La Soglia Oscura
Ufologia

GLI “ANTICHI ASTRONAUTI”, UNA MITOLOGIA PER L’ERA SPAZIALE
di Marcello P. Venturi

Nel 1968, Erich von Däniken pubblicò un libro destinato a diventare uno dei testi più famosi e controversi della cultura pop del Novecento: Chariots of the Gods? Unsolved Mysteries of the Past (Gli dèi erano astronauti?). In esso, von Däniken avanzava un’ipotesi audace: che le grandi civiltà del passato quali Egizi, Maya e Sumeri avessero ricevuto un impulso tecnologico e culturale da visitatori provenienti da altri mondi, esseri che gli antichi avrebbero scambiato per dèi.
Questa teoria, nota come “teoria degli antichi astronauti”, non era del tutto nuova. Già autori ottocenteschi e scrittori di fantascienza avevano accennato alla possibilità che civiltà extraterrestri avessero interagito con la Terra preistorica. Ma fu von Däniken a trasformare l’idea in un fenomeno globale, reinventando il confine fra archeologia, mitologia e fantascienza.
Il libro di von Däniken, inizialmente pubblicato a puntate su un giornale svizzero, uscì in volume nel 1968 e, nel giro di due anni, fu tradotto e distribuito in tutta Europa e negli Stati Uniti. Il successo fu immediato: milioni di copie vendute, trasmissioni televisive, film documentari e un’ondata di dibattiti.
Nel 1973, sull’onda dell’entusiasmo, Gene M. Phillips fondò la Ancient Astronaut Society, un’associazione dedicata a promuovere la ricerca e la divulgazione dell’ipotesi extraterrestre nell’antichità.

L’impatto sull’immaginario collettivo fu enorme e in molti videro nelle teorie di von Däniken una chiave nuova per rileggere i misteri del passato, dalle piramidi d’Egitto alle linee di Nazca, dai monoliti di Stonehenge alle statue dell’isola di Pasqua, immaginando che tutto ciò che fino ad allora appariva inspiegabile potesse trovare senso in un’unica ipotesi, quella di interventi compiuti da esseri extraterrestri dotati di conoscenze e tecnologie molto più avanzate di quelle umane.

Durante gli anni Settanta, la teoria degli antichi astronauti si trasformò da curiosità editoriale in un vero e proprio movimento culturale e numerosi autori, ispirati o in competizione con von Däniken, pubblicarono testi che cercavano di dimostrare l’influenza aliena sulla nascita delle religioni e delle scienze antiche.
Tra questi, uno dei più discussi fu Robert K.G. Temple, con il suo libro The Sirius Mystery (1977) in cui concentrò la propria indagine su un caso singolare: quello dei Dogon, un gruppo etnico dell’Africa occidentale, abitante del Mali moderno.
Negli anni Trenta, gli antropologi che studiarono il popolo Dogon rimasero profondamente colpiti da un aspetto misterioso della loro cultura. I Dogon possedevano infatti conoscenze astronomiche di sorprendente precisione: erano a conoscenza del fatto che il sistema di Sirio non fosse composto da una sola stella, ma da due, oggi note come Sirio A e Sirio B. Descrivevano quest’ultima come una stella piccola, invisibile a occhio nudo ma di estrema densità, che compie un’orbita regolare attorno alla principale. Oltre a ciò, i Dogon parlavano di pianeti, anelli e satelliti del nostro sistema solare, menzionando in particolare caratteristiche di Giove e Saturno che, in teoria, sarebbero risultate impossibili da osservare senza strumenti ottici moderni.
La domanda che ne derivò fu inevitabile: come potevano i Dogon conoscere simili dettagli già nel 1931, in un’epoca in cui Sirio B era appena stata rilevata dagli astronomi occidentali e le sue proprietà non erano ancora divulgate al grande pubblico? Secondo la loro tradizione, tale sapere derivava da esseri anfibi chiamati Nommo, giunti sulla Terra da un pianeta che orbitava attorno a una terza stella del sistema di Sirio. Alcuni studi moderni hanno persino ipotizzato che questa terza compagna stellare possa davvero esistere, conferendo nuova complessità al mito Dogon.
Lo scrittore Robert Temple interpretò questa leggenda come una prova concreta dell’antico contatto tra il genere umano e civiltà extraterrestri. A suo avviso, i Nommo avrebbero trasmesso non solo nozioni astronomiche, ma anche conoscenze legate all’agricoltura, alla religione e all’organizzazione sociale, esercitando un’influenza decisiva sulle prime grandi civiltà, in particolare su quella egizia.
L’ipotesi di Temple suscitò grande curiosità presso il pubblico e divenne oggetto di ampio dibattito, ma incontrò al tempo stesso una durissima opposizione da parte della comunità scientifica. Tra i suoi più celebri critici vi fu Carl Sagan, l’astrofisico e divulgatore statunitense, che considerò l’intera teoria una fantasia priva di fondamento. Egli sostenne che le conoscenze dei Dogon non derivassero da contatti con esseri di altri mondi, ma piuttosto da incontri indiretti con missionari o studiosi occidentali, attraverso i quali le nozioni astronomiche moderne avrebbero potuto diffondersi nel tempo. Tuttavia, Sagan non presentò mai prove conclusive a sostegno di questa spiegazione, lasciando aperto, almeno sul piano del mistero, il fascino della questione Dogon.
La controversia non si placò e Temple replicò alle accuse, chiedendo la possibilità di difendere pubblicamente il proprio lavoro con pari spazio mediatico; la sua richiesta, tuttavia, incontrò numerosi rifiuti. Nel frattempo, alcuni ricercatori indipendenti continuarono a indagare la questione Dogon, introducendo nuovi elementi a sostegno dell’autonomia culturale di questo popolo. Tra le prove più discusse emersero antiche incisioni e manufatti risalenti a secoli prima dell’età coloniale, nei quali sembrava già comparire la rappresentazione della coppia di stelle Sirio A e Sirio B.
Nel 1995 gli astronomi Daniel Benest e J. L. Duvent pubblicarono una serie di studi nei quali ipotizzavano l’esistenza di un terzo corpo celeste nel sistema di Sirio, una teoria che appariva in modo sorprendente coerente con alcune narrazioni tradizionali dei Dogon. Questa coincidenza alimentò ulteriormente l’interesse per il tema, ma non bastò a convincere la comunità scientifica, che continuò a considerare la teoria degli antichi astronauti una forma di pseudoscienza priva di fondamento empirico.
Nonostante ciò, l’attrazione esercitata da questa ipotesi resta viva, poiché essa offre un modo affascinante per colmare le zone d’ombra della storia con un racconto mitico di incontro e conoscenza, in cui il mistero delle origini dialoga con il desiderio umano di comprendere l’universo e il proprio posto al suo interno.

L’idea che l’umanità non sia sola nell’universo e che il nostro passato possa essere intrecciato con quello di civiltà extraterrestri risponde a un antico bisogno di significato e di trascendenza. Nella cultura contemporanea, la figura dell’“antico astronauta” funziona come un simbolico ponte tra il passato e il futuro, un modo per connettere la gloria perduta delle civiltà scomparse con la promessa inesplorata del cosmo.
In questa prospettiva, la teoria di Erich von Däniken non appare soltanto come una speculazione sulle origini della specie umana, ma come una vera e propria narrazione mitica moderna. Essa rilegge i racconti religiosi e le antiche tradizioni attraverso la lente della tecnologia e della conquista spaziale: gli dèi diventano astronauti provenienti da altri mondi, gli angeli si trasformano in sonde o emissari interstellari, le profezie assumono il tono di rapporti di missione redatti per l’umanità. Le tavolette sumere, i templi maya e le piramidi di Giza vengono così interpretati come archivi di un sapere scientifico trasmesso da esseri superiori, successivamente trasfigurato in religione e mito per adattarsi alla comprensione degli uomini di un tempo.

Il cinema ha avuto un ruolo decisivo nel radicare e diffondere questa visione nell’immaginario collettivo. Grandi produzioni come 2001: Odissea nello spazio, Stargate, Prometheus o Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull hanno reinterpretato il tema dei contatti antichi tra umani e alieni, mescolando avventura, fede e fantascienza in un’unica narrazione affascinante, capace di catturare tanto l’immaginazione popolare quanto il desiderio, ancora irrinunciabile, di dare un senso cosmico alle nostre origini.
Nonostante le critiche accademiche, l’impatto culturale delle teorie degli antichi astronauti è indiscutibile. Esse hanno spinto milioni di persone ad interessarsi di archeologia, astronomia e antropologia, anche se spesso in modo alternativo o non convenzionale.

Gli scienziati obiettano che i fautori delle teorie extraterrestri sottovalutano la capacità tecnologica e creativa delle civiltà umane antiche. Le piramidi d’Egitto, ad esempio, vengono spesso citate come prova di tecnologia aliena, ma gli archeologi hanno ampiamente documentato le tecniche di costruzione, basate su ingegneria e forza lavoro umana. Ridurre tali imprese a interventi esterni, sostengono i critici, significa negare il genio dei nostri antenati.
D’altro canto, chi sostiene l’ipotesi degli antichi astronauti risponde che molte conoscenze antiche, dall’astronomia mesopotamica ai calcoli maya del tempo, mostrano una precisione straordinaria, difficile da spiegare soltanto con mezzi rudimentali. Per costoro, la scienza moderna non ha ancora risposto a tutti gli enigmi del passato e dovrebbe mantenere una maggiore apertura mentale.

A oltre cinquant’anni dalla pubblicazione di Chariots of the Gods?, le idee di von Däniken continuano ad attirare curiosità e dibattiti. Esistono ancora oggi associazioni, riviste e conferenze dedicate allo studio degli “antichi contatti”, e programmi televisivi popolari come Ancient Aliens ne portano le suggestioni a un vastissimo pubblico.

La teoria degli antichi astronauti sopravvive perché tocca un tema universale: l’origine e il destino dell’umanità. Essa propone una versione “cosmica” del nostro passato e suggerisce che, se gli dèi erano davvero astronauti, forse anche noi, figli delle stelle, siamo destinati un giorno a seguire le loro orme nello spazio.
In ultima analisi, le teorie di von Däniken e di Temple non vanno interpretate solo in termini di verità o falsità scientifica. Il loro valore più duraturo risiede nel potere immaginativo: quello di collegare l’archeologia e l’astronomia, il mito e la speranza, in un racconto che continua a provocare stupore e domande.