Starleyet

 

Lo chiamavano “Starleyet”, ma io non lo conoscevo ancora. La montagna dove ero nata non aveva mai rivelato nulla di insolito. Nulla, fino all’ultima allarmante telefonata di mia madre che mi aveva costretto a partire.

Adesso ero a casa. Raccolsi la chiave sotto il tappeto della veranda e spinsi con il ginocchio destro il pesante portone della baita. Il pavimento in legno di riciclo scricchiolò sotto le scarpe, come ogni volta che rientravo a casa, da ragazzina.

Mi guardai intorno, riconoscendo ogni mobile della mia infanzia. Quello che mancava era mia madre sulla soglia.

«Mamma, dove sei?» esclamai ad alta voce.

Fissai la desolazione tra le pareti perlinate in legno d’acero della casa montana. La cucina riportava il caos che avevo sentito nella voce di mia madre mentre farneticava al telefono di luci sulla montagna e del suo viaggio per raggiungere mio padre.

Il tavolo era ingombro di cibo e oggetti non riposti a dovere. Eppure, lei detestava il disordine.

Mi avvicinai alla stufa in pellet e accesi il fuoco. Il calore si sparse dissipando, a fatica, il freddo. Le mani infreddolite cominciarono a scaldarsi, avvolgendosi alla tazza fumante della tisana al gelsomino che avevo appena preparato. Nessun altro rumore spezzava il silenzio prodotto dalla neve che ancora cadeva a larghi fiocchi.

Sospirando, mi sedetti, appoggiando la tazza al tavolo di rovere. Odiavo il freddo, la neve e la montagna. Per questo avevo lasciato la valle non appena avevo potuto, approfittando dello studio per fuggire a Roma.

Una luce improvvisa illuminò a giorno i vetri della finestra, poi tornò il buio. Pensavo di aver solo intravisto le luci di un’auto che si allontanava dal sentiero, quando sentii il rumore della serratura che scattava, permettendo alla porta di aprirsi.

Sorrisi al pensiero di rivedere mia madre, ma fui delusa. Davanti a me c’era un bell’uomo di mezza età, lo desumevo dai capelli sale e pepe e dallo sguardo furbo. L’abbigliamento montano, pantaloni di fustagno, camicia di flanella e il pile coordinato non mi permettevano di formulare alcuna ipotesi circa la sua professione. Poteva essere un serial killer come l’ultima conquista di mia madre. La stanchezza per il lungo viaggio in auto che avevo appena compiuto e l’assurdità del momento si mescolarono, rischiando di perdere la mia abituale ironia per il bizzarro momento.

«Lei non è mia madre!» dissi, mantenendo un sorriso cauto.

L’uomo sorrise.

«Ciao Gaia, sono Padre Rock e gestisco la valle. Tua madre mi ha pregato di salutarti da parte sua!».

«E lei dov’è?».

«E’ al rifugio del Pellegrino, insieme agli altri» disse togliendosi i moon boot, coperti di neve.

«Padre, non si scomodi. Mi lasci solo l’indirizzo e la raggiungerò domani».

L’espressione dell’uomo non cambiò. Non vedevo nessuna empatia riflettersi sul volto, nessun moto di calore, tipico della sua vocazione. Poteva anche essere un bugiardo patologico, per quello che ne sapevo io. D’istinto, mi avvicinai al bricco dell’acqua, ancora calda nella teiera, impugnandola.

«Ne gradisco anch’io una tazza!» mi rispose l’uomo, accennando con il dito verso di me. «Ti accompagnerò io domattina, ma ora ho bisogno di una doccia e di una notte di riposo.

La strafottenza di Padre Rock mi lasciò esterrefatta, ma non senza parole. Di quelle, per fortuna, non ero mai a corto.

«Non le ho ancora offerto ospitalità!»

«Gaia, Gaia, tua madre mi aveva avvertito che non avresti avuto compassione per il prossimo. La tua professione indurisce il cuore e rovina l’anima!» sentenziò, scuotendo la testa, per poi accaparrarsi una tazza e un filtro della tisana che avevo lasciato incautamente sul tavolo.

Si avvicinò a me, strappandomi di mano la teiera e sì servì l’infuso.

«Elena mi ha donato la baita un mese fa!»

Lo disse con noncuranza, come se fosse normale amministrazione che una parrocchiana con una figlia ancora in vita elargisse la sua eredità a un uomo di Chiesa.

«Ah sì?» sbottai «mi mostri l’atto di donazione!»

 «Oh, credo sia meglio che tu ne parli con tua madre, prima. Lei era convinta che a te non interessasse più. Sono anni che non vieni qui. Anni in cui ha dovuto arrangiarsi da sola, finché la comunità del Pellegrino Errante non l’ha accolta a braccia aperte».

Mi morsi la lingua per evitare la risposta sagace che avevo già pronta.

Se l’uomo aveva ragione, non potevo far altro che verificare lo stato di salute di mia madre e agire di conseguenza. Era quasi certo che la conoscesse perché le parole del prete ricalcavano esattamente il dialogo tipo delle nostre telefonate madre-figlia. Purtroppo.

Mi costrinsi a sorridere. «Chiuda bene la porta, prima di coricarsi. Non vorrei che malintenzionati ci sorprendessero nel sonno» mi concessi, soltanto, degnandolo di un’occhiata sprezzante che l’uomo non raccolse.

«Buonanotte a te, partiamo domani alle 8:00» mi rispose, invece, salutandomi anche con la mano.

Reprimendo la stizza per la situazione, salii le scale che conducevano alla mia camera. Per mia fortuna, lo sconosciuto non mi fermò e potei chiudermi a chiave non appena varcata la soglia.

Mamma aveva donato la mia eredità a un estraneo e la colpa era solo mia. Da anni mi pregava perché tornassi a casa, ma trovavo sempre scuse per non farle visita. La chiamavo al telefono ogni domenica, dopo pranzo, e speravo che bastasse a colmare la mia assenza da casa. Evidentemente, avevo sottovalutato i suoi bisogni e, soprattutto, le intenzioni della comunità che frequentava e della quale non aveva fatto mai menzione.

Mi addormentai. Nel sogno, una luce misteriosa prodotta dalle stelle mi abbagliava, prelevando la mia anima e conducendomi in uno spazio diverso dalla Terra. Da quella strana postazione, sopraelevata alla mia dimensione naturale, potevo osservare l’intero Universo, partendo dalla Via Lattea per poi avventurarmi verso gli spazi più bui della Galassia. Mi svegliai di soprassalto con la sensazione di cadere nel vuoto cosmico. In effetti, persi per un attimo la presa del letto, cadendo sul materasso con un tonfo sordo, madida di sudore e con un feroce mal di testa. Ovviamente, il sogno era frutto delle mie angosce, mescolate al vaneggio di mia madre e alla passione sfrenata che avevo per l’astrologia fin da quando ero bambina.

Dalla cucina giungevano i profumi di una tipica colazione montana. Il profumo del caffè arrivò alle narici, costringendomi a lasciare il piumino invernale.

Guardai l’ora, avevo ancora tempo per una breve doccia, ma preferii non rischiare che l’uomo potesse andarsene senza di me. Indossai i vestiti del giorno prima, lavandomi solo il viso e mi avventurai in cucina.

«Buongiorno Gaia, serviti pure. Dopo colazione, partiamo!»

Bofonchiai un grazie, udibile solo dai cani e feci colazione, preferendo risparmiare le energie per la battaglia che mi attendeva.

Cominciò subito con la richiesta del prete di usare la mia auto. Sarebbe stato uno spreco di energie, utilizzarne due per raggiungere mia madre. E, bravo Padre Rock, uno a zero per lui. Ma non mi arresi. Sostenni che la mia auto era priva di gomme da neve (sacrosanta verità). Le 4×4 all season che avevo in dotazione per la città non garantivano aderenza sul suolo montano. Non certo come il fuoristrada del prete.

Così usammo la sua Jeep. Se avesse voluto farmi fuori, perlomeno lo avrei rallentato, impegnandolo con la guida del veicolo.

Repressi i pensieri nefasti e mi concentrai sull’uomo, intento alla guida. Forse era il momento giusto per chiedergli di “Starleyet”. Secondo la mia esperienza sul campo, un testimone impegnato in altro difficilmente riesce a raccontare bugie credibili.

Padre Rock ci riuscì.

«Starleyet è il nostro credo» disse, attirando la mia attenzione «chiamarlo Dio o luce delle stelle non cambia il fatto che si tratti di un fenomeno extraterrestre. Del resto, anche la scienza ci ha dimostrato che siamo tutti figli delle stelle».

Annuii involontariamente perché la pensavo esattamente come lui e la cosa mi stupì.

«Pensavo che mia madre delirasse al telefono» mi lasciai sfuggire, pentendomene subito dopo. Non dovevo concedergli terreno di gioco!

 «Assolutamente, no. Tua madre sta bene. Ha solo capito come incanalare le energie per diventare parte delle stelle».

Ecco, dopo aver ascoltato l’ultima frase del prete mi resi conto che la mia avversità ai culti religiosi, che reputavo ossessive e banali soluzioni post pagane, non era il peggio che potesse accadere. Anche la scienza, se mal gestita, poteva diventare nitroglicerina umana.

Sospirai, cercando di recuperare la calma. Dovevo assolutamente capire che intenzioni avesse il pazzo che guidava accanto a me. Come giornalista televisiva, avevo intervistato i personaggi più folli senza far trasparire l’orrore della mia opinione a riguardo. Avrei dovuto essere professionale, scollata al contesto che mi coinvolgeva in prima persona e forse avrei anche avuto l’articolo più promettente della mia carriera giornalistica.

«E come avviene il processo?» riuscii a imprimere curiosità, soffocando il sarcasmo che provavo.

Padre Rock si girò verso di me, cogliendo le sfumature nella voce.

Finalmente sincera!»

Alzai le spalle, fingendo di arrendermi all’evidenza, permettendogli di continuare. Anch’io potevo essere un’abile bugiarda, se lo volevo.

«Non ci è ancora chiaro. Da dicembre, oltre il Picco Marmoreo appare un cono d’ombra, simile a una biglia. Durante il fenomeno ingrandisce fino a misurare le dimensioni del Sole».

«Perché lo chiamate Starleyet?».

«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre» disse il prete.

«Genesi 1, 1-3» citai a memoria, guadagnandomi la fiducia dell’uomo che assentì. In realtà, questo era il solo passo della Bibbia che mi fosse rimasto impresso, ma servì allo scopo. Il prete rilassò le spalle e mi sorrise, forse convinto di aver conquistato una nuova adepta per il suo culto.

«Quindi, il cono d’ombra gigante poi si illumina di luce?» suggerii.

«Sì. È proprio così che accade. Nella fase calante si riempie di luce delle stelle, comunicando con noi. I nostri veggenti rimangono in adorazione nella fase del fenomeno e poi ci raccontano cosa hanno visto del passaggio fra i mondi».

«E mia mamma è tra i veggenti?»

«Esatto. Come hai fatto a capirlo?»

«Ho tirato a indovinare» dissi, mentendo spudoratamente.

L’auto si fermò e, purtroppo, le mie intuizioni si rivelarono fondate.

«E’ il castello Lafuerte» dissi, sperando di mantenere un tono neutro.

Il castello a tre guglie, forse il più caratteristico della zona, si ergeva su un ampio spazio erboso.

«Sì. Mi dimentico sempre che tu conosci la zona perché sei nata qui».

«Mentre lei da dove viene, Padre?» Non gli dissi che la sera prima lo avevo cercato sul Web, senza successo.

«Oh, è una lunga storia. Se ti fermerai abbastanza a lungo, te la racconterò. Ora andiamo, stasera potrai assistere a “Starleyet” di persona!»

Non gli chiesi nemmeno se Madame LaFuerte avesse ceduto il suo castello alla comunità. Avevo già trovato in Rete la notizia del suo decesso, avvenuto il 18 novembre. Senza eredi a disposizione, era quasi certo che il castello fosse tra le proprietà del Pellegrino Errante e chissà quante altre ne annoverava, classificate come beni di natura religiosa. Ma non era la mia priorità, per il momento. Ora dovevo pensare a mia madre.

Alzai lo sguardo verso il castello e la vidi corrermi incontro. Mia madre era bella, di quel bello oggettivo che attira sempre gli sguardi della gente anche a settant’anni, con i capelli grigio turchini che un tempo avevano il colore dell’ebano e gli occhi castani, di un caldo coinvolgente mentre sorridevano. Io, al confronto, ero solo la sua brutta copia trentenne. Simile nei colori, ma sfuocata nei lineamenti.

Mi strinse a sé e ricambiai il suo abbraccio, cercando di pensare positivo. Mi aveva riconosciuto e reagito bene alla mia presenza. Se c’era stata una azione di plagio, non era riuscita a scalfire il suo cuore, non ancora.

«Ciao, mamma. Come stai?» dissi, scrutando accuratamente il suo esile corpo.

Non le dissi che ero preoccupata, che vederla così dimagrita mi faceva pensare al peggio. Del resto, non la vedevo da anni e non potevo sapere se fosse deperita per la comunità o per altro. Anche questo aveva dimenticato di raccontarmi.

«Bene. Da quando ho conosciuto Padre Rock sono rinata».

«Ora abiti qui?»

«Sì, da poco più di un mese».

«Perché non me ne hai parlato?»

«Oh, pensavo non ti interessasse».

L’uso dell’intercalare “Oh”, decisamente atipico per mia madre, mi fece scattare un campanello d’allarme. Lo usava Padre Rock, compreso il verbo “interessare”.

«Oh, mi interessa, eccome, mamma!» dissi ad alta voce, facendomi sentire dal prete che ci precedeva. Lo vidi drizzare le spalle, segno che la mia frecciata era andata a segno.

«Ho ritrovato la baita, era tutto come l’avevo lasciato, sai? Una bellezza. C’erano anche le lettere di papà. Quelle che ha scritto per noi prima della malattia. Te le ricordi?»

Mamma scosse la testa ed io ne approfittai per abbracciarla.

«Non ti preoccupare. Le rileggeremo e insieme guarderemo splendere il futuro, ti va?»

Il sorriso che lessi sulle labbra di mia madre valeva il viaggio e le scomodità. Valeva tutto. Persino affrontare il fenomeno “Starleyet” a mani nude.

«Stasera ti stupirà».

«Vedremo, mamma, vedremo. Per ora ho bisogno di fare colazione con te».

Entrammo ancora abbracciate nella dimora settecentesca. Il fuoco crepitava allegramente nella grande cucina dove tutta la comunità era riunita. Eppure, un brivido mi scese lungo il corpo. Contai sette disegni appesi alle pareti. Gli autori di certo non sapevano disegnare. Nonostante ciò, l’orrore che descrivevano era fin troppo reale. Dentro la luce, rappresentata da sette stelle luminescenti, si trovavano i corpi stilizzati, ma chiaramente a terra di altrettante sette persone. Ormai ero quasi certa di trovarmi all’interno di una setta, mascherata da credo religioso.

Trascorsi la giornata, cercando di conoscere i membri della comunità. I veggenti erano sette, compresa mia madre. Recuperai i disegni dei due sabati precedenti e il tema era decisamente più allegro. La luce delle sette stelle era sempre presente, ma al suo interno si intravvedevano piccole ellissi.

«Sono pianeti?» chiesi a mia madre, ormai non mi staccavo più da lei. Controllavo ogni mossa di Padre Rock e dei suoi seguaci.

«Oh, sì, ma i disegni non riescono a rendere la bellezza del Creato, purtroppo!»

«Capisco» dissi, aiutandola a preparare la cena per gli adepti e assicurandomi al contempo che non ci fossero erbe sospette tra gli ingredienti a disposizione «è tipo Contact?»

Mia madre annuì. Aveva sempre amato la fantascienza e Contact, interpretato da Jodie Foster, era il suo film preferito.

«Di male in peggio: fase allucinatoria diurna» mormorai a bassa voce.

«Non ti richiudere dentro le tue certezze, Gaia Morri» disse Padre Rock, avvicinandosi a me «almeno aspetta stasera!»

Annuii, capendo che Padre Rock mi stava studiando a sua volta. Dovevo fare qualcosa per convincerlo a fidarsi, così gli sorrisi. Lo sguardo speranzoso mi illuminava il viso, cercando di ipnotizzare il prete con la mia buona fede, nonostante i dubbi che provavo. Sembrò credermi perché mi permise di seguire mia madre in ogni incombenza. Contro ogni mia aspettativa, mantenni la maschera ipocrita fino a sera.

Allo scoccare della mezzanotte, ci disponemmo all’interno del cerchio luminoso che avevo aiutato a creare, accendendo i lumini, riposti sul pavimento di cotto.

Per fortuna, non dovevamo avventurarci fuori le mura per vedere il fenomeno perché l’atrio del castello era dotato di un soffitto a cupola in vetro. Uno dei tanti lussi che Madame LaFuerte si era concessa negli anni. Una lacrima mi scivolò sulle guance al pensiero di non averle detto addio. Avevo imparato a riconoscere le stelle grazie a lei, alla cupola e al suo potente telescopio, ora nelle mani di Padre Rock. Il prete era l’unico fuori dal cerchio e puntava lo strumento verso le stelle. Scossi la testa, non riuscivo ancora a inquadrarlo. La rabbia nei suoi confronti non mi permetteva di essere lucida. Sembrava essere a suo agio in ogni contesto, quasi fosse un camaleonte.

Spente tutte le luci del castello, il tenue bagliore dei lumini ai nostri piedi accentuava lo splendore del manto stellato. Qualcuno azionò l’apertura della botola. La serata limpida ci permise di osservare il pulsare ipnotico delle stelle. Individuai subito Aldebaran, la stella più brillante della costellazione del Toro. Nello spazio buio tra Etnath e Betelgeuse, riconobbi il cono d’ombra che da piccolo si faceva sempre più grande fino ad offuscare le stelle che gli gravitavano intorno. I sette veggenti pronunciavano il nome “Starleyet” ripetutamente, dapprima a bassa voce per poi aumentare l’intensità del suono mentre la comunità intonava un canto melodico che non riconobbi. Decisamente, il fenomeno era interessante. Non avevo mai visto niente di simile in vita mia. L’evento durò pochi minuti, forse cinque, secondo il mio “fit band”, poi l’ombra scomparve, lasciando il posto a sette stelle che non riuscivo a riconoscere. Quello che vidi fu un’esperienza sensoriale di primo livello. Mi sentii avvolta, eppure avvertivo nitidamente il freddo pavimento del castello sotto le mie natiche. Percepivo una voce interiore che si irradiava dentro di me, prendendo forza dalla luminescenza delle stelle e mi parlava. Le stelle si allinearono e per un breve lasso di tempo, forse dieci secondi, riuscii a vedere la sagoma di un essere gigantesco che riuniva le sette stelle. La forma sconosciuta mi guardò per poi girare la testa e scomparire alla mia vista, seguita in scia dalle sette stelle.

Quando tornai ad essere consapevole delle persone che mi circondavano, scoprii che avevo perso conoscenza per alcuni istanti. Mamma mi accarezzava il viso, mentre Padre Rock osservava con attenzione la scena.

«Che cosa hai visto, figlia mia?»

«Niente, mamma» dissi, mentendo.

Lo ripetei ad alta voce per farmi sentire da tutti i presenti. Non ero sicura di quell’essere che avevo intravisto nelle stelle perciò, nei fatti, non avevo visto niente di descrittibile. Se avessi dovuto dare un nome alla sensazione provata in sua presenza avrei detto “stupore”. Era stupito che potessi accorgermi di lui, che riuscissi a percepirlo. Ma potevo sbagliare. L’ambiente della comunità aveva contaminato anche la mia capacità di osservazione. Mancava una settimana a Natale, un sabato ancora e forse avremmo scoperto la verità. Ma, inganno o rivelazione, decisi che mia madre non sarebbe più stata da sola.

Miti senza tramonto

Un pomeriggio assolato e l’urgenza di proteggermi dal sole mi spingono a pagare il biglietto per una mostra fotografica di cui so poco o nulla. Sono a Biella e a Palazzo Gromo Losa è in atto la mostra del fotografo Douglas Kirkland che ritrae Coco Chanel e Marilyn Monroe, due icone del Novecento famose nel mondo, decisamente fumose per la sottoscritta. L’ideale per perdere tempo senza farsi sopraffare dalla noia in attesa della cena, penso mentre pago il biglietto a prezzo intero. Le assistenti mi invitano a iniziare il percorso dall’ orto botanico che ospita coltivazioni di aromi per poi procedere verso il giardino in stile italiano, impreziosito di frasi famose appese, come cornici a cielo aperto. L’esperienza è sorprendente, più per l’allestimento delle frasi che per il verde esposto.

Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021

Appena rientro nel Palazzo e incontro le foto tutto cambia. Le prime sale parlano di Coco Chanel.
Un’ icona di stile e di moda. Decisa, austera, sagace, una donna moderna sotto molteplici punti di vista. La sua determinazione traspare netta e non posso far altro che ammirarne la tenace bellezza.

Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021

Nell’ultima sala, la filodiffusione trasmette un brano di Frank Sinatra. E’ di nuovo il 17 novembre 1961. Marilyn è all’apice del suo successo e sta posando per un giovane fotografo. Le foto sono destinate alla pubblicazione su “Look” in occasione del venticinquesimo anniversario della rivista. Marilyn chiede alla troupe di lasciare il set, permettendo così al giovane fotografo di esprimersi liberamente. Kirkland la riprende da una balconata sopra il letto, allestito per l’occasione con lenzuola di seta. Sul comodino, due calici e una bottiglia di Dom Pèrignon allietano i due durante le pause. Otto mesi dopo il servizio fotografico, Kirkland è a Parigi per fotografare Coco Chanel quando apprende la notizia della tragica morte di Norma Jeane Baker, alias Marilyn Monroe. La donna aveva solo trentasei anni, ma il suo mito è ancora intramontabile. Le foto parlano da sole, audaci, sensuali, accattivanti, attirano lo spettatore nella rete. E la magia è la stessa, oggi come sessant’anni fa, il fascino di Marilyn Monroe non lascia indifferente il pubblico. Ora lo posso confermare anch’io.
La mostra è disponibile fino al 12 settembre 2021.

Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021

Il volto di Lovere

L’estate è il tempo ideale per scoprire nuove mete e l’acqua è da sempre un richiamo irresistibile per me. Che si tratti di mare o di lago poco importa. Quando ho bisogno di staccare la spina dal quotidiano, ricerco il panorama liquido che mi regalano entrambi. Così, in un soleggiato sabato di luglio, ho visitato Lovere, lo splendido borgo che si affaccia sul Lago d’Iseo, ignorando le grida horror della Casa che mi avrebbe voluto intenta alle pulizie di routine, come ogni maledetto week end.

La strada è delle migliori solo se amate la guida e, soprattutto, le code dopo l’uscita dall’autostrada A4. Detto questo, vale sicuramente la fatica del viaggio. Arrivando nelle prime ore del mattino, è possibile trovare anche parcheggi per auto gratuiti e, soprattutto, fruire del traghetto per “Monte Isola” (partenza dal molo di Lovere ore 9:25 – 13:20 e 15:50 – orari luglio 2021). Se invece amate poltrire, come la sottoscritta, potrete comunque gioire di parcheggi a pagamento a misura di turista. Non riuscirete a prendere il traghetto, già occupato dai solerti turisti che vi hanno preceduto, ma potrete vivere in religioso silenzio le caratteristiche viuzze del borgo antico, tuffandovi nella storia.

Le case pittoresche, il clima mite e la tranquillità del centro, si fondono perfettamente con la calma che ispira il lago. Lo spirito di un passato autentico si percepisce subito calpestando la pavimentazione a ciottoli per raggiungere la Torre Civica, situata nella spettacolare Piazza Vittorio Emanuele II. L’ingresso è gratuito e custodito da un guardiano che calmiera gli afflussi e fornisce anche la cartina della città, su richiesta. Alta ventotto metri, la Torre offre uno splendido panorama sul lago e sui tetti della cittadina. Salendo le scale, a ogni piano, è possibile leggere la storia della città, scandita dalle dodici Ore/Ere di Lovere. Sono delle targhe in materiale trasparente appese al muro della Torre che riassumono la storia della città a tappe di secoli, utilizzando una comunicazione, oserei dire, perfetta. A ogni passo in salita, l’impressione è quella di trovarsi nel periodo descritto. Arrivati in terrazza, si gode la spettacolare vista a trecentosessanta gradi sulla città.

La visita del borgo a piedi incanta l’occhio del turista, intrattenuto da vivaci negozi di vario tipo che possono soddisfare ogni richiesta. Da menzione sono i dolci “Baci di Lovere”, deliziosi frollini con farcitura di crema alla nocciola e i “Funghetti” di meringa e cioccolato della pasticceria “Wender”.

Per un pranzo delizioso ed economico, il “Bar Centrale” è quello che fa per tutti dove diverse tipologie di piatti, anche caldi, possono soddisfare qualsiasi palato, compreso il dolce. Il gelato del “Bar Centrale” è considerato un must dai residenti, posso confermare il fatto! E poi il lungolago incantevole permette di smaltire facilmente le calorie assunte con il pranzo.

Da non perdere anche la visita alla “Galleria dell’Accademia Tadini”. L’ingresso è a pagamento, ma merita la vista, a cominciare dalla splendida stele funeraria, raffigurante una donna piangente, realizzata dal Canova in memoria dell’amico, Faustino Tadini, prematuramente scomparso a venticinque anni. La stele è di una bellezza disarmante che mi ha commosso, letteralmente. La grande capacità del Canova di trasmettere le emozioni con le sue opere ogni volta mi riga il volto di lacrime.

Lovere è il volto romantico di una località adatta anche per una vacanza.

foto dell’autrice –  tutti i diritti riservati

Faith

Foto da Pixabay.com

Quando Faith aprì la porta, quella mattina, la neve già ricopriva la piana di Introd.
«Benvenuto, gelo spettrale» disse, per poi stupirsi delle sue parole. Non era mai stata superstiziosa, né incline a pensieri nefasti, eppure nemmeno la bellezza del paesaggio innevato oggi riusciva a sollevarle l’umore.
Il freddo di gennaio le sferzò il viso, l’unica parte del corpo esposta, corroborandone il risveglio.
Si girò verso il davanzale.
Le briciole di pane che aveva distribuito la mattina precedente erano scomparse, così la ragazza rifornì la scorta di cibo per i suoi piccoli amici.
«Dai Faith o faremo tardi.»
Il rumore di una Jeep che parcheggiava e la voce di Leon la spronarono a sbrigarsi. I moon booth affondavano nella neve soffice, lasciandole i piedi felicemente al caldo. Il pantaneve color ghiaccio e la giacca a vento invernale coordinata la difendevano efficacemente contro il freddo mentre raggiungeva l’auto del suo collega. Era una lezione che Faith aveva imparato il primo inverno trascorso a Introd: mai sottovalutare il tempo in montagna! Un cappellino di lana a pon pon, color ruggine, le ricopriva il capo, unica nota di colore del suo abbigliamento e faceva a pugni con i capelli ramati da cui sfuggivano i lunghi boccoli, appoggiati alle spalle.
«Grazie del passaggio» disse Faith, richiudendo la portiera del 4×4.
Leon si limitò a sorriderle per poi ingranare la marcia e dirigersi verso il Parc Animalier, il luogo di lavoro di entrambi.
«L’hai sentita anche stanotte?»
I due si occupavano degli animali del parco nella stagione di chiusura. Si conoscevano da un anno, da quando Faith aveva superato il colloquio formativo ed era stata assunta come veterinaria per affiancare Leon.
«Sì.»
«E siamo a due sere consecutive. Forse dovresti trasferirti da me.»
«Il verso di un uccello non mi provoca nessun timore, Leon.»
«Devi ammettere, però, che è strano. Non è stagione per gli strigidi.»
«Hai intenzione di passare la giornata a spaventarmi?»
Il ragazzo sorrise, limitandosi ad aprirle la porta d’ingresso per poi dirigersi alle gabbie.
«Oggi penso io ai pennuti» disse soltanto, salutandola con la mano senza girarsi a guardarla.
Faith fissò la porta richiudersi dietro di lui e si decise a chiamare sua sorella.
«La notte è una coltre capace di assopirci o risvegliare ricordi atavici. Dipende dal modo in cui le prestiamo orecchio.»
«Monia, ti ho chiamato per rassicurarmi, non per farmi terrorizzare dalle tue stramberie.»
«La nonna diceva che se la civetta canta di notte sulla tua finestra è presagio di sventura.»
«Non sono sicura che sia una civetta.»
«Bene, di cosa sei sicura, allora?»
«Sono quasi certa che questo uccello si fermi di notte sul davanzale della mia finestra e verseggi fino all’alba.»
«Metti ancora le briciole sul davanzale?»
«Certo, è inverno.»
«Ti sei risposta da sola.»
Sospirando, Faith proseguì.
«Le briciole sono sul davanzale della cucina che dista almeno tre metri dalla camera da letto, muri esclusi. Le rifornisco di mattina e la sera sono già state spazzate via dagli uccellini che difficilmente resisterebbero a un inverno valdostano.»
«Magari ha fame.»
«La civetta, come il gufo e l’allocco, si nutre di topi, ghiri, rettili, insetti e uccelli. Non ha bisogno delle mie briciole, sorella!»
«… né di farti compagnia la notte. Ed è per questo che ne sei spaventata.»
«Adesso hai capito perché ti chiamo di rado?»
«Ah ah ah… spiritosa. D’accordo, ne parlerò con Guglielmo e ci sentiamo stasera. Nel frattempo,
dormi altrove!»
«Che cosa?»
«Dico solo che se non sei certa che sia il verso di un animale, potrebbe anche trattarsi di un richiamo per uccelli. Il che significa che potresti avere un ammiratore segreto che si diverte a spaventarti la notte.»
«Tu e le tue paranoie non fate altro che soffocarmi.»
«Il cottage che hai affittato è troppo distante dalla città, te l’ho già detto.»
«Leggi troppi horror: è questo il tuo problema!»
«Sarà anche vero Faith, ma fammi contenta. Dormi da Leon!»
Sospirando, Faith pose fine alla telefonata e cominciò a smaltire la posta che affollava la sua scrivania.
Non socializzava facilmente. Il suo lato raziocinante la spingeva sempre a isolarsi piuttosto che fidarsi di semplici conoscenti, ma Leon era sempre stato irreprensibile con lei. Perciò era la scelta più ovvia.
Due ore dopo, Faith raggiunse il collega al recinto dei cervi.
«Mi ospiti per la notte?»
«Certo, ne vuoi parlare?»
«No, ne ho già discusso con mia sorella che ne parlerà a mio cognato. Mi sembra già troppo per i miei standard.»
Annuendo, il ragazzo riprese ad accudire gli animali, preferendo lasciarla da sola a macerare il silenzio.
«Guardiamo i fatti» le disse Leon, dopo aver terminato la luculliana cena d’asporto che aveva ordinato in onore della sua ospite.
La ragazza si limitò ad annuire, sorseggiando l’Amarone che le era rimasto nel bicchiere.
«Potrebbe essere un esemplare sfuggito a qualche privato.»
Faith lo guardò e, per la prima volta durante l’estenuante giornata appena trascorsa, gli sorrise. In effetti, si era lasciata suggestionare subito dai ricordi d’infanzia senza pensare al lato più ovvio della faccenda.
«Buona idea. Domani controllerò le denunce. A proposito, grazie di avermi ospitato con così poco preavviso.»
«Figurati.»
«Che cosa ha detto Paola?»
Leon si limitò ad alzare le spalle.
«Non stiamo più insieme.»
Faith sgranò gli occhi azzurro cielo di primavera senza profferire parola. Leon accese lo stereo e una musica d’atmosfera invase la stanza. Lo vide chiudere gli occhi e rilassarsi sulla poltrona senza degnarla di uno sguardo e il gesto l’aiutò a tranquillizzarsi. Leon le piaceva perché la capiva. Fin dal primo giorno l’intesa lavorativa era stata formidabile. Amava la solitudine, ma con Leon non sembrava doverci rinunciare. Il senso di colpa per non aver intuito i problemi familiari del collega si attenuò fino a scomparire, lasciandola leggera.
Il crepitio del camino diffondeva l’odore di legna e il tepore del focolare la fece stare bene fino al mattino seguente.
Nelle tre sere successive si ripeté il rituale. Monia non l’aveva più richiamata ma, inspiegabilmente, non sentiva il bisogno di lasciare lo chalet dell’amico per il suo cottage. Le comodità della cittadina valdostana e l’allegria che si respirava in casa avevano rallegrato anche l’umore di Faith che ormai preparava anche la cena senza più imbarazzo.
Lo squillo del cellulare la sorprese a cucinare.
«Ehi, sorellina, come te la passi?»
«Hai ripreso a bere?»
«Non ho mai smesso, se è per questo.»
«Stavo aspettando tue notizie, te lo ricordi?»
«E da quando fai quello che ti dico?»
«E’ fantastico avere una sorella!»
Ignorando il sarcasmo di Faith, Monia proseguì «Ho parlato con Guglielmo e puoi stare tranquilla, si tratta solo di superstizione.»
«Anch’io ho novità. Leon mi ha aiutato a catturarla.»
«La civetta?»
«Sì. In realtà si trattava dell’allocco femmina di un residente. Si era smarrita durante una gita nel bosco e il padrone non è riuscito subito a recuperarla.»
«E perché cercava te?»
«Non voleva me. Cercava semplicemente di rientrare in casa.»
«Come l’avete catturata?»
«E’ bastato rintracciare il proprietario e invitarlo a passare la notte con noi al cottage. Le abbiamo lasciato la finestra aperta e l’allocco è volato subito nella gabbia.»
«Tutto bene, quindi. Anzi, direi benissimo visto che sei ancora da Leon.»
«Beh, sorellona, adesso non farti film rosa. Leon abita a pochi metri dal parco. Possiamo andarci a piedi.»
«Solo per questo?»
«Qui continua a nevicare. Se fossi al cottage sarei isolata.»
«Non hai risposto alla domanda.»
«Diciamo che nonna mi ha dato una mano a superare la superficialità del mio carattere nell’ambito relazionale.»
«Ne sono contenta. Per anni ha continuato a ripetercelo, te lo ricordi?»
«Eccome, mi ha attivato più di un mantra. Non appena ho percepito il suo verso nel dormiveglia ho subito pensato alla civetta e ai racconti che nonna ci propinava da piccole.»
«Comunque, io lo sapevo già.»
«Che non si trattava di una civetta?»
«Ma no, stupida. Che vuoi che ne sappia io di animali? Parlavo di Leon.»
«Sapevi che non stava più con Paola? Sei chiaroveggente, ora?»
«Faith, il tuo dannato raziocinio finirà per uccidermi. Sapevo che Leon ti piaceva.»
«Non lo conosci nemmeno.»
«Conosco te. E tu mi hai parlato di lui.»
«Ok, finiamola qui» ancora ridendo, Faith interruppe la telefonata e rivolse lo sguardo verso la finestra. L’immagine sorridente della nonna si materializzò in cucina per poi affievolirsi nella luce del tramonto.
Scuotendo la testa, Faith le sorrise a sua volta.
I ricordi viaggiano con noi, parlandoci senza emettere suoni e non c’è modo di fermarli. L’intangibile è reale almeno quanto il concreto, solo che è più difficile accorgersi di quanto ci influenzi, avrebbe detto Monia se fosse stata presente. E, per la prima volta, Faith le diede ragione.

Foto di Monica Porta – diritti riservati

Autunno a Crespi d’Adda

L’autunno a Crespi d’Adda è meravigliosamente cupo. La Dea dormiente anche qui si riveste di colori spettacolari, ma lascia una vena malinconica negli occhi dello spettatore che è difficile trovare altrove. L’attrazione principale del luogo consiste nella visita al villaggio operaio. Patrimonio dell’Unesco dal 1995, fu costruito dall’imprenditore Cristoforo Benigno Crespi nel 1878 e portato al massimo splendore dal figlio fino al 1930 per poi iniziare lenta ma graduale discesa, terminata nel 2003 con la chiusura definitiva del Cotonificio. E’ la testimonianza più importante e concreta del fenomeno dei villaggi operai nell’Europa meridionale, frutto dell’influenza dei paesi Nordici. La sua storia ricca di contraddizioni, non permette di affermare se il progetto fosse frutto d’illuminismo o imprenditoria paternalistica, resta il fatto che all’apice del suo splendore diede un futuro concreto a quattromila operai che abitavano la zona.

Parcheggiata l’auto a Trezzo d’Adda, in Via Antonio Gramsci il parcheggio è gratuito la domenica, il villaggio si raggiunge a piedi con una passeggiata di circa trenta minuti, costeggiando l’Adda. Parallelamente al fiume, scorre il Naviglio della Martesana che collega l’Adda a Milano. L’acqua scorre tranquilla nel canale. Nel passato, era il principale mezzo di comunicazione usato dalle persone per raggiungere la città. Oggi in disuso, ancora attrae l’attenzione del viandante che qui si ferma a leggere la poesia dedicata al Naviglio.

Oltrepassato il fiume grazie a un ponte di ferro, si raggiunge la sponda bergamasca e, dopo pochi minuti, anche il villaggio. L’accesso è a pagamento, anche se non ci sono controllori né sbarre che ne impediscano l’ingresso pedonale. Il silenzio quasi assordante mi convince che sia un Sito abbandonato, al pari del Cotonificio Crespi. Vedo una chiesa, esatta copia in miniatura della Chiesa di Santa Maria Novella a Busto Arsizio. A fianco, un edificio ospita il bar del dopo lavoro. Entrambi deserti. Invece mi sbaglio. Il villaggio è ancora vivo. Lo scopro dopo aver trascorso un’ora passeggiando fra le case. Ebbene sì, i discendenti degli operai del cotonificio Crespi o, perlomeno, alcuni di essi lo abitano ancora oggi. Intravedo una famiglia che sta accogliendo gli amici per il pranzo domenicale. Imbarazzati, tutti distolgono lo sguardo forse per paura che rivolga loro domande alle quali sarebbe troppo doloroso rispondere. Eppure continuano a viverci, trascorrono tempo e fatica a coltivare il giardino annesso. Mantengono inalterata la struttura di origine delle proprie case, rispettando i parametri imposti prima dalla Famiglia Crespi e oggi dal Comune e dall’Unesco. Difficile dire se con orgoglio o solo per tradizione. Lavorano altrove, ma ci ritornano ogni sera. Con la visita al cimitero, si conclude il giro panoramico. Il Mausoleo della Famiglia Crespi è costruito con ceppo d’Adda, il materiale locale abitualmente adoperato nel territorio e riconoscibile ovunque. Questo dovrebbe renderlo parte integrante del paesaggio, ma le dimensioni e la verticalità dell’opera gli permettono di torreggiare impunemente sugli incauti visitatori. All’ingresso, piccole lapidi ricordano i bambini della Comunità morti prematuramente; se ne contano a centinaia. L’atmosfera gotica che si respira lo rende un luogo spettrale. Trattengo il respiro. Riesco a varcarne la soglia solo per pochi passi e poi devo arretrare, vittima di un sortilegio che mi costringe a girare le spalle al luogo, ritornando sulla via principale ad ammirare la fila interminabile di cipressi che portano il viandante dal luogo di sepoltura all’ingresso del villaggio per terminare la visita. Nel mezzo, la Fabbrica, ormai abbandonata, saluta il visitatore lasciandomi di nuovo preda di un sottile disagio, la melanconia di un luogo amato e non ancora dimenticato.

 

Un incontro che avvicina

Martedì, 18 agosto 2020, ore 20:30. Il Sito dell’Osservatorio di Saint-Barthélemy, Frazione Lignan, in Valle d’Aosta ci ha già informati nel pomeriggio, tramite una simpatica “spunta verde”, che la visita notturna (prenotata on line giorni prima), è disponibile.
La serata è mite in Valle, a Nus, dove io e la mia famiglia soggiorniamo, ma non di meno, seguiamo scrupolosamente le informazioni forniteci dal Sito circa l’abbigliamento montano da adottare per assistere con serenità alla visita guidata.
La strada che conduce all’Osservatorio (mezz’ora circa da Nus) è irta di tornanti, ma poco frequentata. Alle 21.00 siamo già arrivati, trovando parcheggio presso il Planetario. Messa in sicurezza l’auto, ci accingiamo a raggiungere l’Osservatorio a piedi, muniti di torce (come saggiamente consigliati sempre dal Sito).
All’arrivo ci accoglie l’incaricato che indirizza i visitatori a munirsi di biglietto (uno per gruppo, seguendo scrupolosamente le istruzioni Covid 19) mentre io e mio figlio attendiamo nello spiazzo dedicato, distanziati correttamente dagli altri ospiti. Le luci soffuse dell’esterno ci permettono già di alzare gli occhi al cielo e ammirare le prime stelle visibili. Alle 22:00 ci accompagnano sul retro dell’Osservatorio per svolgere la visita in sicurezza, viste le attuali normative circa il distanziamento sociale. E inizia il tour del Firmamento in compagnia di due simpatici e preparatissimi Astrofisici.
Due consigli:
Per chi non ama guidare di notte, presso il Planetario o poco distante, sono presenti Alberghi dove è possibile soggiornare, prenotando in anticipo.
L’uso della coperta per proteggere le gambe (sempre consigliata dal Sito), oltre al giubbotto imbottito, è stata fondamentale per goderci l’intera esperienza.
Se siete in zona, vi consiglio di partecipare. Il costo del biglietto regala anche il tuffo tra le stelle che vi porterete a casa.

https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187863-d3696096-Reviews-Osservatorio_Astronomico_della_Regione_Autonoma_Valle_d_Aosta_e_Planetario_di_Lig.html
La mia recensione presente su Tripadvisor:

Scienza, cultura e pizzichi di leggende sapientemente miscelate dai due astrofisici incaricati hanno reso la vista notturna del cielo di agosto un’esperienza indimenticabile, strappandomi più volte anche la risata. La preparazione e simpatia del personale è stata determinante a spiegare con semplicità un argomento che spesso risulta ostico a chi l’ascolta. Il tempo trascorso è volato, rendendomi ancor più consapevole dell’infinita bellezza che ci attraversa. A distanza di giorni, emozionandomi a guardare il cielo notturno, ora so anche orientarmi per individuare i principali astri che sono stati illustrati durante la visita. L’Osservatorio offre un incontro che avvicina. Perciò grazie!

La risposta del Referente:

Siamo noi che la ringraziamo per l’interesse e per le belle parole nei confronti della nostra attività. Siamo particolarmente colpiti dall’espressione “un incontro che avvicina”, per due ragioni.
Il primo motivo è che l’astronomia viene giustamente considerata la scienza dell’infinitamente lontano; tuttavia, comprendere la natura degli astri che si trovano anche a distanze immense ci permette poi di guardare a quanto abbiamo vicino con occhi nuovi e maggiore consapevolezza, come scrive lei. Siamo contenti se siamo riusciti a trasmettere questo messaggio.
Il secondo motivo è che le sue parole dimostrano che il distanziamento interpersonale, vincolo cui siamo momentaneamente costretti nell’interesse generale, non impedisce di sentirci vicini. A causa dell’emergenza sanitaria non possiamo svolgere le visite guidate estive come le avevamo originariamente concepite. Siamo felici di vedere che le soluzioni da noi individuate siano efficaci dal punto di vista divulgativo e anche del rapporto umano con il pubblico (risate comprese). A fare la differenza sono l’interesse dei visitatori, la competenza dello staff e ovviamente lo spettacolo del cielo notturno di Saint-Barthélemy, candidato a ricevere la certificazione Starlight Stellar Park riconosciuta dall’UNESCO.
Cogliamo l’occasione per ricordare a chi legge questa recensione di consultare il nostro sito web per informazioni e le necessarie prenotazioni: sopra, nella sezione “Contattaci”, trovate il link alla home page. Invitiamo poi a iscriversi alla nostra newsletter per essere informati tempestivamente sulle iniziative che proponiamo. Chi vuole può seguirci su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube: i link ai social si trovano in calce a ogni pagina del sito, dove c’è anche il collegamento a questa pagina di TripAdvisor.
Buon tutto, Andrea (ricercatore e referente per la comunicazione della Fondazione C. Fillietroz-ONLUS)

L’altra faccia della Luna

Paladina delle nascite e dell’agricoltura, ma anche ingannevole ed efferata, la Luna è l’eterna Signora per antonomasia. Come la Donna, vola leggiadra di bocca in bocca, ispirando episodi bizzarri, crudeli o al limite della decenza. Alcuni ne consultano le fasi lunari prima di fare sesso, altri la utilizzano per calendarizzare persino gli impegni di lavoro. Tutti, indistintamente, le rivolgono almeno uno sguardo nella vita, chiedendole aiuto. Persino chi non crede che l’uomo sia sbarcato sul satellite, la osserva per poi scuotere la testa e sorriderle, pensandola ancora inviolata.
Anch’io ne sono fatalmente attratta, anche se non riesco ancora a definirne il motivo.
La Luna attira l’attenzione solo perché è esteticamente bella, oppure c’è anche qualcosa di vero nel definirla in grado di influenzare la vita sulla Terra?

A detta di Focus, l’unico effetto che la Luna esercita su di noi è la forza di suggestione, sostenendo i dati della rivista Epilepsy & Behaviour che nel 2004 riportava gli studi sugli attacchi epilettici, aumentati durante il plenilunio per la presenza di casi provocati da comprovate psicosi e non da una condizione neurologica. Questo perché l’influsso della Luna sul nostro corpo è molto debole. Anche George Abell, astronomo statunitense, (Los Angeles, 1º marzo 1927 – Encino, 7 ottobre 1983), lo affermava, scrivendo che persino una zanzara imporrebbe sul nostro braccio un’attrazione gravitazionale maggiore. I liquidi corporei sono per lo più “incapsulati” nei tessuti, e non liberi di fluttuare come l’acqua degli oceani. Famoso soprattutto per il suo catalogo di ammassi di galassie, creato mentre lavorava al Palomar Sky Survey, la sua analisi degli ammassi galattici contribuì allo sviluppo della conoscenza in materia. Abell dimostrò che esistevano ammassi di secondo ordine e scoprì come la loro luminosità potesse essere usata per determinarne la distanza.
I fatti comprovati, però, lungi dal rassicurare non scalfiscono le fantasie umane. L’uomo non vuole credere nella scienza se lo incatena alla monotonia. Ne sono la prova gli articoli di cronaca sull’argomento. Nel 2007, Andy Parr, ispettore della polizia inglese del Sussex, chiese rinforzi per pattugliare le strade nelle notti di Luna piena. «In base alla mia esperienza quasi ventennale come pubblico ufficiale», disse ai microfoni della Bbc, «posso affermare che nelle notti di Luna piena ci imbattiamo in persone con strani atteggiamenti, nervose e attaccabrighe».
Andy Parr non è il primo a constatare un nesso tra fasi lunari e gli episodi violenti. Nel 1973 Arnold Lieber, psicologo americano, fu autore di un’indagine su oltre undicimila aggressioni registrate in Florida nell’arco di cinque anni. La maggior parte, a suo dire, nelle notti di Luna piena o nelle ore immediatamente precedenti. Le sue ricerche, però, non convinsero la comunità scientifica. Il nesso causale tra Luna e fatti di sangue, proposti dalle sue teorie, fu smentito dai ricercatori Ivan Kelly, James Rotton e Roger Culver, che esaminarono oltre cento studi sull’effetto lunare (operazione detta di meta analisi) rilevando errori metodologici e statistici.
E gli animali? Naturalmente, nemmeno loro si salvano dalle indagini sul tema. Tra il 1997 e il 1999 alcuni medici di Bradford (Inghilterra) analizzarono oltre milleseicento casi di aggressioni da parte di animali, concludendo che la probabilità di essere azzannati raddoppia nei giorni vicini al plenilunio.
Ancora una volta, Focus smentisce i risultati, dichiarando che gli studi sull’argomento sono infarciti di forzature e dati contraffatti e, a ben guardare, per ogni ricerca positiva, ce n’è almeno una che la nega.
Diverso discorso riguarda il rapporto sulle maree. Quando il Sole, la Terra e la Luna sono allineati (Luna piena o Luna nuova), all’attrazione lunare si somma l’attrazione solare e si hanno alte maree di massima ampiezza, denominate “le maree vive”. Qui la scienza conferma con i fatti quello che l’occhio umano percepisce.
Tornando a me, io credo che la Luna sia così dannatamente bella perché capace di ispirarci.
Esiste da secoli, la conosco da anni, eppure basta una sua foto suggestiva per farmi prendere il largo. Il foglio bianco scompare sotto il ritmico ticchettio delle dita sulla tastiera, dando spazio alle idee che viaggiano veloci. Ho giusto il tempo di prenderne nota e salvare l’articolo prima che lei salpi per nuovi orizzonti lasciandomi felicemente a terra, ma con lo sguardo perennemente rivolto verso il cielo.

La sindrome della valigia vuota

Estate. Finalmente il caldo che aspettavo è alle porte. Ed io con lui mentre sto preparandomi per trascorrere una settimana in Piemonte, in un agriturismo di Gignese, la mia prima vacanza in montagna.

– Una settimana – mi ripete mio marito con lo sguardo deciso e le mani sui fianchi – solo una, Monica, stavolta non hai scuse.

Ed io comincio a tremare. Sì, perché lo so di soffrire della sindrome da valigia vuota, ne sono consapevole. Non c’è più bisogno di prenderne atto. Ogni anno, al momento di lasciare la mia adorata casetta, non riesco a fare a meno delle comodità quotidiane che rendono la mia vita meravigliosa. Crema giorno, crema notte, siero occhiaie anti età, prodotti da trucco, per citare solo una piccola parte del necessario. Quando devo partire tutto mi diventa obbligatorio.
Di solito le ferie mi permettono comunque di spaziare, constando di due settimane al mare. E vuoi mettere quanti bei capi leggeri nell’armadio aspettano solo di essere sfoggiati? Anche se magari li indosso per una sera soltanto. Per non parlare poi delle scarpe e del corredo che le segue. Nonostante tutto, però, la mia borsa è sempre la più leggera della famiglia. Essere donna hai i suoi vantaggi. Ma in montagna? Con me, perennemente freddolosa? Di certo supererò lo standard previsto, anche se preparare la valigia per la metà del tempo, dovrebbe essere più semplice, vi pare? E invece no. La sindrome della valigia vuota incombe anche quest’anno su di me. Oddio, sento salire l’ansia che mi attanaglia mentre penso a cosa e, soprattutto, a quanto portare con me. Seleziono pochi capi di abbigliamento, uno per ogni tipo di clima che potrei incontrare, chiudendo gli occhi per non cambiare di nuovo idea e ricominciare da capo. Per non incorrere nella tentazione di infilare nella valigia tutto quello che vedo in casa, decido di prepararla poche ore prima della partenza.
Ebbene, sì. Decisamente, sì. Ho superato il rischio. E’ ufficiale. La sindrome della valigia vuota è la mia patologia.