La Soglia Oscura
Monografie

“Racconti di Dracula” dagli abissi dei Sessanta e Settanta – di Davide Rosso

Della collana da edicola, “Racconti di Dracula”, delle edizioni Farca, o ERP del baron blood Antonino Cantarella già sappiamo per aver letto del bel libro scritto dalla coppia di’incubo Bissoli&Cozzi per le edizioni Profondo Rosso.

Primo aspetto: gli autori dei “Dracula” e il loro atteggiamenti nei confronti del proprio lavoro da scribacchini dell’oltretomba.
Secondo aspetto: un legame tra i “Dracula” e il coevo cinema horror all’italiana. Gli autori.
Compulsando il meraviglioso “La storia dei racconti di Dracula” di Bissoli&Cozzi (Profondo rosso edizioni) scopriamo chi si celava dietro ai vari pseudonimi anglofobi degli autori.
Ma ciò che è più interessante rilevare è l’atteggiamento di questi negri del calamaio, meglio della olivetti lettera 22.
Molti di loro, quasi tutti, sembrano/sembravano inconsapevoli o indifferenti nei confronti del loro lavoro letterario. Giovanni “Art Mitchell” Simonelli scriveva i “Dracula” su commissione del baron blood Cantarella che, di volta in volta, comunicava via telefono di cosa ci fosse bisogno, se un giallo, un horror o altro.
Franco “Morton Sidney” Pratico era un giornalista alle prime armi che scriveva per la pagnotta e non per la gloria. In seguito sarebbe diventato una firma prestigiosa del quotidiano “La Repubblica” e a lui, del genere horror, non fregava molto. I libri li scriveva in fretta, una decina di capitoli in tutto in una settimana, anche quattro libri al mese.
Sveno “Doug Steiner” Tozzi è una eccezione, in quanto nel suo lavoro ci credeva maggiormente, e qualche capolavoro era anche consapevole di averlo scritto.
Libero “Frank Graegorious” Samale era uno psichiatra, un medico e scriveva tra una visita e un’altra e non si dava troppa importanza.
Giuseppe “Red Scneider” Paci era addirittura un giudice, uno che conviveva con l’amara sintassi dei codici ed evadeva nelle brume dei “Dracula” solo per la pagnotta, come Pratico.
Gualberto “Paul Carter” Titta era un attore di cinema e teatro.
Aldo “Mike Chandler” Crudo era uno sceneggiatore e scrittore a tempo pieno.
Anche Mario “Harry Small” Pinzauti era uno sceneggiatore e regista (di qualche spaghetti western) e, successivamente, perito balistico al foro di Roma!
Mario “Daniel Scott” Ratti forse è quel Filippo Walter Maria Ratti di “La notte dei diavoli”, cult trash del 1971.
Max Dave, forse l’autore più conosciuto della collana, era Pino e Carlo Belli, il primo dandy conte nella Roma della dolce vita, uno morto a 49 anni perché ci dava dentro col bere. L’altro, Carlo, era il fratello ed era medico e scriveva buona parte dei libri che poi il fratello piazzava al baron blood Cantarella. Pino forse ci credeva di più, Carlo, da medico, era uno coi piedi per terra e non voleva si sapesse in giro che lui scriveva la notte quei romanzetti da pendolari.
Quindi? Cosa si evince? Che i primi a non credere nei “Dracula” (come valore letterario) sono stati gli autori, tutti borghesi (o ceto medio) in via di affermazione economica nell’italia del boom; gente che scriveva per arrotondare gli stipendi ufficiali e che traeva ispirazione dai film gotici che passava allora il convento (e ne passava), oppure dal retroterra folkloristico e regionale italiano, per intenderci da quella matassa meravigliosa di storie antropologiche alla DeMartino. Il fantastico o i mostri di queste storie infatti altro non sono che il perturbante, il rimosso, lo spettro di una povertà e arretratezza che l’Italia degli anni sessanta si sente di aver appena superato, ma non è ancora certa, sicura di aver vinto. Il mostro, l’aberrazione fantastica come paura di ripiombare nella miseria, fisica e morale. I “Dracula” erano prodotti commerciali che tiravano dalle 4 alle 6000 copie effettive a numero su tirature da 25.000 copie, di cui una buona parte rimaneva invendute e tornavano all’editore come rese, per finire imbustate dai grossisti delle spiagge. Romanzi, lo abbiamo detto, che venivano scritti di getto, senza troppe finezze retoriche o di editing (forse non venivano nemmeno riletti, o perlomeno non tutti – piccola parentesi: questo ci dovrebbe far riflettere sulle ossessioni contemporanee che vogliono l’editor figura principe nella filiera editoriale, come dire che è più importante saper scrivere soqquadro con due “Q” e non due “C” che raccontare una storia…l’editor serve solo a mettere un filtro editoriale per far passare solamente i libri di amici di amici o figli dei figli di amici o porcate commerciali costruite a tavolino compulsando i dati di vendita delle ultime vaccate americane…).
E chi li leggeva i “Dracula”? Le donnine nude o seminude disegnate sulle copertine da Mario Caria, Sbraga, Ventrini, Gasparri, lo stesso Pinzauti, attiravano frotte di ragazzini che li leggevano di nascosto la notte, sotto le coperte, come i ragazzini americani facevano, all’insaputa dei genitori, con i Tales from the crypt. Oppure venivano letti dai pendolari annoiati, attirati dalle copertine pruriginose. Insomma, non un pubblico di intellettuali, anzi gente di bocca buona che si accontentava di qualche spavento, un po’ di violenza e una spruzzatina di sesso. Dal punto di vista stilistico, letterario, i “Dracula” sono tutti piuttosto aderenti a uno stile da feuilleton ottocentesco trascurato, dove la descrizione è funzionale, più che alla storia, alla contingenza di tirar via pagine su pagine e finire un romance in un batti baleno. Le descrizioni ambientali, più che fisiche, quelle architettoniche o di colore (la notte che si tinge di, o le diramazioni cromatiche del giorno) riempiono moltissime scene dei “Dracula”. Inoltre la scrittura è lontanissima da certe agilità visive del coevo cinema anni sessanta, anche se, in certi passaggi se ne legge in controluce una qualche influenza (soprattutto verso i cromatismi barocchi di Bava; “L’alta figura di Janos si allontana con passo lento e solenne in direzione della cima del colle. Intorno a lui un alone di luce verdastra permetteva (…) di seguirne il suo cammino.” Questo stralcio viene da “Una fossa bianca di luna” di Graegorius ed è del 1965, quindi contemporaneo al Bava primo periodo).
Oltre alle descrizioni, ampio ricorso a una serie di aggettivi (qualificativi), spesso aderenti al dettato del sublime poetico leopardiano, cioè tendenti alla creazione di un senso arcano, meraviglioso e indefinito, incerto, vago. Altro sullo stile: le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi sono sempre minime, da marionette, e questo è tutt’altro un difetto per i generi, anzi. A proposito riporto fedelmente un lungo e illuminante passo di Gianfranco Galliano sulla forma del genere: “Genere è una parola magica, di grande importanza, perché fa in modo che anche lo spettatore più sprovveduto metta da parte, almeno entro certi limiti, l’aspetto identificativo o peggio imitativo che assume quando si trova di fronte a un film che proponga tranches de vie in cui riconoscersi, o modelli da imitare: il genere, grazie alla sua inverosimiglianza, rispolvera l’aspetto del gioco autoreferenziale dell’arte (…) il Luigi Montefiori “cannibale” di conigli sia veramente un giusto rimedio, malsano quanto basta, per reagire ai miserabili dibattiti che prendono a pretesto l’arte per parlare dei problemi che per l’arte sono solo un pretesto, dimenticando che il primo passo per trattare gli individui come marionette è proprio trattare i personaggi come individui. Col genere, insomma, il punto di partenza esistenziale – qualunque esso sia – viene compiutamente bruciato e ricostruito solo come entità aliena con la quale non ci può essere emoscambio neppure nei casi più gravi, a meno di non voler restare folgorati da un sangue artificiale, quello della finzione, che non sarà compatibile col nostro.” E che rapporto intercorreva tra i “Dracula” e il cinema del periodo?[1] Ci fu questo rapporto? Si, certo. Nel 1957 c’è la rinascita dell’horror di celluloide con la Hammer e il “Dracula” di Fisher. Il film arrivò in Italia nel 1958 e fu un successo bestiale. I produttori italiani fiutarono l’affare e nacque il gotico dei vari Bava, Freda, Margheriti. Gli scrittori dei “Dracula” conoscevano questi film, alcuni ci lavorarono come Simonelli, stretto collaboratore di Margheriti. Nei ’70 le cose cambiano un pochino e forse sono i film horror ad andare dietro ai “Dracula” e ai geniali e dilaganti fumetti horror porno di Renzo Barbieri e soci. Oltretomba, Sukia, Zora, Jacula, Vampiro, Lo scheletro, Vampirissimo, L’aldilà, Frankenstein, calcano ancora di più la mano del gore, del grottesco e del sesso, sempre più esplicito. Film come “Il plenilunio delle vergini”, “Il sesso della strega” o “Riti, magie e segrete orge nel 300” cosa sono se non dei “Racconti di Dracula” su pellicola. E un “Dracula” di celluloide è anche il tardo e bellissimo “Bloody Psycho” di Leandro Lucchetti, scritto appunto da Giovanni Simonelli. E un cerchio si chiude. Un cerchio di sangue. Passiamo ora a sfogliare qualche “Dracula”.

IL SEGRETO DI NOSTRA DAMUS di Max Dave. Parte col protagonista che è un medico condotto spedito in un villaggio nero della Scozia, un posto i folklore e superstizioni che si tagliano con il coltello. La prosa è mostosa, descrittiva, il plot lentissimo, dilatato su pochi eventi, quasi nessun colpo di scena. Il medico racconta la vicenda, poi muore pazzo in un manicomio e la voce narrante diventa, senza soluzione di continuità, quella del pulotto locale in bicicletta. In mezzo c’è il solito castello maledetto, un fantasma femminile materializzato dalla profezia di nostra damus (come lo spettro di Crookes). La donna spettro è concreta e ci si può fare all’amore. Poi dappertutto si respira un profumo acre di aldilà, un posto simile a quello che, dieci anni dopo, avrebbe descritto Fulci. Sentite: “Mi trovai a vagare in un mondo grigio, senza forma né suoni… Sapevo di essere morto e in me era rimasta una struggente nostalgia di ciò che era stata la mia vita… Oggi so che tutti coloro che muoiono di morte violenta per secoli non riescono a togliersi questo dolore… forse è una forma di espiazione…”.

LA BARA DI SANGUE di Red Scneider. 1966, ancora un “Dracula” prima season, uno di quelli che Bissoli da Cerea salva. E infatti è magnifico. Irlanda. Atmosfera a 1000, folklore locale, situazioni da lovecraft della maturità, con gli abitanti, i primitivi del posto abbigliati con le solite tare lombrosiane. E poi le superstizioni ombrose, dure da smorzare. La paura e l’usanza di adagiare le bare di giovani fanciulle, morte per mali misteriosi, sull’arenile dell’Oceano, così che le acque se le prendano e le portino via. E l’immagine della bara che galleggia sulle onde è potentissima, una premonizione di quel che sarà “Levres de Sang” del poeta Rollin. E’ il cinema exploitation anni settanta horror erotico calato dentro un romanzetto nero da edicola della stazione.

IL TESORO DEI CAVALIERI NERI di Guy de Saint Sever. 1972, un “Dracula” tra quelli della second season considerata scadente. Guy de Saint Sever, alias Gualberto Titta. Copertina di Mario Caria con la solita pin up discinta con mutandine nere e vitino a vespa, una mano in primo piano che brandisce un piede di porco e, sullo sfondo, delle nicchie con dei teschi. Ok. Incipit atmosferico. Pirenei. Neve abbondante, tormenta. Il solito paesino dell’ombra, Maubourg, isolato dal resto del mondo. Un medico condotto, la sua mogliettina borghese e inquadrata, una svedese mignotta che arriva a scombinare tutto, Ursula, un nipote fustaccione ed ex parà, una ragazzina medium e delle teste di templari mummificate e riposte nelle cripte di una vecchia chiesa. Presto gli elementi gotici si amalgamo con furia trash; il furibondo istinto del sesso avviluppa, come pioggia mielosa, la morale cattolica perbenista (diciamo democristiana) del mediconzolo, che subito si fotte Ursula e poi si tormenta per il tradimento verso la moglie. La vicenda prosegue con trighi strani e la provincia puritana che trema sotto strani delitti, squartamenti gore pre-Clive Barker (“il taglio netto, preciso come un colpo di bisturi, incideva la carotide, in profondità… il muscolo sterno-cleido mastoideo era troncato con politezza chirurgica”). Le teste dei templari sono una sottile citazione filosofica delle Operette morali, del racconto di Federico Ruysch, in quanto, anche qui, si dice, si tramanda che, in una certa data di Ottobre, in una certa notte, a una certa ora, le teste dei cavalieri si mettano a favellare. Magnifico. Ancora pura exploitation letteraria pulp da edicola degli anni di piombo!

DIECI BARE E UN SEPOLCRO di Art Mitchell. Un castello medievale su un’isola scavata dal vento incessante, dieci ospiti bene (cioè ricchi, di alto lignaggio, beautiful people ecco) chiamati da un conte misterioso, il conte Annmoore, uomo dal casato risalente alla guerra delle 2 rose. Il clima ci fa pensare a “7 femmine per un sadico” di Michael Lemoine, anche se il plot di base è quello di “10 piccoli indiani” rivisto in chiave horror sovrannaturale, coi personaggi chiusi dentro un incubo che mescola vampirismo (declinato con originalità, per crederci basta leggere i dialoghi sul sonar e gli ultrasuoni) e bibliofollie. Passaggi segreti, cunicoli, sepolcri, insomma sembra di vedere su carta un gotico alla Polselli prima maniera. Mitchell/Simonelli è qui al meglio della sua arte. La scrittura è curata, scorrevole, anche ironica nel taglio dei dialoghi. Si avverte che Simonelli, tra tutti i vari scrittori “improvvisati” dei Dracula, è uno che di letteratura ci capisce. La sua pratica con le sceneggiature, con le scalette, i trattamenti lo aiuta nel distribuire bene i personaggi, gli avvenimenti. Libro molto bello e godibile. In coda al volume un paio di vignette umoristiche da giornaletto porno, un paio di avvisi al lettore e una pubblicità del rasoio a due lame Gillette. Era il 1973, chapeau!

I SATANISTI di Jeremy Selenius. Jeremy Selenius (???) è uno con le palle quadre. Scrive benissimo e ha un lessico decisamente più vario rispetto a molti colleghi. Forse pecca un pochino nel plot (scontatello), ma questo I satanisti (seconda season 1-5-1974) non è male. Anzi. Comincia con una specie di litania-invocazione a satana. La prosa è abbastanza moderna, meno mostosa rispetto al periodare dei Paul Carter e Frank Graegorius: le frasi sono spesso minime, allacciate tra loro da un uso insistito di domande retoriche e climax. Le scene dei sabba ricordano molti film satanici pecorecci del periodo e il demone femmina sembra uscito di peso da quel capolavoro all’incontrario che è I riti erotici della papessa Jesial di Mario Mercier (anche se, la mia, è pura suggestione, infatti il film di Mercier è dell’anno successivo). Insomma, ingroppate sataniche, un castello, una fanciulla illibata capitata tra gli adoratori scoperecci, un bosco eterno e immobile e una zingara gitana che fa tanto Lina Romay in un Jess Franco movie (pace all’anima loro!). Eccovi alcuni passaggi: “Il deliquio dei sensi, a lungo torturato dall’attesa, esplose con sempre più accanimento, quasi che la rabbiosa voglia di rompere ogni legame morale fosse andata di pari passo con la voglia di rompere, profanare, le altrui carni con reciproca soddisfazione”.

QUALCUNO TORNA INDIETRO di Daniel Scott. Dal volume di Bissoli&Cozzi leggo che, forse forse, Scott è il regista Filippo Walter Ratti. Come sarebbe bello se fosse vero. Pregherei il Cozzi di sfrugolare tra le sue amicizie nella gang del cinema e trovare conferma. Comunque tenere tra le mani uno dei lavori dello Scott è sempre pregevole. L’uomo, in effetti, ma potrebbe benissimo essere una suggestione, scrive così come il Ratti regista filma le sue opere. Le atmosfere dei romanzi di Scott rimandano a film sleasy, sudaticci (leggi gotici da sottoscala) come La notte dei dannati. Questo romanzetto è uno dei tanti (ma avrei potuto parlare anche del magnifico La frusta di fuoco, che miscela vampire erotiche, cascami ottocenteschi e cavalieri ciechi) dello Scott. La storia di questo Qualcuno torna indietro è una specie di Armony con venature spiritiche. Si discetta di trasmigrazione dell’anima e amore oltre la vita. In certi momenti non si capisce nemmeno più cosa si legge, di cosa si parla, tanto la vicenda scivola nel grottesco (credo involontario), ma che importa? A pagina 121 si legge una specie di pubblicità della collana. Riporto. “Il SURREALE che potrebbe essere anche realtà. L’IMPOSSIBILE che potrebbe diventare possibile. L’AL DI Là che potrebbe invece essere tra noi. Una lettura avvincente che Vi farà pensare e che Vi affascinerà sempre di più.” Mano ignota, sulla mio copia del 1980, ha vergato sulla medesima pagina con un lapis scolorito dal tempo. Però la scritta è ancora leggibile e attraversa in obliquo l’intera pagina. Dice. “Sono Onan l’onanista e ho bisogno del Vostro aiuto! Grazie!”. Ciao caro amico Onan, chissà se hai risolto il tuo problema, se sei ancora vivo?

IL CASTELLO INFERNALE di Irving Mathias. Il vampiro come figura principe, ricorrente all’interno della collana. Le radici del vampiro nella letteratura italiana non sono casuali. Così, alla carlona, ricordo il buon Capuana Luigi col suo racconto Un vampiro, che, dall’impronta positivistica scivolava verso un fantastico puro, cioè arte. Anche il decadente Enrico Boni aveva scritto la novella Vampiro del 1908. Emilio Praga fa spuntare vampiri donna in Dama elegante. Arrigo Boito ricorre all’immaginario vampirico in Re Orso. Altro scapigliato innamorato del Baudelaire de Les metamorphoses du vampire è Iginio Ugo Tarchetti. Il salto è poi di oltre mezzo secolo (se si saltano i dracula) col Furio Jesi di La casa incantata e L’ultima notte, o Alberto Abruzzese con Anemia. Negli ottanta, un contributo importante arriverà da Gianfranco Manfredi, ex cantautore impegnato e di sinistra dei settanta. Tutto questo per dire che il vampiro è con noi da sempre. I dracula lo amplificano e ripropongono in tutto il suo fulgore narrativo. Il castello infernale ne è un esempio alto, con tutta la prima parte volta a costruire pezzo dopo pezzo l’atmosfera. Sentiamo la fame, la paura, il freddo e il pesante maschilismo merceologico degli uomini. Poi le carte si sparigliano e la donna, qui Hannelore, diviene la vera eroina capace di guardare in fondo all’abisso. Il vampiro è poi figura anomala, tormentato e dubbioso, anticipatore dell’immenso Spike del serial Buffy l’ammazzavampiri.

LA STIRPE DEI LUPI di Harry Small. Qui la fonte letteraria è il Landolfi de “Il racconto del lupo mannaro” del 1939. Poi Harry Small ci spiega le origini antropologiche del mannaro in un incipit splendido ambientato tra cavernicoli bavaresi. Seguono zoofilia, antroposofia steineriana e qualche spruzzatina di Lombroso (perché gli scrittori dei Dracula, nel tratteggiare i personaggi, sembrano attingere a piene mani dalla fotografia penale dei casellari giudiziari). La bellezza folkloristica del romanzo non è scalfita dalle incursioni hard. L’omicidio-stupro dell’infermiera Frida ne è un esempio folgorante. Il mostro ferino ha voglie bestiali da soddisfare. “(…) il ventre villoso, palpitante e muscoloso del mostro le aderì ai glutei indifesi in un bestiale assalto ed un grido rauco le sfuggì dalla gola contratta, quando sentì la prepotenza dell’uomo-lupo squassarle le viscere (…). Ancora il finale, sospeso in brandelli di eterno che si rifanno al magistero di Leopardi. “Fuori, nel silenzio e nella luce spettrale dell’ultimo plenilunio, gli umani si aggiravano alla ricerca di mostri oppure ridevano scettici, senza pensare affatto (…).

I MOSTRI DELLA VIA CAMPBELL (copertina magnifica!). Max Dave, Pino Belli ai fornelli cucina una vicenda esagerata e, inutilmente, splatter. Tre zitelle pudibonde che non hanno mai fatto sesso e vivono a Dublino negli anni cinquanta (ancora un altrove rispetto all’Italia dell’Eni di Mattei, peccato!). Le zitelle odiano tutti, inacidite anche verso se stesse. A sconvolgere il loro tran tran piccolo borghese l’arrivo di un ospite pasoliniano, un poliziotto celeste che si dice un angelo mandato dal signore. L’individuo, pallido e bellissimo, oltre a riaccendere gli istinti carnali delle racchie, affida loro un compito: ripulire la città dalle puttane. Max Dave è bravo nel tratteggiare velocemente i ritratti delle signore di vita e la miseria in cui conducono le loro vite. In questo romanzetto c’è il soprannaturale quale sintomo del terror gotico e c’è anche la crisi delle protagoniste, presto avvinghiate dal dubbio di esser state gabbate da un essere infernale piuttosto che celeste. Nel finale, la polizia indaga con la medesima solerzia di un Jess Franco abborracciato. Letteratura infima, splendidamente effimera, lontana dai teoremi neorealisti che vedono nelle sorti meravigliose e progressive l’impegno dell’arte. 200 lire nel 1968 ben spese! Il soprannaturale nasce dal linguaggio, è il linguaggio, insegna Todorov, che ci permette di percepire ciò che è assente. Il romanzo gotico, sul nascere, è un nuovo tipo di narrazione commerciale capace di sostituire “all’osservazione dei fatti l’invenzione, alla descrizione l’evocazione, all’esperienza del quotidiano la suggestione del soprannaturale e del meraviglioso ”.

MA TU…CHI SEI? volumetto scritto da Mario Ratti (e ancora mi chiedo se sia quel Filippo W. Ratti regista). Mario Ratti/Daniel Scott, personalmente uno dei più beceri scrittori dei Dracula, per questo il mio preferito. Copertina potente di Mario Caria. La mia edizione è del 1977, quasi alla fine del decennio, a un passo dall’affaire moro. Manca poco alla fine di un’epoca. Adieux au prolétariat, per dirla alla André Gorz. Arbasino, su altri piani, tratteggia un’Italia onirica, vittima di abbagli metalmeccanici e velleità petrolchimiche. Nelle edicole, invece, c’è Daniel Scott col suo romanzetto di vampiri ricco di spunti. Ratti scrive storie tardo gotiche intrise di sesso e pornografia, rese da una scrittura languida e veloce. La storia racconta un’epidemia vampirica da qualche parte nella vecchia Europa. Willy Karavall è un giocatore di professione come l’Hermann della Donna di Picche. Willy si reca a Schoenau, paese intriso di superstizione, per trovare uno zio, però trova anche l’amore di due ricche (e disinibite) ereditiere. Trova persino la peste vampirica, la figura del prete, del borgomastro, del medico, tutti pronti a piantare paletti nel petto dei cadaveri nel cimitero. Siamo nel 1787, un pochino dopo le epidemie storiche contro cui si batteranno Teresa d’Austria, Voltaire e Benedetto XIV. Nel libro appaiono strani festini in cui i nobili locali si spogliano dei blasoni e corrono a infrattarsi nel bosco con le servette. A complicare il plot una bellissima contessa che dovrebbe avere 60 anni e ne dimostra appena 25. La contessa Clarissa von Berengentz, la bella contessina che amministra la danza macabra. Clarissa diva satanica, succhiatrice di sangue e sperma. Clarissa supervampira, sorella di Sukia, Zora, Jacula e a Lilith, Ecate, le baccanti, le Menadi, le arpie, le sirene, le streghe e, in ultimo, del mito della Gran Madre. Willy, all’inizio scettico e illuminato, si troverà a possedere una delle sue amate ereditiere nel momento del trapasso, scambiando l’abbandono delle membra per la conseguenza dell’orgasmo! In un altro amplesso, Willy morde al sangue la compagna e ne succhia il prezioso liquido, quasi con la medesima foga del Vincent Gallo di Cannibal Love. E ancora, insuperabile miraggio di un’era selvaggia in cui la fantasia non aveva limiti (morali), Willy, ormai spossato dagli accoppiamenti a catena, cerca nuovi orizzonti in Kitty, una bimbetta figlia di qualche serva. Con sua sorpresa la piccola si rivelerà una degna erede delle scolare di Pierre Louys! Pulp italico al 100%!

Un Morton Sidney:UNA VERGINE PER IL MOSTRO. Ne accenno più per la copertina, magnifica, che per il libro, piacevole e godibilissimo, ma senza quel tocco atmosferico (da Carpenter in Fog, per capirci) del Graegorius migliore. Anche qui abbiamo il paesino arroccato della Cornovaglia (Scozia, vecchia Inghilterra, eccetera, sublimazioni dell’arcaico contadino di un’Italia pre-Olivetti, pre-Piaggio, pre-Borletti, pre-Candy, pre-Ariston, pre-fornelli, cucine, mobili dal design industriale, pre-Geografie urbane, pre-piccole aziende, flessibilità, paternalismo e basso costo del lavoro) sublimato da tocchi espressionistici con tanto di barche di pescatori analfabeti (i nostri braccianti meridionali), gorghi infidi (il governo DC), scogliere rombanti (le cariche della polizia del governo Tambroni), un cielo eternamente plumbeo (il Movimento sociale italiano e il suo congresso a Genova nel 1960), i boschi secolari (la politica degli USA nei confronti dell’Italia, paese in bilico nella scacchiera anticomunista). Gotico, sintomi del gotico, ideologia marxista…

VAMPIR MOSTRO DI SANGUE di Pericle Vander, alias Red Schneider, alias il giudice Giuseppe Paci, autore tra i più prolifici dei Dracula. Paci poi mi è particolarmente caro, visto che ha iniziato i suoi uffici per conto del ministero proprio nella pianura, a Vercelli, magari cominciando a piantar la cambretta del gotico nei sotterranei del castle – tribunale inquisitorio della mia città. Comunque. Scozia. Ancora Scozia di notti incantevoli a fior di borro, accese sulle scoline sabbiose e sulle certose decrepite di immondi malefici. Ancora una famiglia aristocratica di immobili proprietari terrieri su cui grava il fardello del passato, della colpa immonda. Un mostro tra gli avi, un vampiro dall’aspetto mostruoso, truccato in abiti ottocenteschi da gran signore del vaudeville, un baggeo di nobili che gironzolano nei sotterranei e giocano coi vecchi strumenti di tortura, attori girovaghi ad allietarli. “Due o tre ore alla sera, dopo le sentenze, guardando la Lettera 22. Tutto qui. Non ci sono segreti. Non avevo trame complesse e, quando incominciavo a stendere un nuovo romanzo, non sapevo affatto cosa avrei scritto. I personaggi e le storielle venivano fuori per i fatti loro e, in un certo senso, non mi davano confidenza”. Queste le parole di Paci raccolte per noi da Luigi Cozzi nel masterpiece scritto con Bissoli sull’argomento. Non mi davano confidenza i personaggi. Un’asserzione perfetta, per un perfetto scrittore di genere, impegnato nell’agone dattilografico delle cento cartelle in una settimana per sbarcare il lunario e non per vincere il Nobel. La scrittura come agonismo privato, monetizzabile finché si vuole, ma effimera, fine a se stessa, in fondo sempre a perdere. Scrivere non per immedesimarsi, per lasciare una traccia del proprio ego, per commuovere i gonzi, ma per negarsi, per annullarsi nelle marionette del testo. Scrivere per immaginare e non per lasciare un messaggio. Un’etica vicinissima al cinema di Franco e Rollin. O di un Garrone Sergio. Il baggeo aristocratico preso nella sua letterarietà, senza pretesti o presupposti, solo un gruppo di idioti da scannare e disarticolare come se fossimo dentro un albetto del memorabile Wallestein. Uomini e donne forgiati nell’opprimente e familiare ambiente di darwinismo sociale; gli uomini sono sani, forti, vigorosi e irrobustiti dal canottaggio e lunghe marce alpine, le donne nervousness sterili dal saldo sentimento religioso e le sottane che grondano impudicizie. Per entrambi l’aldilà è un limbo ignoto, un chiodo fisso da setacciare colla ricerca medianica e i rischi che comporta. Vampir, il mostro omonimo di sangue, novello Wallestein che strappa, scopa, morde, è una garanzia per certe forme di sopravvivenza oltre la morte. Insomma c’è qualcosa, pare dire il viso deforme della creatura. Più che Lombroso, sarà Freud a far piazza pulita di vampir, relegandolo a mero spettro dell’inconscio, orpello d’una strana forma di misticismo obsoleto. Vampir il mostro che strappa, scopa, morde, ingoia. La copertina sigilla. La fanciulla vittoriana che dorme sonni probi, forse tagliati dalle lame del proibito e s’avvolge nei nastri vellutati del baldacchino; il mostro s’erge dai sudari trasparenti delle tende, allungando una mano dallo spleen vermiglio sulla celibe candela. Immane.

IL CAVALIERE DI LEGNO di Irving Mathias che è come dire antaniblinda, perché dietro c’è Stanis Mulas (forse uno scappellamento a destra?). Dunque: la base è I lunghi capelli della morte di Margheriti, col pastorello, la strega lasciva che lancia la maledizione sugli scherani del nobile locale. La strega, of course, muore atrocemente e torna dal limbo per seminare pesti e miserie. Gli scherani, intanto, nel castellaccio manzoniano, ci danno dentro a più non posso con orge e stupri da manuale. Tuttavia l’incipit è quasi ecloga sulla natura che rinasce e la vita bucolica che scorre serena sui campi, all’ombra degli alberi, alle sorgenti dei ruscelli incorrotti. Il cav. Di legno non è un meritorio industriale con patacca sul petto e fabbriche nell’Est europa, bensì un personaggio dalle suggestioni calviniane, mescolato alla scrittura georgica di Mulas, che magari ri-pensa alla sua Sardegna. E da queste premonizioni agricole, sporcate dalla lussuria dei potenti di turno, si scivola in un contesto imperfetto e quotidiano, mix di carestia e deep crisis non più d’età ellenistica, bensì omaggio onnisciente al nostro medioevo finanziario. Mulas manovra da buon burattinaio i fili narrativi, semplificando i tessuti senza perdere il colore dei rapporti sociali, aspri & crudi, d’una polarità binaria che oscilla dai latifondisti che gozzovigliano, ai villani che li sostituiscono nello sperpero indifferente. Il cav. di legno è un vessillo funereo, un jongleurs professionels, un fantoccio di carnevale gigantesco, effige del vecchio, del brutto, della colpa che grava sul contado e avvelena i campi, impedendone il risveglio primaverile. Ed è questa cornice folklorica dai tratti essenziali e precisi che regala pregio al romanzo. Il resto sono le mutande color carne della madamigella in copertina.

L’OMBRA ROSSA CHE UCCIDE di Red Schneider, alias Giuseppe Paci in spolvero. Romanzo psycho-geografico costruito sulle rive dell’Atlantico del Nord, ma poteva essere una apocatastasi calabrese, per dire; la trama è assorbita dai flussi/flutti delle parole, dalle descrizioni prolisse, magnifiche, semi-circolari di un gotico cruciale, grottesco, impregnato da quella contrapposizione tra cose moderne e cose medioevali, barbare, selvagge, ostrogote. Il gotico è questo: un contrasto acceso tra il positivo e il negativo, tra l’efficienza fordista del mondo civilizzato e la crudezza pagana di un pre-mondo antico posseduto dai furori di un’antropologia dell’immaginario popolare, fabbrica di figure (ex voto di mostri, vampiri, licantropi, eccetera) commestibili sul piano del miracolo, dell’evento stra-ordinario. Vi è gotico là dove la magnificenza scintillante del contemporaneo (coi suoi simboli, vedi l’i-pod) diviene illusoria, regressiva e crolla sotto il peso delle colpe passate in giudicato. Dunque il gotico come roba di “crisi” del moderno, di-sconnessione (legittimamente rappresentata dal lucido e basso orizzonte, dalle descrizioni ripetute sul rombo d’acqua e aria, sul fischio tumultuoso del vento, sul frangersi impazzito delle montagne liquide sopra al paesaggio, sopra ai burattini/marionette dei personaggi, sopra al lettore, incapace di orientarsi in una tale immensità di circonstances urgentes, malefici, amour fou bestiale) di un mondo globale. Avercene di Red Schneider, uno che scriveva la sera, col culo, senza scalette, plot, idee, aiutato solo dalla chiarezza automatica del proprio orecchio interiore, refrattario al correggere, correggersi, al lucidare le parole, al riprenderle entro le cornici di una storia, point du jour.

UNA FOSSA BIANCA DI LUNA di Frank Graegorius. Il messaggio automatico, come specchio appannato d’alito, è quello di una psicologia del gotico giocata non sui personaggi, quanto sull’impulso verbale, sullo sforzo surrealistico di costruire una scrittura medianica che, nel procedere della lettura, annulla le coordinate del lettore, trascinandolo nel mondo sub-lunare, inconscio, senza suoni. La regressione del moderno, in questo caso un 1924 danubiano, s’apre sul ciangottare del vento, cioè un verbo improprio, metaforico, che reca al vento un suo parlare storpiando le parole, in questo caso, cinguettare lieve sugli usci, nei cortili di un mondo contadino, abbruttito dalla guerra appena trascorsa. Il vampiro che s’aggira tra i cadaveri dei soldati è poi figura antichissima e funeraria, paura primitiva del morto che ci ruba l’anima, ci succhia la vita. Il revenants del dottor. Samale tuttavia esibisce un cappello a cilindro da mostro in frac; altri succhia sangue costruiscono ritualità carnevalesche che anticipano il Rollin fantasy de La vampira Nuda del 1969. La cosa non deve sviarci: il mondo descritto nelle minuzie linguistiche è una involuzione della mentalità d’Occidente, dove la tradizione contadina teme un mondo altro, onnipresente e invasivo (splendido l’accenno al cuneo di biancospino per trafiggere il morto nella bara), pauroso perché altro. La copertina, poi, è così bella.

Mario Pinzauti, Harry Small, LA TETRA CASA DAI MATTONI ROSSI ci ri-propone quella componenta vittoriana fatta di ambiente familiare triste e severo e una gioventù oppressa dalle colpe dei padri, la cui condotta, ispirata dai sacri testi, non diviene mai strumento per cancellare le storture sociali, i vecchi privilegi feudali, aristocratici, ora borghesi, domani globalizzati. Scienza e religione, materialismo, ateismo, guidano questi personaggi vittoriani nei labirinti dello spettrale, tra le biografie di un JeKyll in sedicesimo, di un Dracula da operatta, di un Frankenstein da porno stazione. Aggiungiamoci anche la melanconia e le tare ereditarie e il gioco è fatto. Castelli infetti e permanenti tendenze al sadismo. Metempsicosi, tabule rase, middlemarch e finta moralina da gentleman con la patta gonfia. Il corpus sanum dalla mens sana vittoriana è un fallimento morale, una concezione già pienamente materialistica, da azienda totale, delle cose, della carne giovane da palpare e consumare. I mali che minacciano i giovani, più che il comunista, l’anarchico, il socialista – che sgomentano l’astratto senso morale della borghesia europea (ancora indecisa tra la città e la campagna) – sono la crudeltà deliberata, l’ozio e la disobbedienza alle leggi dei padri, quest’ultima non tanto per ristabilire un ordine di eguaglianza, bensì per sostituirsi ad essi e gozzovigliare al loro posto, con la medesima veemenza predatoria. In Pinzauti, tutto questo bla bla bla è nel personaggio di Edward York Junior e di suo padre, sir Edward York. Entrambi dediti ai giochi erotici con le medium, alla mondanità inquieta del magnetismo, che nella sonnambula trova la propria schiava di letto e delitto.

“La vittima e la vendetta” di Daniel Scott (alias M. Ratti). Thrilling psicologico del 1977, dove una morta rivive nelle membra della medium che l’ha evocata e s’adopra nel cercare il proprio assassino. Ratti, ebbro di labirinti freudiani, semina fertilità ombrose sulle pagine pulp; una sensibilità erotica generata dai fermenti stessi dei generi (barocco, gotico, romantico) dilaga: castelli, delitti, pornografie, insomma tutta la patologia infantile più elementare e selvaggia. “La vittima e la vendetta” è romanzo chimerico che colpisce l’occhio interiore della mente con suggestioni vaghe, ineffabili come le parole utilizzate, lasciando al lettore il compito di immaginare, di far appello all’inconscio. Di evocare il romanzo.

“Il morso del diavolo” di Daniel Scott, 1976. Gli pseudonimi se li passavano, infatti, qui, dietro a Daniel Scott (solitamente usato da Mario Ratti) abbiamo G. Pica, alias Giuseppe Paci. Lo scrittore giudice è alle prese con una follia che miscela gabinetti medianici, castelli, sabba demoniaci, bentley, coupé e danze nei cimiteri. La trama parte banale. Un uomo e una donna. Un patto col demonio per avere quel che tutti vogliamo: la felicità, la bellezza, la bella vita. Dunque il tema della bellezza medusea , della bellezza dell’orrido, con tutto il corredo dal Faust di Goethe. La coppia d’amanti rotolerà sugli altari del martirio, tra le forre dell’orrido. Alla fine, sul palcoscenico del vizio decorato da Paci, apparirà pure un esorcista e, al motivo della bellezza sfiorita da Antologia Palatina, si sostituirà l’handicap petrarcheggiante del film di Friedkin, con tanto di vomito verde e le stigmate sur le corps de la chère convalescente.

Irving Mathias (alias Stanis Mulas) “La leggenda degli Hoodlost”, 1973. Mulas è un autore interessante, inoltre avrei voluto essere il panno rosso sulla copertina (e chi è l’uomo che osserva sullo stipite della soglia temporale della porta? Un balivo? Un motorboy? Mario Caria picture show!). I primi capitoli sono da romanzo erotico. I sensi palpitanti di 2 verginelle del popolo che si concedono a dei ruspanti. Poi si passa a un interessante dietro le quinte tra un editore e uno scrittore di genere, con l’editore interessato a sfruttare il boom dei pulp da edicola conditi con sesso, violenza e surrealismo da market. Ogni tanto i dialoghi tra le minorenni riprendono, in ossequio al genio scomposto di Pierre Louys. Su tutti, un’ombra del desiderio che spia la foia delle coppiette e attende la sua retribuzione, ossia il delitto quale asse dell’universo. Insomma Mulas costruisce un clima opaco e odoroso, una materia letteraria fitta di voluttà sadica, attraversata da una lucidità inusuale per la collana, tanto da transitare da Simenon ad André Malraux. Ecco alcuni squarci surrealisti: “Un raggio di luce solare rivelò improvvisamente un microcosmo fatto di polverose particelle in sospensione che si agitavano e vorticavano lentamente”. Oppure: “Entrambi risero felici, mentre camminavano allacciati verso la foresta, illuminati dal sole che iniziava a tramontare”.

Guy de Saint Sever (alias Guadalberto Titta), “Il sesso e la morte, 1973. La prosa di Titta (ex giullare anche in qualche commedia all’italiana) è nominale, contratta sugli effetti espressivi della penna (apparizioni, burrasche a buon mercato) che si accendono e si spengono come un clic. A sorreggere i trucchi un’ampia cornice storica, che miscela il Concilio di Trento, Filippo II, Lutero e l’Andalusia superstiziosa d’un Garcia Lorca interpretato dalla sensibilità camp d’un Paul Naschy. Notevole inoltre il livello onirico delle scene, con impennate di raggelante malia. Il tema, comunque in soldini, è quello della reincarnazione, alla base d’una pila di Racconti di Dracula.

E ora ecco la quadrilogia di Harry Small, alias Mario Pinzauti: “Il castello dei decapitati” del 1969, “Il suicidio dei Mostri” del 1970, “La metamorfosi del mostro” del 1972 e “Il club dei mostri” del 1974. Li prendo in stock e parlo in generale del tour de force gotico del Pinzauti. La materia è pressappoco la medesima. Come dire: l’éntrange, le merveilleux, le fantastique in Pinzauti. Dai libri (letti di fila, in un solo pomeriggio, senza quasi alzarmi dalla sedia, senza prender fiato) si esce come intossicati, squassati dalle bieche luci delle descrizioni, dai balsami di mummia delle pagine. La sintassi è prevedibile, appiattita su impulsi di sadismo sempre trattenuti, allusivi. Il let-motiv è la decadenza, ricalcata dal romanzo nero inglese, o dalla libidine borghese del D’Annunzio. Pinzauti è un operaio a cottimo di romanzi horror costruiti su scalette improvvisate, mai riletti, dalle scene d’una inerzia sublime. I personaggi (quante volte lo avremo già detto, quante altre lo ridiremo con gioia!) maneggiano stille d’accessori, viaggiano, parlano, senza acquisire alcuna prospettiva. Alcun significato. Il dadaismo avrebbe gioito. I surrealisti si sarebbero dati convegno su queste pagine per gale e altro. Le ambizioni esigue, dicevo, della prosa si limitano a dare un corpo alle copertine (sempre magnifiche di Mario Caria), quasi dei decameron satanique. I codici dunque si rincorrono: paesaggi gualciti da brutali maledizioni, un’aria vizza, passatista, empia di figurine femminili convulse e medusee, Afroditi spinte da tetaniche, allucinate, libidini boreali. L’affettazione del buon moralista è bandita da Pinzauti, uomo di bassa crapula commerciale (si darà anche al western nostrano). Poe e Dostoevskij non passano di qui. Il mondo di Pinzauti è quello grossolano delle torture, della gioia orribile per i pasti necrofili. Tutta materia già frolla nei ’70, pronta per fare il salto negli equivalenti filmici d’inaudita follia (su tutti il dittico di Sergio Garrone: “La mano che nutre la morte” e “Le amanti del mostro” con un Klaus Kinski in cupio dissolvi). Sul Club dei mostri aggiungo a chiusa che è un romanzetto rococò, intriso di cose e spunti lasciati a metà, dal Pit and the canarin di Paul Leni al Sesso della strega del nostro Pannaciò, con richiami a Gaston Leroux, Corman, Browning e il pornofumetto. La chiusa poi pare rifarsi all’umorismo nero dell’Ecologia del delitto di Bava; anche qui c’è un ingente patrimonio, intorno al quale gravitano esseri umani corrotti e corruttori. “La mole corrusca e severa del castello si elevava come un presagio di minaccia stagliandosi nel controluce del cielo (…) Ora era solo una specie di rudere abbandonato, che attendeva con le sue vuote occhiate l’arrivo dei nuovi proprietari (…) Con l’andare degli anni si era venuta a formare attorno alla potente costruzione, come una specie di paurosa atmosfera. Nella valle si erano manifestati dei fenomeni che le menti semplici dei contadini non erano riusciti ad accettare”. Il passo è preso dal primo capitolo del romanzetto di Jacob Christopher (alias Aldo Crudo) “Il nudo volto del demonio”, un Racconto di Dracula del 1971 in cui il “peso” del Castello e delle sue rovine si fanno sentire sulle sorti della vicenda. Le rovine della magione torva sono alla base anche de “L’interminabile orrida notte” di Red Schneider. In entrambi i libri il castello/rovina è pregno di cose oscure, immagine simbolo dei fantasmi sbiechi della mente, stemperata nelle gole di cera d’un collegio svizzero.

Martin von Schatten (alias Libero Samale), “La donna eterna”, 1978. Scrittore lunare il dottor Samale. Il romanzo è impastato coi rossi e i gialli dell’Ungheria orientale. I suoni sono quelli (etnografici) di un’orchestra zigana. La storia tratta di reincarnazioni, maledizioni di un’antica strega innamorata e giocatori di scacchi ultraterreni. Si sente l’influsso di Poe (la bizzarra ipersensibilità dei personaggi), della “Maschera del Demonio” di Bava e di “Danza Macabra” di Margheriti (tra i gotici filmici quello che ha maggiormente impressionato I racconti di Dracula) rivisti sotto le incongruenze arcane di un plot spruzzato di surrealismo naif. Si sente anche il richiamo allo schema iniziale del “Dracula” di Stoker, con l’ospite misterioso che tiranneggia (qui) sulla coppia di sposini. Soprattutto riesce la scrittura del dottor Samale, capace di dar respiro a un mondo letterario pre-moderno, per sempre fissato in una cornice remota e incantata.


[1] DELIRANTE PROCLAMA TERRORISTICO: e che connessione c’era tra i “dracula” del baron blood cantarella e l’italia del periodo, l’italia degli anni sessanta? Elenchiamo alcune date e alcuni titoli. Mero nozionismo scolastico, s’intende. I “dracula” partono nel 1959 con due titoli programmatici: “Uccidono i morti?” e “La tomba di satana”. Parallelamente l’italia di fine anni cinquanta conosce la trasformazione del lavoro agricolo, con l’intervento delle prime macchine in sostituzione dell’uomo; i flussi migratori ridisegnano tumultuosamente le geografie produttive, nascono visioni del futuro segnate da un trionfante ottimismo; i flussi vanno al nord, timbrano il cartellino ed entrano nelle fabbriche; intanto i bimbi conoscono una scolarizzazione di massa; una bella epoque inattesa è alle porte, ma i quadri mentali fascisti e pre-fascisti non si dissolvono come gelati al sole e permangono nella pelle di una cultura conservatrice e arcaica, la stessa che fa da sfondo a quasi tutte le storie morali dei “dracula”. Ingranano i sessanta. “Dieci bare e un sepolcro”, “cervello che cammina”, “una bara per due”, “il fiume di sangue”, “abisso maledetto”, “l’amante del loculo tre”, “la vecchia poltrona”, “il fu mister Washington”, “satana è donna”, “il profanatore”, “la nebbia che uccide” abbelliscono le edicole. Fuori il paese moltiplica frigoriferi e automobili. Dai castelli e dalle lande dei “dracula” si passa al milione e mezzo di televisori venduti nel 1963. Il mondo rurale dei “dracula” esiste ancora, ma cresce, si moltiplica l’attrazione verso il mondo urbano, verso la £. Milano, Torino, Bologna, Padova sono i centri del nuovo miracolo. La televisione catechizza le coscienze, il concilio secondo ci dà i rudimenti su ciò che è bene e ciò che è male e la FIAT ci dà il pane. Spostiamoci nelle edicole del mezzogiorno. I “dracula” arrivano a fatica, ma arrivano. “la dama in nero”, “il golem”, “l’uomo che non poteva morire” e i nuovi giovani scoprono di stare meglio dei loro genitori, ma si sentono in difficoltà, intolleranti nei confronti di un mondo privo di sviluppo e prospettive; si sentono anti-clericali, anti-governo e non hanno tempo per leggere “terrore al castello”, “il castello delle rose nere”, “vampyr il mostro di sangue”, “una fossa bianca di luna”, “l’organo dei morti”; i giovani preferiscono leggere marx e scopare, scoprire l’ebbrezza della resistenza tradita; tambroni, invece, scopre il manganello nelle piazze (e lui i “dracula”, da impettito moralista democristiano li legge eccome…). FIOM-CGIL, più salari, più consumi, più investimenti, le richieste dei sindacati riguardano il salario e l’orario; durante gli scioperi, alla testa dei cortei ci sono i giovani, nelle ultime file i vecchi operai sporcaccioni con una copia arrotolata di un Max Dave nella tasca sudicia di grasso. La violenza poliziesca si abbatte sull’Alfa romeo. Aldo Moro sfrutta la situazione per un governo di salute pubblica e la sera si legge pacioso, e di nascosto, “la bara sulla riva”. Dura lex + vecchie strutture + nuova società. Nel mezzogiorno, dicevamo. L’illuminazione elettrica manca nelle borgate, i paesi sono davvero invasi dall’ombra, i nuclei abitativi frazionati dalle emigrazioni di massa. L’ENI, l’ALFA, le catene di montaggio, MIRAFIORI, PORTO MARGHERA, IGNIS, BORLETTI, NECCHI, PIAGGIO, ARISTON, flessibilità, paternalismo e costo basso del lavoro spingono il paese verso il futuro. Adriano Olivetti immagina un altro paese. Poi muore nel 1960 e fa in tempo a leggersi pochi “dracula”. Gli sciacalli dello sfruttamento umano senza limite, invece, non muoiono, quelli rimango, la classe operaia nasce e partecipa alla febbre del boom. Le canzonette estive celebrano il rito di passaggio da una stagione a un’altra, supportano la liturgia delle ferie pagate, del diritto di usufruire del tempo libero per continuare a spendere; il paradigma anticomunista, frattanto, è spinto dagli usa, fanatici calvinisti dotati di atomica; piuttosto leggiamoci “l’alito freddo del vampiro” o “sudario nuziale” sotto l’ombrellone o in una pausa della catena, ma mai permettere il progressivo sganciamento dagli usa sul piano internazionale e chi ci prova è fottuto (Enrico Mattei? Ti fischiano le orecchie?). Il governo Tambroni è incazzato, ha come amici l’MSI, bella gente di salò. L’azione del governo è alimentare l’idea della congiura rossa. Bisogna creare l’allarme. Alzare lo scontro civile = 1968. Jean Luc Godard, Valle giulia, Giuliano ferrara, pasolini, poliziotti e studenti, i pugni in tasca e il viet-nam, l’uomo a una dimensione e i capelloni, mondo beat, onda verde. Tutti contro la scuola. E mentre si scopa per i corridoi, i vecchi laidi bidelli leggono col cazzo in mano “il fiore di carne”, “anima nera”, “dracula anno 2000” e spiano le giovinette beat mentre destrutturato i piselli dei compagni rossi. Studenti e operai uniti nella lotta, quale lotta? Si critica tutto, anche i manicomi e la fabbrica viene vista per quello che è realmente, un mostro caldo e infernale. Ma le guerriglie urbane, gli attentati terroristici, le manifestazioni sediziose hanno un impatto psicologico sull’opinione pubblica perbenista e molti cittadini preferiscono non buttarsi nelle braccia della sinistra, preferiscono il sapore del regime forte, dello stato-chiesa, dei settimanali pacati e dei dracula imbustati sulle spiagge, comprati mentre la moglie parla con la vicina d’ombrellone e i figli rompono i coglioni a qualcun altro… Siamo nei settanta, e il comunismo è nefando. Pure i dracula muoiono e rinascono in seconda serie,altra veste grafica. Moro va e viene dal governo e pure Goran ritorna dall’inferno. Red Scneider, Frank Graegorius, Morton Sidney e altri aspettano di prendersi il loro posto nel pantheon del perbenismo borghese e mentre aspettano arrotondano con 4 dracula al mese; infine è tutto un arroccarsi sulla destra, un deflagrare a piazza fontana, alla guerra civile latente delle br ( noiosi operai e intellettuali sociologi dal dettato arido, deliranti proclami terroristici, slogan br, radicalizzazioni espressive di gente che non ha mai letto un rigo di Doug Steiner). Nel 1974 c’è un clima pesante, da cile di Pinochet e per svagarsi meglio scendere all’edicola e comprarsi “autopsia endstrom”; la sensazione forte è di un disfacimento cruento, di un’occasione sprecata; Berlinguer ricerca la dc, la dc ricerca Berlinguer, e l’abbraccio sarà mortale per entrambi, il palazzo si svuoterà. Nei 55 giorni prima di via caetani, prima della renault rossa, il paese mancato rimane alla finestra a guardare come paralizzato. Ai funerali privati nel cimitero di Torrina Tiberina, il corpo di moro viene tumulato con una copia gualcita dall’edicola dei “risorti di wuttemberg” infilato di straforo dal becchino franco garofano; contemporaneamente il funerale di stato – senza il corpo – si tiene in s. giovanni in laterano e le immagini televisive di quella cerimonia, con papa paolo 6 e tutti i notabili della repubblica accalcati tra i rossi paramenti accanto alla bara dello stato; di sguincio si vede uno sul fondo che legge “psicoterror” ed è Bettino Craxi. Un mondo crollerà. Un’altra illusione arriverà. Ma questa volta i “dracula” non ci saranno. Max Dave è morto da un pezzo. Gli altri sono diventati dei bravi borghesi, hanno trovato il loro spazio nell’intrattenimento che conta e hanno fatto abiura del loro periodo da scribacchini. Ora guadagnano di brutto. Hanno case, conti in banca, status symbol, benessere, canale cinque e la fininvest. Anche i terroristi si sono risvegliati annoiati e qualunquisti, al massimo ecologisti, spenti dallo spegnersi dell’onda economica che li aveva prodotti. Ora la recente crisi economica ci riporta su una tangente conservatrice e anche i “dracula” possono riposare nella tomba, o marcire in qualche bustina estate 3 per 2…


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