La Soglia Oscura
Misteri

CRESPI D’ADDA, IL VILLAGGIO ADDORMENTATO
di Gabriele Luzzini

E’ una sensazione straniante quella che inizialmente coglie i visitatori che giungono a Crespi D’Adda (BG) col rigore determinato da ville con una struttura architettonica identica e caratterizzate dal medesimo cancello nero. Dopo un po’ emergono abitazioni più lussuose, in cui il gusto liberty che imperava al momento dell’edificazione prende un sopravvento marcato. Ma credo sia opportuno illustrare brevemente la località, resa patrimonio dell’UNESCO nel 1995.
E’ un villaggio operaio realizzato a partire dal 1877 da Cristoforo Benigno Crespi e successivamente dal figlio Silvio, il cui cuore è il cotonificio che sorge nell’area principale. L’intuizione di Crespi fu quello di creare un luogo in cui i suoi operai potessero avere una casa, un’istruzione e cure mediche, con tanto di scuola (professionale), ospedale e bagni pubblici nelle immediate vicinanze del luogo di lavoro, oltre alla chiesa, una copia in miniatura del Santuario di Santa Maria di Piazza di Busto Arsizio, e il cimitero. Di fatto, un ideale percorso dalla nascita, vita e morte.
Per evitare invidie tra la manovalanza, le abitazioni a loro destinate erano villini bifamiliari su due piani, che generano la visione omogenea iniziale di cui sopra, amplificata da strade che si intersecano perpendicolarmente come i canoni dell’Antichità prevedevano.
Gli edifici dei capo-reparti e dei dirigenti, realizzati in aree riservate, sono più prestigiosi e meno essenziali mentre la dimora dei Crespi è un vero e proprio castello.
Potrebbe sembrare una magnifica utopia o l’aberrazione della stessa.
Ciò che sorprende, oltre al perfetto stato di conservazione, è il fatto che sia tuttora abitato risultando indubbiamente improprio definirlo un villaggio-fantasma. Addirittura la stessa fabbrica, con alterne vicende, rimase attiva fino al 2003.
Quel che davvero ci interessa, però, sono i misteri che si sono saputi insinuare nell’ordine perfetto e artefatto che ancora domina il luogo.
Sicuramente il cimitero, ideato dall’architetto Gaetano Moretti, cela segreti che devono ancora essere svelati.
In passato fu teatro di incursioni da parte di occultisti che al suo interno celebrarono riti innominabili anche se negli ultimi tempi, grazie ad alcuni presidi notturni della polizia locale in determinate ricorrenze, il fenomeno si è notevolmente ridimensionato.
Ciò che colpisce appena entrati è la distesa di lapidi sul prato, che ricorda un cimitero militare. All’estremità opposta sorge il mausoleo dove sono tumulati i membri della famiglia Crespi, una sorta di piramide sudamericana a gradoni che incombe sui visitatori. Il fatto che la pietra sia annerita dagli anni non contribuisce a fornire un’immagine rassicurante.
Mentre ci si avvicina al gigantesco monumento funebre, è possibile notare sulla sinistra una lapide di un bambino che reca una data di nascita impossibile: 31 aprile 1922.
Prestando maggior attenzione alle varie incisioni riportate sulle pietre funebri, si delinea una strage di fanciulli. Alcuni documenti dell’epoca parlano di influenza spagnola e di gastroenterite che si accanirono sulla prole degli operai.
Però, qualche elemento che stona è evidente. Di fatto, Crespi D’Adda è concettualmente una vera e propria enclave, chiusa su se stessa e autosufficiente, con limitati contatti verso l’esterno e quindi con le malattie che esplodevano nelle città. Perciò, come è possibile che il medico e l’ospedale di cui disponeva non siano riusciti a contenere la situazione? Semplice inettitudine? Maldestri tentativi di controllo demografico della popolazione del villaggio che stava aumentando esponenzialmente o addirittura una forma primitiva di eugenetica come congetturarono i vecchi abitanti che vissero in prima persona la tragedia? Ma, appunto, sono solo esternazioni di persone che furono travolte da terribili lutti e che quindi cercavano una spiegazione a tanto dolore.
Avvicinandosi al mausoleo, è possibile leggere una scritta sopra la porta alla quale si accede alla cappella:
mors et vita duello conflixere mirando: mors mortua est (La vita e la morte si sono affrontate in un prodigioso duello: La Morte è stata uccisa). A ben guardare, è una formula presente nella liturgia cattolica di Pasqua, ma modificata e quindi anche il significato finale assume altre sfumature. Per completezza, quella classica presente nelle ‘Victimae paschali laudes’ recita: mors et vita duello conflixere mirando: Dux vitae, mortuus, regnat vivus. (La vita e la morte si sono affrontate in un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora vivo trionfa).
E’ innegabile l’alone esoterico che una frase del genere può suggerire, sia in ambito alchemico che massonico (il concetto di rinascita dalla morte è presente in entrambi).
Tra le righe, potrebbe echeggiare anche una frase di H. P. Lovecraft e cioè «Non è morto ciò che può attendere in eterno, e in strani eoni anche la morte può morire.»

Probabilmente, il senso è più semplice e cioè il fatto che il sogno di un villaggio ideale sarebbe sopravvissuto al suo stesso fondatore, preservandone la memoria.
Sulla sommità della struttura del Mausoleo è presente una figura femminile realizzata con estrema cura. Una leggenda locale sostiene che la statua si animi in alcune notti e scenda da suo trono ideale per consolare e accudire i bimbi sepolti nel cimitero. Anche questa nota di folklore sottolinea nuovamente come le morti infantili concentratesi in un periodo temporale limitato abbiano sconvolto la collettività.

Allontanandosi dal cimitero, si giunge rapidamente al cotonificio, gigantesco complesso industriale che fiancheggia la strada. Purtroppo il sito si è ammalorato nel corso degli anni, senza adeguata manutenzione, e importanti porzioni di soffitto sono miseramente crollate a terra, lasciando ampie aree scoperchiate.
La facciata esterna non è essenziale ma presenta particolari rosoni a 8 punte con una funzione ornamentale, motivo riscontrabile anche su diversi tombini. Sembrerebbe la stilizzazione di una scintilla oppure un ingranaggio, oltre che un arricchimento di una Croce copta con al centro il disco del sole oppure un monogramma gnostico dello stesso. Ma indubbiamente rappresenta anche una stella a 8 punte.
Soffermandoci su questo concetto, il numero 8 da un punto di vista esoterico ha moltissimi significati tra cui quello di protezione dell’equilibrio cosmico e del successo nelle vicende materiali o mondane.
Come archetipo, l’8 è il Sovrano, quindi il raggiungimento di grande prestigio e reputazione, oltre che potere economico.
Se consideriamo l’ottava lettera dell’alfabeto ebraico e cioè HET, da un punto di vista cabalistico rappresenta il riparo ma anche il raccoglimento.
Inoltre, approcciando la Sfera Spirituale, il simbolo che troviamo sui rosoni rappresenta lo sforzo dell’uomo di elevarsi. Infatti, sono due quadrati che si intersecano a 45° e generando una figura che tende alla perfezione rappresentata dalla circonferenza.
Dal punto di vista della Scuola Pitagorica, l’8 è un simbolo di equità, potendo essere diviso sempre in parti uguali (4+4 oppure 2+2+2+2).
Valutando gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, nella sequenza precedente al mazzo Rider-Waite (1908) e successivi, l’ottava carta è la Giustizia e quindi, in senso più esteso, uguaglianza, obiettività ed equilibrio. La stessa bilancia, elemento presente nell’immagine può essere stilizzata con un 8 (i due piatti della bilancia visti dall’alto).
Sono tutti concetti e suggestioni che a ben guardare ritroviamo in Crespi D’Adda e nella Famiglia del fondatore.
Percorrendo l’interminabile lato esterno della fabbrica che sottolinea le straordinarie dimensioni del progetto industriale, si giunge infine all’ingresso, caratterizzato da un cancello in ferro, un’altissima ciminiera e un orologio sopra l’entrata che scandiva le giornate degli operai.
Il meccanismo è fermo alle 4:52. immobile nel tempo. Come il villaggio di Crespi D’Adda. Cristallizzato.