SYLVIE DE SANTIS, OMBRE E VISIONI CREATIVE
(Intervista raccolta da Gabriele Luzzini)
Sylvie De Santis, vincitrice del progetto “Storie nel Buio – vol. 2” con il racconto più spaventoso tra quasi duecento elaborati, è un’autrice che ama esplorare il thriller e il mystery in tutte le loro sfumature.
Da poco ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Oltre il confine dei sogni”, un’opera che promette di trascinare il lettore oltre i limiti della realtà.
Oggi Sylvie varca la Soglia Oscura per parlare di scrittura, atmosfere dark e di ciò che resta inspiegabile.
1) Il tuo racconto “L’Ultimo Gioco” è stato giudicato il migliore del progetto per struttura, tensione e impatto finale. Come è nato e quale percorso creativo ti ha portato a svilupparlo?
“L’ultimo gioco” nasce da una domanda che mi inquieta da sempre: quanto siamo davvero padroni di ciò che crediamo di controllare?
Ho voluto raccontare una sfida estrema dove la posta in gioco non è la vita, ma l’identità.
Una bambina enigmatica, un’entità convinta di dominare ogni gioco… e un ribaltamento finale in cui il predatore scopre di essere preda.
L’idea si è costruita come un crescendo: ogni gioco diventa una ferita aperta nella realtà, fino alla rivelazione del vero potere in campo. Ho lavorato molto sull’atmosfera e sulla psicologia, perché l’orrore non sta nella violenza, ma nel riconoscere la verità troppo tardi.
2) Conta di più l’ispirazione o la disciplina quotidiana? È la scintilla creativa o la costanza a fare la differenza?
Per me questi due elementi sono inseparabili: non esisterebbe disciplina senza ispirazione e non esisterebbe ispirazione senza disciplina.
La scintilla nasce nel caos, è improvvisa, irrazionale, ma resta solo aria se non trovi il coraggio di trovarti ogni giorno davanti alla “pagina bianca”.
Allo stesso tempo, non potrei essere costante se la creatività non continuasse a sorprendermi, a chiamarmi… e quindi a spingermi oltre i miei limiti.
La scrittura è un patto tra slancio e resistenza: accendere il fuoco e poi vegliarlo, perché continui a bruciare anche quando il mondo là fuori sembra volerlo spegnere.
3) È da poco disponibile il tuo romanzo d’esordio “Oltre il confine dei sogni”. Un Thriller psicologico in cui Maddalena, la protagonista, è afflitta dal disturbo del “sogno ad occhi aperti disadattivo”. Vuoi parlarci della storia?
Oltre il confine dei sogni è un thriller psicologico dove la mente diventa il “campo di battaglia”. La protagonista, Maddalena, soffre di Maladaptive Daydreaming: i suoi sogni a occhi aperti non sono semplici fantasie, ma mondi che reclamano spazio nella realtà, fino a sovrapporsi ad essa. Più la verità tenta di riaffiorare, più quei mondi si fanno minacciosi, perché il suo passato nasconde un trauma.
Il romanzo non è solo un thriller psicologico, ma anche una confessione: ho affidato a Maddalena le parti di me che hanno tremato, lottato, amato e sopravvissuto. Le sue paure sono state le mie. La sua resilienza è quella che mi ha permesso di rimanere in piedi.
È una storia di luce e buio, dove si cade e ci si rialza svariate volte, dove sogno e incubo si toccano e spesso si confondono.
Chi leggerà questo romanzo non troverà solo Maddalena, ma anche una parte di me. E forse, una parte di sé stessa.
4) Quanto di te è presente in Maddalena: carattere, esperienze, fragilità?
Maddalena sono io, senza mezzi termini.
Ha il mio carattere, le mie paure e quella sensazione costante di non essere mai abbastanza, ma anche la capacità di rialzarsi ogni volta. La sua resilienza è la mia forza trasformata in storia.
Il romanzo affronta momenti intensi, tra mistero, sfumature paranormali e un tocco di horror, ma al centro resta sempre lei: una ragazza che lotta per non soccombere ai propri fantasmi interiori.
Ho preso il mio passato – peculiare, complesso, pieno di zone d’ombra – e l’ho affidato a Maddalena. Non ho trascritto gli eventi reali, ma le emozioni: lo smarrimento, la paura, il coraggio di continuare quando tutto crolla.
Anche il finale, pur diverso da ciò che ho vissuto, contiene una parte di verità che conosco molto bene. Scrivere di lei è stato scrivere di me… e guarire un po’.
5) Oltre al thriller e al mystery, c’è un genere che ti incuriosisce e che vorresti sperimentare?
Sto esplorando molto il dark romance e il distopico: mi attraggono i sentimenti che nascono dove non dovrebbero, l’amore che resiste anche quando il mondo intorno si sgretola. Mi piace intrecciare emozione e pericolo, mostrare come l’affetto possa diventare ancora più potente quando è circondato dal buio.
E poi c’è sempre stata una parte di me che appartiene all’horror. Nei miei diari e nei miei racconti brevi convivono due anime: quella che osserva la vita con occhi fragili e autentici e quella che scruta l’ombra, pronta a darle voce quando diventa troppo pesante per restare zitta.
Credo che il mio percorso narrativo sia proprio una fusione di tutto questo: cuore e oscurità che si sfiorano, si scontrano e, a volte, si salvano a vicenda.
6) Se potessi dialogare con un autore del passato o del presente, chi sceglieresti e su cosa vi confrontereste?
Non riuscirei a sceglierne uno soltanto: sarebbero almeno quattro, molto diversi, ognuno per un motivo profondo.
Con Sylvia Plath parlerei del rapporto viscerale tra scrittura e ferite interiori: di come trasformare il dolore in arte senza esserne divorati.
Con Dan Brown mi confronterei sul ritmo narrativo e sulle strutture del mistero: lui sa costruire enigmi che si aprono come scatole cinesi, uno dopo l’altro.
Con Giorgio Faletti vorrei indagare l’anima del thriller psicologico, il non detto, il silenzio che fa più paura di qualsiasi urlo.
E a Dante Alighieri gli chiederei come si fa a dare forma all’inferno e restarne vivi: come si porta un intero mondo nell’aldilà, sulla pagina, senza perderne l’anima mantenendo sempre coerenza e una struttura narrativa impeccabile.
Da ognuno di loro imparerei sicuramente tanto.
7) Hai qualche rituale o abitudine particolare quando ti dedichi alla scrittura?
La musica è la mia soglia d’accesso.
Chiudo gli occhi e mi lascio invadere da ciò che ascolto: ritmo, parole, vibrazioni… tutto si trasforma in immagini. È come entrare in una stanza segreta dove le storie iniziano a muoversi da sole. E tutto il resto del mondo svanisce, mentre l’idea prende forma.
8) Henry James scrisse: “It takes a great deal of history to produce a little literature. The novelist is the historian of the human heart, and every page he writes is steeped in the experience of centuries.” (“Ci vuole molta storia per produrre un po’ di letteratura. Il romanziere è lo storico del cuore umano, e ogni pagina che scrive è intrisa dell’esperienza dei secoli.”). Ti riconosci in questa visione? Quanto conta l’esperienza nella tua scrittura?
Sì. Lo scrittore è un archivista di emozioni: le proprie e quelle degli altri.
Le esperienze – vissute, viste e/o ascoltate – diventano materia narrativa, cicatrici che imparano a parlare. La scrittura è un modo per dare un senso anche al dolore.
9) Un libro, un film e un album che hanno segnato il tuo percorso creativo: quali sono e perché?
Libro: Una bambina e gli specchi di T.L. Hyden: è stato uno dei primi libri che io abbia letto, e mi ha mostrato quanto l’orrore più potente nasca dall’innocenza violata e da ciò che si nasconde dietro un riflesso. Da allora ho capito che la paura più vera è quella che abita nelle crepe dell’anima.
Film: Inception e Shutter Island: entrambi sfidano continuamente la percezione e il confine tra realtà e illusione. Ti costringono a dubitare di tutto, persino di te stesso, e questa sensazione è una delle più grandi fonti d’ispirazione nella mia scrittura.
Album: Hybrid Theory dei Linkin Park: è stato la colonna sonora della mia adolescenza emotiva: un urlo di rabbia, dolore e resistenza. Una catarsi che ritorna ogni volta che scrivo una scena intensa.
10) E infine, come da tradizione sulla Soglia: sei mai stata protagonista, o almeno testimone, di qualcosa che sfida ogni spiegazione?
Sì, e più di una volta.
Coincidenze particolari, sogni che anticipano eventi reali, luoghi che ti osservano.
Forse ci sono porte che non dovrebbero aprirsi… ma che si aprono lo stesso.
Scrivere, per me, è il modo più sicuro per guardare dentro quell’oscurità senza lasciarmi inghiottire.
Grazie per essere stata con noi sulla Soglia.
