AUGUSTO FIANDRA, VINCITORE DI “DESTINAZIONE DELIRIO”
(Intervista raccolta da Michele Ottone)
Augusto Fiandra è un perugino trapiantato in Irlanda. Ama procurarsi sogni vividi mangiando una particolare marca di biscotti d’avena, da cui trae ispirazione per le sue storie, che spaziano dall’horror alla fantascienza. Con il suo “Matto in una” ha vinto la sfida Destinazione Delirio.
Ciao Augusto e benvenuto oltre la Soglia…
1) Prima di tutto, congratulazioni! Come hai accolto la notizia della vittoria? E cosa ti ha ispirato a scrivere un racconto per Destinazione Delirio?
Quando ho scoperto di essermi classificato primo, io e il mio figlio più piccolo stavamo aspettando la mamma in macchina. Abbiamo festeggiato ballando al ritmo di “Can’t Stop” dei Red Hot Chili Peppers. È stato un momento di pura gioia e, soprattutto, mi ha restituito un po’ di fiducia nella mia scrittura.
Venivo da un periodo di blocco, in cui non solo non riuscivo a scrivere, ma nemmeno a leggere. Una cosa molto insolita per me: non ricordo un periodo della mia vita in cui non ci fosse un libro sul comodino ad aspettarmi prima di dormire.
La sfida di scrivere qualcosa in meno di 320 caratteri ha acceso un prurito che non ho saputo non grattare.
2) Sei perugino ma vivi in Irlanda. Cosa ti ha portato lì e cosa porti con te di Perugia, anche nelle tue storie?
Le ragioni che mi hanno portato in quest’isola sul tetto d’Europa sono due. La prima è economica: sono uno di quegli sfortunati che si sono affacciati al mondo del lavoro nel periodo successivo alla crisi del 2008. La seconda è la ricerca di avventura, quella voglia di cambiamento che solo l’energia dei vent’anni può sospingere. Dopo dieci anni, posso dire con certezza di aver fatto una scommessa vincente.
Di Perugia porto con me i ricordi e il carattere. La nebbia nei campi e le colline misteriose. Gli inverni gelidi e le estati roventi, le risate sguaiate con gli amici e i drammi di paese, le castagne arrostite e i gelati in riva al lago Trasimeno.
Come dico nella mia breve biografia, sono un perugino “trapiantato”: vivere in un altro Paese mi ha cambiato, ma non ha estirpato le mie radici.
3) «Matto in una» racconta un incidente con il linguaggio di una partita a scacchi. Giochi anche tu? E che cosa hanno in comune, secondo te, una scacchiera e una pagina scritta, quando si tratta di costruire una storia?
Non gioco assiduamente, ma conosco le regole e alcune strategie. Ho imparato a giocare da bambino, grazie a un amico di famiglia, un norvegese che viveva in Italia: un “trapiantato” come me. Di recente ho passato i rudimenti a mio figlio più grande, anche se alla sua età la dama è forse un gioco più adatto.
Ciò che accomuna una pagina e una scacchiera è, secondo me, il peso dietro ogni scelta. Una mossa giusta può sviluppare un attacco, mentre una sbagliata può portare a una situazione di svantaggio, a volte irreversibile. Allo stesso modo, le parole giuste possono evocare efficacemente immagini nella mente del lettore, mentre una similitudine poco azzeccata può confonderle o distorcerle.
In entrambi i casi si tratta di scegliere le mosse giuste per arrivare dove si vuole: che sia uno scacco che costringe l’avversario a sacrificare un pezzo importante, o il finale di una storia che fa rima con il suo inizio.
4) Oscar Wilde era maestro dell’epigramma: un’idea intera, arguta e tagliente, racchiusa in una sola riga. Il tuo racconto fa lo stesso in meno di 320 caratteri, e il lettore sorride proprio mentre il traffico va in scacco. Per te il limite è stato una gabbia o un trampolino? Hai lavorato di sottrazione partendo da un’idea più complessa, o hai sviluppato il racconto in base alla misura?
Amo questo tipo di sfide a caratteri limitati: le trovo quasi dei giochi della Settimana Enigmistica. Il limite è decisamente un trampolino, perché mi ha posto di fronte alla domanda: “Come posso raccontare un viaggio che va completamente storto in poche righe?”
Ho dunque scritto il racconto con l’intenzione di suggerire ciò che sta accadendo, sia sulla strada sia nelle menti dei personaggi, così che il lettore potesse “unire i puntini” e decidere da sé perché Carlo va tanto di fretta e perché il senso di giustizia di Maria la porta a un gesto simile.
Ho poi accorciato o rimosso parti per rientrare nel limite. È un’operazione che mi diverte, mi fa sentire come un falegname che lavora con la pialla.
5) Carlo attacca con i cavalli, Maria preferisce gli alfieri: i pezzi raccontano i personaggi. Come li hai scelti, e che ruolo ha lo psichiatra in questo “delirio”?
Ogni scelta è stata puramente evocativa. Il movimento a L dei cavalli trasmette l’idea pratica di ciò che sta accadendo nel traffico in quel momento e dell’ottusa furbizia di Carlo, che pur di ottenere un minimo vantaggio non ha riguardo per gli altri automobilisti.
L’alfiere, con il suo movimento diagonale e illimitato, dà invece l’idea della rincorsa e dell’aggressività dei pensieri di Maria, che in quel momento si fa giustiziera di strada.
Lo psichiatra è una figura quasi astratta, più un indizio che un personaggio: ci aiuta a intuire lo stato mentale di Maria e ci porta a domandarci quale percorso l’abbia condotta fin lì.
6) Nella tua biografia scrivi che i biscotti d’avena ti suscitano sogni vividi, da cui nascono le tue storie. Ci racconti com’è nata questa abitudine? Qual è il rituale che porta dalla consumazione dei biscotti all’idea per un racconto?
È un’abitudine nata per caso, come momento di relax serale dopo una lunga giornata. Dopo varie notti di sogni intensi, ho dedotto che i biscotti d’avena fossero il comune denominatore e da allora li uso come carburante per la mia immaginazione.
Svegliarsi la mattina con una nuova idea che frulla in testa e cercare carta e penna per appuntare tutto prima che il sogno scivoli via è una sensazione difficile da descrivere.
Certo, lo faccio sporadicamente. Dopotutto, svegliarsi riposati è più importante che procurarsi del nuovo materiale… o almeno credo sia così.
7) La tua produzione va dall’horror alla fantascienza. Cosa ti attrae di ciascun genere e dove, secondo te, si toccano?
Horror, fantascienza e fantastico in generale sono sicuramente i generi in cui ci si può sbizzarrire di più con la fantasia. Le storie possono partire da un piccolo dettaglio che differisce dalla realtà, come una famiglia a un terminal che attende un missile per Marte invece di un aereo per Atene, fino ad arrivare a storie di mostri alle prese con gli orrori della pubertà.
Le possibilità infinite offerte da questi generi sono ciò che più li accomuna ai sogni. Sfuggire dalla realtà e immergermi in altri mondi è ciò che mi ha avvicinato alla lettura e, di conseguenza, alla scrittura.
L’horror è un caso speciale: per qualche motivo preferisco scriverlo e guardarlo al cinema, piuttosto che leggerlo. Credo che si presti bene a fondersi con la fantascienza e il fantastico: far prendere una piega spaventosa a un racconto è un buon modo per renderlo più divertente da scrivere e più avvincente da leggere.
8) Quali autori, film o letture ti hanno formato come narratore?
Gli scrittori che ammiro sono troppi da poter elencare, ma ce ne sono alcuni che mi invogliano a scrivere ogni volta che leggo una loro opera: Terry Pratchett, Ursula K. Le Guin, Cesare Pavese, John Steinbeck, Italo Calvino, Ernest Hemingway.
Mi rendo conto che sono molto diversi tra loro, ma è proprio questa varietà stilistica che continua a invogliarmi a scrivere. Dalle divertentissime storie di Pratchett, alla capacità di Le Guin e Calvino di usare il fantastico per parlare di qualcosa di umano, fino all’essenzialità di Pavese, Steinbeck e Hemingway. Leggendoli mi accorgo di quanto si possa raccontare in una storia senza dover dire tutto.
Non posso non menzionare mia madre tra le mie influenze. Le innumerevoli fiabe della buonanotte che mi leggeva da piccolo sono state il sassolino che ha innescato la valanga del mio amore per la lettura.
9) Dopo questa vittoria, a cosa stai lavorando? Hai progetti in cantiere o racconti nel cassetto?
Ho alcuni racconti che prendono polvere e che dovrei proprio decidermi a revisionare e tentare di pubblicare, più qualche altra idea che aspetta di essere messa nero su bianco.
Ho anche un romanzo che sta iniziando a prendere forma: la storia di un profeta-vigilante che cerca di convincere un’intera città ad aiutarlo nella sua vendetta. Un minestrone di generi fra giallo, thriller psicologico e pulp. Speriamo bene.
10) Destinazione Delirio ci ha ricordato quanto sia sottile il confine tra follia e inspiegabile, ed è proprio lì, sulla soglia, che ci muoviamo da sempre: hai mai assistito a fenomeni soprannaturali?
Era una sera d’inverno, avrò avuto sì e no dodici anni. Portavo a spasso il mio cane in un’area del paese nota come “il castello”, dove un tempo sorgeva una piccola fortificazione risalente al XII secolo. Era buio e l’illuminazione pubblica era inesistente in alcuni dei tratti che dovevo percorrere. La brina copriva le piante. L’umidità cristallizzata sembrava amplificare il silenzio di quella passeggiata di routine.
Per una ragione che non ricordo, ero in allerta. Forse avevo guardato qualche programma televisivo sui rapimenti alieni, o forse avevo giocato a qualcosa di non consono alla mia età sulla vecchia PlayStation 2. Fatto sta che il rumore delle foglie secche sull’asfalto e lo scricchiolio dei miei passi sull’erba ghiacciata erano sufficienti a farmi sondare l’oscurità con la torcia elettrica. Il cerchio di luce proiettava ombre lunghissime su cose che, alla luce del sole, nemmeno un bambino avrebbe degnato di uno sguardo. Era tutto così ordinario, proprio come doveva essere, eppure sentivo sulla nuca la pressione di occhi misteriosi, fissi su di me.
Tirai il guinzaglio, facendo fermare il buon Sisar. C’era qualcosa che non andava. La torcia dardeggiava nell’oscurità, erraticamente, senza trovare il bersaglio.
Poi mi accorsi di ciò che mancava.
Ero di fronte a un cancello dietro il quale abitava Freccia, un cane da caccia che non mancava mai di abbaiare il suo benvenuto ogni volta che passavamo di lì. Dov’era quella sera? Il freddo non sembrava una giustificazione verosimile per un cane dalla pelle dura come lui. Stava dormendo? O forse era scappato, ed erano proprio i suoi gli occhi che ci osservavano?
Mi voltai e la luce della torcia illuminò il giardino dei vicini, fermandosi su un olivo.
Ed eccoli. Occhi. Piccoli, tondi, intensi, con profonde pupille nere fisse su di me.
Proprio nell’istante in cui la luce incontrò quegli occhi, la batteria fece cilecca e la torcia si spense. Lo sfortunato tempismo mi mandò nel panico, tagliandomi il fiato. Con mani maldestre colpii la torcia una, due, tre volte, finché non si riaccese. Il fascio di luce tornò a fendere il buio.
Erano ancora lì, tra i rami dell’olivo. I miei osservatori nel buio.
Galline.