GLI ANTICHI DEI DELLA GRECIA – ARTEMIDE
di Daniele Bello
Capitolo 8
Canto Artemide dalle frecce d’oro, la dea cacciatrice,
vergine casta, abile saettatrice di cervi,
sorella di Apollo dalla spada d’oro,
che sui monti ombrosi e sulle cime battute dal vento
tende il suo arco d’oro e scaglia frecce dolorose,
nella febbre della caccia. Le vette degli alti
monti tremano, la fitta foresta risuona
cupamente dei rantoli delle fiere, la terra e il mare
pescoso fremono: la dea, piena di coraggio,
si spinge ovunque, sterminando le specie selvatiche.
Inni omerici, XXVII, Inno ad Artemide, vv. 1-10
(traduzione di G. ZANETTO)
1.
Attributi della dea
Nella religione dell’antica Grecia, ARTEMIDE (in greco: Ἄρτεμις, Ἀρτέμιδος) è una delle divinità più venerate; la sua origine risale probabilmente a tempi molto antichi: il suo culto era infatti inizialmente legato alla venerazione della POTNIA (la Madre Terra adorata dalle prime popolazioni del Mediterraneo).
In seguito alle invasioni indoeuropee, i numi dei popoli invasori “assorbirono”, per così dire, le caratteristiche e gli attributi delle divinità autoctone, dando vita ad un vero e proprio processo di fusione (secondo uno schema analogo a quello già visto per Apollo), da cui scaturì anche la figura di Artemide, così come ci viene tramandata nella religione olimpica.
Nella mitologia greca, Artemide era la dea della caccia, della selvaggina e dei boschi; per sua espressa richiesta, la dea era rimasta eternamente vergine e tuttavia ella veniva invocata anche per favorire il parto e la fertilità, in quanto aveva aiutato la madre a partorire il fratello Apollo.
In epoca tarda, Artemide venne adorata anche come divinità celeste e quindi associata al culto della Luna; risale invece già all’epoca classica la sua identificazione con Ecate. Per questo motivo, gli antichi la invocavano con l’appellativo di “trivia”, in quanto la stessa dea era Luna in cielo, Artemide sulla terra ed Ecate negli inferi. In epoca romana ella fu identificata con DIANA, mentre gli Etruschi la venerarono con il nome di ARTUME.
Artemide fa la sua comparsa nella letteratura ellenica nei poemi di OMERO: nel Libro XXI dell’Iliade, infatti, la dea ha una schermaglia con Hera avendo la peggio. Nella poesia epica ella viene definita la dea “signora delle bestie selvagge”, “sovrana degli animali”, e “leone fra le donne” (un altro suo appellativo, Eileithya, significa “colei che soprintende ai parti felici”).
Il culto di Artemide era diffuso in tutta la Grecia ma ella era adorata in particolar modo a Delo (la sua isola natale), a Sparta, a Munichia (nei pressi del Pireo, in Attica), ad Efeso ed a Braurone (una località dell’Attica nei pressi di Maratona). Il poeta tragico EURIPIDE riferisce anche di una particolare venerazione per la dea nella Tauride (l’odierna Crimea), dove venivano celebrati sacrifici umani.
Tra le cerimonie praticate in onore di Artemide, particolare importanza avevano quelle che si svolgevano a Braurone, nel corso delle quali i suoi adoratori si travestivano da orsi (arktoi, in greco antico): l’animale era evidentemente connesso al culto della dea, come dimostra anche il mito di Callisto (par. 3); analoghe liturgie venivano celebrate ad Atene, dove sorgeva il santuario di Artemide Brauronia, durante la festività della arkteia1.
Il tempio di Artemide ad Efeso, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico, era anch’esso uno dei luoghi di culto più famosi tra quelli consacrati alla dea: nella città della Lidia, tuttavia, ella era adorata principalmente come divinità protettrice della fertilità ed aveva caratteristiche simili a quelle della antica Dea Madre, come la frigia Cibele.
Le più antiche rappresentazioni di Artemide nell’arte greca dell’età arcaica la ritraggono come “Potnia Theron” (“la regina degli animali selvatici”): una dea alata che tiene in mano un cervo, un leone o un leopardo. Nell’arte classica greca la dea era invece abitualmente ritratta come vergine cacciatrice, con una corta gonna, gli stivali da caccia, la faretra, l’arco e le frecce (talvolta sostituite da lance); spesso accanto lei vi sono o un cane o un cervo. Esistono anche rappresentazioni di Artemide come dea della luce oppure come protettrice delle danze delle fanciulle: in questo caso tiene in mano una lira. Nel periodo post-classico si possono trovare rappresentazioni di Artemide che porta la corona lunare, simbolo della sua identificazione con la Luna.
Il cervo e il cipresso erano tra i simboli sacri alla dea. I suoi epiteti principali erano:
• Agrotera, protettrice dei cacciatori;
• Amarisia, dal santuario di Amarinto, sull’isola di Eubea;
• Delia, nata nell’isola di Delo;
• Potnia Theron, patrona degli animali selvatici;
• Kourothrophos, protettrice dei giovani;
• Locheia, dea della nascita e patrona delle levatrici;
• Ortigia, derivato dall’antico toponimo di Delo o dall’isola di Siracusa;
• Phoebe, versione femminile dell’appellativo del fratello, Febo Apollo.
2.
Nascita e giovinezza della dea
Anche se le leggende sulla nascita di Artemide sono molteplici, la versione più nota è quella tramandata da OMERO ed ESIODO, secondo la quale la dea sarebbe stata figlia di Leto, della stirpe dei Titani, nonché sorella gemella di Apollo.
Come noto, la gelosia della dea Hera perseguitò a lungo la madre dei due dei: la sventurata Leto riuscì a trovare sollievo durante le sue doglie solamente nell’isola di Asteria (cui venne in seguito dato il nome di Delo).
Secondo la tradizione, a nascere per prima fu Artemide, che subito aiutò la madre a partorire il fratello gemello (secondo altri, invece, ella era già nata nell’isola di Ortigia).
Il poeta CALLIMACO, nel suo Inno ad Artemide, racconta che la dea, ancora bambina, si sedette sulle ginocchia del padre Zeus e le chiese di concederle alcune grazie: di rimanere sempre vergine e di avere molti nomi, come suo fratello Apollo; di avere un arco ricurvo forgiato dai Ciclopi e di avere delle ninfe come ancelle.
Artemide cantiamo (per chi canta
non è lieve ignorarla), che ama gli archi
e la caccia alla lepre e il vasto coro
e scherzare sui monti, cominciando
da quando, ancora piccola bambina,
in questo modo si rivolse al padre,
stando seduta sulle sue ginocchia:
“Concedimi, papà, di rimanere
vergine sempre e avere molti nomi,
perché Febo con me non venga a gara.
Concedimi archi e frecce; suvvia, padre,
non ti chiedo di darmi una faretra
né un grande arco. Per me i Ciclòpi sùbito
fabbricheranno frecce, per me un arco
dalla forma ricurva. Ma ti chiedo
di portare la luce e di indossare
una tunica corta sul ginocchio
col bordo all’orlo, per andare a caccia
di animali selvatici. Concedimi
sessanta danzatrici oceanine
tutte di nove anni, tutte ancora
bambine che non portano cintura.
Al mio servizio dammi venti ninfe
del fiume Amnìso, che dei miei calzari
e dei cani veloci abbiano cura,
come si deve, quando non colpisco
linci né cervi. Dammi tutti i monti,
ma una città riservami qualunque,
quella che vuoi: discende raramente
Artemide in città. La mia dimora
sarà sui monti e le città degli uomini
frequenterò soltanto, quando, morse
dagli acuti dolori del travaglio,
in aiuto mi chiamino le donne.
CALLIMACO, Inno ad Artemide, vv. 1-34
(traduzione tratta dal sito www.miti3000.it)
Zeus accontentò la figlia; le donò inoltre trenta città, che avrebbero onorato soltanto lei, e la nominò custode delle strade e dei porti.
3.
I devoti di Artemide
Nei miti greci, non sono rari i casi di personaggi che si consacrarono alla dea Artemide facendo per questo voto di castità e di rimanere, per questo, sempre vergini.
Si è avuto già modo di parlare di IPPOLITO e di DAFNE; il poeta CALLIMACO ci riferisce anche la storia della ninfa BRITOMARTE, cacciatrice di buona mira, che la dea amava più di ogni altra.
Sembra che MINOSSE, re di Creta, fosse follemente innamorato della fanciulla e che la inseguisse per i monti: la ninfa si nascondeva ora sotto le querce ricche di fogliame, ora nei prati. Per nove mesi, la caccia andò avanti tra costoni e rupi e Minosse non sospese mai l’inseguimento finché non l’ebbe quasi raggiunta, nei pressi del monte Ditte; allora Britomarte si lanciò da un alto scoglio nel profondo del mare, ma si salvò perché andò a cadere nelle reti di alcuni pescatori. Altre fonti sostengono invece che ella venne sottratta alla morte dalla dea Artemide, che la elevò al rango di dea con il nome di AFEA.
Un’altra fanciulla, CALLISTO, era compagna di caccia di Artemide, portava la sua stessa veste e insieme a lei aveva giurato di rimanere per sempre vergine; narrano i mitografi (APOLLODORO; OVIDIO, Metamorfosi, Libro II; vv. 401-507) che Zeus si innamorò di lei e la sedusse dopo aver preso l’aspetto della stessa dea della caccia.
Dopo qualche tempo Artemide, insieme a Callisto e al suo seguito, decise dopo una battuta di caccia di riposarsi facendo un bagno presso una fonte. Callisto, oramai incinta, sulle prime esitò a spogliarsi per non svelare la perdita della verginità.
“Ma mentre esita le viene sfilata la veste, deposta la quale fu evidente la colpa insieme alla nudità del corpo. A lei che attonita voleva coprire il grembo con le mani disse la dea Cinzia2: <Va’ lontano e non contaminare le sacre fonti!> e le comandò di allontanarsi dal suo coro”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro II, vv. 461-464
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
Callisto venne quindi trasformata in un’orsa da Zeus, per sottrarla alla furia vendicativa della moglie (altri sostengono che la metamorfosi avvenne ad opera della figlia di Leto, furiosa per il tradimento, ovvero della gelosa Hera).
APOLLODORO riferisce due diversi epiloghi della vicenda; secondo la prima versione, la moglie di Zeus convinse Artemide a colpire con le sue frecce la sventurata Callisto; secondo un’altra variante, invece, la dea della caccia uccise la fanciulla perché non si era mantenuta vergine.
OVIDIO sostiene invece che Callisto ebbe un figlio, cui venne dato il nome di ARCADE; quest’ultimo, durante una battuta di caccia, stava per uccidere la madre ma venne fermato da Zeus che trasformò entrambi in costellazioni, l’Orsa maggiore e l’Orsa Minore.
4.
L’ira di Artemide
Tristemente famosi erano, nella mitologia greca, gli episodi legati alla furia della dea Artemide, così come ben noti erano gli scoppi d’ira del gemello Apollo. La dea della caccia, del resto, era già stata al fianco del fratello sia quando egli aveva sconfitto il gigante Tizio sia nell’occasione in cui vennero uccisi senza alcuna pietà i figli di Niobe.
La dea diventava particolarmente sensibile quando non le venivano tributati i dovuti sacrifici: quando OINEO, re di Calidone, dimenticò di offrire le primizie annuali ad Artemide, ella funestò la regione dell’Etolia mandando un cinghiale enorme a devastare la campagna e ad uccidere tutti gli animali e le persone che incontrava.
Artemide decise di punire anche AGAMENNONE, re di Micene, per aver ucciso un cervo sacro (oppure, secondo un’altra versione, per essersi vantato di essere un cacciatore migliore di lei). Quando la flotta greca si stava preparando per salpare verso Troia, la dea pretese il sacrificio di IFIGENIA, figlia del sovrano, per consentire alle navi achee di partire.
Orione
La storia di ORIONE3, compagno della dea dell’aurora EOS (v. Appendice), ci viene raccontata da OMERO per bocca della ninfa CALIPSO, che lamenta l’invidia dei numi quando una dea è innamorata di un mortale.
Quando Eos dalle dita rosee scelse Orione,
voi Dei che vivete lietamente foste presi dall’invidia,
sino a quando, in Ortigia, Artemide dal trono dorato
non lo uccise, colpendolo con i suoi dardi invisibili.
OMERO, Odissea, Libro V, vv. 121-124
Altri (IGINO, APOLLODORO) raccontano invece che Orione fu ucciso perché usò violenza a OPI, una delle fanciulle venute dal paese degli Iperborei, ovvero perché aveva tentato di insidiare le Pleiadi o addirittura la stessa dea Artemide; altri ancora narrano che Orione morì per aver sfidato la dea della caccia in una gara di lancio del disco. La figlia di Leto uccise il gigante con le sue frecce ovvero, secondo un’altra versione, facendolo pungere da uno scorpione.
L’ennesima variante del mito vuole che Artemide fosse innamorata del cacciatore e che la dea lo colpì per errore, uccidendolo; commosso dal dolore della figlia, Zeus collocò Orione in cielo, per formare l’omonima costellazione.
Gli Aloadi
OTO ed EFIALTE erano due giganti, figli di Poseidone, che un giorno decisero di muovere guerra agli dei Olimpi. Essi riuscirono a rapire Ares e a tenerlo richiuso in un grosso vaso per ben tredici mesi; poi, accatastarono il monte Ossa sul Pelio, minacciando di arrampicarsi per queste montagne sino a raggiungere il cielo.
Artemide riuscì a sconfiggerli con l’inganno: ella attirò i due fratelli a Nasso, poi si trasformò in un cervo e balzò in mezzo a loro. I due giganti, per non farsela sfuggire (dato che erano esperti cacciatori), tirarono entrambi la loro lancia per colpire l’animale, uccidendosi a vicenda.
Atteone
Narra OVIDIO nelle sue Metamorfosi (Libro III, vv. 131-252) che un giorno Artemide stava facendo il bagno nuda in un antro nei pressi del monte Citerone (in Beozia), quando sopraggiunse il principe tebano ATTEONE4, che stava andando a caccia.
Il cacciatore si fermò a guardarla, incantato; la dea se ne accorse e, infuriata, decise di lanciargli addosso dell’acqua magica, esclamando: “Ora ti è lecito narrare di avermi vista senza veli, se lo potrai” (OVIDIO, Metamorfosi, Libro III, v. 192).
Atteone venne trasformato in un cervo e in questo modo i suoi cani, scambiandolo per una preda, lo uccisero sbranandolo5.
Chione
Artemide uccise anche CHIONE, figlia di DEDALIONE, per punirla del suo orgoglio e della sua vanità. Si racconta (IGINO; OVIDIO, Metamorfosi, Libro XI, vv. 290-345) che la fanciulla fosse talmente bella che giacquero con lei, nella medesima notte, Apollo e Hermes. Chione partorì dal figlio di Leto un maschio di nome FILAMMONE, mentre da Hermes ebbe AUTOLICO, il principe dei ladri.
Si narra che in seguito la fanciulla, mentre stava cacciando, si espresse in modo arrogante verso Artemide e per questo la dea la trafisse con le sue frecce; OVIDIO sostiene invece che fu il padre a paragonarla alla dea della caccia, provocandone l’ira.
Disperato per la morte dell’unica figlia, Dedalione fu trasformato da Apollo in sparviero.
Appendice:
Il Sole, la Luna e la loro stirpe
Apollo ed Artemide, come si è detto, vennero presto assimilati rispettivamente al culto del Sole e della Luna. La mitologia greca, tuttavia, ha conosciuto per molti secoli delle figure divine autonome, connesse alla venerazione degli astri e del firmamento, di cui è opportuno parlare sia pure per sommi capi.
1.
Helios
Musa Calliope, figlia di Zeus, comincia a cantare
Helios splendente, che Eurifaessa dagli occhi rotondi
generò al figlio di Gea e di Urano stellato.
Iperione infatti sposò la nobilissima Eurifaessa,
sua sorella, che gli partorì figli splendidi:
Eos dalle braccia rosate, Selene dai bei riccioli,
e l’instancabile Helios, simile agli immortali,
che dà luce ai mortali e agli dei immortali,
guidando i suoi cavalli.
Inni omerici, XXXI, Inno a Helios, vv. 1-9
(traduzione di G. ZANETTO)
Nei miti greci HELIOS, o ELIO, è il dio del Sole (in greco Ἥλιος, -ου, in latinoì Hēlĭus,-i o Sol,-is); figlio del Titano Iperione e di Teia, detta anche “Eurifaessa” (ESIODO, Teogonia, v. 371), egli conduceva ogni giorno il suo carro trainato da quattro cavalli che soffiavano fuoco dalle narici, portando così la luce in tutto il mondo. Si raccontava anche che, alla fine del suo viaggio, il nume salisse su una grande coppa d’oro che portava il dio addormentato sulla superficie dell’acqua e lo conduceva dalla regione delle Esperidi sino al paese degli Etiopi, da dove Helios intraprendeva un nuovo viaggio quando si avvicinava la dea dell’Aurora.
Helios sposò l’oceanina PERSEIDE (ESIODO, Teogonia, v. 956-962), da cui ebbe EETE, sovrano della Colchide, la maga CIRCE e PASIFAE, futura moglie di Minosse, re di Creta. Secondo alcuni egli era anche il padre delle Ninfe ELIADI e di AUGIA, re dell’Elide.
Il figlio più famoso di Helios, tuttavia, fu senz’altro FETONTE, che il nume ebbe dalla ninfa CLIMENE, anche se ESIODO (Teogonia, v. 986-992) lo chiama figlio di EOS e di CEFALO (v. par. 3) e attribuisce al giovane una storia d’amore con la dea Afrodite.
La versione più nota – ma anche più tarda – del mito è contenuta nelle Metamorfosi di OVIDIO (Libro I, vv. 747-789; Libro II, vv. 1-400): Fetonte, per dimostrare all’amico EPAFO (figlio di IO) di essere veramente il figlio di Helios, andò dal padre e lo pregò di lasciargli guidare il carro del sole; questi acconsentì, ma lo pregò di usare ogni precauzione.
“Ma quando l’infelice Fetonte dall’alto del cielo vide le terre che si estendevano lontano lontano, impallidì e gli tremarono le ginocchia per l’improvvisa paura”. Il giovane perse il controllo e “allentò le briglie. Non appena sentirono che esse stavano inerti sulla groppa, i cavalli corrono qua e là e senza una guida percorrono luoghi sconosciuti e per dove li spinge il loro furore là irrompono disordinatamente e puntano verso le stelle fisse, nell’alta volta celeste e trascinano il carro per luoghi inaccessibili, ora dirigendosi verso l’alto, ora precipitandosi per vie in declivio si aggirano vicino alla terra […] viene assalita dalle fiamme la terra, anche nelle parti più alte, si spacca e si crepa, si inaridisce per la perdita dell’umidità. I pascoli biancheggiano, bruciano alberi e fronde e la messe rinsecchitasi dà alimento al suo danno”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro II, vv. 178-180, 201-209
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
La dea Terra chiese a questo punto l’aiuto di Zeus; il signore del tuono intervenne e, adirato, scagliò un fulmine contro Fetonte, che cadde alle foci del fiume Eridano (antico nome del Po). Le sue sorelle, le Eliadi, lo piansero con viso afflitto e vennero trasformate in pioppi biancheggianti.
Questo mito viene citato anche dal poeta DANTE nella Divina Commedia, che rammenta
quando Fetonte abbandonò li freni,
per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse
DANTE, Inferno, Canto XVII, vv. 107-108
Secondo un’altra leggenda che vede protagonista Helios, la dea Afrodite volle vendicarsi di lui poiché il dio Sole aveva rivelato il suo amore adulterino per Ares.
La dea dell’amore decise di ferire con uguale amore colui che aveva offeso il suo amore nascosto (OVIDIO, Metamorfosi, Libro IV, vv. 169-270) e suscitò in Helios una passione fatale per LEUCOTOE, figlia di EURINOME. Il dio, per poterla possedere, si trasformò nella madre della ragazza e la sedusse. CLIZIA, una ninfa innamorata di Helios, per vendicarsi del nume che l’aveva trascurata diffuse la notizia della tresca e la rivelò al padre della rivale, che punì la figlia seppellendola viva in una fossa profonda. Il dio, tentando di resuscitarla, fece nascere sul luogo dov’era sepolta una pianta d’incenso. La perfida Clizia venne invece trasformata nel fiore del girasole; anche se trattenuta dalla radice, ella si girò verso il suo Sole e pur trasformata conservò il suo amore.
2.
Selene
Muse dal dolce canto, figlie di Zeus Cronide, esperte
di canzoni, celebrate Selene dalle ampie ali:
dal suo capo immortale un chiarore si diffonde nel cielo
e avvolge la terra, e una grande bellezza si mostra
quando risplende la sua luce; la sua corona d’oro
illumina l’aria oscura, e i suoi raggi rifulgono
quando la chiara Selene, lavato il bel corpo
nell’oceano e indossate vesti sfavillanti,
aggioga i puledri lucenti dal collo robusto e rapidamente
aggioga in avanti i cavalli dalla bella criniera,
al tramonto, a mezzo del mese; poi il gran ciclo si compie.
e i raggi della luna che cresce scendono più luminosi
dal cielo: allora essa è per i mortali segno e presagio.
Con lei una volta il Cronide si unì in amore nel letto,
ed essa concepì e diede alla luce una figlia, Pandia,
che ha singolare bellezza fra gli dei immortali.
Inni omerici, XXXII, Inno a Selene, vv. 1-16
(traduzione di G. ZANETTO)
Nella mitologia greca SELENE (in greco Σελήνη, “la risplendente”) è la dea della Luna, figlia anch’essa di Iperione e Teia (ESIODO, Teogonia, v. 371); veniva generalmente descritta come una bella donna con il viso pallido, con lunghe vesti bianche od argentate; in genere, ella recava sulla testa una luna crescente ed in mano una torcia.
I miti greci le attribuiscono una relazione con Zeus – dal quale ebbe PANDIA e, secondo alcuni, ERSE (la rugiada) – ed un’altra con il dio Pan.
Il mito più famoso che riguarda Selene è quello dell’amore per ENDIMIONE, re dell’Elide, figlio di Calice e nipote di Eolo (citato da APOLLODORO e da APOLLONIO RODIO). La dea si innamorò del giovane, la cui bellezza era prodigiosa, ed ogni notte lo andava a trovare mentre dormiva. Pur di poterlo vedere ogni notte, Selene gli diede un sonno eterno e dalla relazione con il giovane nacquero cinquanta figlie. Secondo APOLLODORO, invece, fu Endimione a chiedere a Zeus di poter dormire per sempre, restando immortale ed eternamente giovane. Da una Ninfa Naiade, o forse da Ifianassa, Endimione ebbe il figlio ETOLO.
3.
Eos
E anche Eos dal trono d’oro rapì un uomo
della vostra stirpe, Titono, simile agli immortali.
E andò dal Cronide dalle nere nubi per chiedergli
di renderlo immortale e di farlo vivere in eterno.
Zeus con un cenno del capo esaudì la richiesta:
ma la venerabile Eos fu ingenua, non pensò di chiedere
la giovinezza e di allontanare da lui la vecchiaia rovinosa.
Inni omerici, V, Inno ad Afrodite, vv. 218-224
(traduzione di G. ZANETTO)
EOS è, per la mitologia greca, la dea dell’aurora. Viene citata spesso in OMERO che la chiama “la dea dalle dita rosee” (“rododàktylos Eos”).
ESIODO la indica come figlia dei due Titani Iperione e Teia: era quindi sorella di Helios e Selene. Nella Teogonia si legge che suo marito era ASTREO (“il vecchio padre delle stelle”), figlio di Crio e di Euribia, con il quale ella generò EOSFORO e le lucenti stelle che sono corona del cielo.
Da questa unione nacquero anche i venti ZEFIRO, BOREA, NOTO ed EURO arghestes, che in greco antico significa “il rischiaratore” (ESIODO, Teogonia, vv. 378-380).
Secondo un racconto più antico (OMERO, Odissea, Libro X, vv. 1-40) i venti erano subordinati ad un re di nome EOLO ed erano completamente in suo potere; amico degli dei, egli regnava sull’isola natante di Eolia ed era detto Ippotades (“figlio di un cavaliere”); fonti più recenti ne fanno una vera e propria divinità e riferiscono che egli sarebbe stato figlio di Poseidone e di MELANIPPE (figlia di un altro EOLO, capostipite degli Eoli, e nipote di ELLENO), ma allevato da un mandriano di nome IPPOTE.
Tra gli amanti di Eos si nomina lo stesso Zeus, da cui ebbe una figlia di nome Erse, la dea della rugiada (altri sostengono invece che la madre fosse Selene).
Ella venne amata anche da Ares, con cui condivise più volte il talamo; sdegnata per il tradimento del dio della guerra, Afrodite punì la dea rivale, condannandola ad innamorarsi di comuni mortali.
La maledizione di Afrodite ebbe il suo effetto: la dea dell’aurora, infatti, si innamorò di Orione e lo portò a Delo; la storia del gigante cacciatore è stata già narrata nel corso del presente Capitolo (par. 4).
Si racconta anche che Eos, durante una sua passeggiata presso la città di Troia, intravide un fanciullo di straordinaria bellezza e di sangue reale di nome TITONE, figlio del re Laomedonte. Così, un giorno, la dea lo rapì e lo condusse con sé, rivolgendosi poi a Zeus per concedergli l’immortalità per il suo amante (ma dimenticando di richiedere anche l’eterna giovinezza). Sino a quando Titone fu giovane, visse felicemente con Eos presso l’Oceano; quando però apparvero i primi fili bianchi sulla sua testa, l’aurora non condivise più il suo giaciglio, ma lo curò come un bambino, nutrendolo con il cibo degli dei e donandogli belle vesti; quando la decrepitezza privò Titone dei movimenti, la dea lo ricoverò in una stanza e chiuse le fulgide porte: alcune fonti riportano che l’amante di Eos venne quindi trasformato in una cicala. Da questa unione nacquero due figli, EMAZIONE e MEMNONE; quest’ultimo venne ucciso da Achille durante l’assedio di Troia: secondo alcuni, da quel giorno la dea dell’aurora piange inconsolabilmente il proprio figlio ogni mattina e le sue lacrime formano la rugiada.
Un altro amante mortale di Eos fu CEFALO, figlio di Hermes e marito di PROCRI, figlia del re di Atene ERETTEO. Secondo ESIODO i due avrebbero generato Fetonte, altrove ritenuto figlio di Elio e Climene. Secondo OVIDIO (Metamorfosi, Libro VII, vv. 671-865), invece, Cefalo rifiutò le offerte amorose della dea dell’aurora perché innamorato della moglie; tra i due sposi, infatti, vi era un affetto profondissimo anche se funestato da sospetti e diffidenze (essi, infatti, misero ripetutamente alla prova la fedeltà reciproca e vissero momenti di separazione e riconciliazione).
Un giorno Procri, pensando che Cefalo fosse ancora innamorato di Eos, durante una battuta di caccia si nascose tra i rovi per spiare lo sposo. Cefalo udì un fruscio e, pensando che si trattasse di una fiera in agguato, afferrò la lancia e la scagliò contro il cespuglio, uccidendo involontariamente la moglie.
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1 Le fanciulle ateniesi di età compresa tra i cinque e dieci anni venivano mandate al santuario di Artemide a Braurone per servire la dea per un anno. Una leggenda spiega le ragioni di questo periodo di servitù narrando che un orso aveva preso l’abitudine di entrare nella cittadina di Braurone e la gente aveva cominciato a nutrirlo, in modo che in breve tempo l’animale era diventato docile e addomesticato. Una giovinetta prese a infastidire l’orso che, secondo una versione del mito, la uccise (secondo un’altra le strappò gli occhi). Il fratello della ragazza uccise l’animale; Artemide andò per questo in collera e pretese che le ragazze prendessero il posto dell’orso nel suo santuario.
2 Attributo di Artemide; dal monte Cinto, nell’isola di Delo.
3 Si racconta che Orione fosse un cacciatore di enorme statura, in quanto nato dal terreno; altri sostengono che fosse figlio di Poseidone e che aveva avuto dal dio del mare il dono di poter camminare sulle acque. Secondo IGINO, invece, gli dei Zeus, Hermes e Poseidone vennero ospitati amichevolmente dal re IRIEO e, in cambio, gli concessero di esprimere un desiderio. Egli chiese di avere dei figli; allora Hermes scuoiò un toro, i tre dei orinarono dentro la sua pelle e la seppellirono: di lì nacque Orione. Un giorno il gigante giunse a Chio e chiese la mano di MEROPE, figlia di ENOPIONE; questi lo fece ubriacare e mentre era addormentato lo accecò, gettandolo poi sulla spiaggia. Allora Orione andò alla fucina di Efesto, rapì uno dei suoi operai e gli ordinò di guidare i suoi passi fino a dove sorge il Sole. Giunto là, i raggi di Helios (v. Appendice) gli ridonarono la vista. In seguito Eos, la dea dell’aurora, si innamorò di Orione, lo rapì e lo portò a Delo.
4 Atteone era nato da Aristeo, figlio di Apollo, e da AUTONOE, una delle figlie dell’eroe CADMO, re di Tebe.
5 Secondo alcune leggende anche un cretese di nome SIPROITE fu trasformato in cervo da Artemide per averla vista nuda. La storia completa non è sopravvissuta in alcuna opera scritta originale, ma è citata da ANTONINO LIBERALE.
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Fonti:
https://www.theoi.com/Olympios/Artemis.html
o Homer, The Odyssey – Greek Epic C8th B.C.
o The Homeric Hymns – Greek Epic C8th-4th B.C.
o Apollonius Rhodius, The Argonautica – Greek Epic C3rd B.C.
o Callimachus, Hymns – Greek Poetry C3rd B.C.
o Pausanias, Description of Greece – Greek Travelogue C2nd A.D.
o The Orphic Hymns – Greek Hymns C3rd B.C. – C2nd A.D.
o Ovid, Metamorphoses – Latin Epic C1st B.C. – C1st A.D.
o Nonnos, Dionysiaca – Greek Epic C5th A.D.


