Antologia,  racconti,  segnalazioni letterarie

Di intemperanze e altre vicende brianzole
(La balusàda)

Se la storia fosse un’arma, Seregno ne sarebbe la custodia perfetta.
Per comprenderlo, però, dobbiamo tornare indietro nel tempo.
È l’8 giugno 1797, una notte densa di mistero. Il cielo, color antracite, soffoca il bagliore delle stelle, ma almeno la pioggia ha dato tregua. Solo una lampada a petrolio, fievole e traballante, illumina il percorso del calesse su cui viaggia il capitano, Triumviro del borgo, Giovanni Trabattoni, guidato dal suo fido scudiero, il Pelàgra.
Entrambi cittadini seregnesi, entrambi mori e di bell’aspetto, si conoscono sin da bambini.
Giovanni, un uomo aitante e di classe, appartiene alla nobile famiglia Trabattoni.
Il Pelàgra, invece, con la sua indole modesta ma incrollabile, è un sottoposto devoto.
Anche se non sono amici nel senso stretto del termine, tra loro vige un legame autentico, di quelli che solo la Brianza sa creare.
«Nèmm, Pelàgra. Semm prunt?» mormora adesso.
«Prunt!» risponde soltanto lo scudiero.
Il viaggio è lungo e accidentato: boschi, sentieri fangosi e pozzanghere li separano dalla meta. Nel piccolo borgo di Canonica, posto sulla sponda sinistra del fiume Lambro, li attende il Caprino, il più bravo impagliatore della zona. Ha preparato per loro il prezioso fagiano imbalsamato dalle piume blu, destinato al giovane Napoleone Bonaparte: un dono degno di un futuro imperatore.
E, poi, ancora quattro giri di ruote per risalire il declivio impervio di Besana, diretti alla bottega del tipografo, soprannominato il Guten, noto per essere geniale quanto discutibile nella moralità. Dal Guten ritirano trecento volantini rivoluzionari dal titolo “La Brianza sarà la speme che farà gridare l’Italia”.
La propaganda filonapoleonica è essenziale per il Triumviro, anche a costo di piantare i cosiddetti “alberi della libertà” in Seregno: pali spogli e alti, abbelliti solo dalla bandiera francese.
Lo zefiro di giugno spira dal monte Resegone, accarezzando prima le colline brianzole e increspando le acque del lago di Pusiano, di Alserio e di Montorfano, raggiungendo anche Seregno.
Il dolce vento allieta e stimola anche l’appetito del Triumviro e del Pelàgra. L’ultima tappa è al lago di Sartirana dove li aspetta un lauto pranzo alla “Piola del Bricch”, una locanda apprezzata da locali e forestieri. Il Pelàgra già assapora il momento in cui potrà gustare il suo piatto preferito, un goloso stufato di carne con verdura, chiamato “la piccola”, ma il destino ha in serbo un altro piano.
Giovanni sta discutendo animatamente con un uomo distinto, il dottore dei cavalli di Airuno, e non sembra essere una chiacchierata di cortesia.
«Vira a cà, Pelàgra. El dutor el dis è la Vandea a Seregn!» urla, infatti, Giovanni.
Il povero scudiero è sbigottito. Ha appena il tempo di terminare lo spuntino frugale con pane e formaggio che già è in piedi, a cassetta. Sprona il cavallo pezzato, facendogli riprendere subito la corsa. Lo sguardo cupo del suo padrone e la rinuncia al pranzo dal “Bricch” lo hanno ammutolito.
Intanto, Giovanni riflette. La Vandea a Seregno se l’immagina come l’inferno: le amate cascine in fiamme, i cavalli sgozzati per le strade del borgo e i morti. Tanti, troppi a colorar di rosso la Piazza di Seregno. Perciò ottimizza il viaggio per studiare una strategia e sconfiggere i vandali stranieri.
Quando finalmente i due raggiungono il borgo seregnese, la scena che li accoglie sembra irreale. Non si tratta della Vandea, ma delle donne seregnesi che, abbattuti gli “alberi della libertà”, hanno seminato caos ovunque. La causa del trambusto, però, gli è ancora sconosciuta.
«Curr, Pelàgra. Salva el càval…» si riprende, infine.
Non fa in tempo a finire la frase, preoccupato che le ribelli ammazzino lui, il Pelàgra e persino il suo cavallo, che una gragnola di sassi lo investe mentre cerca disperatamente di raggiungere la casa del parroco Boldrini.
«Tutt ben?» chiede Giovanni al prete, una volta entrato in casa.
«Tutto bene, no. Non vogliono, capisci?» gli risponde questi, richiudendo a fatica la porta dietro il Triumviro.
Lo sguardo del sacerdote è allucinato. La tonaca strappata in più punti e numerose ferite gli segnano il volto e i capelli bianchi di un rosso così cupo da temere un trauma cranico in corso.
«Cosa non vogliono?»
«Che andassum nunch in guerra e lassa stà i giuvin, i m’hann rispost» dice il parroco, passando improvvisamente al dialetto seregnese. «Te capì? Semm tucc mort!».
«Mort, mort, mort» ripetono urlando le donne, appostate ancora fuori dalla casa parrocchiale.
Giovanni adesso ha il quadro completo. Le donne seregnesi non vogliono che i giovani siano arruolati a forza nell’esercito di Napoleone Bonaparte.
È il momento di agire. Deve imporsi subito o finiranno davvero tutti morti.
Le donne cedono terreno soltanto al tramontar del sole e Giovanni ne approfitta per fuggire.
«Nèmm Pelàgra, andemm a Mombello da Bonapart!» dice poi, riunendosi allo scudiero.
Di nuovo in calesse, i due raggiungono Villa Crespi, a Mombello.
«Uh Signur, la balusàda l’han fada i donn!» dice subito appena è al cospetto di Napoleone.
Il piccolo caporale non sembra contrariato, ma l’espressione può sempre ingannare.
«Darò ordine che Seregno sia bombardata!» gli risponde, infatti, dopo aver ascoltato le suppliche del Triumviro, opportunamente tradotte.
«Pietà. Misericordia, sciur Bonapart! Nunch semm nigòtt e savì ben che i donn nassen tucc senza cou!»
L’atteggiamento contrito del Triumviro e la situazione surreale della storia, dove le donne riescono a sovvertire l’ordine di un’intera cittadina, sono quasi divertenti. Un timido sorriso gli solca le labbra. È il segno che Giovanni aspetta.
«Prendi sedici soldati e seda la rivolta» conclude Napoleone.
Giovanni obbedisce, ringraziando la sua buona stella.
Di ritorno a Seregno, scortato dall’Armada napoleonica, Giovanni riesce a riprendere il controllo e a individuare le responsabili. Le cinque fomentatrici vengono arrestate, ma la loro permanenza nel carcere di Monza si trasforma presto in un’occasione per fare ancora baldoria: il custode è, dopotutto, un seregnese “doc”.
E oggi, più di due secoli dopo?
I seregnesi ricordano ancora con sgomento la vicenda, nota come “il giorno del Pratile”. E se una donna alza la voce, l’istinto gli dice solo una cosa: scappa!

Bibliografia:
Pierino Romanò, Pagine della Seregno Cisalpina, Seregno, 2002
Giorgio Picasso – Mauro Tagliabue, Seregno una comunità di Brianza nella storia, Seregno, 1994

Racconto selezionato e presente nell’Antologia “Racconti Storici” volume 2 edita da Historica

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