La Soglia Oscura
Monografie

DANTE PER PRINCIPIANTI
(Brevissima storia della Letteratura Italiana n.1)
di Gianfranco Galliano

Forse la grandezza fin troppo universalmente riconosciuta di Dante, insieme alla distanza temporale, che in taluni casi – come questo –  può assumere i connotati ed essere null’altro che un’altra forma della grandezza, a volte non ci consentono di cogliere le questioni nella loro essenzialità, o forse, in questa occasione, oserei dire addirittura nella loro semplicità. Dimentichiamoci per un attimo dei vari Auerbach, Contini, Singleton, Sanguineti ecc. (tanto poi ci torneremo…) e delle potenti e corrusche corazze critiche che difendono il Poeta per eccellenza imprigionandolo in una fortezza nella quale non è possibile né entrare né uscire, ma al massimo assentire umilmente, a meno di non volere essere esclusi dal novero degli uomini di lettere e d’arte in genere. Senza appello. Ma forse si può aggiungere un minuscolo tassello, certo più umano che critico, cercando di spiegare la grandezza di Dante a dei principianti, ovvero a me stesso: se non ci riuscirò, probabilmente sarò un cattivo insegnante, o Dante un cattivo poeta.

Riassumendo i bignami. È ben noto che dalla similitudine della donna come angelo si passa alla metafora dello Stilnovo (donna è angelo) e, forzando ulteriormente la figura retorica, all’allegoria del Dante maturo (Beatrice, donna in particolare = teologia). In questo percorso trovano un’importante collocazione  le asserzioni di  Auerbach: “Un avvenimento di significato figurale conserva il suo significato letterale e storico, non diventa un puro simbolo, rimane avvenimento”, quanto il correlativo oggettivo di Eliot che si sforza di spiegarci come il Medioevo sia privo di dissociazione della sensibilità: ovvero, detto un po’ semplicisticamente, Beatrice diventa teologia senza perdere le proprie qualità particolari di donna (ma la teologia non diventa donna, a meno di non avere una mentalità  da alchimisti, e quindi non ortodossa). Allo stesso modo ognuno vede il proprio profilo nell’immagine di Dio, che dunque è contemporaneamente soggettivo-oggettivo, o se si preferisce al di là di ogni soggettività e oggettività. Nel corso delle cantiche che compongono la Commedia, poi, il risentimento contro i nemici politici (Farinata) o personali (Filippo Argenti) si trasforma e placa in un sentimento sempre più vivo e nostalgico verso il passato (l’antenato Cacciaguida). Ed eccoci infine al Paradiso, l’idea che, al di là delle determinazioni storiche particolari che la caratterizzano di epoca in epoca fino a partire dalla sua invenzione, potrebbe nascondere una sola origine: essere l’unico luogo e l’unico tempo in cui siamo lontani da ogni necessità, tanto materiale che psicologica; quando ci troviamo, cioè, nel grembo materno. E proprio in questo luogo, al di là del teologicamente ovvio accompagnatore religioso (san Bernardo), torna la figura di Beatrice. Perché, al di là dell’allegoria, della filosofia, della poesia stessa?

Quarto potere di Orson Welles ruota tutto intorno a una parola che il protagonista, un magnate fattosi tale solo al prezzo assai salato di esser stato costretto a lasciare la famiglia per sfruttare le proprie capacità intellettuali, pronuncia in punto di morte: “Rosebud”. Soltanto alla fine della pellicola, dopo mille illazioni e speculazioni economiche, massoniche od occulte lo spettatore capirà che il termine è semplicemente la marca dello slittino con il quale il riccone era solito giocare quando era bambino. Insomma, nient’altro che il giocattolo al quale era più affezionato, una parte per il tutto della sua infanzia. Allo stesso modo, in fin dei conti, giunto alla conclusione del suo viaggio di salvezza, Dante si porta via da/di Firenze, la città in cui non tornerà più, ormai morta come lo è l’amata (nostalgia raddoppiata), l’immagine che emotivamente per lui è rimasta più preziosa: Beatrice. Qui, nel Paradiso, anzi, lei conquista “il compimento, la vera realtà della propria persona” (Auerbach), ma lì, a Firenze, lì l’aveva vista e conosciuta, folgorato dall’apparizione, che è contemporanea apparizione dell’amore, anzi del Primo amore, ricordata per filo e per segno nella Vita nova quando entrambi erano –  ancora – bambini, cioè ancora felici di vivere giorno dopo giorno, senza un domani che infangasse il presente. E noi chi porteremmo nel nostro, di Paradiso? Forse questo potrebbe essere un buon tema, o forse il Tema per eccellenza.

Un grazie ad Alberto Airoldi

Appendice: Il discorsetto d’un venditore di viaggi estremi

 

“ O frati”, dissi, “che per cento milia

perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperienza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza.

Fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”.

(Dante, Inferno, XXVI, vv. 112-120)

 

Vv. 112-113: la captatio benevolentiae in questo caso utilizza: “frati” e “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente”. In questi due versi la funzione prevalente della lingua è quella di contatto (ovviamente, trattandosi di un poema, quella complessivamente prevalente nella Commedia è poetica): ricordo della storia passata del gruppo di esploratori di cui anche il venditore (Ulisse) non solo faceva parte, ma del quale era addirittura il capo.

Vv. 114-115: tanto non avete/abbiamo più niente da perdere (perché siete/siamo vecchi, sottinteso), oppure: un ultimo momento di giovinezza, un’ultima botta di vita (perché siete/siamo vecchi – o nonostante la vecchiaia). Nell’incitamento all’impresa la funzione della lingua usata è quella persuasiva in una forma il più possibile sottile e raffinata, cioè attraverso una litote: “non vogliate negar”, evitando una forma imperativa diretta (“dovete fare”); nel messaggio pubblicitario l’ordine, in un modo o nell’altro, è sempre mascherato.

Vv. 116-117: il prodotto da vendere, ovvero “l’esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente” viene presentato attraverso la funzione referenziale (l’oggetto concreto di cui si parla, al quale qualsiasi messaggio pubblicitario deve per forza arrivare prima o poi).

Vv. 118-120: appello all’orgoglio della specie umana ( vs. bruti) che in realtà vuol dire: “Siete bestie se non seguite valore e conoscenza” (ordine mascherato). Inoltre il discorso di Ulisse è un appello all’acquisto del biglietto per un ultimo viaggio letterale in almeno due sensi: 1) nessuno ha mai osato spingersi nell’altro emisfero 2) la morte che li aspetterebbe a casa – insulsa dopo tante avventure – diventa invece anch’essa l’ultima avventura da sperimentare. La funzione persuasiva finale fatta di imperativi in negativo (“fatti non foste”) e in positivo (“ma per seguire”) qui è al servizio del più bel pay-off della letteratura (e della pubblicità per la propria opera) mondiale. La brevità è una delle caratteristiche fondamentali del messaggio pubblicitario: infatti il discorso di Ulisse è una “orazion picciola”, cioè per l’appunto un “discorsetto”.