TEOGONIA
CAPITOLO 3 – IL COSMO DI CRONO
di Daniele Bello
Il secondo ordine universale fu caratterizzato dal dominio dei Titani: creature immortali, ma privi dell’onnipotenza divina, essi erano dei giganti di colossale statura; la più alta quercia avrebbe appena toccato coi suoi rami il loro fianco, ed essi avrebbero potuto schiantarne il tronco con facilità.
Di essi e dei loro discendenti è opportuno narrare, in quella che fu secondo molti la vera e propria Età dell’Oro di un mondo ancora giovane.
Il più antico tra i Titani era il dio fluviale Oceano, che circonda tutto il mondo conosciuto con i suoi flutti, il quale si unì alla sorella Teti e generò la stirpe dei fiumi: NILO, ERIDANO che mulina con i suoi vortici, ALFEO, ISTRO dalle acque belle, ACHELOO dalla linfa d’argento, e tanti altri ancora.
Oceano e la sua sposa concepirono anche la sacra progenie delle Oceanine, le ninfe del mare che vivono nei cupi abissi; tra tutte CALIPSO, mèta del desiderio dei cuori, la possente STIGE ed ELETTRA. Quest’ultima sposò Taumane, figlio di Gea e di Ponto, e con lui generò IRIS, la dea dell’arcobaleno, e le ARPIE
dalle fulgide chiome, che a pari errano a volo
coi soffi dei venti e gli uccelli, sopra veloci penne,
ché in alto si lanciano a corsa.
ESIODO, Teogonia, vv. 267-269
Queste sono queste le divine figlie di Oceano e Teti, sparse in ogni dove, in terra o per mare.
Il Titano IPERIONE si unì alla sorella TEIA e diede vita a HELIOS il grande (il Sole), alla lucente SELENE (la Luna) e alla bella EOS dalle dita rosee (l’Aurora), che brilla per coloro che stanno sulla terra.
CRIO si unì invece ad EURIBIA, figlia di Gea e di Ponto, e commista in amore con lei generò ASTREO, PALLANTE e PERSE, che sovrasta su tutti per mente e per senno.
Astreo fu lo sposo di Eos, dea dell’aurora, che gli partorì ZEFIRO, NOTO, BOREA e la stirpe dei venti gagliardi. Pallante si unì invece in matrimonio con l’oceanina Stige e generò ZELON (la Rivalità) e NIKE (la Vittoria), KRATOS (il Potere) e BIA (la Forza).
GIAPÈTO sposò una della Oceanine, la fanciulla CLIMÈNE, che partorì ATLANTE dal valido senno, MENEZIO coperto di gloria, l’accorto e scaltro PROMÈTEO e il malaccorto EPIMÈTEO, che fu suo malgrado causa di grandi sciagure.
FEBE l’amabile ascese il talamo di CEO e generò LETO la dolce (la Notte scura) dal peplo azzurro, soave al pari del miele per gli uomini e i Numi immortali, e ASTERIA (la Notte stellata), che Perse nella sua grande casa condusse, per farla sua sposa.
Perse ed Asteria ebbero un’unica figlia cui venne dato il nome di ECATE, che continuò ad avere un ruolo di particolare importanza tra i Numi anche dopo la fine del cosmo di Crono; unica tra tutti gli immortali, ella aveva ricevuto doni e privilegi sulla terra, sul mare infecondo e nel cielo stellato. Per questo motivo la dea era nota anche come TRIVIA e, secondo gli antichi sacerdoti, aveva tre personificazioni (unica tra tutte le divinità): per questo motivo, era nota nel firmamento come LUNA, nell’oltretomba come Ecate mentre sulla terra venne chiamata dai Latini DIANA; dagli Elleni venne invece associata alla dea ARTEMIDE.
A chi essa vuole largo aiuto e favore concede;
e nel Tribunale Ecate siede tra i re rispettati
e nell’assemblea fra le genti fa brillare chi essa vuole
ESIODO, Teogonia, vv. 429-431
Secondo i moderni, invece, Ecate era la sovrana degli Inferi e per questo veniva appellata anche Tartaruchos (“padrona del Tartaro”); essa vagava di notte, assumendo la forma di una cagna o di una lupa, accompagnata dal latrato dei cani.
Figlia di Ecate era SCILLA, che gli artisti raffigurarono come una bella donna, ma che nella regione delle anche assumeva la forma di un cane e, più in fondo, quella di un pesce1; in altre raffigurazioni essa appare come alata, poiché essa regnava come la madre sia nelle profondità che negli spazi che vanno verso l’alto.
Più terrificante la versione che ci tramandano i poeti, secondo cui Scilla “che latra in modo pauroso”2 dimorava in un antro nebbioso rivolto verso l’Erebo.
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
sei lunghissimi colli e su ciascuno
spaventosa una testa, e nelle bocche
di spessi denti un triplice giro,
e la morte più amara di ogni dente.
Per metà si cela dentro la cava
spelonca profonda, ma fuori
sporge le teste, spiando bramosa
foche, delfini e mostri marini.
Di là nessun marinaio riesce
a scampare, illeso, con la sua nave:
con ognuna delle sue teste essa afferra un uomo3.
Figlie di Ecate erano altresì EMPUSA, che terrorizzava e divorava i viaggiatori assumendo la forma di una cagna, di una giovenca ovvero di una donna bella e seducente (di lei si racconta che avesse un piede di bronzo ed uno ricoperto di sterco di mulo), e LAMIA, che fu a lungo regina in Africa; disperata a causa della morte dei suoi figli, ella diventò bruttissima a vedersi e si vendicava rubando i bambini delle altre madri; poteva anche assumere l’aspetto di una donna attraente per sedurre gli uomini e ucciderli bevendone il sangue.
Il nuovo padrone dell’universo, il grande Crono dai torti pensieri, si unì in matrimonio con Rea, che diede alla luce bellissimi figli: HESTIA, DEMÈTRA, HERA, la dea dall’aureo calzare, ADES dal cuore spietato e POSEIDON Enosigèo (“colui che scuote la terra”) che profondo rimbomba. Qualcuno sostiene che, in realtà, fosse l’essenza stessa del dio ad imporre questo comportamento, perché Crono (il “Tempo”) è destinato comunque a creare e distruggere senza posa le proprie creature.
Si racconta che, forse proprio per evitare di essere spodestato da un suo successore, il dio Crono (che i Romani identificarono con SATURNO) avesse l’abitudine di mangiare tutti i figli che la moglie Rea metteva al mondo, trangugiandoli uno dopo l’altro.
Ma l’inghiottiva, come ciascuno dall’utero sacro
alle ginocchia della sua madre arrivava, il gran Crono,
che questo in mente aveva, che nessuno dei mirabili Uranii
fra gl’Immortali avesse l’onore del regno: ché aveva
saputo dalla Terra, da Urano fulgente di stelle,
ch’era per lui destino soccombere al proprio figliuolo.
ESIODO, Teogonia, vv. 459-464
Il nuovo tiranno del cielo dunque vegliava e divorava incessantemente i suoi figli, mentre Rea si struggeva di amarissima doglia. Ma il destino delle Moire, potere arcano cui neppure gli dei possono sottrarsi, aveva già decretato che quanto Crono aveva fatto al padre un giorno egli stesso lo avrebbe subito a causa di un figlio.
Quando Rea stava per dare alla luce un nuovo figlio, ella rivolse una preghiera ai suoi diletti genitori, Urano e Gea, affinché trovassero il modo per nascondere il parto a Crono possente. E i tre concertarono insieme quanto era segnato dal Fato.
Rea si recò a Litto, nel suolo di Creta, e diede alla luce il possente ZEUS; la dea Terra lo raccolse nell’ampia superficie dell’isola, per crescerlo e nutrirlo.
Il bambino venne nascosto ed affidato alle cure di alcuni sacerdoti che la tradizione chiama CURETI (o CORIBANTI), i quali suonando e ballando tutto il giorno coprivano i vagiti del piccolo Zeus, nutrito dal latte della capra AMALTEA. Rea si recò dal marito e, in luogo del figlio appena nato, gli consegnò una grossa pietra, che Crono trangugiò senza avvedersi dell’inganno.
E quivi una gran pietra ravvolta di fasce, la porse
all’Uranide grande, che fu primo re dei Celesti.
Con le sue mani quello la prese, la cacciò nel ventre,
né gli passò per la mente, tapino, che, al posto del sasso,
era rimasto immune dal danno l’invitto suo figlio,
che con le forti sue mani doveva ben presto domarlo…
ESIODO, Teogonia, vv. 485-490
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1 Secondo altre fonti, Scilla era figlia di Forco e Ceto.
2 OMERO, Odissea, Libro XII, vv. 85.
3 OMERO, Odissea, Libro XII, vv. 89-97.


