I menhir di Piscina Rei e il loro silenzio millenario

Sulla costa sud-orientale della Sardegna, dove il mare cristallino accarezza le spiagge di Costa Rei, si cela un enigma che sfida il tempo. Tra le dune e lo stagno di Piscina Rei, ventidue monoliti di granito si ergono come sentinelle silenziose, custodi di un passato che continua ad affascinare archeologi e viaggiatori. Questo complesso megalitico, noto come i menhir di Piscina Rei, racconta storie di culti ancestrali, riti misteriosi e civiltà dimenticate.

I menhir di Piscina Rei sono aconici, cioè privi di punta, e sono tornati visibili grazie a una campagna di scavi condotta dal cantiere archeologico regionale tra il 1980 e il 1984. Durante i lavori, i monoliti caduti nel tempo furono rialzati e riposizionati, mentre cinque rimasero nella loro collocazione originaria. L’intervento permise di recuperare l’assetto del complesso e di valorizzare il sito, anche se nei decenni successivi fu lasciato in uno stato di abbandono.
Solo nel marzo 2024 l’associazione Limen Sarrabus Gerrei, nell’ambito del progetto Archeo Sarrabus, ha organizzato un’operazione di riqualificazione in collaborazione con il Comune di Muravera e la Soprintendenza di Cagliari, ripulendo l’area dalle sterpaglie e migliorandone l’accessibilità. Il Sarrabus, per completezza, è una regione della Sardegna sud-orientale ricca di siti preistorici e nuragici.

Gli studiosi collocano la nascita del complesso tra il Neolitico finale e l’Eneolitico (circa 3500–2500 a.C.), un’epoca in cui le comunità agricole iniziano a organizzarsi e a venerare divinità legate alla fertilità e alla vita. Alcuni archeologi ipotizzano che la disposizione dei monoliti non sia casuale, ma frutto della volontà di creare un santuario all’aperto, dedicato alla Dea Madre, alla fertilità della terra e alla ciclicità delle stagioni.
Tale divinità femminile è una figura centrale nelle religioni preistoriche dell’isola e di altre civiltà mediterranee, risultando fortemente connessa al ciclo vitale: nascita-morte-rinascita.
Simboleggiando la Terra, rappresentava la capacità di generare vita, nutrire e accogliere i morti (proprio col concetto di “Madre Terra”).
Alcuni studiosi vedono nei menhir un simbolo maschile complementare alla Dea Madre, in un equilibrio cosmico tra principio femminile e maschile.
Altri scienziati suggeriscono una funzione astronomica: forse queste pietre indicavano il sorgere del sole in momenti particolari dell’anno, come i solstizi, trasformando il sito in un calendario primitivo per organizzare le attività agricole. Più in dettaglio, alcune analisi di archeoastronomia indicherebbero come l’orientamento potesse essere stato determinato dal Solstizio d’Inverno.

Resta il mistero dei costruttori e delle tecniche utilizzate per muovere e disporre pietre dal peso di diverse tonnellate. È probabile che fossero comunità agricole e pastorali, organizzate in clan, con una forte componente spirituale. La costruzione dei menhir potrebbe aver richiesto anni di lavoro collettivo, con tecniche rudimentali ma efficaci, basate su leve, rulli e forza umana.

Tra i menhir di Piscina Rei ce n’è uno che spicca per la sua unicità: un grande blocco di granito con una cavità scavata nella parte superiore. Potrebbe essere stato usato per raccogliere acqua piovana, simbolo di fertilità, ma molti studiosi lo interpretano come una possibile ara sacrificale, un altare per offerte agli dèi. Oggetti? Doni vegetali? O addirittura animali? È di indubbio interesse poiché la sua presenza collega il complesso non solo a funzioni astronomiche, ma anche a pratiche cultuali articolate.
Inoltre, non è possibile stabilire se la parte incavata sia naturale oppure artificiale. Nella seconda ipotesi, restano ignoti gli strumenti utilizzati e in grado di essere efficaci sul granito.

In epoca romana il sito venne riutilizzato, snaturando la funzione originaria e modificandone la disposizione. I menhir furono inglobati in strutture edilizie con la tecnica dell’opus africanum, tipica delle province romane ma di origine punica, che prevedeva pilastri verticali e riempimenti con blocchi più piccoli e pietrame misto, creando pareti per edifici e fortificazioni. Nacque così un insediamento chiamato Susalei, di cui oggi restano tracce sparse. È sorprendente pensare che pietre nate per scopi rituali siano diventate parte di case e mura, come se la loro energia dovesse continuare a vivere in un contesto completamente diverso.

Nonostante decenni di studi, il significato profondo dei menhir di Piscina Rei rimane avvolto nel mistero. Perché proprio lì, vicino al mare? Perché ventidue pietre? Perché una cavità in una sola di esse? Ogni risposta sembra aprire nuove domande, e forse è proprio questo il fascino dei luoghi megalitici: non ci danno certezze, ma ci invitano a immaginare.
Oggi Piscina Rei è una meta che unisce bellezza naturale e suggestione storica. Chi visita Costa Rei per il mare scopre, quasi per caso, questo angolo di Sardegna dove il tempo sembra essersi fermato. Non servono spiegazioni: basta ascoltare il silenzio delle pietre e, forse, per un istante, sentire l’eco di voci antiche.
I menhir di Piscina Rei non sono solo un sito archeologico: sono un ponte tra noi e un passato che non possiamo decifrare del tutto. Ci ricordano che la storia non è fatta solo di date e fatti, ma anche di simboli, riti e credenze che sfuggono alla logica moderna.