Miti senza tramonto

Un pomeriggio assolato e l’urgenza di proteggermi dal sole mi spingono a pagare il biglietto per una mostra fotografica di cui so poco o nulla. Sono a Biella e a Palazzo Gromo Losa è in atto la mostra del fotografo Douglas Kirkland che ritrae Coco Chanel e Marilyn Monroe, due icone del Novecento famose nel mondo, decisamente fumose per la sottoscritta. L’ideale per perdere tempo senza farsi sopraffare dalla noia in attesa della cena, penso mentre pago il biglietto a prezzo intero. Le assistenti mi invitano a iniziare il percorso dall’ orto botanico che ospita coltivazioni di aromi per poi procedere verso il giardino in stile italiano, impreziosito di frasi famose appese, come cornici a cielo aperto. L’esperienza è sorprendente, più per l’allestimento delle frasi che per il verde esposto.

Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021

Appena rientro nel Palazzo e incontro le foto tutto cambia. Le prime sale parlano di Coco Chanel.
Un’ icona di stile e di moda. Decisa, austera, sagace, una donna moderna sotto molteplici punti di vista. La sua determinazione traspare netta e non posso far altro che ammirarne la tenace bellezza.

Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021

Nell’ultima sala, la filodiffusione trasmette un brano di Frank Sinatra. E’ di nuovo il 17 novembre 1961. Marilyn è all’apice del suo successo e sta posando per un giovane fotografo. Le foto sono destinate alla pubblicazione su “Look” in occasione del venticinquesimo anniversario della rivista. Marilyn chiede alla troupe di lasciare il set, permettendo così al giovane fotografo di esprimersi liberamente. Kirkland la riprende da una balconata sopra il letto, allestito per l’occasione con lenzuola di seta. Sul comodino, due calici e una bottiglia di Dom Pèrignon allietano i due durante le pause. Otto mesi dopo il servizio fotografico, Kirkland è a Parigi per fotografare Coco Chanel quando apprende la notizia della tragica morte di Norma Jeane Baker, alias Marilyn Monroe. La donna aveva solo trentasei anni, ma il suo mito è ancora intramontabile. Le foto parlano da sole, audaci, sensuali, accattivanti, attirano lo spettatore nella rete. E la magia è la stessa, oggi come sessant’anni fa, il fascino di Marilyn Monroe non lascia indifferente il pubblico. Ora lo posso confermare anch’io.
La mostra è disponibile fino al 12 settembre 2021.

Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021
Foto dell’autrice – mostra Palazzo Gromo Losa 2021

Il volto di Lovere

L’estate è il tempo ideale per scoprire nuove mete e l’acqua è da sempre un richiamo irresistibile per me. Che si tratti di mare o di lago poco importa. Quando ho bisogno di staccare la spina dal quotidiano, ricerco il panorama liquido che mi regalano entrambi. Così, in un soleggiato sabato di luglio, ho visitato Lovere, lo splendido borgo che si affaccia sul Lago d’Iseo, ignorando le grida horror della Casa che mi avrebbe voluto intenta alle pulizie di routine, come ogni maledetto week end.

La strada è delle migliori solo se amate la guida e, soprattutto, le code dopo l’uscita dall’autostrada A4. Detto questo, vale sicuramente la fatica del viaggio. Arrivando nelle prime ore del mattino, è possibile trovare anche parcheggi per auto gratuiti e, soprattutto, fruire del traghetto per “Monte Isola” (partenza dal molo di Lovere ore 9:25 – 13:20 e 15:50 – orari luglio 2021). Se invece amate poltrire, come la sottoscritta, potrete comunque gioire di parcheggi a pagamento a misura di turista. Non riuscirete a prendere il traghetto, già occupato dai solerti turisti che vi hanno preceduto, ma potrete vivere in religioso silenzio le caratteristiche viuzze del borgo antico, tuffandovi nella storia.

Le case pittoresche, il clima mite e la tranquillità del centro, si fondono perfettamente con la calma che ispira il lago. Lo spirito di un passato autentico si percepisce subito calpestando la pavimentazione a ciottoli per raggiungere la Torre Civica, situata nella spettacolare Piazza Vittorio Emanuele II. L’ingresso è gratuito e custodito da un guardiano che calmiera gli afflussi e fornisce anche la cartina della città, su richiesta. Alta ventotto metri, la Torre offre uno splendido panorama sul lago e sui tetti della cittadina. Salendo le scale, a ogni piano, è possibile leggere la storia della città, scandita dalle dodici Ore/Ere di Lovere. Sono delle targhe in materiale trasparente appese al muro della Torre che riassumono la storia della città a tappe di secoli, utilizzando una comunicazione, oserei dire, perfetta. A ogni passo in salita, l’impressione è quella di trovarsi nel periodo descritto. Arrivati in terrazza, si gode la spettacolare vista a trecentosessanta gradi sulla città.

La visita del borgo a piedi incanta l’occhio del turista, intrattenuto da vivaci negozi di vario tipo che possono soddisfare ogni richiesta. Da menzione sono i dolci “Baci di Lovere”, deliziosi frollini con farcitura di crema alla nocciola e i “Funghetti” di meringa e cioccolato della pasticceria “Wender”.

Per un pranzo delizioso ed economico, il “Bar Centrale” è quello che fa per tutti dove diverse tipologie di piatti, anche caldi, possono soddisfare qualsiasi palato, compreso il dolce. Il gelato del “Bar Centrale” è considerato un must dai residenti, posso confermare il fatto! E poi il lungolago incantevole permette di smaltire facilmente le calorie assunte con il pranzo.

Da non perdere anche la visita alla “Galleria dell’Accademia Tadini”. L’ingresso è a pagamento, ma merita la vista, a cominciare dalla splendida stele funeraria, raffigurante una donna piangente, realizzata dal Canova in memoria dell’amico, Faustino Tadini, prematuramente scomparso a venticinque anni. La stele è di una bellezza disarmante che mi ha commosso, letteralmente. La grande capacità del Canova di trasmettere le emozioni con le sue opere ogni volta mi riga il volto di lacrime.

Lovere è il volto romantico di una località adatta anche per una vacanza.

foto dell’autrice –  tutti i diritti riservati

Autunno a Crespi d’Adda

L’autunno a Crespi d’Adda è meravigliosamente cupo. La Dea dormiente anche qui si riveste di colori spettacolari, ma lascia una vena malinconica negli occhi dello spettatore che è difficile trovare altrove. L’attrazione principale del luogo consiste nella visita al villaggio operaio. Patrimonio dell’Unesco dal 1995, fu costruito dall’imprenditore Cristoforo Benigno Crespi nel 1878 e portato al massimo splendore dal figlio fino al 1930 per poi iniziare lenta ma graduale discesa, terminata nel 2003 con la chiusura definitiva del Cotonificio. E’ la testimonianza più importante e concreta del fenomeno dei villaggi operai nell’Europa meridionale, frutto dell’influenza dei paesi Nordici. La sua storia ricca di contraddizioni, non permette di affermare se il progetto fosse frutto d’illuminismo o imprenditoria paternalistica, resta il fatto che all’apice del suo splendore diede un futuro concreto a quattromila operai che abitavano la zona.

Parcheggiata l’auto a Trezzo d’Adda, in Via Antonio Gramsci il parcheggio è gratuito la domenica, il villaggio si raggiunge a piedi con una passeggiata di circa trenta minuti, costeggiando l’Adda. Parallelamente al fiume, scorre il Naviglio della Martesana che collega l’Adda a Milano. L’acqua scorre tranquilla nel canale. Nel passato, era il principale mezzo di comunicazione usato dalle persone per raggiungere la città. Oggi in disuso, ancora attrae l’attenzione del viandante che qui si ferma a leggere la poesia dedicata al Naviglio.

Oltrepassato il fiume grazie a un ponte di ferro, si raggiunge la sponda bergamasca e, dopo pochi minuti, anche il villaggio. L’accesso è a pagamento, anche se non ci sono controllori né sbarre che ne impediscano l’ingresso pedonale. Il silenzio quasi assordante mi convince che sia un Sito abbandonato, al pari del Cotonificio Crespi. Vedo una chiesa, esatta copia in miniatura della Chiesa di Santa Maria Novella a Busto Arsizio. A fianco, un edificio ospita il bar del dopo lavoro. Entrambi deserti. Invece mi sbaglio. Il villaggio è ancora vivo. Lo scopro dopo aver trascorso un’ora passeggiando fra le case. Ebbene sì, i discendenti degli operai del cotonificio Crespi o, perlomeno, alcuni di essi lo abitano ancora oggi. Intravedo una famiglia che sta accogliendo gli amici per il pranzo domenicale. Imbarazzati, tutti distolgono lo sguardo forse per paura che rivolga loro domande alle quali sarebbe troppo doloroso rispondere. Eppure continuano a viverci, trascorrono tempo e fatica a coltivare il giardino annesso. Mantengono inalterata la struttura di origine delle proprie case, rispettando i parametri imposti prima dalla Famiglia Crespi e oggi dal Comune e dall’Unesco. Difficile dire se con orgoglio o solo per tradizione. Lavorano altrove, ma ci ritornano ogni sera. Con la visita al cimitero, si conclude il giro panoramico. Il Mausoleo della Famiglia Crespi è costruito con ceppo d’Adda, il materiale locale abitualmente adoperato nel territorio e riconoscibile ovunque. Questo dovrebbe renderlo parte integrante del paesaggio, ma le dimensioni e la verticalità dell’opera gli permettono di torreggiare impunemente sugli incauti visitatori. All’ingresso, piccole lapidi ricordano i bambini della Comunità morti prematuramente; se ne contano a centinaia. L’atmosfera gotica che si respira lo rende un luogo spettrale. Trattengo il respiro. Riesco a varcarne la soglia solo per pochi passi e poi devo arretrare, vittima di un sortilegio che mi costringe a girare le spalle al luogo, ritornando sulla via principale ad ammirare la fila interminabile di cipressi che portano il viandante dal luogo di sepoltura all’ingresso del villaggio per terminare la visita. Nel mezzo, la Fabbrica, ormai abbandonata, saluta il visitatore lasciandomi di nuovo preda di un sottile disagio, la melanconia di un luogo amato e non ancora dimenticato.

 

Un incontro che avvicina

Martedì, 18 agosto 2020, ore 20:30. Il Sito dell’Osservatorio di Saint-Barthélemy, Frazione Lignan, in Valle d’Aosta ci ha già informati nel pomeriggio, tramite una simpatica “spunta verde”, che la visita notturna (prenotata on line giorni prima), è disponibile.
La serata è mite in Valle, a Nus, dove io e la mia famiglia soggiorniamo, ma non di meno, seguiamo scrupolosamente le informazioni forniteci dal Sito circa l’abbigliamento montano da adottare per assistere con serenità alla visita guidata.
La strada che conduce all’Osservatorio (mezz’ora circa da Nus) è irta di tornanti, ma poco frequentata. Alle 21.00 siamo già arrivati, trovando parcheggio presso il Planetario. Messa in sicurezza l’auto, ci accingiamo a raggiungere l’Osservatorio a piedi, muniti di torce (come saggiamente consigliati sempre dal Sito).
All’arrivo ci accoglie l’incaricato che indirizza i visitatori a munirsi di biglietto (uno per gruppo, seguendo scrupolosamente le istruzioni Covid 19) mentre io e mio figlio attendiamo nello spiazzo dedicato, distanziati correttamente dagli altri ospiti. Le luci soffuse dell’esterno ci permettono già di alzare gli occhi al cielo e ammirare le prime stelle visibili. Alle 22:00 ci accompagnano sul retro dell’Osservatorio per svolgere la visita in sicurezza, viste le attuali normative circa il distanziamento sociale. E inizia il tour del Firmamento in compagnia di due simpatici e preparatissimi Astrofisici.
Due consigli:
Per chi non ama guidare di notte, presso il Planetario o poco distante, sono presenti Alberghi dove è possibile soggiornare, prenotando in anticipo.
L’uso della coperta per proteggere le gambe (sempre consigliata dal Sito), oltre al giubbotto imbottito, è stata fondamentale per goderci l’intera esperienza.
Se siete in zona, vi consiglio di partecipare. Il costo del biglietto regala anche il tuffo tra le stelle che vi porterete a casa.

https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g187863-d3696096-Reviews-Osservatorio_Astronomico_della_Regione_Autonoma_Valle_d_Aosta_e_Planetario_di_Lig.html
La mia recensione presente su Tripadvisor:

Scienza, cultura e pizzichi di leggende sapientemente miscelate dai due astrofisici incaricati hanno reso la vista notturna del cielo di agosto un’esperienza indimenticabile, strappandomi più volte anche la risata. La preparazione e simpatia del personale è stata determinante a spiegare con semplicità un argomento che spesso risulta ostico a chi l’ascolta. Il tempo trascorso è volato, rendendomi ancor più consapevole dell’infinita bellezza che ci attraversa. A distanza di giorni, emozionandomi a guardare il cielo notturno, ora so anche orientarmi per individuare i principali astri che sono stati illustrati durante la visita. L’Osservatorio offre un incontro che avvicina. Perciò grazie!

La risposta del Referente:

Siamo noi che la ringraziamo per l’interesse e per le belle parole nei confronti della nostra attività. Siamo particolarmente colpiti dall’espressione “un incontro che avvicina”, per due ragioni.
Il primo motivo è che l’astronomia viene giustamente considerata la scienza dell’infinitamente lontano; tuttavia, comprendere la natura degli astri che si trovano anche a distanze immense ci permette poi di guardare a quanto abbiamo vicino con occhi nuovi e maggiore consapevolezza, come scrive lei. Siamo contenti se siamo riusciti a trasmettere questo messaggio.
Il secondo motivo è che le sue parole dimostrano che il distanziamento interpersonale, vincolo cui siamo momentaneamente costretti nell’interesse generale, non impedisce di sentirci vicini. A causa dell’emergenza sanitaria non possiamo svolgere le visite guidate estive come le avevamo originariamente concepite. Siamo felici di vedere che le soluzioni da noi individuate siano efficaci dal punto di vista divulgativo e anche del rapporto umano con il pubblico (risate comprese). A fare la differenza sono l’interesse dei visitatori, la competenza dello staff e ovviamente lo spettacolo del cielo notturno di Saint-Barthélemy, candidato a ricevere la certificazione Starlight Stellar Park riconosciuta dall’UNESCO.
Cogliamo l’occasione per ricordare a chi legge questa recensione di consultare il nostro sito web per informazioni e le necessarie prenotazioni: sopra, nella sezione “Contattaci”, trovate il link alla home page. Invitiamo poi a iscriversi alla nostra newsletter per essere informati tempestivamente sulle iniziative che proponiamo. Chi vuole può seguirci su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube: i link ai social si trovano in calce a ogni pagina del sito, dove c’è anche il collegamento a questa pagina di TripAdvisor.
Buon tutto, Andrea (ricercatore e referente per la comunicazione della Fondazione C. Fillietroz-ONLUS)

L’altra faccia della Luna

Paladina delle nascite e dell’agricoltura, ma anche ingannevole ed efferata, la Luna è l’eterna Signora per antonomasia. Come la Donna, vola leggiadra di bocca in bocca, ispirando episodi bizzarri, crudeli o al limite della decenza. Alcuni ne consultano le fasi lunari prima di fare sesso, altri la utilizzano per calendarizzare persino gli impegni di lavoro. Tutti, indistintamente, le rivolgono almeno uno sguardo nella vita, chiedendole aiuto. Persino chi non crede che l’uomo sia sbarcato sul satellite, la osserva per poi scuotere la testa e sorriderle, pensandola ancora inviolata.
Anch’io ne sono fatalmente attratta, anche se non riesco ancora a definirne il motivo.
La Luna attira l’attenzione solo perché è esteticamente bella, oppure c’è anche qualcosa di vero nel definirla in grado di influenzare la vita sulla Terra?

A detta di Focus, l’unico effetto che la Luna esercita su di noi è la forza di suggestione, sostenendo i dati della rivista Epilepsy & Behaviour che nel 2004 riportava gli studi sugli attacchi epilettici, aumentati durante il plenilunio per la presenza di casi provocati da comprovate psicosi e non da una condizione neurologica. Questo perché l’influsso della Luna sul nostro corpo è molto debole. Anche George Abell, astronomo statunitense, (Los Angeles, 1º marzo 1927 – Encino, 7 ottobre 1983), lo affermava, scrivendo che persino una zanzara imporrebbe sul nostro braccio un’attrazione gravitazionale maggiore. I liquidi corporei sono per lo più “incapsulati” nei tessuti, e non liberi di fluttuare come l’acqua degli oceani. Famoso soprattutto per il suo catalogo di ammassi di galassie, creato mentre lavorava al Palomar Sky Survey, la sua analisi degli ammassi galattici contribuì allo sviluppo della conoscenza in materia. Abell dimostrò che esistevano ammassi di secondo ordine e scoprì come la loro luminosità potesse essere usata per determinarne la distanza.
I fatti comprovati, però, lungi dal rassicurare non scalfiscono le fantasie umane. L’uomo non vuole credere nella scienza se lo incatena alla monotonia. Ne sono la prova gli articoli di cronaca sull’argomento. Nel 2007, Andy Parr, ispettore della polizia inglese del Sussex, chiese rinforzi per pattugliare le strade nelle notti di Luna piena. «In base alla mia esperienza quasi ventennale come pubblico ufficiale», disse ai microfoni della Bbc, «posso affermare che nelle notti di Luna piena ci imbattiamo in persone con strani atteggiamenti, nervose e attaccabrighe».
Andy Parr non è il primo a constatare un nesso tra fasi lunari e gli episodi violenti. Nel 1973 Arnold Lieber, psicologo americano, fu autore di un’indagine su oltre undicimila aggressioni registrate in Florida nell’arco di cinque anni. La maggior parte, a suo dire, nelle notti di Luna piena o nelle ore immediatamente precedenti. Le sue ricerche, però, non convinsero la comunità scientifica. Il nesso causale tra Luna e fatti di sangue, proposti dalle sue teorie, fu smentito dai ricercatori Ivan Kelly, James Rotton e Roger Culver, che esaminarono oltre cento studi sull’effetto lunare (operazione detta di meta analisi) rilevando errori metodologici e statistici.
E gli animali? Naturalmente, nemmeno loro si salvano dalle indagini sul tema. Tra il 1997 e il 1999 alcuni medici di Bradford (Inghilterra) analizzarono oltre milleseicento casi di aggressioni da parte di animali, concludendo che la probabilità di essere azzannati raddoppia nei giorni vicini al plenilunio.
Ancora una volta, Focus smentisce i risultati, dichiarando che gli studi sull’argomento sono infarciti di forzature e dati contraffatti e, a ben guardare, per ogni ricerca positiva, ce n’è almeno una che la nega.
Diverso discorso riguarda il rapporto sulle maree. Quando il Sole, la Terra e la Luna sono allineati (Luna piena o Luna nuova), all’attrazione lunare si somma l’attrazione solare e si hanno alte maree di massima ampiezza, denominate “le maree vive”. Qui la scienza conferma con i fatti quello che l’occhio umano percepisce.
Tornando a me, io credo che la Luna sia così dannatamente bella perché capace di ispirarci.
Esiste da secoli, la conosco da anni, eppure basta una sua foto suggestiva per farmi prendere il largo. Il foglio bianco scompare sotto il ritmico ticchettio delle dita sulla tastiera, dando spazio alle idee che viaggiano veloci. Ho giusto il tempo di prenderne nota e salvare l’articolo prima che lei salpi per nuovi orizzonti lasciandomi felicemente a terra, ma con lo sguardo perennemente rivolto verso il cielo.

I respiri della Terra

L’ignoto è il terreno fertile che nutre le nostre incertezze, costantemente in bilico tra illusione e realtà. Rimane nascosto tra i resoconti di sciagure e di rado riusciamo a collocarlo in un preciso arco temporale o fisico. Ma quando, invece, accade, il sipario si alza, interrompendo il velo ad annebbiare la vista. L’idillio dura soltanto un attimo, poi l’istante di lucidità si trasforma in qualcos’altro. Così la realtà che percepiamo comprende l’ignoto, trasformandolo in leggenda.

Il Triangolo delle Bermuda ne racconta di spaventose. Comprende il tratto d’oceano delimitato dalle isole Bermuda, il nord della Florida Meridionale e le Bahamas che con la loro posizione formano un immaginario triangolo della morte. In passato fu il centro di episodi inquietanti. Navi che scomparivano per poi riapparire, prive di equipaggio. Aerei che smarrivano la rotta senza lasciare traccia sui radar. Lungi dall’essere abbandonata, è ancora una rotta commerciale e turistica ideale per attraversare il mondo. Le statistiche oggi confermano che il rischio di mortalità nella zona definita come “il Triangolo delle Bermuda” non è superiore alle altre parti del mondo. Di certo, non tale da impedirne i viaggi, specie quelli intercontinentali.

Nel mondo esistono altre undici aree simili al Triangolo. Circondano il globo e sono denominate “i dodici cimiteri del diavolo”. Si collocano negli oceani, intorno al 30-36° grado di latitudine nord e sud, in eguale misura nell’emisfero settentrionale e in quello meridionale, inclusi i due poli. La loro disposizione simmetrica potrebbe essere indicativa. Il caos si manifesta senza un ordine preciso, il suo contrario, invece, presuppone un progetto finalizzato a uno scopo. Ma quale?

Secondo una delle teorie più accreditate, masse continentali in continuo movimento si espandono verso Est. Sono situate in punti nodali, dove le correnti calde oceaniche che seguono il nord incrociano quelle fredde di direzione opposta. Le correnti superficiali di marea si trovano, pertanto, ad avere diverse temperature, generando vortici magnetici intorno ai dodici cimiteri. Le comunicazioni radio sono disturbate e l’illusione della scomparsa completa dei veicoli che vi transitano potrebbe essere un effetto collaterale del fenomeno, esposto a particolari condizioni.

I casi più illustri di sparizioni di navi e aerei sono documentati in epoche diverse. Contemporaneamente, ci sono stati avvistamenti di oggetti non identificati, classificati sistematicamente dalle autorità come “allucinazioni di massa”. Nonostante ciò, le Forze Aeree degli Stati Uniti hanno fornito ai propri piloti un regolamento con istruzioni precise da seguire in caso di avvistamento di un “UFO”. Notate anche voi l’incoerenza?

I cimiteri più conosciuti sono quelli con il più alto indice d’incidenti. Il sinistro primato lo detiene il Triangolo delle Bermuda. E’ il più famoso perché ancora oggi rappresenta una delle rotte più trafficate. Mentre il “Triangolo del Diavolo”, collocato a sud est del Giappone tra Iwo Jima e l’isola Marcus, è stato dichiarato da tempo “off limits” dalle autorità giapponesi perché zona pericolosa.

Gli effetti che producono sull’opinione pubblica sono quanto mai divisi. I teoreti del complotto ipotizzano che le anomalie del passato derivassero dall’attivazione di strumenti provenienti dalle antiche civiltà di Atlantide e Mu, poi distrutte nel corso del tempo (leggende stabiliscono la loro ubicazione proprio in questi due tratti di oceano, anche se c’è chi sostiene che la prima si trovi ancora sepolta nel Mediterraneo). Altri sostengono che entrando nella nostra atmosfera e generando tempeste magnetiche, forze aliene abbiano potuto provocare i danni sopra esposti.

I più scettici sostengono, invece, che le leggende dei naufragi del passato siano soltanto il frutto di amplificazioni di tragedie avvenute per cause naturali dovute ad avverse condizioni meteorologiche, approssimativamente documentate, che abbiano alimentato il “business” letterario.

Io penso che questi dodici spazi d’ombra siano delle zone di transito dove le leggi che governano la Terra si possano alterare. Sono i respiri della Terra, canali naturali, dove anche il tempo può deformarsi, se opportunamente sollecitato.

Oggi le telecomunicazioni permettono un controllo capillare del territorio, proiettando un film certamente diverso dal passato. Potrebbe essere questa la ragione per la quale gli avvistamenti extraterrestri si siano diradati fino a scomparire, insieme alle alterazioni descritte dalle cronache?

Il globo terrestre è una macchina stupenda, un ingegnoso prodigio che si regge sfruttando l’elettromagnetismo, ma è anche vero che non comprendiamo ancora del tutto il meccanismo che regola la vita sul pianeta.

Per ora, tutto ciò rimane un affascinante enigma.

Quello che, invece, credo si possa affermare con la concretezza di un fatto è che la Terra è viva. Malata e sofferente, vittima di inquinamento e ignoranza, ma ancora viva ed è per questo che respira.

Immagini da pixabay

La guerra dei secchielli

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Passeggiata in riva al mare. Il suono delle onde che si infrangono, il sole caldo e la brezza vellutata che giá dal mattino ti accarezza la pelle.
Respiro l’ aria salmastra, sentendomi rinascere ad ogni respiro.
Cosa potrebbe esserci di piú bello?
Niente, pensavo. E invece mi sbagliavo.
E’ quello che é accaduto oggi sulla spiaggia di Massa.
Frotte di bagnanti, dai piccoli ai piú grandi, tutti coinvolti nella battaglia d’ acqua. Muniti di secchiello, si sono divertiti a inondare di allegria gli altri bagnanti, come me, che ne erano sprovvisti. Alcuni ragazzi, invece, hanno optato per il secchio del bagnino.
Avete presente il secchio che si usa per medicare il piede in spiaggia? Ecco, quello!
Insomma, il mio ė stato un Ferragosto di allegria, complice il bel tempo a fare da cornice.
E il vostro?

Il mistero dei massi Avelli

(Territorio Lariano )

I massi Avelli sono delle rocce dalla struttura a forma di vasca regolare.
Si trovano nel territorio di Como, di Lecco, della Brianza e della Valtellina. Dal punto di vista geologico, la loro formazione potrebbe risalire tra il V e il VI secolo d.C. Nel periodo citato, il territorio prealpino subì lo spostamento di massi erratici (chiamati anche trovanti) per opera dei ghiacciai.

Tra la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) e l’arrivo dei Longobardi, queste terre furono abitate da popolazioni indigene.
All’interno degli Avelli non sono mai stati ritrovati reperti archeologici che ne confermino l’utilizzo umano. La credenza popolare del Territorio Lariano, però, racconta che in passato avessero la funzione di tombe e ancora oggi sono considerate parti del culto dei morti.
Il numero esiguo degli Avelli fa supporre che il loro scopo fosse destinato alla sepoltura delle salme di personaggi di alto rango e rappresenta una singolarità del Territorio considerato.
A Bulciaghetto (LC) si tramanda la credenza che l’acqua piovana raccolta nell’Avello possa curare le piaghe dei piedi e le fratture. In caso di necessità dei parenti, sugli rami degli alberi intorno all’Avello sono annodati brandelli di stoffa per ricordare ai propri morti la strada di casa e poter chiedere il loro intervento a favore dei vivi.
La tradizione resiste ancora oggi e a luglio il Comune dedica giornate a tema con ritrovo dei paesani e partecipazione ai giochi per la “festa dei morti dell’Avello”, giunta alla terza edizione.

(Bulciaghetto LC)

A Plesio (CO) esiste l’unico Avello munito ancora di coperchio, finora ritrovato.
A Barzago (LC) è conservato un Avello doppio.

Nell’area di Torno, si rileva la più alta concentrazione di massi erratici: l’Avello del Maas, l’Avello di Rasina, l’Avello de i Piazz, l’Avello di Negrenza e l’Avello delle Cascine di Negrenza.
Per arrivarci, da Torno si raggiunge la località Caraniso (296 m) dove è possibile parcheggiare e visitare il masso Avello “Maas”. Con una mulattiera si sale a piedi verso le case di Montepiatto (610m) per poi arrivare alla località Rasina, anch’essa con il suo Avello. Da qui si prosegue verso Pietra Pendula (610 m). Vcino a Brunate, si trovano il Sasso del Lupo (500 m) e la Pietra Nairola (580 m)
Le Associazioni paesane del luogo si prendono cura della loro conservazione e ne permettono l’accesso al turista tramite segnaletiche e guide.
Il mistero che circonda i massi Avelli è tuttora irrisolto.

Immagini di proprietà di Monica Porta

Il portale dimenticato

L’antica chiesa della “Rotonda della Besanadi Milano conserva tracce esoteriche legate al culto dei morti.
Fu edificata nel 1695, su progetto dell’architetto Attilio Arrigoni, e consacrata nel 1700 alla figura di San Michele Arcangelo, considerato anche il pesatore delle anime defunte e medico celeste perché invocato dai malati terminali. Il significato attribuito all’Arcangelo è confermato dalla storia. Per secoli, infatti, la chiesa accolse malati e diede sepoltura al suo interno. Dal 1858, l’Ospedale Maggiore lo utilizzò per gestire i malati cronici e quelli colpiti da malattie infettive fino al 1940, quando divenne la lavanderia dello stesso Ospedale.


Fin qui, nulla di strano. Ma recenti studi condotti sulla chiesa hanno rivelato che è inclinata verso ovest, con un valore di 356 gradi, quattro di scarto rispetto al nord. Il dato si evince osservandone la planimetria oppure sorvolando l’edificio dall’alto con l’aiuto di una bussola. Read more

Gradara e i suoi fantasmi gentili

Gradara si trova in collina, adagiata sul confine tra Romagna e Marche. La cittadina ha origini antiche, il primo insediamento sembra risalire al Neolitico. Di certo, visse anche l’epoca romana, come testimonia ancora oggi la base e l’angolo del Mastio interno alla Rocca della Fortezza, risalente al XIV secolo.

Ogni anno migliaia di turisti visitano il borgo antico, approfittando di una pausa dal vicino mare di Cattolica e Gabicce, oppure affrontando un viaggio più lungo, attratti dalla sua storia e dagli eventi organizzati nei mesi estivi.
Bar e ristoranti spuntano da ogni scorcio, dentro e fuori le mura. I prezzi contenuti spingono i visitatori a degustare le prelibatezze locali, ma non mancano anche aree attrezzate per gustare un sano picnic. Read more