OLTRE IL VELO
di Isolde Fosca
Il vento ululava tra le rovine della città, portando con sé l’odore acre di metallo e cenere. Era il 2147, e il mondo non era più quello che conoscevamo. Dopo il Grande Collasso, le città erano diventate carcasse di cemento, e l’umanità si era rifugiata in cupole di vetro, lontano dalle zone proibite. Ma c’era chi, per curiosità o follia, varcava il confine.
Lena era una di loro.
Aveva ventisette anni, occhi scuri e una mente affamata di risposte. Da bambina, aveva sentito storie su ciò che si nascondeva oltre il Velo: creature nate dall’ombra, mutazioni impossibili, e voci che sussurravano segreti proibiti. Nessuno tornava indietro. Nessuno, tranne suo padre. E lui non era mai stato lo stesso.
Quella notte, Lena attraversò il cancello arrugginito che separava la Zona Morta dal mondo sicuro. Il cielo era una tela di nuvole nere, e la luna sembrava un occhio cieco che la osservava. Portava con sé una torcia, un coltello e un vecchio registratore. «Se trovo qualcosa, devo documentarlo», pensò.
Dopo ore di cammino tra alberi contorti e carcasse di veicoli, Lena vide una sagoma emergere dalla nebbia lattiginosa: una villa, enorme, con mura screpolate e finestre come orbite vuote. Sembrava respirare. Ogni folata di vento faceva gemere le assi marce, come se la casa provasse dolore.
Entrò.
L’aria all’interno era pesante, intrisa di polvere e odore di muffa. Le pareti erano ricoperte di ragnatele, e mobili antichi giacevano sotto strati di cenere grigia. Un lampadario spezzato oscillava lentamente, senza che ci fosse corrente d’aria. Lena accese la torcia, illuminando specchi incrinati che riflettevano la sua figura in modo distorto, come se fosse già mutata.
Poi lo sentì: un sussurro.
Non proveniva da una direzione precisa. Era ovunque, come se le pareti parlassero. «Lena…» Il suo nome, pronunciato con una voce che non conosceva. Il cuore le balzò in gola. Registrò il suono, ma il nastro rimase muto. «Allucinazioni», si disse. Ma il gelo che le strisciava lungo la schiena non mentiva.
Proseguì lungo un corridoio interminabile, dove il buio sembrava liquido, colando dalle pareti. L’unica finestra era infranta, e da lì non entrava luce, ma tenebra. Una tenebra viva, che pulsava come carne. Lena si avvicinò, attratta da quell’oscurità innaturale. Quando allungò la mano, il buio la sfiorò. Era freddo, ma non come il ghiaccio: era un freddo che bruciava.
Un rumore la fece voltare. Una sedia a dondolo si muoveva da sola, lenta, ritmica. Sul sedile, un’impronta fresca di polvere, come se qualcuno si fosse appena alzato. Lena indietreggiò, stringendo il coltello. Poi vide qualcosa nello specchio accanto: una figura dietro di lei. Si girò di scatto. Nulla. Ma il riflesso rimaneva.
Nella biblioteca trovò un libro aperto su un leggio. Le pagine erano ingiallite, ma le parole sembravano scritte con sangue fresco. Raccontavano di esperimenti condotti nella villa, di un portale verso “l’altro lato”, un mondo dove il tempo non scorre e la materia obbedisce a leggi oscure. «Il Velo», pensò. Era qui che tutto era iniziato.
Sfogliando il diario, Lena lesse una frase che le gelò il sangue:
“Chi varca il Velo non torna mai solo.”
Un colpo secco alle sue spalle. Si voltò. Tutti gli specchi della stanza si erano incrinati nello stesso istante. Dal vetro frantumato colava una sostanza nera, viscosa, che si muoveva come se avesse vita propria. Si avvicinava.
Fuggì verso il piano superiore, ma la casa sembrava mutare, allungando i corridoi, chiudendo porte. Il sussurro ora era un coro, voci sovrapposte che pronunciavano il suo nome, promettendo verità e morte. Quando raggiunse la sala principale, la vide.
Una figura alta, innaturale, fatta di ombra e carne intrecciata. Non aveva volto, solo una bocca che si apriva in silenzio, mostrando denti come lame. Dal suo corpo si staccavano filamenti neri che strisciavano sul pavimento, cercando Lena. Lei indietreggiò, ma il buio dietro di lei si mosse, chiudendole la via.
«Tu sei la chiave», disse la creatura, senza suono, ma Lena lo udì nella mente. «Apri il Velo.»
Prima che potesse reagire, un tonfo sordo la fece voltare. Dal pavimento, tra le assi marce, emersero mani scheletriche. Corpi deformi, vestiti di brandelli, si sollevarono, occhi vuoti e bocche spalancate. Zombie. Decine di loro, come evocati dal richiamo della creatura. Alcuni avevano ancora catene spezzate ai polsi, altri portavano segni di esperimenti: innesti metallici, arti cuciti male. Le loro carni erano grigie, strappate, e sotto la pelle si intravedevano tubi e cavi, come se fossero stati ricostruiti in laboratorio. Alcuni avevano mandibole rinforzate con placche di ferro, altri dita trasformate in artigli. Avanzavano lenti, ma inesorabili, emettendo gemiti che sembravano preghiere spezzate, un coro di agonia che riempiva la stanza.
Lena sentì l’odore nauseante di carne putrefatta e olio bruciato. Uno degli zombie aveva metà del volto sostituito da un impianto metallico, con un occhio rosso che lampeggiava come un segnale d’allarme. Un altro trascinava le gambe, lasciando dietro di sé una scia di liquido nero che fumava sul pavimento. Alcuni si muovevano a scatti, come marionette rotte, altri correvano con movimenti innaturali, piegando le articolazioni in direzioni impossibili.
Dietro di loro, la creatura avanzava, deformando lo spazio. Sentì il pavimento vibrare, come se la casa fosse viva e affamata. Non aveva scelta. Saltò verso la finestra, ma non c’era più vetro: solo un varco di tenebra liquida.
Il buio la avvolse, gelido e denso. Non cadde: fluttuò. Vide città sospese nel vuoto, corpi intrecciati in architetture impossibili, e occhi enormi che la fissavano da ogni direzione. Voci le penetravano nel cranio, promettendo potere, conoscenza, eternità. Ma a un prezzo: la sua umanità.
Quando riaprì gli occhi, non era più Lena. La villa era scomparsa. Al suo posto, un deserto di ossa e torri di carne. Gli zombie erano lì, inginocchiati, come sudditi. Alcuni si contorcevano, altri si fondevano tra loro, creando forme mostruose. Sentì il vento, ma non era vento: erano respiri. E capì che il Velo non si era aperto. Era lei ad essere diventata il Velo.
Anni dopo, esploratori trovarono la villa. Era intatta, ma diversa: le pareti pulsavano, e dalle finestre colava buio liquido. Sul pavimento, un registratore ripeteva una sola frase, in una voce che non era umana:
“Chi varca il Velo non torna mai solo.”


