Starleyet

 

Lo chiamavano “Starleyet”, ma io non lo conoscevo ancora. La montagna dove ero nata non aveva mai rivelato nulla di insolito. Nulla, fino all’ultima allarmante telefonata di mia madre che mi aveva costretto a partire.

Adesso ero a casa. Raccolsi la chiave sotto il tappeto della veranda e spinsi con il ginocchio destro il pesante portone della baita. Il pavimento in legno di riciclo scricchiolò sotto le scarpe, come ogni volta che rientravo a casa, da ragazzina.

Mi guardai intorno, riconoscendo ogni mobile della mia infanzia. Quello che mancava era mia madre sulla soglia.

«Mamma, dove sei?» esclamai ad alta voce.

Fissai la desolazione tra le pareti perlinate in legno d’acero della casa montana. La cucina riportava il caos che avevo sentito nella voce di mia madre mentre farneticava al telefono di luci sulla montagna e del suo viaggio per raggiungere mio padre.

Il tavolo era ingombro di cibo e oggetti non riposti a dovere. Eppure, lei detestava il disordine.

Mi avvicinai alla stufa in pellet e accesi il fuoco. Il calore si sparse dissipando, a fatica, il freddo. Le mani infreddolite cominciarono a scaldarsi, avvolgendosi alla tazza fumante della tisana al gelsomino che avevo appena preparato. Nessun altro rumore spezzava il silenzio prodotto dalla neve che ancora cadeva a larghi fiocchi.

Sospirando, mi sedetti, appoggiando la tazza al tavolo di rovere. Odiavo il freddo, la neve e la montagna. Per questo avevo lasciato la valle non appena avevo potuto, approfittando dello studio per fuggire a Roma.

Una luce improvvisa illuminò a giorno i vetri della finestra, poi tornò il buio. Pensavo di aver solo intravisto le luci di un’auto che si allontanava dal sentiero, quando sentii il rumore della serratura che scattava, permettendo alla porta di aprirsi.

Sorrisi al pensiero di rivedere mia madre, ma fui delusa. Davanti a me c’era un bell’uomo di mezza età, lo desumevo dai capelli sale e pepe e dallo sguardo furbo. L’abbigliamento montano, pantaloni di fustagno, camicia di flanella e il pile coordinato non mi permettevano di formulare alcuna ipotesi circa la sua professione. Poteva essere un serial killer come l’ultima conquista di mia madre. La stanchezza per il lungo viaggio in auto che avevo appena compiuto e l’assurdità del momento si mescolarono, rischiando di perdere la mia abituale ironia per il bizzarro momento.

«Lei non è mia madre!» dissi, mantenendo un sorriso cauto.

L’uomo sorrise.

«Ciao Gaia, sono Padre Rock e gestisco la valle. Tua madre mi ha pregato di salutarti da parte sua!».

«E lei dov’è?».

«E’ al rifugio del Pellegrino, insieme agli altri» disse togliendosi i moon boot, coperti di neve.

«Padre, non si scomodi. Mi lasci solo l’indirizzo e la raggiungerò domani».

L’espressione dell’uomo non cambiò. Non vedevo nessuna empatia riflettersi sul volto, nessun moto di calore, tipico della sua vocazione. Poteva anche essere un bugiardo patologico, per quello che ne sapevo io. D’istinto, mi avvicinai al bricco dell’acqua, ancora calda nella teiera, impugnandola.

«Ne gradisco anch’io una tazza!» mi rispose l’uomo, accennando con il dito verso di me. «Ti accompagnerò io domattina, ma ora ho bisogno di una doccia e di una notte di riposo.

La strafottenza di Padre Rock mi lasciò esterrefatta, ma non senza parole. Di quelle, per fortuna, non ero mai a corto.

«Non le ho ancora offerto ospitalità!»

«Gaia, Gaia, tua madre mi aveva avvertito che non avresti avuto compassione per il prossimo. La tua professione indurisce il cuore e rovina l’anima!» sentenziò, scuotendo la testa, per poi accaparrarsi una tazza e un filtro della tisana che avevo lasciato incautamente sul tavolo.

Si avvicinò a me, strappandomi di mano la teiera e sì servì l’infuso.

«Elena mi ha donato la baita un mese fa!»

Lo disse con noncuranza, come se fosse normale amministrazione che una parrocchiana con una figlia ancora in vita elargisse la sua eredità a un uomo di Chiesa.

«Ah sì?» sbottai «mi mostri l’atto di donazione!»

 «Oh, credo sia meglio che tu ne parli con tua madre, prima. Lei era convinta che a te non interessasse più. Sono anni che non vieni qui. Anni in cui ha dovuto arrangiarsi da sola, finché la comunità del Pellegrino Errante non l’ha accolta a braccia aperte».

Mi morsi la lingua per evitare la risposta sagace che avevo già pronta.

Se l’uomo aveva ragione, non potevo far altro che verificare lo stato di salute di mia madre e agire di conseguenza. Era quasi certo che la conoscesse perché le parole del prete ricalcavano esattamente il dialogo tipo delle nostre telefonate madre-figlia. Purtroppo.

Mi costrinsi a sorridere. «Chiuda bene la porta, prima di coricarsi. Non vorrei che malintenzionati ci sorprendessero nel sonno» mi concessi, soltanto, degnandolo di un’occhiata sprezzante che l’uomo non raccolse.

«Buonanotte a te, partiamo domani alle 8:00» mi rispose, invece, salutandomi anche con la mano.

Reprimendo la stizza per la situazione, salii le scale che conducevano alla mia camera. Per mia fortuna, lo sconosciuto non mi fermò e potei chiudermi a chiave non appena varcata la soglia.

Mamma aveva donato la mia eredità a un estraneo e la colpa era solo mia. Da anni mi pregava perché tornassi a casa, ma trovavo sempre scuse per non farle visita. La chiamavo al telefono ogni domenica, dopo pranzo, e speravo che bastasse a colmare la mia assenza da casa. Evidentemente, avevo sottovalutato i suoi bisogni e, soprattutto, le intenzioni della comunità che frequentava e della quale non aveva fatto mai menzione.

Mi addormentai. Nel sogno, una luce misteriosa prodotta dalle stelle mi abbagliava, prelevando la mia anima e conducendomi in uno spazio diverso dalla Terra. Da quella strana postazione, sopraelevata alla mia dimensione naturale, potevo osservare l’intero Universo, partendo dalla Via Lattea per poi avventurarmi verso gli spazi più bui della Galassia. Mi svegliai di soprassalto con la sensazione di cadere nel vuoto cosmico. In effetti, persi per un attimo la presa del letto, cadendo sul materasso con un tonfo sordo, madida di sudore e con un feroce mal di testa. Ovviamente, il sogno era frutto delle mie angosce, mescolate al vaneggio di mia madre e alla passione sfrenata che avevo per l’astrologia fin da quando ero bambina.

Dalla cucina giungevano i profumi di una tipica colazione montana. Il profumo del caffè arrivò alle narici, costringendomi a lasciare il piumino invernale.

Guardai l’ora, avevo ancora tempo per una breve doccia, ma preferii non rischiare che l’uomo potesse andarsene senza di me. Indossai i vestiti del giorno prima, lavandomi solo il viso e mi avventurai in cucina.

«Buongiorno Gaia, serviti pure. Dopo colazione, partiamo!»

Bofonchiai un grazie, udibile solo dai cani e feci colazione, preferendo risparmiare le energie per la battaglia che mi attendeva.

Cominciò subito con la richiesta del prete di usare la mia auto. Sarebbe stato uno spreco di energie, utilizzarne due per raggiungere mia madre. E, bravo Padre Rock, uno a zero per lui. Ma non mi arresi. Sostenni che la mia auto era priva di gomme da neve (sacrosanta verità). Le 4×4 all season che avevo in dotazione per la città non garantivano aderenza sul suolo montano. Non certo come il fuoristrada del prete.

Così usammo la sua Jeep. Se avesse voluto farmi fuori, perlomeno lo avrei rallentato, impegnandolo con la guida del veicolo.

Repressi i pensieri nefasti e mi concentrai sull’uomo, intento alla guida. Forse era il momento giusto per chiedergli di “Starleyet”. Secondo la mia esperienza sul campo, un testimone impegnato in altro difficilmente riesce a raccontare bugie credibili.

Padre Rock ci riuscì.

«Starleyet è il nostro credo» disse, attirando la mia attenzione «chiamarlo Dio o luce delle stelle non cambia il fatto che si tratti di un fenomeno extraterrestre. Del resto, anche la scienza ci ha dimostrato che siamo tutti figli delle stelle».

Annuii involontariamente perché la pensavo esattamente come lui e la cosa mi stupì.

«Pensavo che mia madre delirasse al telefono» mi lasciai sfuggire, pentendomene subito dopo. Non dovevo concedergli terreno di gioco!

 «Assolutamente, no. Tua madre sta bene. Ha solo capito come incanalare le energie per diventare parte delle stelle».

Ecco, dopo aver ascoltato l’ultima frase del prete mi resi conto che la mia avversità ai culti religiosi, che reputavo ossessive e banali soluzioni post pagane, non era il peggio che potesse accadere. Anche la scienza, se mal gestita, poteva diventare nitroglicerina umana.

Sospirai, cercando di recuperare la calma. Dovevo assolutamente capire che intenzioni avesse il pazzo che guidava accanto a me. Come giornalista televisiva, avevo intervistato i personaggi più folli senza far trasparire l’orrore della mia opinione a riguardo. Avrei dovuto essere professionale, scollata al contesto che mi coinvolgeva in prima persona e forse avrei anche avuto l’articolo più promettente della mia carriera giornalistica.

«E come avviene il processo?» riuscii a imprimere curiosità, soffocando il sarcasmo che provavo.

Padre Rock si girò verso di me, cogliendo le sfumature nella voce.

Finalmente sincera!»

Alzai le spalle, fingendo di arrendermi all’evidenza, permettendogli di continuare. Anch’io potevo essere un’abile bugiarda, se lo volevo.

«Non ci è ancora chiaro. Da dicembre, oltre il Picco Marmoreo appare un cono d’ombra, simile a una biglia. Durante il fenomeno ingrandisce fino a misurare le dimensioni del Sole».

«Perché lo chiamate Starleyet?».

«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre» disse il prete.

«Genesi 1, 1-3» citai a memoria, guadagnandomi la fiducia dell’uomo che assentì. In realtà, questo era il solo passo della Bibbia che mi fosse rimasto impresso, ma servì allo scopo. Il prete rilassò le spalle e mi sorrise, forse convinto di aver conquistato una nuova adepta per il suo culto.

«Quindi, il cono d’ombra gigante poi si illumina di luce?» suggerii.

«Sì. È proprio così che accade. Nella fase calante si riempie di luce delle stelle, comunicando con noi. I nostri veggenti rimangono in adorazione nella fase del fenomeno e poi ci raccontano cosa hanno visto del passaggio fra i mondi».

«E mia mamma è tra i veggenti?»

«Esatto. Come hai fatto a capirlo?»

«Ho tirato a indovinare» dissi, mentendo spudoratamente.

L’auto si fermò e, purtroppo, le mie intuizioni si rivelarono fondate.

«E’ il castello Lafuerte» dissi, sperando di mantenere un tono neutro.

Il castello a tre guglie, forse il più caratteristico della zona, si ergeva su un ampio spazio erboso.

«Sì. Mi dimentico sempre che tu conosci la zona perché sei nata qui».

«Mentre lei da dove viene, Padre?» Non gli dissi che la sera prima lo avevo cercato sul Web, senza successo.

«Oh, è una lunga storia. Se ti fermerai abbastanza a lungo, te la racconterò. Ora andiamo, stasera potrai assistere a “Starleyet” di persona!»

Non gli chiesi nemmeno se Madame LaFuerte avesse ceduto il suo castello alla comunità. Avevo già trovato in Rete la notizia del suo decesso, avvenuto il 18 novembre. Senza eredi a disposizione, era quasi certo che il castello fosse tra le proprietà del Pellegrino Errante e chissà quante altre ne annoverava, classificate come beni di natura religiosa. Ma non era la mia priorità, per il momento. Ora dovevo pensare a mia madre.

Alzai lo sguardo verso il castello e la vidi corrermi incontro. Mia madre era bella, di quel bello oggettivo che attira sempre gli sguardi della gente anche a settant’anni, con i capelli grigio turchini che un tempo avevano il colore dell’ebano e gli occhi castani, di un caldo coinvolgente mentre sorridevano. Io, al confronto, ero solo la sua brutta copia trentenne. Simile nei colori, ma sfuocata nei lineamenti.

Mi strinse a sé e ricambiai il suo abbraccio, cercando di pensare positivo. Mi aveva riconosciuto e reagito bene alla mia presenza. Se c’era stata una azione di plagio, non era riuscita a scalfire il suo cuore, non ancora.

«Ciao, mamma. Come stai?» dissi, scrutando accuratamente il suo esile corpo.

Non le dissi che ero preoccupata, che vederla così dimagrita mi faceva pensare al peggio. Del resto, non la vedevo da anni e non potevo sapere se fosse deperita per la comunità o per altro. Anche questo aveva dimenticato di raccontarmi.

«Bene. Da quando ho conosciuto Padre Rock sono rinata».

«Ora abiti qui?»

«Sì, da poco più di un mese».

«Perché non me ne hai parlato?»

«Oh, pensavo non ti interessasse».

L’uso dell’intercalare “Oh”, decisamente atipico per mia madre, mi fece scattare un campanello d’allarme. Lo usava Padre Rock, compreso il verbo “interessare”.

«Oh, mi interessa, eccome, mamma!» dissi ad alta voce, facendomi sentire dal prete che ci precedeva. Lo vidi drizzare le spalle, segno che la mia frecciata era andata a segno.

«Ho ritrovato la baita, era tutto come l’avevo lasciato, sai? Una bellezza. C’erano anche le lettere di papà. Quelle che ha scritto per noi prima della malattia. Te le ricordi?»

Mamma scosse la testa ed io ne approfittai per abbracciarla.

«Non ti preoccupare. Le rileggeremo e insieme guarderemo splendere il futuro, ti va?»

Il sorriso che lessi sulle labbra di mia madre valeva il viaggio e le scomodità. Valeva tutto. Persino affrontare il fenomeno “Starleyet” a mani nude.

«Stasera ti stupirà».

«Vedremo, mamma, vedremo. Per ora ho bisogno di fare colazione con te».

Entrammo ancora abbracciate nella dimora settecentesca. Il fuoco crepitava allegramente nella grande cucina dove tutta la comunità era riunita. Eppure, un brivido mi scese lungo il corpo. Contai sette disegni appesi alle pareti. Gli autori di certo non sapevano disegnare. Nonostante ciò, l’orrore che descrivevano era fin troppo reale. Dentro la luce, rappresentata da sette stelle luminescenti, si trovavano i corpi stilizzati, ma chiaramente a terra di altrettante sette persone. Ormai ero quasi certa di trovarmi all’interno di una setta, mascherata da credo religioso.

Trascorsi la giornata, cercando di conoscere i membri della comunità. I veggenti erano sette, compresa mia madre. Recuperai i disegni dei due sabati precedenti e il tema era decisamente più allegro. La luce delle sette stelle era sempre presente, ma al suo interno si intravvedevano piccole ellissi.

«Sono pianeti?» chiesi a mia madre, ormai non mi staccavo più da lei. Controllavo ogni mossa di Padre Rock e dei suoi seguaci.

«Oh, sì, ma i disegni non riescono a rendere la bellezza del Creato, purtroppo!»

«Capisco» dissi, aiutandola a preparare la cena per gli adepti e assicurandomi al contempo che non ci fossero erbe sospette tra gli ingredienti a disposizione «è tipo Contact?»

Mia madre annuì. Aveva sempre amato la fantascienza e Contact, interpretato da Jodie Foster, era il suo film preferito.

«Di male in peggio: fase allucinatoria diurna» mormorai a bassa voce.

«Non ti richiudere dentro le tue certezze, Gaia Morri» disse Padre Rock, avvicinandosi a me «almeno aspetta stasera!»

Annuii, capendo che Padre Rock mi stava studiando a sua volta. Dovevo fare qualcosa per convincerlo a fidarsi, così gli sorrisi. Lo sguardo speranzoso mi illuminava il viso, cercando di ipnotizzare il prete con la mia buona fede, nonostante i dubbi che provavo. Sembrò credermi perché mi permise di seguire mia madre in ogni incombenza. Contro ogni mia aspettativa, mantenni la maschera ipocrita fino a sera.

Allo scoccare della mezzanotte, ci disponemmo all’interno del cerchio luminoso che avevo aiutato a creare, accendendo i lumini, riposti sul pavimento di cotto.

Per fortuna, non dovevamo avventurarci fuori le mura per vedere il fenomeno perché l’atrio del castello era dotato di un soffitto a cupola in vetro. Uno dei tanti lussi che Madame LaFuerte si era concessa negli anni. Una lacrima mi scivolò sulle guance al pensiero di non averle detto addio. Avevo imparato a riconoscere le stelle grazie a lei, alla cupola e al suo potente telescopio, ora nelle mani di Padre Rock. Il prete era l’unico fuori dal cerchio e puntava lo strumento verso le stelle. Scossi la testa, non riuscivo ancora a inquadrarlo. La rabbia nei suoi confronti non mi permetteva di essere lucida. Sembrava essere a suo agio in ogni contesto, quasi fosse un camaleonte.

Spente tutte le luci del castello, il tenue bagliore dei lumini ai nostri piedi accentuava lo splendore del manto stellato. Qualcuno azionò l’apertura della botola. La serata limpida ci permise di osservare il pulsare ipnotico delle stelle. Individuai subito Aldebaran, la stella più brillante della costellazione del Toro. Nello spazio buio tra Etnath e Betelgeuse, riconobbi il cono d’ombra che da piccolo si faceva sempre più grande fino ad offuscare le stelle che gli gravitavano intorno. I sette veggenti pronunciavano il nome “Starleyet” ripetutamente, dapprima a bassa voce per poi aumentare l’intensità del suono mentre la comunità intonava un canto melodico che non riconobbi. Decisamente, il fenomeno era interessante. Non avevo mai visto niente di simile in vita mia. L’evento durò pochi minuti, forse cinque, secondo il mio “fit band”, poi l’ombra scomparve, lasciando il posto a sette stelle che non riuscivo a riconoscere. Quello che vidi fu un’esperienza sensoriale di primo livello. Mi sentii avvolta, eppure avvertivo nitidamente il freddo pavimento del castello sotto le mie natiche. Percepivo una voce interiore che si irradiava dentro di me, prendendo forza dalla luminescenza delle stelle e mi parlava. Le stelle si allinearono e per un breve lasso di tempo, forse dieci secondi, riuscii a vedere la sagoma di un essere gigantesco che riuniva le sette stelle. La forma sconosciuta mi guardò per poi girare la testa e scomparire alla mia vista, seguita in scia dalle sette stelle.

Quando tornai ad essere consapevole delle persone che mi circondavano, scoprii che avevo perso conoscenza per alcuni istanti. Mamma mi accarezzava il viso, mentre Padre Rock osservava con attenzione la scena.

«Che cosa hai visto, figlia mia?»

«Niente, mamma» dissi, mentendo.

Lo ripetei ad alta voce per farmi sentire da tutti i presenti. Non ero sicura di quell’essere che avevo intravisto nelle stelle perciò, nei fatti, non avevo visto niente di descrittibile. Se avessi dovuto dare un nome alla sensazione provata in sua presenza avrei detto “stupore”. Era stupito che potessi accorgermi di lui, che riuscissi a percepirlo. Ma potevo sbagliare. L’ambiente della comunità aveva contaminato anche la mia capacità di osservazione. Mancava una settimana a Natale, un sabato ancora e forse avremmo scoperto la verità. Ma, inganno o rivelazione, decisi che mia madre non sarebbe più stata da sola.

La sindrome della valigia vuota

Estate. Finalmente il caldo che aspettavo è alle porte. Ed io con lui mentre sto preparandomi per trascorrere una settimana in Piemonte, in un agriturismo di Gignese, la mia prima vacanza in montagna.

– Una settimana – mi ripete mio marito con lo sguardo deciso e le mani sui fianchi – solo una, Monica, stavolta non hai scuse.

Ed io comincio a tremare. Sì, perché lo so di soffrire della sindrome da valigia vuota, ne sono consapevole. Non c’è più bisogno di prenderne atto. Ogni anno, al momento di lasciare la mia adorata casetta, non riesco a fare a meno delle comodità quotidiane che rendono la mia vita meravigliosa. Crema giorno, crema notte, siero occhiaie anti età, prodotti da trucco, per citare solo una piccola parte del necessario. Quando devo partire tutto mi diventa obbligatorio.
Di solito le ferie mi permettono comunque di spaziare, constando di due settimane al mare. E vuoi mettere quanti bei capi leggeri nell’armadio aspettano solo di essere sfoggiati? Anche se magari li indosso per una sera soltanto. Per non parlare poi delle scarpe e del corredo che le segue. Nonostante tutto, però, la mia borsa è sempre la più leggera della famiglia. Essere donna hai i suoi vantaggi. Ma in montagna? Con me, perennemente freddolosa? Di certo supererò lo standard previsto, anche se preparare la valigia per la metà del tempo, dovrebbe essere più semplice, vi pare? E invece no. La sindrome della valigia vuota incombe anche quest’anno su di me. Oddio, sento salire l’ansia che mi attanaglia mentre penso a cosa e, soprattutto, a quanto portare con me. Seleziono pochi capi di abbigliamento, uno per ogni tipo di clima che potrei incontrare, chiudendo gli occhi per non cambiare di nuovo idea e ricominciare da capo. Per non incorrere nella tentazione di infilare nella valigia tutto quello che vedo in casa, decido di prepararla poche ore prima della partenza.
Ebbene, sì. Decisamente, sì. Ho superato il rischio. E’ ufficiale. La sindrome della valigia vuota è la mia patologia.

La Resilienza

Appena apro gli occhi, il soffitto s’illumina, proiettando la data: 20 marzo 2050, ore 10:00, domenica.
– Buongiorno Anna – pronuncia Gea, la voce elettronica del software interattivo che ci connette al mondo.

Non le rispondo. Lo facevo all’inizio, vent’anni fa, quando eravamo ancora spaventati dall’esterno. Oggi è diverso, non ne ho più bisogno per sentirmi felice. Apro le tende, esco in terrazza con il caffè della mattina e guardo il mare. Il paesaggio è sempre lo stesso. Ipnotico, ammaliatore, anche bugiardo. Ma la gente non lo è più. Tutti siamo migliorati, lo devo proprio ammettere. I più resilienti del gregge hanno fatto da apripista al nuovo stato delle cose, mostrandoci la via per essere sinceri e, a poco a poco, anche il resto di noi li ha seguiti. Dapprima, impercettibilmente, trascinavamo anche le fobie fuori casa. Poi, faticosamente, ci riadattammo al contatto con gli altri. Oggi possiamo correre all’aperto, intrattenerci nei bar, fermarci a dormire in albergo senza problemi. Certo, dobbiamo sempre rispettare la pulizia, l’ordine e rispondere con notifica alle ordinanze Ministeriali che arrivano ogni giorno in casa, grazie a Gea, ma il contatto con la gente non è più vietato.

– Stato di salute: ottimo. Complimenti, Anna, puoi uscire tranquilla – sentenzia Gea, scannerizzando il mio corpo. Mi trattengo a stento dal ringraziarla ed eseguo la notifica di presa visione del mio stato fisico. Ormai è diventata un’abitudine rilassante farsi analizzare dalla macchina, ma all’inizio ne ero terrorizzata, convinta che mi avrebbe comunicato brutte notizie.

Iniziammo con il garantire la sicurezza medica. Ogni famiglia fu in grado di attingere al software “Gea” tramite la propria linea internet a costi calmierati. Fu un atto di solidarietà globale. “Stop agli affari, sì alle persone” fu lo slogan che impazzava sui social, sui giornali, sui muri di quasi ogni quartiere. Nessuno sapeva chi lo avesse scritto la prima volta, ma generò un’onda positiva inarrestabile. Il progresso tecnologico fece un grandissimo balzo in avanti. Dall’App che identificava i positivi al virus, si passò a svilupparne uno che forniva medicina virtuale a domicilio. E il Mondo divenne un posto migliore, dove vivere. Io per prima non ci credevo, eppure oggi ce l’abbiamo fatta. Siamo riusciti a evolverci davvero. Oggi tutti hanno a disposizione un kit salvavita in casa. Ossigeno, respiratore, diagnosi medica precoce non sono più problemi capaci di paralizzare il mondo. Sorrido mentre mi dirigo in camera. Ho appuntamento con Cara per lo shopping e poi per il pranzo. Lei è una delle resilienti più attive. Non so come, ci siamo capite subito, fin dal primo giorno in cui è arrivata in città. Io e lei siamo così diverse, eppure stiamo bene insieme. Mi spazzolo i capelli corti e ricci. Neri come la notte, s’intonano ai miei occhi color ombra. Cara, invece, ha i capelli di un biondo solare, uno sguardo cristallino e occhi verdi che l’aiutano nell’interagire con gli altri. E’ un’esplosione di energia e positività: la Resiliente per eccellenza. Sono fiera di esserle diventata amica. Esco di casa, assaporando la dolce aria primaverile, priva di smog, altro effetto positivo sul Pianeta. A causa dell’ondata virulenta del passato, i Governi di ogni Stato ripresero a parlare di clima, agendo, finalmente. I risultati prodotti furono veloci e concreti, educandoci all’ecosostenibile calmierato. La benzina fu dimenticata, i pannelli solari integrati sul tetto di ogni abitazione, l’energia eolica sviluppata a trecentosessanta gradi, imitando i Paesi del Nord Europa che già nel 2020 erano all’avanguardia sul fronte clima e ambiente. Gli sforzi impiegarono anni per dare risultati visibili, ma oggi il benessere per la popolazione è statisticamente dimostrato.

Cara mi aspetta in centro. Le sorrido mentre lei non si accorge nemmeno che mi avvicino. E’ intenta sulla tastiera del suo Pc portatile e sta digitando velocemente, al solito. Sembra fondersi con il computer quando lavora. La coda di cavallo che trattiene i suoi lunghi capelli si muove ritmicamente. Finalmente alza la testa, sbuffando.

– Ehilà, Cara, come va? Sempre alle prese con i numeri? Cara è un bravissimo ingegnere elettronico.
– Sì, ma ho finito. Ti va un caffè? – nel dirlo, solleva una mano e il cameriere arriva scodinzolando, servendomi il miglior caffè della città.

– Come hai fatto? – non riesco a trattenermi dal chiederle appena il ragazzo si allontana. Lei mi fa l’occhiolino e solleva le spalle.

– Anna, Anna, io continuo a dirtelo, ma tu non lo comprendi ancora: fatti concreti, piccoli gesti altruisti alimentano la Resilienza e la valanga positiva irrompe automaticamente nella quotidianità.

Strabuzzo gli occhi, finendo il mio caffè. So che mi sta prendendo in giro, lo vedo da come arriccia le sopracciglia, è un tic che le appartiene quando mente. Ma un orologio, ci pensate? Quanto sarebbe bello se il mondo fosse davvero un orologio!

Il cammino della pioggia

Avevano detto che sarebbe finito tutto. Il mondo che conoscevamo, le abitudini di anni dimenticate perché non esistevano davvero, ma era l’ennesima bugia. Nemmeno i distruttori di Matrix sapevano cosa sarebbe successo dopo aver disattivato la neuro-simulazione.

Scilla stringe la mia mano mentre guardiamo il cielo algido di un gennaio inaspettato.

Dopo dieci anni, siamo riusciti a riportare il sole sulla Terra, ma qualcosa ancora ci sfugge.

– Le nuvole sono scomparse, eppure piove – ammetto, osservando i cerchi di vento nel cielo farsi sempre più grandi. Sembrano piccoli tornado pronti a esplodere.

Da giorni il tempo ci obbliga a restare in casa, oggi però è diverso.

Guardo i nostri vicini bagnarsi con noi sotto la pioggia, sulla strada. Non leggo più la paura nei volti, nemmeno io sono spaventata da quello che mi sta accadendo.

Socchiudo gli occhi, la pioggia calda mi fa sentire meglio.

Probabilmente lo provano anche gli altri perché una colonna di persone si muove. Alcuni camminano sicuri, altri si voltano indietro, non hanno ancora preso una decisione.

– Hilde, non illuderti. Hanno detto tante cose, ma ora che dovrebbero guidarci, dove sono? Mia sorella mi scuote nel dirlo, ha gli occhi tristi, la mano trema nella mia.

So che ha ragione, non posso più difenderli. Gli eroi del nuovo mondo se ne sono andati lasciando in eredità un cielo instabile e tanto lavoro.

Per fortuna, niente di noi è andato perduto. Le macerie sulle strade ormai sono quasi scomparse. I massacranti turni cui ci siamo sottoposti hanno riportato l’ordine nella città di Urve. Le nostre capacità hanno superato i ricordi di un passato indotto. A tratti risultano persino amplificate, come se le induzioni cerebrali che per anni ci hanno nutrito di bugie fossero ancora cibo buono, dopotutto.

C’è sempre qualcosa che ci spinge a proseguire, penso tra me. Dobbiamo fare esperienza, apprendere, e stare fermi in un luogo per tanti è diventato impossibile. Ecco perché la maggior parte di noi ha deciso di partire.

Ormai la mia gente è alla curva di Leonardo, devo decidermi: unirmi al gruppo o restare.

– Perché lasciarmi proprio adesso? Scilla scuote la testa. I suoi lunghi capelli ramati sfavillano al sole del crepuscolo.

Lascia la mia presa e muove le mani indicandomi le case quasi ricostruite, alcune persino impreziosite dal marmo rosa recuperato dalle cave.

Le scintille che spigiona sono contagiose.

– Tu vuoi restare – sussurro, voltandole le spalle. Non devo guardarla o rimarrò qui senza sapere se è quello che voglio. A lei piace comandarmi.

– E’ una follia! Resta con me, sorellina. Arriveranno altri e Urve sarà di nuovo nostra – insiste ancora Scilla

Come posso lasciarla qui da sola? Eppure so che devo farlo.

I canali di scolo ai lati del marciapiede mi offrono una via di uscita.

– Sai che non posso. Guarda la pioggia – le rispondo, invitandola a osservare. L’acqua in alcuni punti risale anziché scendere seguendo il sentiero naturale del terreno. E succede da due giorni, da quando la pioggia calda ha cominciato a cadere.

Apro la bocca, alcune gocce mi bagnano la lingua. Hanno il sapore dolce della cannella appena colta. E una sensazione di benessere mi ristora il corpo. Forse è merito della pioggia se non abbiamo più paura, come il tornare a casa dopo un lungo viaggio.

Ormai ho deciso.

– Devo seguire il cammino della pioggia, vedere il punto dove l’acqua si ferma, se esiste. Voglio capire cosa stia succedendo. Lo comprendi, sì?

Scilla non parla più nella mia mente, lascia soltanto la mia mano e rientra in casa.

Forse un giorno ci ritroveremo, forse ritorneremo una, guardandoci negli occhi come accadeva da bambine.

Questo però è il mio momento, la mia crescita, il mio passaggio. Nemmeno per lei potrei recedere, nemmeno per il bene che le voglio.

Vedo il mio doppelganger sorridermi un’ultima volta. Sollevo lo sguardo intorno e mi concentro.

Urve è già lontana, sono davanti al gruppo.

 

brano tratto da Matrix Anthology

La via di casa

La via di casa

E’ una notte senza luna.
La strada, illuminata solo dai lampioni, procede serpeggiando a fianco della collina. Mentre la percorro, non vedo niente oltre i fari della Mustang, ma so che sto tornando a casa.
Sono anni che manco. Anni fatti di lacrime di mamma che ogni maledetto Natale mi supplicava di tornare a casa, almeno per le feste, ma io non cedevo. Non avevo mai tempo. Anteponevo la carriera di dirigente alla famiglia finché quest’anno ne ho avuto fin troppo, grazie agli esuberi di personale. E ancora mi brucia.
Fra poco le luci e il mitico vialetto di sassi bianchi della mia infanzia appariranno in tutto il loro splendore. Forse quest’anno mi farò perdonare.
Il tempo scorre rapido nelle mie vene e intanto piove. Piccole gocce si spargono sul parabrezza, spazzate via dal suono secco dei tergicristalli.
Swishhh, swishhh, swishhh.
Lo scoppiettio del motore mi coglie impreparato.
Due colpi di tosse e poi il silenzio. Faccio solo in tempo a parcheggiare in uno spazio di fortuna e l’auto si ferma.
Guardo il cruscotto.
– Non è possibile – borbotto.
La benzina è finita perché ho percorso duecento chilometri quando ne dovevo fare solo quaranta per raggiungere la mia famiglia.
Scendo dalla macchina, cercando di orientarmi nel buio e penso mentalmente alla strada percorsa.
Conosco a memoria i luoghi della mia infanzia eppure sono qui, ancora da solo.
Nel buio qualcosa si muove.
Un rumore spezza il silenzio.
La sagoma, dapprima indistinta, prende forma e corre verso di me.
L’ansia mi attanaglia.
L’orrenda bestia ha uno sguardo giallo e famelico che mi punta.
Corro. Non so verso dove, ma corro nella direzione opposta.
Il fiato già manca, i battiti accelerano, le gambe cedono.
Non resisterò ancora molto, ma non riesco a voltarmi.
La paura aleggia su di me, la sento crescere a divorarmi i pensieri.
Le grida della creatura immonda si fanno sempre più vicine.
– Aiuto!
Le lacrime scorrono sul volto. Non posso più frenare il mare di emozioni che m’invade.
– Aiuto!
Non voglio morire qui, non voglio morire adesso. Anche se l’ho detto molte volte in questi giorni, non ci credevo davvero!
Le gambe cedono e finisco riverso a terra.
Sento le urla cessare e una pressione sul corpo mi costringe a proteggermi il capo.
Odio sentirmi indifeso. Lo ero da bambino e ho speso i miei giorni da adulto, lottando per non soccombere più.
Non posso nascondermi ancora. Non devo evitare il confronto.
Libero le braccia, portandole a terra.
Devo girarmi. Devo guardare in faccia la morte.
Un colpo di reni e sono supino.
La sagoma è ancora sopra di me. Ne avverto l’alito fetido e gelido, paralizzarmi lo sguardo.
Non vedo flash, niente dei miei ricordi, solo il freddo spasmo che mi contrae le viscere.
Voglio parlare, muovo la bocca, ma non riconosco il suono disarticolato che ne fuoriesce.
La bestia mi afferra le braccia. Gli artigli lacerano la pelle mentre provo dolore e sanguino.
Vedo rosso. Tanto rosso. Sulla terra intorno a me e dentro gli occhi della bestia, ora intravedo il rosso che si propaga, sostituendosi al giallo di prima. Poi l’improvviso irrompe.
I contorni si fanno sfumati e la creatura perde forma. Muta sopra di me, la vedo sciogliersi, ricomporsi e la paura scompare.
La riconosco, adesso.
– Mamma – grido, abbracciandola.
Il freddo pungente si stringe intorno a noi, aiutato dal vento che sferza i nostri volti.
– Mamma, sto impazzendo?
– No, bambino mio – dice, abbracciandomi.
E’ sempre lei. La mamma, serena e bellissima.
Sono a casa?
– Non ancora, ma è vicina. Tra poco la vedrai.
Ora non sento più le braccia e cedo al gelo. Non vedo più niente intorno a me, nemmeno mia madre.
– Fabio. Oddio…aiuto… datemi una mano.
Adesso sento la voce di Tommaso, mio fratello, che grida in lontananza.
Altre urla mi riscuotono dal torpore. Apro gli occhi, l’alba sta sorgendo e il calore del corpo di mio fratello riattiva anche i miei sensi.
Tocco il terreno sotto di me e riconosco i gradini della casa.
– Ma cosa diavolo.. – dico, incredulo mentre mi lascio trascinare dentro.
Finalmente al caldo ed è ancora Natale.
Sorrido. Sono mesi ormai che non sorridevo più, ma oggi sorrido.
Guardo intorno a me. Padre, sorella, nipoti, tutti mi guardano, piangendo.
– Ok, ragazzi, adesso basta. Ho solo bisogno di qualcosa di caldo. E’ ancora Natale, giusto? – biascico, infreddolito.
– Sì, a te è andata bene – mormora Tommaso – ma la mamma…
– Non finisce la frase, asciugandosi gli occhi con la mano.
– La mamma?
– Dicono sia stato un ictus. Eravamo già tutti qui e non ci siamo accorti di niente.
Scuoto la testa, ancora in trance.
– La mamma? Non può essere!
– E’ successo stanotte – interviene Sonia, mia sorella.
– Nel sonno – rincara papà, singhiozzando – non ho potuto nemmeno salutarla.
Io sì. Lo penso e sto per dirlo, ma qualcosa mi trattiene mentre ricordo l’incubo.
Non sarebbe di conforto agli altri. Io, l’unico scellerato della famiglia, solo io ho potuto stringerla un’ultima volta prima del lungo viaggio. No. Non devo dire niente. Non è giusto.
– Portatemi da lei – dico soltanto.

Follie di primavera

Diana chiuse dolcemente la porta dietro di sé, incamminandosi poi sulla strada lungo le mura di Lucca. Era primavera. Di nuovo il cielo tornava a splendere d’azzurro e nuvole sulla città e rasserenava l’animo della giovane donna, convincendola a riprendere la via. Le accadeva ogni anno: allo scoccare del solstizio di primavera si concedeva una lunga pausa dal lavoro. Lasciare la casa in cui era vissuta in affitto era una benedizione. Non programmava nulla a primavera. Non la durata, non la meta. Per Diana, primavera significava l’oroscopo al contrario: il futuro senza pronostici, la sua ricarica senza farmaci. Alzò il volto alla carezza dolce del sole di mezzogiorno. – Memento audere semper, dubium sapientiae initium – disse poi in un sussurro. La regola non obbligava a pronunciarla ad alta voce. Serviva solo all’animo del viaggiatore per preparare il corpo alle nuove esperienze che avrebbe fatto lungo la strada e a salutare senza rimpianti le persone che l’avevano accompagnata durante l’anno trascorso. I ricordi appena vissuti cominciavano già a sbiadire, passo dopo passo, mentre lasciava l’area urbana per dirigersi verso il sentiero che portava alle dolci colline senesi. Issò sulle sue esili spalle l’enorme zaino che le avrebbe garantito la sopravvivenza all’aperto, in attesa di trovare una nuova casa. La lunga treccia color ebano e dai riflessi di rame ondeggiò per lo sforzo. Ogni anno le persone che salutava non capivano il suo bisogno di partire, di ricominciare altrove, ma Diana non si lasciava distrarre da nessuno. Aveva uno scopo e la primavera era il suo richiamo. – Non ci credo! – la voce maschile le arrivò al fianco, costringendola a girare la testa. – Non scherzo mai sul viaggio, Luca. – Io vengo con te. Diana si fermò, guardando nel caldo di due occhi nocciola per poi scuotere la testa. – Non sai quello che dici. – Invece sì. Posso farlo anch’io. – E il tuo lavoro? Il sorriso dell’amico la sorprese. – Ne ho parlato con il capo. Dice che è una cosa da pazzi, quindi si aspetta un articolo strepitoso. – Fammi capire bene… vorresti scrivere di me? – Non solo. Documentare le follie di primavera. Ecco… adesso ho pure il titolo.
Cosa posso volere di più? Per un istante, Diana soppesò le parole di Luca, indecisa, poi sbuffò. Un lieve alito di vento le accarezzò la pelle mentre alzava le spalle in segno di resa. – Decido io le tappe. Se i piedi ti fanno male, non voglio sentire lamentele. Intesi? – Certo. E lo pensava davvero Luca mentre salutava con gli occhi la sua città natale. Porta San Gervasio era ormai alle spalle e la Via Romana si estendeva davanti a loro placida e serena. Una bella passeggiata all’aria aperta con una nuova amica, comode scarpe da trekking e un articolo che prometteva faville galvanizzarono il suo umore. Follie di primavera: il titolo voleva essere scherzoso, dipingere il percorso bizzarro di una donna insolita alla ricerca di se stessa. Dopo sei ore di cammino, interrotto solo da brevi pause per dissetarsi, però, Luca non la pensava più così. Aveva smesso di parlare. Diana non rispondeva nemmeno e le gambe, non abituate allo sforzo, gli cedevano per la fatica. Aveva bisogno di riposo. Voleva mangiare un doppio cheeseburger e patatine. Desiderava una doccia e un letto dove sdraiarsi, invece si ritrovava a camminare in mezzo alla campagna, senza nemmeno poterle chiedere di fermarsi e solo perché l’aveva promesso. Il sole del crepuscolo già faceva capolino dietro le nuvole, quando i rintocchi di una campana suonarono un lamento funebre. Luca si toccò i genitali. – Stanco e persino superstizioso, adesso? – Oh, lei parla! – nel dirlo, l’uomo si portò una mano al cuore. Diana scoppiò a ridere. – Pentito? – Sentire il rintocco della “Smarrita” mi ha sconvolto. Siamo arrivati a piedi ad Altopascio, ti rendi conto? – Fra poco ci fermiamo. – Dove? Non ci sono alloggi qui intorno. – Ho una tenda nello zaino, Luca. – Tu cosa? – Non dormo mai dentro mura durante il viaggio. Il giornalista chiuse gli occhi, mentre continuava a camminarle al fianco. – Ok, a me lo puoi dire… E’ un fatto religioso che ti obbliga al pellegrinaggio? Diana gli sorrise. – Non mi ero accorta che fossi spiritoso … sarà l’effetto della primavera? – Ah ah ah… ahia! – le rispose Luca, inciampando in una radice e strattonandosi la caviglia destra nel tentativo di liberarsene. Si massaggiò poi la parte lesa, approfittandone per riposarsi. Diana alzò le spalle in un gesto di resa, fermandosi a sua volta. – Non è una religione. Le comodità rischiano di distogliermi dalla meta. Così le evito.
– Oppure hai paura di affezionarti a qualcosa o a qualcuno. Read more

La cosa giusta

LA COSA GIUSTA di Monica Porta

Non aveva un presepe per accogliere i fedeli, né luminarie che addobbassero il sagrato della piccola chiesa valligiana. L’altare richiedeva manutenzione. Dai muri, la vernice scrostata si raccoglieva per terra, risaltando sul chiarore opaco del pavimento. Solo l’odore acre dell’incenso mescolato al fumo di candele bianche faceva intuire che, di lì a poco, il parroco avrebbe officiato i riti del Natale. La campana scandì i suoi ultimi rintocchi. Mancava poco a mezzanotte. Sapeva che era inutile illudersi di riempire i banchi vuoti con le voci dei fedeli. I pochi nel paese preferivano frequentare quella mattutina delle sei, ma il buonuomo non si scoraggiava facilmente. Così, da anni, si era abituato a celebrare la Messa di Natale da solo. Quella notte, però, il portone si aprì e il prete spalancò gli occhi. Il dolore che leggeva sul volto di Beppe lo fece fremere. Ne conosceva il motivo e ben poco poteva fare per lui se non pregare. Il sacerdote sospirò, cominciando a celebrare per poi interrompersi. Una folla fece il suo ingresso. La chiesa ora risuonava del sommesso cicaleccio di sconosciuti e don Pino si rallegrò. Preparandosi a distribuire l’Eucarestia, rischiò di far cadere il calice per la sorpresa. Le persone in fila raggiungevano l’altare, sostavano sull’ultima piastrella davanti a lui, e scomparivano nel nulla. Inspiegabilmente. Solo Beppe gli rimase di fronte ad accogliere il Sacramento. Erano di nuovo soli. Don Pino notò che la piastrella sulla quale era avvenuto il fenomeno si muoveva sotto i suoi piedi e provò a smuoverla. Sotto, vi trovo delle banconote. Allora comprese: la gente che aveva appena avuto davanti non era mai stata reale. L’apparizione, probabilmente, voleva che trovasse il denaro, nascosto in quel punto chissà quando, chissà da chi. Così capì cosa doveva fare.

– Beppe, tienile, potrai curare la tua bambina – disse emozionato.
– Ma io… -Accettale. Aiuta tua figlia a guarire.

L’uomo prese le preziose banconote e uscì in lacrime.

Don Pino alzò gli occhi al Crocifisso: aveva assistito al suo primo miracolo.

(testo pubblicato con DELOS BOOKS – Antologia 365 Racconti di Natale) 42

Trues Stories

 

 

 

True Stories Verità del terzo millennio

Autore: Vari
ISBN: 978-1-291-44724-8
Pagine: 202

 

 

 

Antologia dedicata al tempo, il terzo millennio, visto da prospettive diverse. Nel brano “Fuori di qui” affronto il tema delle relazioni umane , così pericolosamente facili nell’era delle “chat”.

M.P.