amplificato in modo grottesco, come se i miei sensi si fossero affinati. Il fruscio delle fiamme nel camino, il tuono che rimbombava secco e grave, persino il soffio del vento: tutto mi infastidiva, mi innervosiva. Il soffitto scarno sopra di me divenne un limite insopportabile. Le tende si muovevano come spettri, danzando tra gli spifferi con una grazia inquietante. Dal muro, il quadro di quel bambino triste sembrava fissarmi, penetrandomi l’anima con uno sguardo che non riuscivo a ignorare. Poi, c’era quel dannato orologio, col suo incessante, intermittente ticchettio. Ogni battito del suo cuore metallico sembrava rivelare la mia crescente ansia. Una sensazione di inquietudine si impadronì di me, radicandosi nel mio petto con una forza inaspettata. Non riuscivo a capire cosa fosse, ma la sua presenza era palpabile e mi sentivo impotente contro di essa.

Mi ritrovai a riflettere sull’origine della mia insonnia. Era come se una strana ansia esistenziale si fosse infilata dentro di me. In quel momento, mi ricordai delle pratiche di autoipnosi che insegnavo ai miei pazienti. Decisi allora, di metterle in pratica su me stesso, nella speranza di trovare un po’ di pace. Mi lasciai andare in quello stato ipnotico, sperimentando il vuoto e la stordita sensazione di abbandono per una buona mezz’ora. E fu allora che cominciai a udire qualcosa. Un rumore, dapprima lontano, come un sussurro nell’ombra, poi sempre più vicino: il suono di tamburi africani. Il loro ritmo grave, pulsante, sembrava avvicinarsi, come se si stessero preparando ad accogliere la mia anima. Subito dopo, udii voci di donne; cantavano in una lingua che non comprendevo. Le tende si muovevano ancora, come se danzassero al ritmo di quella melodia, trasportate da una forza che non riuscivo a spiegare. E così, dopo un tempo che sembrava dilatarsi in un limbo interminabile, caddi nell’oblio del sonno, sfinito e confuso, ancora vestito, adagiato sulla poltrona. Dormii a lungo, sì, ma senza trovare pace. Più volte, nella notte, mi svegliai. Avevo l’impressione di udire rumori di legno e metallo che sbattevano l’uno contro l’altro. In più occasioni tirai su la vecchia coperta di lana, che continuava a cadere, e, dopo averlo fatto, mi riaddormentavo come un bambino. Di tanto in tanto, però, mi pareva di udire ancora quei rumori, dopotutto, il mio sonno era leggero.

La mattina seguente, mi svegliai di buon’ora, ahimè con un torcicollo molto fitto, quasi insopportabile. Non avrei dovuto dormire sulla poltrona – pensai. Sentivo i brividi addosso e un’intensa sensazione di debolezza. Probabilmente avevo soltanto bisogno di un caffè, molto forte. La nottata era stata infernale, a causa di quella tempesta. Ricordavo di aver fatto incubi. Sì, e anche molto impressionanti! In uno di questi, avevo trovato un signore assassinato in casa mia, nel salone. Avvicinandomi, poi, mi ero accorto che l’uomo defunto, sul tappeto insanguinato, aveva le mie sembianze. Ma ora non c’era tempo di pensare a quelle tetre fantasie notturne, dovevo andare avanti con la mia giornata! Mi stropicciai gli occhi e, zoppicando, raggiunsi la cucina per farmi un caffè doppio. Guardando verso destra, notai che la finestra della stanza, era, con mio stupore, spalancata. Il forte vento della notte doveva aver forzato la serratura. Questo spiegava i rumori metallici che avevo sentito durante il sonno. La richiusi, era tardi. La caviglia mi doleva moltissimo, ma dovevo lavarmi almeno il viso; quel giorno avrei ricevuto una paziente nuova. Fu soltanto più tardi, in bagno, che, allungando il braccio per prendere la lametta da barba, notai, sopra il colletto della camicia, qualche goccia di sangue. Spostando il tessuto, rimasi stupito dalla vista di due piccoli fori, impressi nel mio collo. Era esattamente in quel punto della gola che avvertivo dolore; dunque, non si trattava di una contrattura muscolare. Uno di quegli schifosi ragni doveva avermi punto di nuovo, mentre dormivo. Disinfettai prontamente la ferita. Il pallore sul mio viso era più accentuato del solito e il caffè non sembrava avermi aiutato molto.

Qualche ora più tardi, nel mio studio, fece il suo ingresso una giovane donna. Indossava un lungo abito color malva, che ondeggiava ad ogni suo passo come nebbia al suolo. Era lei, la nuova paziente che attendevo: la signorina Heller. Dopo un breve colloquio, potei già constatare che il suo male era di natura nevrotica. Riferiva di incubi ricorrenti, nei quali si vedeva trasformata in una creatura mostruosa, furiosa, distruttrice; eppure, nell’aspetto, appariva fragile e gentile, tanto da sembrare prossima a spezzarsi. Probabilmente, nei suoi sogni si manifestava il lato oscuro, che, nella veglia, reprimeva con tutte le sue forze. Sosteneva che il suo destino fosse nelle mie mani. Mi raccontò, con voce tremante, di una forza nera che, a poco a poco, stava prendendo possesso di lei. Vi era poi un’ossessione ricorrente: l’acqua. Ripeteva spesso che il suo riposo era turbato da presenze liquide, invisibili, che parevano volerla trascinare altrove. Devo ammettere che la stranezza del caso destò in me un’inquieta curiosità. Si era persuasa che solo io avrei potuto salvarla. La seduta, tuttavia, si concluse senza che io riuscissi a trovare una chiara spiegazione ai suoi tormenti.

I giorni, nel paese assopito, scorrevano lenti, uguali, come sospesi in un tempo immobile. Le mie occupazioni si erano ormai esaurite e in quel periodo i pazienti erano rari come spettri, così mi ritrovavo a dedicare lunghe ore allo studio del caso della giovane Heller; così singolare, così inquietante. Erano trascorse due settimane dall’ultima volta che l’avevo incontrata. Al nostro terzo colloquio, la signorina Heller si presentò ancora più pallida, avvolta nello stesso abito consunto, che sembrava aver assorbito tutta la luce del giorno. Mi confidò, con voce velata, che gli incubi la perseguitavano senza tregua e ripeté ossessivamente che il suo riposo era turbato dal continuo scorrere dell’acqua. Alle mie domande non dava risposte dirette: si perdeva in frasi sconnesse, sussurrando che il suo destino riposava nelle mie mani e che temeva per la salvezza della propria anima. Annotavo tutto con diligenza, cercando disperatamente di gettare luce su quel dedalo oscuro; riconsultavo gli antichi scritti di Freud, nella speranza che vi fosse traccia di un caso analogo. Nel frattempo, mentre i giorni scivolavano via, spenti e gravosi, anche la mia salute si andava lentamente corrompendo, sebbene la ferita alla caviglia fosse ormai del tutto guarita. Il mio sonno, una volta profondo e sereno, si era fatto inquieto: più volte, nella notte, mi destavo in piedi, nell’atto inconsapevole di spalancare la finestra. Pensai che la mia mente, nei suoi recessi più oscuri, stesse tentando di comunicarmi un bisogno disperato di fuga. Forse una fuga dalla realtà soffocante di quel borgo dimenticato. Del resto, presto avrei aperto uno studio in città, lasciandomi alle spalle quelle ombre.

Un martedì mattina, mentre esaminavo la scheda degli appuntamenti, mi accorsi che la mia paziente tanto singolare, la signorina Elsa Heller, non si era più presentata. Sembrava essere svanita nel nulla. Non aveva lasciato alcun contatto, eppure, il suo cognome mi suonava stranamente familiare. Era identico a quello di una mia cugina di secondo grado, che non avevo mai conosciuto di persona e della quale non riuscivo nemmeno a ricordare il nome. Era morta molti anni prima, quando io ero ancora un bambino, vittima di una tragedia familiare che mia madre rammentava spesso. Curioso, mi immersi tra i vecchi documenti di famiglia, più per saziare una strana inquietudine che per un reale bisogno. E la ricerca, con il suo carico di mistero, non tardò a dare i suoi frutti. Il cognome di mio zio era davvero Heller. Ma ciò che scoprii in seguito, fu ancor più sorprendente: la mia cugina defunta si chiamava Elsa Heller, proprio come la mia paziente! Un’omonimia che spiegava finalmente quella sensazione di déjà-vu che avevo provato al solo suono di quel nome! Ma la domanda restava: perché mai la signorina Heller era scomparsa senza lasciare traccia, per di più senza aver pagato il mese? Decisi che, preoccupato per lei e per la mia parcella, sarei andato a cercarla il giorno seguente. Nel frattempo, mi accasciai nuovamente sulla poltrona, di fronte al camino. Il calore delle fiamme mi avvolse in un abbraccio molle e ben presto caddi in un sonno profondo. Tuttavia, il mio riposo si rivelò tutt’altro che tranquillo. Sognai moltissime cose, frammenti di visioni oscure, eppure una scena si ripeteva con insistenza: mi ritrovavo in piedi nel cuore della notte, davanti alla finestra. L’aprivo con un gesto che sembrava appartenere a qualcun altro e una figura femminile, di una bellezza inquietante, entrava nella stanza. Non riuscivo a vedere chiaramente il suo volto, ma l’aria che emanava era gelida. Quando la figura si avvicinava, riconoscevo, con orrore, che era la mia paziente. Avanzava verso di me con un sorriso beffardo e lentamente, in un movimento ipnotico, scostava il colletto della mia camicia, per mordermi, con inaudita ferocia, la giugulare. Mi svegliai di soprassalto, urlando, col cuore impazzito. Ansimavo, il fiato mi mancava, il corpo era bloccato in quella che chiamano “paralisi del sonno”. Ma la sorpresa più grande giunse quando, portandomi una mano al collo, sentii una sensazione umida, come se un filo di sangue avesse rigato la mia pelle. Guardai la mano e, con crescente sgomento, osservai il piccolo rivolo rosso. Corsi verso lo specchio e lo shock fu totale: sul mio collo si stagliavano due piccole ferite, come morsi, che mi lasciarono senza fiato. Confuso, intontito, cercai di trovare una spiegazione razionale. Non poteva essere stato di nuovo un ragno, non questa volta. Mi sforzai di razionalizzare: forse, nel sonno, mi ero grattato la zona del collo dove il ragno mi aveva morso, riaprendo le vecchie croste. Di certo, poi, la mia mente inconscia aveva fatto il resto, trasformando la signorina Heller, con la sua aggressività repressa, in una creatura vampiresca. La connessione tra le ferite al collo e la figura del vampiro era inevitabile. Carl Gustav Jung avrebbe trascorso ore ad interpretare un sogno simile! Essere uno psicanalista aveva i suoi vantaggi: potevo analizzare i miei stessi incubi, utilizzando la mente razionale e il pensiero critico. Così, i mostri notturni che gli altri temevano, non avevano segreti per me, che li smontavo pezzo per pezzo, li esaminavo, fino a riconoscere, dietro alle creature che popolavano i sogni, delle banali paure.

Dopo quelle riflessioni e dopo una colazione abbondante, con la solita fiacca, mi diressi verso il vecchio calzolaio del borgo. L’uomo conosceva ogni angolo di quel luogo e ogni volto che lo attraversava; era un vero e proprio custode di segreti. Sua moglie, con una curiosità che rasentava l’invadenza, si occupava di trovare alloggio ai turisti e dunque avrebbe saputo dirmi qualcosa sulla signorina Heller e su dove risiedesse. Ma la donna non era in casa, così, domandai a suo marito. Dissi che la ragazza, dopo alcune sedute, non si era più presentata nel mio studio. Chiesi allora dove abitava, ma egli reagì con un’espressione contorta, come se avesse visto un fantasma. Con le mani tremanti, fece cadere i suoi attrezzi da lavoro: “Oh signore, cosa dite! Quella povera ragazza è morta anni fa… non può essere lei la vostra paziente!” Il suo sguardo, colmo di paura, sembrava fissare qualcosa di invisibile. Mi ricordai allora dell’omonimia con la mia defunta cugina e cercai di correggere il mio errore:”Oh, non quella Elsa Heller, quella era una mia lontana parente, ormai defunta. Cerco un’altra Elsa Heller, una sua omonima. E’ nuova in paese, alta, magra, con folti capelli neri e un pallore che sembra scolpito sulla pelle. E’ impossibile non notarla”- dissi. La sua reazione a quelle parole fu ancor più forte. Il suo volto divenne una maschera di sgomento:”Signore, non è possibile. C’è una sola Elsa Heller in questo paese, ed è proprio quella che avete descritto… è sepolta nel cimitero del borgo da più di vent’anni!”- Mi fissò come se dubitasse della mia sanità mentale e con un gesto scomposto si fece il segno della croce. Poi, senza aspettare, lasciò il suo lavoro e insistette per accompagnarmi al cimitero, come se volesse darmi prova di ciò che le sue parole avevano detto. La situazione si faceva sempre più misteriosa e una strana ansia si insinuò sotto la mia pelle. Non ero nel pieno delle mie facoltà, forse stavo applicando qualche meccanismo di difesa psicologica: la rimozione, o la negazione, forse. Non sapevo più cosa pensare. L’uomo, con una determinazione inquietante, mi guidava e nel suo silenzio c’era la consapevolezza di chi sa di non sbagliare.

Giunto sull’uscio del lugubre cancello del cimitero, i miei occhi si persero tra le ombre delle tombe. L’alluvione delle sere precedenti aveva sconvolto il terreno, che ora appariva fangoso, smottato. Alcune lapidi erano slittate lateralmente, sprofondando nella terra. Molte tombe, che erano state lì da secoli, giacevano ora rovinate, in un muto atto di disfacimento. Eppure, una sepoltura in particolare catturò il mio sguardo, come un presagio che non volevo ascoltare: il coperchio di marmo, troppo liscio e perfetto, era stato spinto via dalla furia del fango, lasciando uno degli angoli della tomba leggermente aperto. Mi avvicinai e un brivido gelido mi percorse la spina dorsale. Era il sarcofago di mia cugina, la cui memoria, ormai svanita nel tempo, sembrava risvegliarsi davanti ai miei occhi. Una vecchia fotografia ovale spiccava sulla pietra. Un brivido mi percorse, un gelo che mi bloccò il respiro… Era lei! Quegli occhi! Quei capelli! Non potevo credere a ciò che vedevo, eppure la visione era troppo chiara. Sembrava la mia paziente! Che orribile coincidenza! Erano davvero così simili? Su quella pietra inclinata, si stagliava una frase, ormai cancellata dal tempo, un ammonimento:”Viandante, guardati dalla vita, ella è più vera che mai, le coincidenze non esistono.” Quelle parole mi colpirono come una maledizione, mentre una crescente angoscia si impossessava di me. No! No, non poteva essere! Non poteva!

Oh lettore, che ora leggi le misere memorie di un uomo distrutto, pensa quanto sia penoso il destino di uno scienziato che, credendo nella razionalità, si è trovato a fronteggiare l’irrazionale, l’innaturale. Quando, spostando ancora un poco il coperchio della tomba, vidi la dolce fanciulla riposare, non morta, ma dormiente, un tremore mi scosse fino alle viscere. La sua veste, macchiata di un rivoltante rosso cremisi, mi trafisse come un colpo al cuore. Non avevo più dubbi, la mia paziente era lei! Al diavolo l’omonimia! Mia cugina era lei, la signorina Heller era lei… erano la stessa persona! Quell’uomo aveva ragione, c’era una sola Elsa Heller, ed era quella che giaceva lì, non più morta, ma dormiente! Quale essere mostruoso! Un’orrida succhia-sangue, uno spregevole vampiro… ecco cosa mi aveva provocato quelle ferite al collo. Ma cos’è un vampiro? Oh, filosofia! Per anni mi hai insegnato a usare la logica e la ragione, eppure a che cosa è servito, se ora mi trovo davanti a un non-essere, a una creatura che non dovrebbe nemmeno esistere, eppure è lì, viva, pulsante, respirante, come me? Non potevo crederci, ma i miei occhi non mentivano. Mi rammentai delle parole che lei ripeteva in terapia, di come il suo riposo fosse disturbato dall’acqua. Oh sì, ora tutto mi era chiaro, limpido come la morte stessa: l’alluvione aveva scoperchiato la sua tomba, risvegliandola dal suo fatale sonno!

Quanto mi duole ricordare la mia reazione. Ebbi un crollo psicologico totale e tutte le certezze che avevo costruito su anni di studio e ragionamento collassarono davanti a ciò che avevo visto. Finii, con mio grande rammarico, rinchiuso in una clinica psichiatrica, per mesi. Pensa, lettore, a quale penosa fine! Io, che curavo le menti, mi ritrovai ora a essere studiato come un caso clinico! Molti anni sono passati da quell’infausto giorno. Ora mi trovo qui, in un monastero sperduto nei Balcani, proprio io, che da fervente fautore del pensiero razionale, sono diventato monaco. Da allora non oso più, in alcun modo, sottovalutare il potere della superstizione. Mi guardo sempre dal male e se necessario, ricorro ai rimedi popolari. Non deridere, tu che leggi questo, alcuna credenza, ma fuggi lontano dalle profezie. Se sono ancora sano di mente, è perché mi sono salvato per tempo. Ancora oggi, lontano da quel terribile luogo, prego per l’anima di quella fanciulla, la cui esistenza ha sconvolto la mia realtà per sempre.