La Soglia Oscura
Folklore e Tradizione,  Misteri

HOMO SAPIENS, NEANDERTHAL E IL MISTERO DELL’ALTRO
di Ivan Pozzoni

Tra circa 100.000 e 70.000 anni fa, gruppi di Homo sapiens raggiunsero in fasi diverse il Vicino Oriente e l’Arabia. In Eurasia vivevano anche i Neanderthal, popolazioni umane con una lunga storia evolutiva. Non possediamo testimonianze scritte di quegli incontri. Restano fossili, strumenti e dati genetici: indizi, non una cronaca. Svante Pääbo, in Neanderthal Man: In Search of Lost Genomes [Basic Books, 2014], scrive: «These ancient genomes show that the Neanderthals were genetically very similar to us» («Questi genomi antichi mostrano che i Neanderthal erano geneticamente molto simili a noi»). I dati genetici attestano incroci, senza rivelare come si svolsero gli incontri. Chris Stringer, in Lone Survivors: How We Came to Be the Only Humans on Earth [Times Books, 2012], osserva: «species concepts are humanly produced categories which may or may not always work when compared with the reality of nature» («le categorie di specie sono costruzioni umane, che possono o meno funzionare quando vengono confrontate con la realtà della natura»). Rebecca Wragg Sykes, in Kindred: Neanderthal Life, Love, Death and Art [Bloomsbury, 2020, 23], ricorda che «the Neanderthals endured for an astonishing 350,000 years» («i Neanderthal resistettero per l’impressionante durata di 350.000 anni»).
La scomparsa non cancella la loro lunga storia. La pragmatica (pragmatic) studia come le parole agiscano nelle situazioni. «Altro» è un termine relazionale: identifica qualcuno rispetto a un «noi» e può trasformare una differenza in distanza. La critica letteraria analitica distingue il contenuto esplicito (what is said) dalle implicature (what is implied). Chiamare qualcuno «estraneo» descrive una posizione; insinuare che sia pericoloso aggiunge un significato non dimostrato dalla parola. Anche il racconto crea gerarchie: se Homo sapiens è il protagonista inevitabile e Neanderthal appare soltanto come sconfitto, la preistoria sembra una marcia diretta verso il presente. I reperti non autorizzano una trama lineare. La neuroscienza aiuta a capire perché l’alterità susciti reazioni rapide. Il cervello riconosce segnali di familiarità e tenta di anticipare intenzioni; nell’incertezza la distinzione fra «noi» e «loro» tende a diventare una scorciatoia cognitiva. Le emozioni di quei gruppi restano ignote. Possiamo ipotizzare che sopravvivere richiedesse di leggere gesti, apprendere comportamenti e valutare rischi. Un incontro poteva comportare competizione, scambio, alleanza o evitamento. Eduardo Kohn, in How Forests Think [University of California Press, 2013, 132], scrive: «all beings, and not just humans, engage with the world and with each other as selves, that is, as beings that have a point of view» («tutti gli esseri, non soltanto gli umani, entrano in rapporto con il mondo e fra loro come sé, cioè come esseri dotati di un punto di vista»). Anna Lowenhaupt Tsing, in The Mushroom at the End of the World [Princeton University Press, 2015, 2], collega la curiosità alla «the first requirement of collaborative survival in precarious times» («il primo requisito della sopravvivenza collaborativa in tempi precari»). È una lente sul presente, non una prova preistorica. David Graeber e David Wengrow, in The Dawn of Everything [Farrar, Straus and Giroux, 2021, 16], ricordano: «Most of human history is irreparably lost to us» («gran parte della storia umana è perduta per sempre»).
Occorre distinguere prove e interpretazioni. Anche l’antropologia dell’arte e la politologia delle immagini sono coinvolte. Un Neanderthal sempre curvo e aggressivo trasmette un giudizio prima della didascalia. L’immagine agisce come speech act: orienta il giudizio. Le immagini hanno una funzione politica: selezionano antenati, stabiliscono chi appartenga alla comunità e trasformano una ricostruzione scientifica in memoria pubblica. Se il passato viene presentato come lotta tra esseri superiori e inferiori, gerarchie del presente sembrano naturali. Una didascalia responsabile chiarisce il grado di certezza delle prove e lascia visibile ciò che ancora non sappiamo. La disciplina dell’incertezza è parte del metodo e scelta etica. Donna Haraway, in Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene [Duke University Press, 2016], propone «make kin, not babies» («creare parentele, non soltanto generare figli»). L’arte deve rendere visibili le domande aperte senza trasformare ipotesi in certezze. Chi abitava il mondo? Più popolazioni umane, con storie diverse, vivevano in ambienti mutevoli e potevano incontrarsi, evitarsi o intrecciare discendenze. Il mistero dell’altro nasce dalla distanza tra evidenza e immaginazione. Prima di decidere chi sia estraneo o minaccioso, conviene chiedersi che prove sostengano il giudizio e che racconto stiamo costruendo. L’altro è anche la possibilità di scoprire che il mondo non è mai stato abitato da una sola esperienza umana.