Il desiderio di Saule

I diversivi erano pronti.

Il Nord stava già impazzendo grazie agli addobbi di luminarie e giostre natalizie.

E presto l’ossessione del Natale avrebbe raggiunto l’intero pianeta.

Un marketing decisamente impeccabile per l’occasione.

A Saule spettava adesso l’ onere e l’ onore di gestire l’evento nella Notte Santa.

Tutto doveva essere perfetto. Così come lo era la sua persona.

Controllò la celebre Slitta, verificando che rispettasse i parametri di sicurezza e annuì al suo capo.

Babbo Natale gli sorrise in risposta, invitandolo a partecipare alla festa del Villaggio.

Lui vedeva sempre il buono negli altri.

E anche con Saule era convinto di averlo percepito, affidandogli la Security del suo circo. Ma Saule rimase al suo posto.

Ancora poche ore e il suo desiderio si sarebbe avverato.

Pregustò il momento.

Con Santa Claus in volo, Saule aveva una notte a disposizione, finalmente libero di trucidare un umano nella notte più magica dell’anno.

 

La via dispersa

Raggiunsero il ritrovo prima dell’alba. Un cupo bagliore li conduceva attraverso il sentiero.

La Via dispersa stava chiamando, ciascuno aveva un compito per riavvolgere il filo invisibile che dominava il tempo. Quello che cercavano richiedeva contemporaneità, molteplicità e integrazione. L’impresa bizzarra non aveva regole già scritte nondimeno il gruppo si preparava ad agire.

L’immortalità era la meta, il ricordo delle vite precedenti il viaggio.

I quattro arrivarono quasi simultaneamente, salutarono con un inchino la Luna piena di ottobre, per poi varcare la Soglia della caverna Oscura.

Annie, studiosa di occulto, Vivien, dispensatrice di ricordi perduti, Monique, novizia nelle dinamiche energetiche e Gabriel, esperto di negromanzia, si disposero per la seduta. Appoggiarono le mani a terra, recuperando il calore benefico, rilasciato dalla caverna, che la passeggiata notturna aveva dissolto.

Gabriel accese il grande e rosso cero votivo, pronunciando la formula, ripetuta anche all’unisono dagli altri:

 

«Il soffio è acceso. Noi siamo il cerchio, la luce e l’ombra. Il velo alzato nelle trame del tempo. A quelli che sono, che erano, e a quelli che saranno noi imponiamo il rito: che nessuno entri, che nessuno esca senza consenso!»

In quella notte, la notte fosca del Castoro toccava a Monique affrontare i suoi demoni e lo fece

nell’unico unico modo che conosceva.

 

Siena, il Campo, 12 agosto 1880.

La Piazza è già in fermento per la preparazione del Palio. La contrada dell’Oca gareggia con il suo miglior fantino, ma la speranza di replicare la vittoria di Pirrino del ‘77 è solo un lumicino.

«L’Oca è qui, l’Oca vive!»  urlo, alzandomi e battendo le mani.

Mi trovo ai margini della Conchiglia, nella parte alta della Piazza. Dalla mia posizione sopraelevata riesco a vedere la gente che si accalca per assistere alle prove. I cavalli nitriscono in lontananza, sentono la competizione almeno quando noi!

Qualcosa distrae la mia attenzione dalla festa.

Inesorabile, nero come il suo cappuccio calato sul volto, vedo un cavaliere in sella al suo destriero che guarda nella mia direzione. Il cavallo si impenna o forse è il suo fantino che lo sprona per poi partire al galoppo, lasciando la Piazza.

Mi risiedo, appoggiando le mani a terra. Ho avuto l’impulso di seguirlo e non è da me lanciarmi nell’ignoto senza credo. Sì, perché ho la strana sensazione che lo sconosciuto non sia di Siena e le regole della Città vietano rapporti con gli stranieri. È la prima volta che mi accade e non ne sono contenta. Non piacerà nemmeno alla mamma, per non parlare della nonna. Devo tacere, nascondere il segreto dentro di me e sperare di non rivederlo mai più!

Corro in negozio, mia madre mi aspetta al bancone. Lo sguardo è cupo perché sono in ritardo per l’ennesima volta.

«Tu non sai la fortuna che hai qui» tuona con la sua voce da contralto.

Chiudo gli occhi, mordendomi le labbra. Non è il caso di risponderle se voglio uscire questa sera.

«Fuori da Siena sei solo una femmina da sfruttare e distruggere. Usa la testa» mi dice ancora, mimando il gesto e toccandosi la tempia.

Non mi stupisce il suo intuito. Non le sfugge mai niente di me. Sicuramente mi avrà osservato di nascosto. Dalla vetrina del negozio è ben visibile Piazza del Campo.

Inizio la preparazione del panforte bianco. Non ha ancora un nome.  Lo proporremo per la prima volta al Palio. Mancano solo quattro giorni e siamo in ritardo con la produzione. La novità dovrà far luccicare gli occhi a tutti i senesi e anche agli stranieri che arriveranno per assistere al Palio.  Almeno questa è l’intenzione mentre peso coscienziosamente gli ingredienti per la preparazione dell’impasto.

 

50 grammi di candito di scorza d’arancia

300 grammi di candito di popone

300 grammi di mandorle pelate

250 grammi di zucchero bianco
120 grammi di farina 00
005 grammi di cannella di Ceylon in polvere
005 grammi di noce moscata in polvere
005grammi di vaniglia in polvere
005 grammi di zucchero vanigliato

E ricomincio a preparare un’altra ciotola di ingredienti. Non ho ancora il permesso di impastare, non sono brava con i dolci. A questo ci pensa mio padre, lo Speziale d’eccellenza della famiglia.

Quando l’ultimo cliente esce dal negozio, finalmente sono libera di appendere il grembiule e andarmene.

È una serata tranquilla a Fontebranda. Sotto i tre Archi, nella mia Contrada, posso passeggiare anche da sola.

Le tre vasche, il nostro vanto, di solito sono in piena attività. Ma non oggi. Tutti sono alla festa e la prima vasca, quella dell’acqua potabile è libera. Bevo la fresca acqua della Fonte. Vicino a me, un gatto approfitta della tranquillità del Rione per abbeverarsi a sua volta nella seconda vasca, quella dedicata all’abbeveratoio per animali. La terza raccoglie l’acqua scartata dalle prime due e funge da lavatoio. Anche questa è deserta, segno che i Senesi sono già pronti a scatenarsi al Campo per i riti serali.

Guardo dentro l’acqua e al riflesso di me stessa si aggiunge un’ombra. La figura scura indossa ancora il cappuccio. Mi giro e gli sorrido, riconoscendo il cavaliere sconosciuto che mi ha ammaliato questa mattina. Aspetta me, lui vuole me!

Il cuore aumenta i battiti, pompa sangue nelle vene, sangue che cade a terra mentre scorgo il suo volto. Gocce dapprima, poi scorre via, è un fiume che travolge tutto, persino il desiderio.

Porto le mani alla gola, al taglio che brucia, succhiandomi energia.

Ruoto e cado dentro l’acqua, con gli occhi aperti finché lo vedo: il teschio di un demone ora urla il mio nome!”

 Vivien appoggiò la sua mano su quella di Monique. Il contatto interruppe il racconto, permettendo alla donna di riprendere lo stato di coscienza attuale. Il passaggio si compì senza problemi. Il cerchio intatto, ancora chiuso, aveva permesso un ritorno sereno.

«Non era un demone» disse Annie.

«E allora chi?» replicò Monique. L’avventura aveva scossa, ma non al punto da perdersi il finale.

«Uno spagnolo, forse un uomo di Carlo V. Sul fondo di una delle due vasche ora interrate, la leggenda racconta che vi sia una porta» intervenne Gabriel.

«Non ha alcun senso» riprese Monique. «Ho visto un teschio e il ghigno di un demone che pronunciava il mio nome, proprio come ora guardo te!»

«Non è rilevante» sostenne ancora Gabriel, per nulla impressionato dalla sicurezza della novizia «dalla porta si accede a cunicoli sotterranei dove fu nascosto un forziere alla fine del XVI secolo. Si racconta anche che lo scrigno fosse dotato di trabocchetti mortali. Potresti aver visto il destino che attendeva l’assassino della ragazza».

Il canto del gallo pose fine alla seduta. Non c’era più tempo. La luce del sole penetrava già l’Antro, cacciando l’oscurità nel fondo della caverna, alimentata da una fonte miracolosa.

«Il soffio è acceso. Noi siamo il cerchio, la luce e l’ombra. Il velo alzato nelle trame del tempo. A quelli che sono, che erano, e a quelli che saranno noi imponiamo il rito: che nessuno entri, che nessuno esca senza consenso!»

La formula spezzò il legame, il cerchio si aprì, consentendo al gruppo di riprendere il cammino, fino alla prossima riunione.

Un passo dopo l’altro, una vita dentro una vita, il percorso era ancora lontano sulla strada per l’Eterno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’insolito colore del cielo

Spensero le torce. L’alba rischiarava il paesaggio di luce rosa intorno, ma era solo l’insolito colore del cielo a dare l’illusione di fresco. L’aria, già tiepida, annunciava una giornata calda sull’isola.

«Manca poco» Francesca ruppe il silenzio senza fermarsi.

L’uomo le fissò i capelli biondi, raccolti in una morbida coda di cavallo e rabbrividì. Camminavano da tre ore, percorrendo uno sterrato di campagna. Cercavano un maiale. Non erano le aberranti deposizioni dei malcapitati che avevano subìto le sue incursioni notturne a colpirlo. Mutilazioni di bestiame, devastazioni, la rabbia degli allevatori coinvolti facevano parte della normalità di fronte a una minaccia animale. No, c’era qualcos’altro a rendere inquietante il quadro delle indagini. Questo maiale agiva senza lasciare impronte sul terreno. Di più, svaniva di notte sotto gli occhi della gente. Considerando attendibili le testimonianze rese, stavano inseguendo un autentico fantasma. L’animale a cui davano la caccia aveva il manto nero tipico di un maiale autoctono, ma era più massiccio di quelli presenti sull’isola. Poco sopra l’occhio destro, una grande macchia bianca lo distingueva subito dagli altri. Gli isolani la chiamavano il marchio dell’oblio. Era il segno delle tenebre, citando un’antica leggenda. Narrava le gesta orride di una bestia assassina, intelligente quanto un uomo, che agiva soltanto nelle notti di cielo sereno. Scaltra come una volpe, non uccideva mai per mangiare. Amava solo fare a pezzi le sue prede, lasciandole agonizzare nel proprio sangue.

«Qualcosa ancora mi sfugge» Matteo sollevò lo sguardo a fissarla «se il maiale attacca solo di notte perché la gente dice che scompare?  Il buio cela molto più del giorno».

«Giusto, ma per le impronte?».

«Quelle non ci sono».

«E perciò…»

Il sottotenente scosse la testa. «Niente da fare, ho già verificato. Sul bestiame, la polizza assicurativa offre un’inezia come risarcimento, considerando le stime di mercato. Le famiglie coinvolte non avrebbero avuto interesse a inscenare un massacro».

«Non ci rimane, quindi, che pensare al fantasma!» ora la voce di Francesca era allegra.

L’uomo non reagì «Poco… quanto?» le chiese soltanto, fermandosi a riprendere fiato. Voleva imporre il tono, rimarcare il suo ruolo di comando. Invece, gli uscì solo un rantolo di voce a ricordare chi fosse: Matteo Silvani, sottotenente lucchese, appena trasferitosi sull’isola.

«Mezz’ora alla meta» Francesca ignorò la sosta del suo compagno, proseguendo nella marcia mentre l’uomo mimava una smorfia cattiva dietro le sue spalle, troppo stanco persino per ribattere. Lei dovette percepirlo perché si girò, fermando il passo. Ripose le braccia lungo i fianchi e lo fissò. Il suo sguardo non prometteva nulla di buono. «Oh, d’accordo, solo quindici minuti!» gli concesse, invece, serrando le labbra.

Si sedettero su una roccia. «Ripetimi perché non potevamo arrivarci in macchina» Silvani, nel chiedere, si massaggiò la caviglia destra dolorante.

«La prossima volta gli telefono» scherzò Francesca «su, su! Non muore nessuno per un po’ di ginnastica. Senza contare che il lago Biviere è l’abbeveratoio preferito dagli animali che sostano in quest’area. Spero di sorprenderlo mentre si disseta».

«Così… tu non credi alla leggenda!».

Stavolta lei sorrise «In effetti» il sorriso della donna si allargò «no!».

Francesca era conosciuta come la miglior guida locale di fauna autoctona, veterinaria in servizio attivo nel parco dei Nebrodi «Solo perché ci credono i mei conterranei non significa che sia possibile né tantomeno probabile e poi» scosse la testa riflettendo «… ma prima di tutto dobbiamo catturarlo vivo».

L’ufficiale la guardò. L’espressione del volto e la postura del corpo snello dentro l’uniforme verde acquitrino gli dicevano chiaramente che non avrebbe più parlato. Aveva una teoria che non voleva ancora condividere con lui, pensò Matteo.

Un rumore costrinse l’uomo a girarsi. Puntò l’arma: l’indice teso al grilletto. Il maiale nero che cercavano da giorni li stava fissando. Matteo mantenne la posizione. Gambe divaricate a terra, mani unite a dirigere la sua pistola d’ordinanza, lo sguardo fisso negli occhi della bestia, era pronto a tutto per fermarlo.

Fu allora che accadde l’imprevedibile. Lo videro voltarsi e soffiare potenti sbuffi sul terreno.

«Ma guarda tu che…» sibilò Matteo non perdendolo di vista.

«Ecco come fa, è quasi incredibile» lo interruppe Francesca «non lo uccidere!» gli intimò, estraendo la siringa di narcotico e avvicinandosi con calma. Modulò la voce a fischio. L’animale scalpitò, ma restò al suo posto. Il suono sembrava piacergli. Si mosse solo quando vide l’ago. Lo scatto veloce in avanti, la furia dentro gli occhi e la potenza della massa muscolare del maiale impedirono a Matteo di mirare alle zampe. Uomo e animale caddero a terra. Il sangue ormai sgorgava copioso dal ginocchio destro del poliziotto che strinse i denti, voltando lo sguardo intorno a sé.

Poco distante da lui, anche Francesca era stata coinvolta nella colluttazione e giaceva inerme. Ormai terrorizzato, l’ufficiale cercò a tentoni l’arma persa nello scontro. Il maiale puntò di nuovo, ora le zampe lo colpivano al torace. L’odore putrido del suo fiato gli alitava addosso. Matteo flesse le gambe. La spinta sortì l’effetto desiderato, caracollando la bestia a poca distanza da lui. Non era ancora finita. Prese la mira. Due colpi in rapida successione lo centrarono all’addome, facendolo cadere. Il terzo sparo, di precisione, lo colpì in fronte. Dalla macchia bianca non apparvero fantasmi, come raccontavano alcuni, ma solo un fumo grigio, e l’animale stramazzò al suolo.

«No!» la donna ancora a terra si era ripresa dal brusco atterraggio e ora fissava, incredula, il morto «era addestrato, ma non l’hai visto?».

Matteo non le rispose. Rimase a terra, recuperando il fiato perso. Una settimana di ferie non gli sarebbe bastata per dimenticare l’accaduto.

 

Starleyet

 

Lo chiamavano “Starleyet”, ma io non lo conoscevo ancora. La montagna dove ero nata non aveva mai rivelato nulla di insolito. Nulla, fino all’ultima allarmante telefonata di mia madre che mi aveva costretto a partire.

Adesso ero a casa. Raccolsi la chiave sotto il tappeto della veranda e spinsi con il ginocchio destro il pesante portone della baita. Il pavimento in legno di riciclo scricchiolò sotto le scarpe, come ogni volta che rientravo a casa, da ragazzina.

Mi guardai intorno, riconoscendo ogni mobile della mia infanzia. Quello che mancava era mia madre sulla soglia.

«Mamma, dove sei?» esclamai ad alta voce.

Fissai la desolazione tra le pareti perlinate in legno d’acero della casa montana. La cucina riportava il caos che avevo sentito nella voce di mia madre mentre farneticava al telefono di luci sulla montagna e del suo viaggio per raggiungere mio padre.

Il tavolo era ingombro di cibo e oggetti non riposti a dovere. Eppure, lei detestava il disordine.

Mi avvicinai alla stufa in pellet e accesi il fuoco. Il calore si sparse dissipando, a fatica, il freddo. Le mani infreddolite cominciarono a scaldarsi, avvolgendosi alla tazza fumante della tisana al gelsomino che avevo appena preparato. Nessun altro rumore spezzava il silenzio prodotto dalla neve che ancora cadeva a larghi fiocchi.

Sospirando, mi sedetti, appoggiando la tazza al tavolo di rovere. Odiavo il freddo, la neve e la montagna. Per questo avevo lasciato la valle non appena avevo potuto, approfittando dello studio per fuggire a Roma.

Una luce improvvisa illuminò a giorno i vetri della finestra, poi tornò il buio. Pensavo di aver solo intravisto le luci di un’auto che si allontanava dal sentiero, quando sentii il rumore della serratura che scattava, permettendo alla porta di aprirsi.

Sorrisi al pensiero di rivedere mia madre, ma fui delusa. Davanti a me c’era un bell’uomo di mezza età, lo desumevo dai capelli sale e pepe e dallo sguardo furbo. L’abbigliamento montano, pantaloni di fustagno, camicia di flanella e il pile coordinato non mi permettevano di formulare alcuna ipotesi circa la sua professione. Poteva essere un serial killer come l’ultima conquista di mia madre. La stanchezza per il lungo viaggio in auto che avevo appena compiuto e l’assurdità del momento si mescolarono, rischiando di perdere la mia abituale ironia per il bizzarro momento.

«Lei non è mia madre!» dissi, mantenendo un sorriso cauto.

L’uomo sorrise.

«Ciao Gaia, sono Padre Rock e gestisco la valle. Tua madre mi ha pregato di salutarti da parte sua!».

«E lei dov’è?».

«E’ al rifugio del Pellegrino, insieme agli altri» disse togliendosi i moon boot, coperti di neve.

«Padre, non si scomodi. Mi lasci solo l’indirizzo e la raggiungerò domani».

L’espressione dell’uomo non cambiò. Non vedevo nessuna empatia riflettersi sul volto, nessun moto di calore, tipico della sua vocazione. Poteva anche essere un bugiardo patologico, per quello che ne sapevo io. D’istinto, mi avvicinai al bricco dell’acqua, ancora calda nella teiera, impugnandola.

«Ne gradisco anch’io una tazza!» mi rispose l’uomo, accennando con il dito verso di me. «Ti accompagnerò io domattina, ma ora ho bisogno di una doccia e di una notte di riposo.

La strafottenza di Padre Rock mi lasciò esterrefatta, ma non senza parole. Di quelle, per fortuna, non ero mai a corto.

«Non le ho ancora offerto ospitalità!»

«Gaia, Gaia, tua madre mi aveva avvertito che non avresti avuto compassione per il prossimo. La tua professione indurisce il cuore e rovina l’anima!» sentenziò, scuotendo la testa, per poi accaparrarsi una tazza e un filtro della tisana che avevo lasciato incautamente sul tavolo.

Si avvicinò a me, strappandomi di mano la teiera e sì servì l’infuso.

«Elena mi ha donato la baita un mese fa!»

Lo disse con noncuranza, come se fosse normale amministrazione che una parrocchiana con una figlia ancora in vita elargisse la sua eredità a un uomo di Chiesa.

«Ah sì?» sbottai «mi mostri l’atto di donazione!»

 «Oh, credo sia meglio che tu ne parli con tua madre, prima. Lei era convinta che a te non interessasse più. Sono anni che non vieni qui. Anni in cui ha dovuto arrangiarsi da sola, finché la comunità del Pellegrino Errante non l’ha accolta a braccia aperte».

Mi morsi la lingua per evitare la risposta sagace che avevo già pronta.

Se l’uomo aveva ragione, non potevo far altro che verificare lo stato di salute di mia madre e agire di conseguenza. Era quasi certo che la conoscesse perché le parole del prete ricalcavano esattamente il dialogo tipo delle nostre telefonate madre-figlia. Purtroppo.

Mi costrinsi a sorridere. «Chiuda bene la porta, prima di coricarsi. Non vorrei che malintenzionati ci sorprendessero nel sonno» mi concessi, soltanto, degnandolo di un’occhiata sprezzante che l’uomo non raccolse.

«Buonanotte a te, partiamo domani alle 8:00» mi rispose, invece, salutandomi anche con la mano.

Reprimendo la stizza per la situazione, salii le scale che conducevano alla mia camera. Per mia fortuna, lo sconosciuto non mi fermò e potei chiudermi a chiave non appena varcata la soglia.

Mamma aveva donato la mia eredità a un estraneo e la colpa era solo mia. Da anni mi pregava perché tornassi a casa, ma trovavo sempre scuse per non farle visita. La chiamavo al telefono ogni domenica, dopo pranzo, e speravo che bastasse a colmare la mia assenza da casa. Evidentemente, avevo sottovalutato i suoi bisogni e, soprattutto, le intenzioni della comunità che frequentava e della quale non aveva fatto mai menzione.

Mi addormentai. Nel sogno, una luce misteriosa prodotta dalle stelle mi abbagliava, prelevando la mia anima e conducendomi in uno spazio diverso dalla Terra. Da quella strana postazione, sopraelevata alla mia dimensione naturale, potevo osservare l’intero Universo, partendo dalla Via Lattea per poi avventurarmi verso gli spazi più bui della Galassia. Mi svegliai di soprassalto con la sensazione di cadere nel vuoto cosmico. In effetti, persi per un attimo la presa del letto, cadendo sul materasso con un tonfo sordo, madida di sudore e con un feroce mal di testa. Ovviamente, il sogno era frutto delle mie angosce, mescolate al vaneggio di mia madre e alla passione sfrenata che avevo per l’astrologia fin da quando ero bambina.

Dalla cucina giungevano i profumi di una tipica colazione montana. Il profumo del caffè arrivò alle narici, costringendomi a lasciare il piumino invernale.

Guardai l’ora, avevo ancora tempo per una breve doccia, ma preferii non rischiare che l’uomo potesse andarsene senza di me. Indossai i vestiti del giorno prima, lavandomi solo il viso e mi avventurai in cucina.

«Buongiorno Gaia, serviti pure. Dopo colazione, partiamo!»

Bofonchiai un grazie, udibile solo dai cani e feci colazione, preferendo risparmiare le energie per la battaglia che mi attendeva.

Cominciò subito con la richiesta del prete di usare la mia auto. Sarebbe stato uno spreco di energie, utilizzarne due per raggiungere mia madre. E, bravo Padre Rock, uno a zero per lui. Ma non mi arresi. Sostenni che la mia auto era priva di gomme da neve (sacrosanta verità). Le 4×4 all season che avevo in dotazione per la città non garantivano aderenza sul suolo montano. Non certo come il fuoristrada del prete.

Così usammo la sua Jeep. Se avesse voluto farmi fuori, perlomeno lo avrei rallentato, impegnandolo con la guida del veicolo.

Repressi i pensieri nefasti e mi concentrai sull’uomo, intento alla guida. Forse era il momento giusto per chiedergli di “Starleyet”. Secondo la mia esperienza sul campo, un testimone impegnato in altro difficilmente riesce a raccontare bugie credibili.

Padre Rock ci riuscì.

«Starleyet è il nostro credo» disse, attirando la mia attenzione «chiamarlo Dio o luce delle stelle non cambia il fatto che si tratti di un fenomeno extraterrestre. Del resto, anche la scienza ci ha dimostrato che siamo tutti figli delle stelle».

Annuii involontariamente perché la pensavo esattamente come lui e la cosa mi stupì.

«Pensavo che mia madre delirasse al telefono» mi lasciai sfuggire, pentendomene subito dopo. Non dovevo concedergli terreno di gioco!

 «Assolutamente, no. Tua madre sta bene. Ha solo capito come incanalare le energie per diventare parte delle stelle».

Ecco, dopo aver ascoltato l’ultima frase del prete mi resi conto che la mia avversità ai culti religiosi, che reputavo ossessive e banali soluzioni post pagane, non era il peggio che potesse accadere. Anche la scienza, se mal gestita, poteva diventare nitroglicerina umana.

Sospirai, cercando di recuperare la calma. Dovevo assolutamente capire che intenzioni avesse il pazzo che guidava accanto a me. Come giornalista televisiva, avevo intervistato i personaggi più folli senza far trasparire l’orrore della mia opinione a riguardo. Avrei dovuto essere professionale, scollata al contesto che mi coinvolgeva in prima persona e forse avrei anche avuto l’articolo più promettente della mia carriera giornalistica.

«E come avviene il processo?» riuscii a imprimere curiosità, soffocando il sarcasmo che provavo.

Padre Rock si girò verso di me, cogliendo le sfumature nella voce.

Finalmente sincera!»

Alzai le spalle, fingendo di arrendermi all’evidenza, permettendogli di continuare. Anch’io potevo essere un’abile bugiarda, se lo volevo.

«Non ci è ancora chiaro. Da dicembre, oltre il Picco Marmoreo appare un cono d’ombra, simile a una biglia. Durante il fenomeno ingrandisce fino a misurare le dimensioni del Sole».

«Perché lo chiamate Starleyet?».

«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre» disse il prete.

«Genesi 1, 1-3» citai a memoria, guadagnandomi la fiducia dell’uomo che assentì. In realtà, questo era il solo passo della Bibbia che mi fosse rimasto impresso, ma servì allo scopo. Il prete rilassò le spalle e mi sorrise, forse convinto di aver conquistato una nuova adepta per il suo culto.

«Quindi, il cono d’ombra gigante poi si illumina di luce?» suggerii.

«Sì. È proprio così che accade. Nella fase calante si riempie di luce delle stelle, comunicando con noi. I nostri veggenti rimangono in adorazione nella fase del fenomeno e poi ci raccontano cosa hanno visto del passaggio fra i mondi».

«E mia mamma è tra i veggenti?»

«Esatto. Come hai fatto a capirlo?»

«Ho tirato a indovinare» dissi, mentendo spudoratamente.

L’auto si fermò e, purtroppo, le mie intuizioni si rivelarono fondate.

«E’ il castello Lafuerte» dissi, sperando di mantenere un tono neutro.

Il castello a tre guglie, forse il più caratteristico della zona, si ergeva su un ampio spazio erboso.

«Sì. Mi dimentico sempre che tu conosci la zona perché sei nata qui».

«Mentre lei da dove viene, Padre?» Non gli dissi che la sera prima lo avevo cercato sul Web, senza successo.

«Oh, è una lunga storia. Se ti fermerai abbastanza a lungo, te la racconterò. Ora andiamo, stasera potrai assistere a “Starleyet” di persona!»

Non gli chiesi nemmeno se Madame LaFuerte avesse ceduto il suo castello alla comunità. Avevo già trovato in Rete la notizia del suo decesso, avvenuto il 18 novembre. Senza eredi a disposizione, era quasi certo che il castello fosse tra le proprietà del Pellegrino Errante e chissà quante altre ne annoverava, classificate come beni di natura religiosa. Ma non era la mia priorità, per il momento. Ora dovevo pensare a mia madre.

Alzai lo sguardo verso il castello e la vidi corrermi incontro. Mia madre era bella, di quel bello oggettivo che attira sempre gli sguardi della gente anche a settant’anni, con i capelli grigio turchini che un tempo avevano il colore dell’ebano e gli occhi castani, di un caldo coinvolgente mentre sorridevano. Io, al confronto, ero solo la sua brutta copia trentenne. Simile nei colori, ma sfuocata nei lineamenti.

Mi strinse a sé e ricambiai il suo abbraccio, cercando di pensare positivo. Mi aveva riconosciuto e reagito bene alla mia presenza. Se c’era stata una azione di plagio, non era riuscita a scalfire il suo cuore, non ancora.

«Ciao, mamma. Come stai?» dissi, scrutando accuratamente il suo esile corpo.

Non le dissi che ero preoccupata, che vederla così dimagrita mi faceva pensare al peggio. Del resto, non la vedevo da anni e non potevo sapere se fosse deperita per la comunità o per altro. Anche questo aveva dimenticato di raccontarmi.

«Bene. Da quando ho conosciuto Padre Rock sono rinata».

«Ora abiti qui?»

«Sì, da poco più di un mese».

«Perché non me ne hai parlato?»

«Oh, pensavo non ti interessasse».

L’uso dell’intercalare “Oh”, decisamente atipico per mia madre, mi fece scattare un campanello d’allarme. Lo usava Padre Rock, compreso il verbo “interessare”.

«Oh, mi interessa, eccome, mamma!» dissi ad alta voce, facendomi sentire dal prete che ci precedeva. Lo vidi drizzare le spalle, segno che la mia frecciata era andata a segno.

«Ho ritrovato la baita, era tutto come l’avevo lasciato, sai? Una bellezza. C’erano anche le lettere di papà. Quelle che ha scritto per noi prima della malattia. Te le ricordi?»

Mamma scosse la testa ed io ne approfittai per abbracciarla.

«Non ti preoccupare. Le rileggeremo e insieme guarderemo splendere il futuro, ti va?»

Il sorriso che lessi sulle labbra di mia madre valeva il viaggio e le scomodità. Valeva tutto. Persino affrontare il fenomeno “Starleyet” a mani nude.

«Stasera ti stupirà».

«Vedremo, mamma, vedremo. Per ora ho bisogno di fare colazione con te».

Entrammo ancora abbracciate nella dimora settecentesca. Il fuoco crepitava allegramente nella grande cucina dove tutta la comunità era riunita. Eppure, un brivido mi scese lungo il corpo. Contai sette disegni appesi alle pareti. Gli autori di certo non sapevano disegnare. Nonostante ciò, l’orrore che descrivevano era fin troppo reale. Dentro la luce, rappresentata da sette stelle luminescenti, si trovavano i corpi stilizzati, ma chiaramente a terra di altrettante sette persone. Ormai ero quasi certa di trovarmi all’interno di una setta, mascherata da credo religioso.

Trascorsi la giornata, cercando di conoscere i membri della comunità. I veggenti erano sette, compresa mia madre. Recuperai i disegni dei due sabati precedenti e il tema era decisamente più allegro. La luce delle sette stelle era sempre presente, ma al suo interno si intravvedevano piccole ellissi.

«Sono pianeti?» chiesi a mia madre, ormai non mi staccavo più da lei. Controllavo ogni mossa di Padre Rock e dei suoi seguaci.

«Oh, sì, ma i disegni non riescono a rendere la bellezza del Creato, purtroppo!»

«Capisco» dissi, aiutandola a preparare la cena per gli adepti e assicurandomi al contempo che non ci fossero erbe sospette tra gli ingredienti a disposizione «è tipo Contact?»

Mia madre annuì. Aveva sempre amato la fantascienza e Contact, interpretato da Jodie Foster, era il suo film preferito.

«Di male in peggio: fase allucinatoria diurna» mormorai a bassa voce.

«Non ti richiudere dentro le tue certezze, Gaia Morri» disse Padre Rock, avvicinandosi a me «almeno aspetta stasera!»

Annuii, capendo che Padre Rock mi stava studiando a sua volta. Dovevo fare qualcosa per convincerlo a fidarsi, così gli sorrisi. Lo sguardo speranzoso mi illuminava il viso, cercando di ipnotizzare il prete con la mia buona fede, nonostante i dubbi che provavo. Sembrò credermi perché mi permise di seguire mia madre in ogni incombenza. Contro ogni mia aspettativa, mantenni la maschera ipocrita fino a sera.

Allo scoccare della mezzanotte, ci disponemmo all’interno del cerchio luminoso che avevo aiutato a creare, accendendo i lumini, riposti sul pavimento di cotto.

Per fortuna, non dovevamo avventurarci fuori le mura per vedere il fenomeno perché l’atrio del castello era dotato di un soffitto a cupola in vetro. Uno dei tanti lussi che Madame LaFuerte si era concessa negli anni. Una lacrima mi scivolò sulle guance al pensiero di non averle detto addio. Avevo imparato a riconoscere le stelle grazie a lei, alla cupola e al suo potente telescopio, ora nelle mani di Padre Rock. Il prete era l’unico fuori dal cerchio e puntava lo strumento verso le stelle. Scossi la testa, non riuscivo ancora a inquadrarlo. La rabbia nei suoi confronti non mi permetteva di essere lucida. Sembrava essere a suo agio in ogni contesto, quasi fosse un camaleonte.

Spente tutte le luci del castello, il tenue bagliore dei lumini ai nostri piedi accentuava lo splendore del manto stellato. Qualcuno azionò l’apertura della botola. La serata limpida ci permise di osservare il pulsare ipnotico delle stelle. Individuai subito Aldebaran, la stella più brillante della costellazione del Toro. Nello spazio buio tra Etnath e Betelgeuse, riconobbi il cono d’ombra che da piccolo si faceva sempre più grande fino ad offuscare le stelle che gli gravitavano intorno. I sette veggenti pronunciavano il nome “Starleyet” ripetutamente, dapprima a bassa voce per poi aumentare l’intensità del suono mentre la comunità intonava un canto melodico che non riconobbi. Decisamente, il fenomeno era interessante. Non avevo mai visto niente di simile in vita mia. L’evento durò pochi minuti, forse cinque, secondo il mio “fit band”, poi l’ombra scomparve, lasciando il posto a sette stelle che non riuscivo a riconoscere. Quello che vidi fu un’esperienza sensoriale di primo livello. Mi sentii avvolta, eppure avvertivo nitidamente il freddo pavimento del castello sotto le mie natiche. Percepivo una voce interiore che si irradiava dentro di me, prendendo forza dalla luminescenza delle stelle e mi parlava. Le stelle si allinearono e per un breve lasso di tempo, forse dieci secondi, riuscii a vedere la sagoma di un essere gigantesco che riuniva le sette stelle. La forma sconosciuta mi guardò per poi girare la testa e scomparire alla mia vista, seguita in scia dalle sette stelle.

Quando tornai ad essere consapevole delle persone che mi circondavano, scoprii che avevo perso conoscenza per alcuni istanti. Mamma mi accarezzava il viso, mentre Padre Rock osservava con attenzione la scena.

«Che cosa hai visto, figlia mia?»

«Niente, mamma» dissi, mentendo.

Lo ripetei ad alta voce per farmi sentire da tutti i presenti. Non ero sicura di quell’essere che avevo intravisto nelle stelle perciò, nei fatti, non avevo visto niente di descrittibile. Se avessi dovuto dare un nome alla sensazione provata in sua presenza avrei detto “stupore”. Era stupito che potessi accorgermi di lui, che riuscissi a percepirlo. Ma potevo sbagliare. L’ambiente della comunità aveva contaminato anche la mia capacità di osservazione. Mancava una settimana a Natale, un sabato ancora e forse avremmo scoperto la verità. Ma, inganno o rivelazione, decisi che mia madre non sarebbe più stata da sola.

La sindrome della valigia vuota

Estate. Finalmente il caldo che aspettavo è alle porte. Ed io con lui mentre sto preparandomi per trascorrere una settimana in Piemonte, in un agriturismo di Gignese, la mia prima vacanza in montagna.

– Una settimana – mi ripete mio marito con lo sguardo deciso e le mani sui fianchi – solo una, Monica, stavolta non hai scuse.

Ed io comincio a tremare. Sì, perché lo so di soffrire della sindrome da valigia vuota, ne sono consapevole. Non c’è più bisogno di prenderne atto. Ogni anno, al momento di lasciare la mia adorata casetta, non riesco a fare a meno delle comodità quotidiane che rendono la mia vita meravigliosa. Crema giorno, crema notte, siero occhiaie anti età, prodotti da trucco, per citare solo una piccola parte del necessario. Quando devo partire tutto mi diventa obbligatorio.
Di solito le ferie mi permettono comunque di spaziare, constando di due settimane al mare. E vuoi mettere quanti bei capi leggeri nell’armadio aspettano solo di essere sfoggiati? Anche se magari li indosso per una sera soltanto. Per non parlare poi delle scarpe e del corredo che le segue. Nonostante tutto, però, la mia borsa è sempre la più leggera della famiglia. Essere donna hai i suoi vantaggi. Ma in montagna? Con me, perennemente freddolosa? Di certo supererò lo standard previsto, anche se preparare la valigia per la metà del tempo, dovrebbe essere più semplice, vi pare? E invece no. La sindrome della valigia vuota incombe anche quest’anno su di me. Oddio, sento salire l’ansia che mi attanaglia mentre penso a cosa e, soprattutto, a quanto portare con me. Seleziono pochi capi di abbigliamento, uno per ogni tipo di clima che potrei incontrare, chiudendo gli occhi per non cambiare di nuovo idea e ricominciare da capo. Per non incorrere nella tentazione di infilare nella valigia tutto quello che vedo in casa, decido di prepararla poche ore prima della partenza.
Ebbene, sì. Decisamente, sì. Ho superato il rischio. E’ ufficiale. La sindrome della valigia vuota è la mia patologia.

La Resilienza

Appena apro gli occhi, il soffitto s’illumina, proiettando la data: 20 marzo 2050, ore 10:00, domenica.
– Buongiorno Anna – pronuncia Gea, la voce elettronica del software interattivo che ci connette al mondo.

Non le rispondo. Lo facevo all’inizio, vent’anni fa, quando eravamo ancora spaventati dall’esterno. Oggi è diverso, non ne ho più bisogno per sentirmi felice. Apro le tende, esco in terrazza con il caffè della mattina e guardo il mare. Il paesaggio è sempre lo stesso. Ipnotico, ammaliatore, anche bugiardo. Ma la gente non lo è più. Tutti siamo migliorati, lo devo proprio ammettere. I più resilienti del gregge hanno fatto da apripista al nuovo stato delle cose, mostrandoci la via per essere sinceri e, a poco a poco, anche il resto di noi li ha seguiti. Dapprima, impercettibilmente, trascinavamo anche le fobie fuori casa. Poi, faticosamente, ci riadattammo al contatto con gli altri. Oggi possiamo correre all’aperto, intrattenerci nei bar, fermarci a dormire in albergo senza problemi. Certo, dobbiamo sempre rispettare la pulizia, l’ordine e rispondere con notifica alle ordinanze Ministeriali che arrivano ogni giorno in casa, grazie a Gea, ma il contatto con la gente non è più vietato.

– Stato di salute: ottimo. Complimenti, Anna, puoi uscire tranquilla – sentenzia Gea, scannerizzando il mio corpo. Mi trattengo a stento dal ringraziarla ed eseguo la notifica di presa visione del mio stato fisico. Ormai è diventata un’abitudine rilassante farsi analizzare dalla macchina, ma all’inizio ne ero terrorizzata, convinta che mi avrebbe comunicato brutte notizie.

Iniziammo con il garantire la sicurezza medica. Ogni famiglia fu in grado di attingere al software “Gea” tramite la propria linea internet a costi calmierati. Fu un atto di solidarietà globale. “Stop agli affari, sì alle persone” fu lo slogan che impazzava sui social, sui giornali, sui muri di quasi ogni quartiere. Nessuno sapeva chi lo avesse scritto la prima volta, ma generò un’onda positiva inarrestabile. Il progresso tecnologico fece un grandissimo balzo in avanti. Dall’App che identificava i positivi al virus, si passò a svilupparne uno che forniva medicina virtuale a domicilio. E il Mondo divenne un posto migliore, dove vivere. Io per prima non ci credevo, eppure oggi ce l’abbiamo fatta. Siamo riusciti a evolverci davvero. Oggi tutti hanno a disposizione un kit salvavita in casa. Ossigeno, respiratore, diagnosi medica precoce non sono più problemi capaci di paralizzare il mondo. Sorrido mentre mi dirigo in camera. Ho appuntamento con Cara per lo shopping e poi per il pranzo. Lei è una delle resilienti più attive. Non so come, ci siamo capite subito, fin dal primo giorno in cui è arrivata in città. Io e lei siamo così diverse, eppure stiamo bene insieme. Mi spazzolo i capelli corti e ricci. Neri come la notte, s’intonano ai miei occhi color ombra. Cara, invece, ha i capelli di un biondo solare, uno sguardo cristallino e occhi verdi che l’aiutano nell’interagire con gli altri. E’ un’esplosione di energia e positività: la Resiliente per eccellenza. Sono fiera di esserle diventata amica. Esco di casa, assaporando la dolce aria primaverile, priva di smog, altro effetto positivo sul Pianeta. A causa dell’ondata virulenta del passato, i Governi di ogni Stato ripresero a parlare di clima, agendo, finalmente. I risultati prodotti furono veloci e concreti, educandoci all’ecosostenibile calmierato. La benzina fu dimenticata, i pannelli solari integrati sul tetto di ogni abitazione, l’energia eolica sviluppata a trecentosessanta gradi, imitando i Paesi del Nord Europa che già nel 2020 erano all’avanguardia sul fronte clima e ambiente. Gli sforzi impiegarono anni per dare risultati visibili, ma oggi il benessere per la popolazione è statisticamente dimostrato.

Cara mi aspetta in centro. Le sorrido mentre lei non si accorge nemmeno che mi avvicino. E’ intenta sulla tastiera del suo Pc portatile e sta digitando velocemente, al solito. Sembra fondersi con il computer quando lavora. La coda di cavallo che trattiene i suoi lunghi capelli si muove ritmicamente. Finalmente alza la testa, sbuffando.

– Ehilà, Cara, come va? Sempre alle prese con i numeri? Cara è un bravissimo ingegnere elettronico.
– Sì, ma ho finito. Ti va un caffè? – nel dirlo, solleva una mano e il cameriere arriva scodinzolando, servendomi il miglior caffè della città.

– Come hai fatto? – non riesco a trattenermi dal chiederle appena il ragazzo si allontana. Lei mi fa l’occhiolino e solleva le spalle.

– Anna, Anna, io continuo a dirtelo, ma tu non lo comprendi ancora: fatti concreti, piccoli gesti altruisti alimentano la Resilienza e la valanga positiva irrompe automaticamente nella quotidianità.

Strabuzzo gli occhi, finendo il mio caffè. So che mi sta prendendo in giro, lo vedo da come arriccia le sopracciglia, è un tic che le appartiene quando mente. Ma un orologio, ci pensate? Quanto sarebbe bello se il mondo fosse davvero un orologio!