La Soglia Oscura
Esoterismo e Magia

LE ENERGIE NON MUOIONO
di Simona Semino
Coven Protegit Stipula

Ci sono luoghi dove il tempo non basta a cancellare il dolore, dove le mura respirano memoria e silenzio. Ci sono stanze che custodiscono urla dimenticate, ombre che non se ne vanno mai. Questo racconto nasce da un’esperienza vissuta in prima persona: una villa abbandonata, rovi, polvere e un passato che non ha mai smesso di parlare. Entrate con me… ma attenti: l’energia che custodisce non muore mai.
La villa giaceva nascosta, inghiottita da anni di erba alta e rovi spinosi. Il sentiero per raggiungerla era un labirinto dimenticato, dove ogni passo rivelava radici che afferravano le caviglie e rami che graffiavano la pelle. L’aria era ferma, umida, carica di odori di terra marcia e legno in decomposizione, come se il tempo stesso respirasse tra le mura cadenti.
Quando finalmente varcammo il portone, un silenzio innaturale ci accolse. Non era il silenzio della natura, ma qualcosa di più denso, un silenzio che ti preme sul petto, ti spinge a piegarti sulle ginocchia pur senza capire perché. Le stanze erano ingombre di vecchi mobili scheggiati, libri ammuffiti e polvere che danzava in raggi di luce tremolante filtrata dalle finestre rotte. La cantina interrata mostrava ancora bottiglie intatte, testimoni silenziose di una vita di ricchezza ora evaporata.
Ma non eravamo sole. La sensazione arrivò prima che qualsiasi immagine potesse formarsi: oppressione, terrore fisico, il corpo che urlava senza voce. In una stanza nascosta, percepii le presenze di donne intrappolate, terrorizzate, che imploravano silenziosamente aiuto. Il cuore batteva forte, il respiro si faceva corto, e fuggii per cercare aria, anche se non c’era nessuno da cui scappare.
Ritornata, salii al piano superiore con mani tremanti. Le tavole marce scricchiolavano sotto i piedi come se avessero memoria dei passi di chi era passato prima di noi. Fu allora che sentii il contatto: una ciocca di capelli tirata, delicata ma ferma, come due dita invisibili che mi avvertivano del pericolo imminente. Nessuna amica, nessuna mano reale: solo il silenzio carico di presenze dimenticate.
Ogni stanza sembrava respirare. Il pavimento gemeva, le pareti sembravano vibrare leggermente, come se fossero consapevoli della nostra presenza, e l’aria portava con sé un sussurro che non apparteneva a nessuna bocca umana. Il terrore cresceva, non dai nostri occhi, ma dal corpo, dalla pelle, dai sensi.
Uscimmo dalla villa con il cuore in gola, ma la mente non poteva ignorare ciò che avevamo sentito. Nei giorni seguenti, le mie ricerche confermarono l’orrore che avevo percepito: la villa era stata teatro di soprusi durante la guerra. Partigiani che, travolti dalla violenza, avevano imprigionato donne, depredato villaggi, trasformando il dolore in norma, perché la guerra è anche questo. Le mura respiravano ancora quelle emozioni, e noi ne eravamo state testimoni.
Prima che i nostri passi potessero portarci via, un boato fragoroso rimbombò nella villa. Tutto era al suo posto: nessun crollo, nessun oggetto spostato, nulla. Solo il boato, potente, improvviso, come se la villa stessa ci avesse ricordato che le ombre del passato non muoiono, non svaniscono, e che il dolore può manifestarsi anche quando tutto sembra quieto.
Uscendo, il vento tra i rovi ci accompagnava, carico di odori di terra, polvere e muffa, e un silenzio che non era più innocuo. Il boato rimaneva dentro di me, un eco persistente che parlava di ciò che non possiamo dimenticare, e la villa rimaneva lì, testimone silenziosa di tutto ciò, pronta a respirare ancora il terrore di chi aveva camminato tra le sue stanze molto tempo prima.