TEOGONIA
CAPITOLO 5 – IL COSMO DI ZEUS
di Daniele Bello
Quando Zeus sconfisse il padre Crono, i Titani vennero rinchiusi nel Tartaro, sorvegliati dai giganti dalle cento braccia.
Il fortissimo ATLANTE, figlio di Giapeto, venne invece condannato a reggere per sempre la volta del cielo, presso la catena montuosa che, in Africa, prende il suo nome; suo fratello MENEZIO fu scaraventato nell’Erebo da un fulmine di Zeus.
Il dio Crono, secondo taluni, fu rinchiuso nel Tartaro; secondo altri, egli venne confinato in un’isola ai margini dell’oceano (anche se ai Latini piacque narrare che il dio, sotto il nome di SATURNO, avrebbe riparato in Italia, nel Lazio).
Zeus dovette quindi fronteggiare l’ultimo dei suoi terribili nemici: TIFEO, un mostro spaventoso dalle braccia forti e dagli occhi che splendevano di ardori di fuoco; cento teste di serpenti gli nascevano dalle spalle e da esse provenivano terribili suoni di lingue nere vibranti: a volte la sua voce era comprensibile agli dei, ma spesso era simile al muggito di un toro, al ruggito di un leone, all’abbaiare di un cane o ad un sibilo; la parte inferiore del suo corpo era simile a due serpenti attorcigliati tra di loro.
Costui si era ribellato a Zeus e sarebbe diventato il signore dei mortali e degli immortali se il nuovo padrone del cielo non lo avesse sfidato scagliando le sue folgori contro quell’ultimo avamposto del Caos.
Inizialmente, Tifeo sembrò avere la meglio; avviluppando il suo avversario con le spire dei suoi serpenti, riuscì a tagliargli i nervi e a rinchiuderlo in un antro oscuro della Cilicia, in Asia Minore. Le divinità dei boschi accorsero però in aiuto di Zeus: lo trassero dalla grotta in cui era stato rinchiuso e riuscirono a curarlo.
Zeus montò sul suo carro trainato da cavalli alati e inseguì il mostro, colpendolo ripetutamente con i suoi fulmini.
Tuonò forte e terribile e attorno la terra
tremendamente suonò e il cielo ampio di sopra
e il mare e i flutti d’Oceani e il Tartaro.
Tremò il grande Olimpo sotto i piedi immortali
del signore che si levava alla guerra, […]
Da una parte e dell’altra avvolgeva il mare viola la vampa
del tuono e del lampo e del fuoco del mostro,
dei venti infuocati e del fulmine ardente;
bolliva la terra tutta, il cielo e il mare […]
tremava Ades, signore delle ombre e dei morti,
e i Titani sotto la terra che stanno incontro a Crono.
ESIODO, Teogonia, vv. 839-851
Zeus, quando ebbe raccolto il tuono, il lampo e la folgore fiammeggiante, riuscì a bruciare le terribili teste del mostro tremendo e a gettarlo nel Tartaro; secondo alcuni poeti, Tifeo venne invece seppellito sotto la montagna dell’Etna, da dove ancora oggi tenta di liberarsi provocando eruzioni e terremoti.
Dopo la Tifonomachia, ebbe finalmente inizio la terza e definitiva fase del regno degli dei: quella della sovranità di Zeus.
Una volta sconfitti ed imprigionati tutti i suoi nemici, il figlio ultimogenito di Crono stabilì la propria dimora sul monte Olimpo e convocò tutti gli dei affinché gli prestassero giuramento di eterna fedeltà.
Egli conferì grandi onori a chi gli era stato fedele e fu particolarmente generoso con chi lo aveva sostenuto nonostante l’amicizia con i Titani; in particolare, ECATE TRIVIA, cui vennero dati potere e gloria in cielo, in mare e nel firmamento; IRIS (l’Arcobaleno), che venne nominata messaggera degli dei; il fiume STIGE, che per primo si era schierato a favore del nuovo tiranno del cielo e per questo era divenuto sacro per tutti gli dei, cosicché tutti i giuramenti pronunciati in suo nome, fosse anche da parte degli immortali, non potevano mai essere infranti.
Zeus convocò quindi i suoi fratelli Ades e Poseidone ed assieme a loro la sovranità dell’universo venne equamente divisa: Poseidon Enosigèo (“lo scuotitore della terra”) ebbe il domino dei mari, mentre Ades divenne il signore degli inferi e dell’oltretomba; Zeus mantenne per sé la tirannia del cielo e della terra.
Zeus prese inizialmente in sposa METIS (la Prudenza), figlia di Oceano e Teti, una delle dee più sagge; quando, tuttavia, ella rimase incinta, nel timore che potesse partorire un figlio in grado di spodestarla, il sovrano del cielo la inghiottì nel suo ventre, su consiglio di Gea e di Urano stellato. Alcuni giorni dopo, tuttavia, dalla testa dei Zeus uscì intrepida la dea PALLADE ATENA (MINERVA), già armata di tutto punto con elmo, spada e scudo, “tremenda eccitatrice di tumulti, guida invitta di eserciti, ama i clamori, le guerre e le battaglie”; dotata di forza e di saggezza pari a quelle del padre, ella è la divinità che veglia sulla sapienza e sulla guerra eroica. Metis era destinata a partorire anche un figlio maschio, dal cuore violento, futuro re degli dei e degli uomini; ma Zeus la inghiottì prima nel suo ventre, affinché la dea potesse consigliarlo sul bene e sul male.
Per seconda il sovrano del cielo ebbe in sposa la dea TEMI, con la quale generò le ORE (le Stagioni) e, secondo alcuni autori, anche le terribili Moire.
Da EURINOME Zeus ebbe le bellissime CARITI (le Grazie) dalle belle guance (TALIA, EUFROSINE e AGLAIA), ninfe amabili simbolo della grazia e dell’amore; poi ascese il talamo della sorella Demetra, che partorì PERSEFONE dalle bianche braccia, destinata a divenire la sposa di Ades; altri autori gli attribuiscono anche la paternità di Afrodite, dea dell’amore.
Zeus amò anche Mnemosine, che gli partorì le dolci Muse protettrici delle arti, e Leto, da cui ebbe due gemelli: APOLLO (FEBO), protettore delle arti e delle doti profetiche, e ARTEMIDE (DIANA), la dea della caccia. I due inseparabili fratelli vengono spesso raffigurati assieme e associati al culto del Sole, il cui carro veniva condotto ogni giorno dal dio Apollo, e della Luna (uno degli epiteti della dea Artemide).
Da MAIA, figlia di Atlante, il figlio di Crono ebbe il dio HERMES (MERCURIO); messaggero degli dei e protettore delle arti mediche (ma anche degli audaci e dei ladruncoli nonché compagno del padre nelle sue passeggiate nella terra degli uomini), egli riusciva a muoversi rapidissimo per le terre del mondo conosciuto grazie ai suoi calzari alati.
Numerose fonti fanno di Zeus anche il progenitore delle ninfe; le Driadi e le Amadriadi, che abitano i boschi; le Oreadi, che vivono nelle montagne; le Naiadi, divinità tutelari dei fiumi e delle sorgenti.
Infine, Zeus prese in sposa Hera (GIUNONE), dalla quale ebbe tre figli: ARES (MARTE), lo spietato dio della guerra, EBE (la Giovinezza) ed ILIZIA, la dea protettrice del parto. Pare, tuttavia, che questo terzo matrimonio fosse funestato da numerose infedeltà, tanto che la gelosa e vendicativa Hera, oltre a perseguitare le amanti di volta in volta prescelte dal marito, per ripicca generò da se stessa EFESTO (VULCANO), il fabbro degli dei. Si racconta, inoltre, che questo figlio fosse talmente brutto e deforme che venne scaraventato dalla stessa madre giù dal monte Olimpo, per cui Efesto rimase zoppo per l’eternità; successivamente, Hera gli diede in sposa la bellissima Afrodite (di cui era gelosa), per evitare che la dea dell’amore potesse circuire altri dei; ad Ares che rompe gli sudi, Citerea partorì FOBOS e DEIMOS, che agitano le folte schiere degli uomini nella guerra paurosa, e ARMONIA, che Cadmo fece sua sposa.
A Zeus vengono attribuiti numerosi amori con donne mortali, ma di questa e altre storie è opportuno parlare nei canti e nelle gesta che i poeti dedicarono agli dei e agli eroi.
Il lettore che abbia avuto la pazienza di leggere le pagine che precedono non può non notare l’enorme quantità di nomi di divinità che vengono citati da Esiodo, tanto che diventa impresa assai ardua riuscire a ricostruire un albero genealogico completo (nelle Tabelle si è cercato di aiutare al lettore a districarsi meglio; il curioso con velleità di approfondire potrà leggere direttamente la “Teogonia” di Esiodo).
Chi ha già una certa dimestichezza con i racconti mitologici, invece, avrà osservato che le figure divine della religione greca tendono a sovrapporsi, quando addirittura non vi sono dei con attributi pressoché identici (come nel caso di Apollo e di Helios, entrambi assimilati al culto del sole).
Ciò è dovuto in gran parte al fatto che la cultura greca dei primordi si è formata a seguito della fusione – più o meno pacifica, non esistono fonti certe al riguardo – tra la popolazione mediterranea dei Pelasgi e alcuni popoli indoeuropei provenienti da nord, tra i quali il gruppo predominante fu quello degli Achei.
I Pelasgi erano prevalentemente sedentari ed agricoltori, per cui essi collocavano la dimora delle loro divinità nella terra, per loro fonte di sopravvivenza; le divinità maggiori erano per lo più legate all’elemento femminile (come Hera e Gea), in quanto artefice del miracolo della maternità e della fecondità; le civiltà mediterranee ci hanno offerto più di un esempio di manifestazioni artistiche e religiose legate al culto della Potnia, l’antica Madre Terra (come i templi megalitici di Malta).
Gli Achei ereditavano invece un passato da nomadi, per cui i loro dei ‘risiedevano’ in cielo, unico elemento stabile per i popoli senza fissa dimora. Normalmente, le divinità principali erano connesse all’elemento maschile (come Urano e Zeus).
Dalla fusione tra queste due religioni nacque il primo pantheon greco, che sin dall’inizio si presentò quindi piuttosto eterogeneo.
In questa fase, i Greci identificavano il sacro con le forze naturali (pare che gli dei più importanti fossero Poseidon e Demetra), per cui la divinità veniva raffigurata simbolicamente con un aspetto animale, ovvero metà uomo e metà animale (in alcuni casi, addirittura, la divinità è rappresentata come una orrida commistione tra animali diversi): tale iconografia religiosa è nota anche come “naturalismo”.
Successivamente, tale concezione venne superata identificando il sacro con elementi tipicamente umani e anche gli dei vennero raffigurati in forma umana, anche se idealizzati (“antropomorfismo”): i figli di Crono e i loro discendenti erano raffigurati come degli umani “perfetti”, in quanto erano immortali, ma con tutte le passioni e i vizi degli uomini: dall’amore alla collera, dall’amicizia alla gelosia.
Quando Esiodo si apprestò a scrivere la sua Teogonia, aveva davanti a sé una pletora di dei; la genialità del grande scrittore greco fu quella di immaginare una genealogia divina in cui trovavano spazio gli Dei della Prima Generazione, più vicini al Caos che all’ordine (raffigurati, come si è detto, come animali o mostri), destinati tuttavia ad essere spodestati e superati dagli Dei della Seconda Generazione (raffigurati, invece, in forma umana).
L’amore di Esiodo per la Dike (la Giustizia) non gli consentiva di concepire la storia come una guerra continua, per cui egli ritenne che la stabilità potesse essere trovata unicamente nel Cosmo e non in una eterna guerra tra generazioni. La lotta di Zeus contro Tifeo è l’ultimo atto di violenza prima della instaurazione di un nuovo ordine, in cui c’è spazio anche per l’armonia tra vecchi e nuovi dei; è solo in questo contesto che si può comprendere veramente il significato che ebbe, per gli antichi Greci, l’aspro conflitto e la successiva, definitiva riconciliazione tra Zeus e il Titano Prometeo, che per amore dell’umanità aveva rubato dall’Olimpo il segreto del rosso fuoco (v. capitolo 7). Tale costruzione poetica e religiosa trova la sua eco nella cultura greca dei secoli successivi e permea le opere del grande tragediografo Eschilo, che nella trilogia dell’ORESTEA celebra la riconciliazione tra la vecchia legge del ghenos, simboleggiata dalle terribili Erinni, e quella della polis, di cui Apollo ed Atena sono i protettori.


