La Soglia Oscura
Racconti

CHIMERA – TOMMASO MARINOTO E DIO
di Rocco Giuseppe Tassone

1

Era la notte di San Lorenzo. Le stelle si lasciavano cadere nel mare. Esausto il mio sguardo trasportatasi verso gli spazi di luce.
Una quiete sovrumana paurosamente si era impossessata della notte.
Non un frusio di onda, non un alitar di gabbiani, non un respiro d’uomini.
Solo la mia ombra, ciclopica creazione della notte, varcava i confini del mio corpo sotto lo sguardo sereno della luna.
All’improvviso un grido! Proveniva dal vecchio pontile. Mi voltai. Nel buio qualcosa si muoveva. Esitai … era lui… proprio lui… Tommaso Marinoto!
“ Dio, Dio creatura dell’uomo…”- gridava con le braccia rivolti al cielo. Indifesa umana creatura, pensai, ubriaco come al solito!

2

Nella vita, Tommaso, era un brav’uomo, amico di tutti, amante della semplicità, semplicità che lo portava ad essere amato e rispettato da tutti.
Bassa statura, robusto, capelli rossicci come se bruciati dai raggi del sole, viso abbronzato ma il punto più interessante erano gli occhi sempre vispi, giovani, nonostante i suoi sessantenni, di colore mare.
Aveva lavorato fino a pochi mesi prima. Fino al giorno del… facendo il pescatore.
Con la sua piccola Dalila, dall’ebraico povertà, aveva solcato miglia e miglia di acque salate in giorni belli ed in giorni paurosi di tempesta.
Era proprio un uomo felice. Felice prima che il fato… Una sera, mentre faceva scivolare Dalila sulle strisce di legno imbrattate di sapone, gli domandai:
“Tommaso, perché non vi ritirate? L’età c’è! Incomincia ad avere il suo peso anche se voi vi sentite giovane dentro ed abile a questa fatica. Ascoltate me. Smettetela che avete faticato una vita. “
“Volentieri, signurinu bellu, lo farei volentieri, ma poi… poi che faccio? Vado a spasso paese paese o mi rifugio in cantina con compare Melo ‘o Niro per scolarci qualche litro? E alla famiglia… chi tira avanti la baracca? – con senso di orgoglio – sono dieci i figli ancora in casa e sulle spalle ho i miei sessantenni. Il più grande, ha quattordici anni e tutti gli altri a nove mesi a nove mesi. Nonostante la fame ci assiste, a fami non manca mai, lo mando a scuola di mattina, fa la prima media, ‘nu pocu grandiceru, ma capite, sia io che mia moglie siamo ignoranti, analfabeta, uomini senza penna. Voi,signorino bello, la penna la sapete usare. Vostra madre quando vi tagliò le unghie la prima volta, vi mise in mano una penna d’oro, benedetta femmina vostra madre! Noi no, non lo possiamo aiutare. Per questo ha ripetuto parecchie volte ma io insisto, lo mando a scuola, si deve prendere a licenza. Il pigro non troverà selvaggina dice il proverbio e uscito da scuola non lo lascio manco piedi piedi, lo mando da mastro Saverio, il sarto che tiene la bottega dietro l’angolo di via Veneto. Di notte, poi, me lo porto con me mare mare, così prende aria, si fa i polmoni e nello stesso tempo aiuta la baracca ed impara l’arte. Voi certamente sapete come dice l’antico: impara l’arte e mettila da parte. Fare il pescatore è un’arte! Un’arte vera – con senso di orgoglio – piena di poesia. Seduti difronte alla luna, che, come madre, ci avvolge con la propria emanazione si innalza lo spirito, l’animo ascende al cielo. La luna è il viso della Madonna, signorino bello! Nessuno ha mai poggiato piede su di essa, non come ci vorrebbero far credere i russi e gli americani. La luna è intoccabile! Più ti avvicini e più lontana la vedi. Si, si proprio come il cielo. Io la notte – con senso di vergogna – la notte ci parlo. – Stette zitto un attimo per guardare la sua luna e poi continuò a parlare – Scusate, scusate la mia semplicità. Voi non potete capire. Quei tenui raggi di luce nell’oscurità della notte che mi guidano dai miei figli sono per me… no, non potete capire, non potete.”
Aveva ragione, io non potevo recepire il significato di quelle parole; erano il risultato di anni trascorsi silenziosamente nella paurosa fede della notte…

3

Il vecchio Tommaso? L’amico di tutti, anche di Dio! Possibile? Il vino, il dolore? Era difficile credere ai miei occhi, ma quello, nonostante l’oscurità, era proprio il vecchio Marinato. Impossibile confonderlo: il suo andare, la sua voce… no, non era… era l’entità di Tommaso impersonificatasi nei suoi panni. Era lui ma non era lui!
Possibile? Quell’uomo qualche tempo prima del… mi aveva raccontato, con voce pregna di religiosità la famosa leggenda del ritrovamento dell’effige raffigurante Maria Santissima della Montagna di Polsi, e mi aveva detto: “ama Ddiu supr’ogni cosa e ‘ntrà la vita tua no’ fari offisa“ aggiungendo dando un’occhiata come per chiedere perdono alla sua Dalila: “fidi ti sarva no’ varca di lignu “. Quest’uomo ora interrompeva il silenzio della notte con il suo angosciante grido: “Dio creatura dell’uomo “.
La sua voce ora tremava, quasi parlasse la fresca brezza, dolce ristoro per le mie membra, che da poco si era alzata.
“Dio creatura dell’uomo, Dio frutto…” peccato, le altre parole furono ingoiate dall’oscurità. Stetti un attimo a fantasticare… forse quel giorno? Quella terribile notte!
“Era – mi aveva raccontato – era la notte, la notte, o se ci penso… – potandosi la mano fra i capelli – era la notte del ventotto febbraio, il tempo mostrava traccia di bonaccia, nessun sospetto. Svegliai Pammachio mio, il figlio di quattordici anni, che dormiva dolcemente e che mi dispiaceva, mi tagliava veramente il cuore svegliarlo ma lo dovevo fare, avevo bisogno delle sue braccia. Scivolammo la barca sulle acque e ci portammo verso il largo. Tirammo la prima rete, un raccolto che non vi dico. Nannata a non finire. Ci guardammo negli occhi e ci lisciammo le mani. Alzai la testa per guardare la mia luna ma… qualcosa la inebriava. “non mi piace sta luna “dissi a Pammachio mio, “ Il tempo sta per voltare pagina. Presto, presto, non c’è un minuto da perdere. Il cielo sembra coprirsi di nuvole, forse è nulla ma non mi fido, marzo è alle porte ed il proverbio dice che marzo è pazzerello “.
Proverbiale era una caratteristica simpatica di Tommaso. Lo rendeva saggio.
“Stavo chinandomi da parte della prua per prendere il galleggiante della seconda rete quando una luce improvvisa mi colpì in pieno viso. – Prestu, prestu, facimu prestu…– ma non ebbi il tempo di finire la frase che incominciò a piovere: – u signori dicia acqua!
Ora Tommaso si contorceva, gesticolava. La voce tremava più di prima ed i suoi occhi nascondevano qualcosa.
“Poi, poi, signorino bello, si alzò un vento infernale. La povera Dalila veniva sbattuta di qua e di là, su e giù. Pammachio si era accartocciato in una coperta. Proprio come una foglia ad autunno. Come carta che si stringe fra le mani. Le tastai la fronte, bruciava. La paura le aveva fatto salire la temperatura del corpo. Il mento le tremava, si sentiva il tintinnio dei denti. Io, io – portandosi le mani sulla faccia – mi sentì una pagliuzza al centro dei quattro venti. Un punto fermo nell’universo, colpito dalla tempesta, consumato dai rapaci… Le forze mi vennero meno, ma dovevo lottare, dovevo resistere, no, non per me, ma per quella creatura. Con una mano tenevo stretto a me ‘u nucenteru , con l’altra cercavo di trattenere la barca, a salvare le reti, il raccolto, insomma cu ‘n’ occhiu frija i pisci cu l’atru guardava a gatta. No, non piangevo – con senso di orgoglio – non ho mai pianto in vita mia. Le lacrime sono donne… Neppure pregavo. Lottavo, lottavo contro un essere ignoto ma crudele. Era più forte do me – con tono di rassegnazione – ed ha vinto. La povera Dalila si capovolse. Finimmo in mare, finimmo in mare Pammachio, io, le reti e tutto quel ben di Dio che si era strappato dal ventre di quelle acque.”
Fece una breve pausa come per ritrovare le parole.
“Mi scoprì debole ed inetto. Ebbi la voglia di abbandonare tutto e tutti. Lasciarmi inghiottire dalle acque ma mi mancò il coraggio. Una voce lontana: – papààà… papààà… salvamiiii – Pammachio, figlio mio! Cercai di nuotare verso la voce. Pammachio rispondi… rispondi … Pamma… non ebbi il tempo di completare il nome quando un pauroso grido all’ultimo fiato mi fece trasalire. Gironzolai nel vuoto, nessun alito di vita. Chiamai ancora una volta e poi ancora un’altra ma nessuna risposta. “
Le palpebre del vecchio saggio ora non trattennero più le lacrime e neppure egli cercò di nasconderle.
“Capite, capite? Inghiottito dalle acque di quel mare che le aveva dato pane fino alla sera prima. Da quattordici anni le davano pane – ora il viso mostrava numerose grinze, quasi la sua virilità si fosse persa in pochi attimi – quello stesso mare me lo rubò come io rubavo lui dei suoi figli. Poi – riprendendo il racconto – tutto si fece calmo… Il vento, la pioggia… la luna ritornò serena. Nulla aveva visto, le nubi l’avevano protetta da quella orrenda visione. La via del ritorno ora era chiara ma il mio cuore – infossando i pugni nelle cavità degli occhi – il mio cuore no. Credetti di lasciarmi andare ma il mio pensiero andò a Maria mia moglie, a Josuè, a Michela, a Romano… no, non ebbi il coraggio… Sistemai la barca e mi buttai dentro. Dalila… mia Dalila! Avevamo fatto qualche metro quando qualcuno alle nostre spalle rise, era… era un dio crudele, un onnipotente cattivo, malvagio, mefistofelico, signorino mio, era… – tirandosi indietro con le spalle come per proteggersi o forse per paura – era… era il destino! Il mio destino!

4

Un grido spaventoso mi riportò alla realtà. Intorno al vecchio pontile molta gente si era radunata. Che cosa era accaduto?
Una voce di donna soffocata dal pianto chiamava qualcuno, qualcuno che non rispondeva.
Lo sguardo innocente di fanciulli quasi spaesati domandava, chiedeva, voleva capire di più di quel che realtà le presentava.
Il vecchio Tommaso si era lasciato inghiottire dalle acque accettandole come sapido viatico, forse alla ricerca di qualcosa, di qualcuno…
Ora le stelle scivolavano nel vuoto l’una dopo l’altra come se sull’infinto stesse per calare il sipario.
Guardai la luna. La scoprì nuova. Due volti, uno giovane ed uno meno, vidi sagomarsi nel suo centro.
Due facce felici… felici di essere ritrovati…
Ritornarono in me, come spinte dalla brezza notturna, le parole del Marinato “Dio creatura dell’uomo! Dio frutto… frutto “, peccato l’oscurità era stata ladra!
Sbirciai ancora una volta il vecchio pontile, dove facce incognite si interrogavano, poi guardai la luna e rugando la fronte chiusi le persiane, ruzzolai nel buio della stanza mi lascia cadere pesantemente sul letto cercando di serrare gli occhi per vincere l’insonnia quando una voce dal dentro mi sussurrò: fantasia, fantasia!