L’ULTIMO VAMPIRO
di Orazio Bongiovanni
1674 d.C.
Da qualche parte in Europa.
Era una notte oscura e tenebrosa. Una manciata di uomini, armati solo di torce e fede, si stava addentrando nel profondo sepolcro situato alla base di un castello abbandonato da anni.
Sapevano bene chi si celasse là sotto, e questo bastava a scuoterli nel profondo, fino a far tremare le loro viscere. Non sapevano se sarebbero tornati vivi alle loro case, ma dovevano porre fine a quell’orrore, all’esistenza di quell’essere dannato, che mieteva vittime con la ferocia di una belva priva di rimorso e di Dio.
Le sue prede preferite erano i più giovani, anche giovanissimi. Il sapore del loro sangue, puro e vergine, lo inebriava. Lo mandava in estasi. Quella sua brama stava decimando la popolazione, e tutto quel male doveva terminare.
A capo della spedizione vi era un giovane prete, incaricato di eseguire il rito religioso con la dovuta precisione. Era davvero troppo giovane per una missione tanto ostica e pericolosa, ma era stato l’unico che si fosse offerto di rischiare la propria vita. Forse la gioventù è anche sinonimo d’incoscienza, perfino in ambito ecclesiastico.
La strada verso il castello era impervia, disseminata di insidie, ma la missione era chiara e non si sarebbero fermati finché non avessero raggiunto il sepolcro.
Arrivati a destinazione, qualcuno esitò. Uno sguardo incerto al prete bastò: con un cenno del capo li tranquillizzò. Mancavano solo pochi passi per portare a termine ciò per cui erano venuti.
Qualcuno borbottò: «Non può morire…»
Uno degli uomini fece un passo indietro. Il prete allora strinse con forza il crocifisso e lo sollevò, dicendo:
«Non può morire. Ma non può continuare a vivere tra noi. Con l’aiuto di Dio, porremo un sigillo alla sua tomba. Lo condanneremo a un esilio eterno.»
Quelle parole ridestarono in loro il coraggio.
Il sepolcro si trovava nei bassifondi del castello. L’odore di morte, ne era la cornice.
In fondo, in una cripta ricavata da un’antica frattura nella pietra, giaceva lui.
Il corpo seminudo, scarno, i muscoli rigidi sotto una pelle bianca come porcellana, priva di vene pulsanti. I lunghi capelli neri, simili a seta, gli ricadevano sul petto. Il volto scavato, gli zigomi affilati, e quella bocca filiforme, ancora bagnata di sangue.
Il prete si fece avanti, stringendo il crocifisso al petto. Ordinò agli uomini di estrarre le catene d’argento e i chiodi immersi nell’acqua benedetta, per paralizzare la creatura quel tanto che bastasse a compiere il rito di clausura.
Circondarono quel corpo immondo e, al cenno del prete, lo incatenarono. Premette con forza il crocifisso sul petto del vampiro.
La creatura si ridestò. Spalancò le fauci, mostrando i canini. Urlò con voce cavernosa, come se provenisse da un mondo oscuro e dimenticato. La pelle bruciava, e le sue forze non
bastavano più a resistere alla tortura, mentre il prete recitava la formula sacra.
A ogni parola, una catena si fondeva alla sua carne e alle pareti della cripta. Ogni goccia di sangue versata, ogni vita rubata, sembrava trovare pace. Il suo corpo si faceva sempre
più debole.
Il rito si stava concludendo, e la bestia diventava parte integrante di quella tomba.
Con le poche forze rimaste, pronunciò la sua maledizione:
«Un giorno tornerò. E allora verrò a prendere voi… o i figli dei vostri figli. La vostra morte non sarà mai abbastanza.»
Quel maleficio fece gelare il sangue a tutti i presenti. Brividi strisciavano lungo la loro schiena come graffi indelebili, ma sapevano che dovevano essere più forti di quella paura.
Rimaneva un’ultima cosa: sigillare per sempre quel luogo.
I chiodi d’argento fissarono tavole di frassino lungo l’ingresso, coprendo la lapide e rendendola invisibile a qualsiasi occhio umano. Le urla della creatura rimbalzavano nel vuoto, inascoltate, come mute.
Il prete poggiò la mano sul muro, chinò il capo e ringraziò che tutto fosse andato bene. Poi si voltò e sussurrò agli altri:
«È finita. Grazie a Dio.»
Tutti si guardarono attoniti, increduli, mentre l’ingresso del sepolcro svaniva davanti ai loro occhi.
Di quella notte nessuno volle mai più parlare. Le urla e il volto della creatura continuarono a tormentare i loro sogni, ma da quel giorno le morti cessarono.
La vita, e con essa la speranza, tornarono a germogliare.
La bestia era stata esiliata.
E con lei, l’oscurità e tutto il suo male.
1
Anni e secoli passarono dopo quella notte. Il tempo stesso sembrava aver perso coscienza di sé. Molte vite e generazioni si susseguirono, e nessuna di queste ebbe mai il pensiero che
stessero condividendo il proprio mondo con quell’essere. L’ignorare la sua esistenza era l’unica cosa che era stata tramandata tra loro. Ma una nuova minaccia stava per abbattersi sull’intero pianeta, e avrebbe portato con sé morte e distruzione.
Il ciclo vitale della razza umana, e di tutti gli esseri viventi, stava per cessare a causa di una tempesta solare che si stava abbattendo improvvisamente sulla Terra. Nessuno avrebbe
avuto la possibilità di sopravvivere a quell’infausto evento. Passarono poche ore da quando la notizia fu divulgata. Un boato, un lampo di luce, e ogni cosa diventò polvere e macerie.
Silenzio.
La nube formata dai corpi carbonizzati divenne così fitta da oscurare il cielo. Il sole non aveva più l’energia necessaria per oltrepassare quello sciame atmosferico, e le tenebre divennero perenni. Buio, freddo, e un’aria così pesante da puzzare di tomba.
Fu proprio grazie a quell’evento disastroso che i sigilli che tenevano imprigionato il vampiro vennero distrutti. Quell’essere non aveva smesso un giorno di urlare tutto il suo odio e la sua sete di vendetta verso chi lo aveva costretto a quella prigionia.
Quando sentì le catene spezzarsi, rimase ammutolito per qualche istante. Incredulo.
La sua vendetta poteva finalmente compiersi. Così pensava almeno.
Corse come una furia fuori dalla cripta, le braccia e le mani aperte con gli artigli pronti ad affondare nella carne del primo malcapitato che si fosse trovato davanti. Le fauci spalancate.
Ma si rese conto presto che la sua vendetta non sarebbe stata possibile.
Intorno a lui solo macerie e polvere. Resti carbonizzati. Le sue urla non spaventavano nessuno. Provò a ripercorrere, secondo quello che ricordava, il tragitto verso i luoghi abitati che amava frequentare quando doveva assecondare la propria voglia di sangue. Ma nulla. Niente vita. Non riusciva a percepire nessun cuore pulsante. Il mondo era in silenzio.
Lo sconforto cominciò ad impossessarsi di lui. La sua immortalità era diventata ancora di più una condanna. Aveva vissuto tutti quei secoli con l’unico obiettivo di liberarsi e vendicarsi, e la possibilità che la vita, che l’uomo sarebbe scomparso per sempre dal mondo e dalla sua esistenza, non lo aveva mai sfiorato. Ma quella fu la realtà che lo accolse.
Era l’unico superstite di quella catastrofe. Solo, affamato e immortale. L’esilio gli sembrò il paradiso di fronte a quell’incubo senza via d’uscita. Si gettò a terra e osservò il cielo nero.
Non riusciva ancora a credere che quella fosse la realtà con cui doveva fare i conti. Se solo qualche raggio di sole fosse riuscito a passare oltre quella coltre di nubi e cenere, si sarebbe lasciato bruciare.
Ma anche a questo il destino infausto aveva posto rimedio. Vederlo soffrire sembrava il suo scopo. E di fronte a un destino così meschino e diabolico, nessuno può essere abbastanza forte. Nemmeno un vampiro.
2
Quel mondo in rovina si addiceva allo stato fisico, e presto anche mentale, in cui versava.
In ginocchio tra quelle macerie, immobile e in silenzio, osservò le sue mani bianche e scheletriche. Le cicatrici lasciate dalle catene d’argento non sarebbero mai più scomparse.
Aveva bisogno di sangue per rigenerarsi, di strappare via la vita a qualcuno per preservare la propria. Quel silenzio lo stava torturando, più della clausura alla quale era stato costretto.
Non capiva più come e dove orientarsi. Continuava a osservare le proprie braccia, faceva fatica a riconoscerle. In effetti, non ricordava nemmeno più com’era il proprio viso.
Aveva un nome? Sicuramente. Ma non lo ricordava più.
Si lasciò cadere a terra. Quel vuoto e quel silenzio lo avvolgevano, lo condannavano al nulla.
Quale senso poteva avere ora la sua esistenza, senza la possibilità di vivere la propria natura e il proprio odio verso l’umanità? A cosa sarebbe servito sopravvivere a quel disastro?
Si sfiorò con la mano la bocca asciutta. Per un attimo gli parve di risentire il sapore inebriante del sangue di quelle giovani vite di cui si era nutrito l’ultima volta. Lo stava sognando, come si sogna l’amore. Ma come l’amore, era soltanto un desiderio destinato a restare insoddisfatto, lasciando spazio solo alla rabbia e alla delusione.
Si alzò a fatica, dominato da tutti quei pensieri. Ricordi, come lampi, cominciavano a riaffiorare.
Il momento in cui aveva accettato quella natura, trasformandosi in vampiro pur di sfuggire alla morte imminente.
Sarebbe stato meglio accettare il proprio destino, se solo avesse potuto sapere cosa gli avrebbe riservato il futuro.
La prima volta che cedette alla brama di sangue…
Lei era giovanissima. Le aveva promesso che si sarebbe fermato prima di ucciderla, che avrebbe bevuto solo il necessario per placare la sete. Ma non andò così: il sangue era così dolce che continuò a bere fino a prosciugarla del tutto.
A quel pensiero, passò la lingua sulle labbra ancora avide.
Tutto quel sangue di cui ora non poteva più cibarsi, tutte quelle vite che aveva scelto di spezzare, e per cosa? Per ritrovarsi solo, in un mondo freddo e privo di vita?
Sempre più disperato, cercò di porre fine alla propria esistenza: provò a succhiare via il proprio sangue, ormai rancido, per poi sputarlo. Non riusciva a sopportare i crampi allo stomaco che quell’atto gli provocava. Provò allora a strapparsi brandelli di carne a morsi, tentando di nutrirsi di se stesso, ma fu tutto inutile.
In preda alla follia, cominciò a vagare per le strade deserte. Cercava qualunque cosa: scavava, correva, si arrampicava ovunque. Sarebbe bastata anche una serpe o una semplice radice, purché fosse viva. Ma non c’era nulla.
Quanto gli mancava il tempo in cui il mondo era un self-service a cielo aperto.
Ma niente è per sempre.
In quella ricerca delirante, il suo sguardo si posò su un vecchio specchio.
Si osservò per qualche istante.
Non si riconosceva nemmeno. Gli anni di esilio lo avevano consumato: il volto era scheletrico, scavato. Un ammasso di ossa ricoperto di pelle simile al cuoio.
Quell’immagine lo fece trasalire. Con rabbia cominciò a colpire lo specchio, fino a distruggerlo completamente. Ciò che avrebbe voluto distruggere davvero era il suo volto riflesso.
L’immortalità era ora la sua maledizione.
Passò con disperazione le dita tra quei capelli che un tempo sembravano seta, ora polverosi e diradati.
Poi, una risata lo colse di sorpresa. I suoi sensi si riaccesero. Gli occhi si spalancarono.
Stava forse sognando? Era in preda alle allucinazioni?
«Ehi! Chi sei? C’è qualcuno?!» urlò. «Fatti vedere, voglio solo parlare!»
«Ahahah!» Un’altra risata rispose alle sue domande.
Il vampiro corse verso quella voce, ma non trovò nessuno.
«Sto impazzendo. Sto davvero impazzendo…»
«Non sei pazzo, Viktor. Guarda, sono qui. Proprio dietro di te.»
Viktor. Era quello, dunque, il suo nome? Pensava di sì.
«Sono secoli che non sentivo più quel nome… Come fai a…»
Non smetteva di ridere, e questo lo irritava profondamente.
«Allora? Vuoi girarti o no?»
Viktor non sapeva come avrebbe reagito, una volta di fronte a quella “presenza”.
Sarebbe riuscito a non affondare i canini nel suo collo?
Poi lo vide. E non poteva credere ai suoi occhi: era un vecchio manichino.
«Allora, che fai? Mi lasci qui o pensi di portarmi a casa con te?»
Casa. Anche quella parola non aveva più significato. Non esisteva più alcun luogo da poter chiamare così.
«Forza, abbiamo cose importanti di cui discutere.»
Viktor capì che cercare di dare un senso a tutto questo lo avrebbe solo confuso di più.
Prese il manichino e lo portò dove un tempo sorgeva il suo castello. Al resto avrebbe pensato in seguito.
3
A fatica, Viktor riuscì a trascinare se stesso e il manichino fino al luogo dove un tempo sorgeva il castello che lo aveva imprigionato per secoli. Lì, dove la pietra aveva ormai ceduto il posto alla polvere, restava solo un cratere silenzioso.
Continuava a osservare il manichino senza comprendere. Com’era possibile che quell’ammasso di ferro e legno potesse parlare? E come poteva conoscerlo così bene, nel profondo, come nessuno mai? Forse era solo la sua mente, spezzata dal tempo e dalla solitudine. Forse quel simulacro era sempre stato lì, e la voce che sentiva era solo la sua coscienza che tornava a galla, a punirlo.
La consapevolezza dell’assurdità della propria esistenza lo stava consumando. Il dono della vita eterna si era rivelato una condanna più crudele della morte.
«Non posso vivere così… e non posso morire!» urlò Viktor.
Un’ altra risata sorda e disturbante lo seguì, rimbalzando sulle pareti invisibili della desolazione.
«Cosa hai sempre da ridere tu?» domandò, fissando il manichino con rabbia.
«Io non rido di te», rispose la voce, «sorrido dell’ironia in cui sei stato intrappolato. Non trovi geniale tutto questo? Immortale per sfuggire alla morte, costretto a uccidere per sopravvivere… E ora che non resta più nulla, torni per vivere il tuo esilio più assurdo: essere l’ultimo e l’inutile.»
Viktor si inginocchiò, esausto.
«Chi sei tu? Un feticcio senz’anima? Un’ombra? Perché sei qui?»
«Sono ciò che resta di te. L’ultima eco. Il testimone della tua disfatta, o forse della tua salvezza.»
Un silenzio carico di colpa si posò tra loro.
«Hai mai ripensato alle vite che abbiamo spezzato? Abbiamo mai provato rimorso?»
La sua voce risuonò di nuovo.
«Lei. La prima. Ricordi il suo sangue? Ci eravamo promessi che l’avremmo risparmiata.
E dopo di lei, quante altre bugie? Anche a noi stessi.»
«Cosa vuoi che risponda?» sibilò Viktor. «Il sangue era vita. Come avrei potuto fermarmi? Come provare rimorso?»
«Eppure, ora quella vita è sparita. E ciò che resta non è la fame, ma il vuoto. Un vuoto che può essere riempito una sola volta ancora. Per qualcosa di più grande.»
Viktor si alzò lentamente.
«Vuoi dire che… c’è ancora un senso?»
«Non per te. Ma per ciò che porti dentro. Per ciò che sei diventato.»
Il vampiro si avvicinò al manichino, fissandone il volto senza occhi. E vide: vide i volti delle sue vittime scolpiti nel legno, uno dopo l’altro, fino all’ultimo, che era il suo. Una maschera che rideva mentre ardeva. Rabbrividì, ma non si voltò.
«Hai visto?» chiese il manichino.
«Sì. Ora vedo.»
«Dentro di te c’è vita, Viktor. Quella che hai assorbito, che hai violato…
e che ora puoi restituire.»
«Come?» chiese Viktor.
«Sei pronto a bruciare, Viktor?»
Il manichino non rise questa volta. Era solenne, quasi partecipe.
«Ma io… aiutami a farlo.»
«Per questo sono qui. Ti guiderò. Non sei solo, Viktor. Insieme inizieremo un nuovo ciclo.»
Raggiunsero insieme il crinale oltre il monte di roccia. La salita fu lenta, dolorosa.
Il vento, che non spirava da anni, si levò improvvisamente,
come a vegliare sul loro ultimo cammino.
«Laggiù», indicò il manichino. «Dove la nube si dissolve. Dove il sole non è più un ricordo.»
Raggiunsero il punto più alto. La nube era sottile lì, come un velo. Bastava poco. Bastava offrirsi.
«È il momento», disse il manichino.
Viktor lo posò a terra, delicatamente. Poi si inginocchiò accanto a lui.
«Grazie», sussurrò.
«Grazie a te, Viktor. Per aver portato fin qui la fine… e l’inizio.»
Aprì le braccia. Chiuse gli occhi.
Un respiro. L’ultimo.
E poi, un lampo.
Uno squarcio di luce trafisse la coltre oscura. Un filo d’oro disegnò l’orizzonte. Il sole tornava.
Il raggio lo colpì in pieno. Non fu dolore, ma sollievo. Una resa.
La carne scomparve in silenzio. Le ossa si polverizzarono, ma non si dispersero: si sollevarono, danzarono attorno al manichino. Le ceneri vive cominciarono a penetrare le sue crepe, a fondervisi.
E allora accadde.
Dal legno consumato, una radice. Poi un germoglio.
Poi una foglia, verde, giovane, fragile.
Poi un’altra.
Poi tante.
La terra, che da secoli dormiva, cominciò a vibrare. A respirare. A pulsare.
Il manichino era ancora lì. Immobile, sembrava sorridere di nuovo.
Da quel sacrificio, di nuovo la vita.
La morte di un vampiro, per la rinascita del mondo.


