La Soglia Oscura
Racconti

ELISA
(“Name of Horror”)
di Alberto Masoni

Era una fredda giornata Invernale a Torino, la giovane Elisa dopo essersi trasferita in città per motivi di studio, aveva iniziato a sistemare la sua nuova casa, un appartamento al sesto piano di un palazzo moderno vicino a Piazza Castello.
L’aveva trovato grazie ad un annuncio su un giornale locale.
Il locatore, un uomo dall’aspetto elegante e raffinato con baffi a manubrio, aveva un portamento che pareva appartenere a un’altra epoca, giacca di velluto scuro, cravatta sottile annodata con cura maniacale e occhi scuri come pozzi che osservavano più che guardare.
Parlava poco, ma quando lo faceva la sua voce scivolava nella stanza come un vento gelido…
Le sue mani, lunghe e affusolate, sfioravano gli oggetti con rispetto rituale, come se ogni soprammobile custodisse un segreto da non profanare.
Elisa lo ricordava soprattutto per il modo in cui si muoveva lungo il corridoio…passi misurati e un lieve cigolio delle scarpe che si perdeva nell’eco delle scale. Le aveva mostrato l’appartamento con gesti teatrali, aprendo porte come se rivelasse stanze di un castello e indicando con un dito gli angoli migliori dove la luce invernale si posava più dolcemente. C’era qualcosa di affascinante e insieme inquietante in quella presenza…come se il palazzo stesso vivesse al ritmo del suo respiro…
L’appartamento di Elisa era un labirinto di luci e ombre, un luogo dove il moderno e l’antico si intrecciavano in un silenzioso dialogo.
Le pareti bianche, che di giorno riflettevano la luce solare filtrata dalle tende, di notte si trasformavano in tele per giochi di ombre che danzavano al ritmo dei suoni della città.
Il soggiorno era dominato da un divano in pelle, la cui superficie liscia e fredda contrastava con i morbidi cuscini di velluto sparsi sopra.
Di fronte, un televisore era incastonato in una parete, circondato da mensole su cui erano disposti oggetti d’arte e libri di design. Un tappeto geometrico in toni di grigio e nero definiva lo spazio, aggiungendo un tocco di eleganza sotto i piedi.
La cucina, separata dal soggiorno da un bancone di granito nero, era un capolavoro di minimalismo.
Ogni utensile aveva il suo posto, e le superfici brillavano di una pulizia impeccabile.
Una serie di sedie alte in metallo invitava a sedersi al bancone per una colazione veloce o un caffè pomeridiano, mentre una lampada a sospensione illuminava la scena con una luce calda e accogliente.
La camera da letto era un rifugio di pace, con una grande finestra che si apriva su un balcone fiorito.
Il letto, grande e invitante, era coperto da lenzuola di lino e da una trapunta in seta rossa, accanto, un comodino ospitava una pila di libri e una sveglia dal design d’altri tempi.
Un’ampia cabina armadio offriva spazio a sufficienza per un guardaroba metropolitano.
Il bagno era un’oasi di relax.
La vasca, ampia e profonda, invitava a lunghi bagni schiumosi, mentre le candele profumate e i sali da bagno suggerivano serate di puro benessere. Le piastrelle lucide riflettevano la luce delle lampade a muro, creando un effetto che trasformava il bagno in un luogo di fuga dalla frenesia urbana.
In questo appartamento, Elisa aveva trovato il suo angolo di mondo e dove poteva scrivere il prossimo capitolo della sua vita.
Tuttavia, in mezzo a questa modernità, spiccava un pezzo che sembrava fuori luogo, un vecchio scrittoio in legno scuro.
La sera, quando le ombre si allungavano e la città si silenziava, l’appartamento assumeva un’atmosfera diversa.
Le linee pulite e i materiali di pregio del mobilio moderno, come l’acciaio lucido e il vetro temperato, si fondevano armoniosamente con la morbida illuminazione delle lampade a sospensione, creando un’atmosfera sofisticata e misteriosa.
Al centro di questo equilibrio stilistico, troneggiava lo scrittoio d’epoca. La luce fioca creava giochi di ombre che danzavano sulle pareti e il mobile sembrava prendere vita emettendo un suono sordo, d’altronde si sa che il legno è vivo. Erano presenti anche tre cassetti.
La superficie era segnata da graffi sottili che suggerivano una lunga storia di eventi passati.
Elisa si sentiva frizzante ma anche turbata da quella strana atmosfera che percepiva.
Una sera, la sua curiosità la spinse a esaminare più accuratamente il vecchio mobile in mogano.
Si avvicinò allo scrittoio con un misto di reverenza e trepidazione. La luce della notte filtrava attraverso le finestre, illuminando la superficie lavorata del mobile e facendo risplendere i suoi intagli come antichi geroglifici. Con delicatezza, iniziò ad esaminare ogni centimetro del legno, seguendo con le dita le venature che si snodavano come fiumi in una mappa antica.
Volti intagliati creavano giochi di luce e ombre sulle superfici lucide del mobile, come se ogni espressione respirasse al ritmo di una candela tremolante. Le bocche socchiuse e gli occhi scavati trattenevano segreti antichi. Erano presenti tre cassetti ornati con maniglie di ottone consumate dal tempo, Elisa si chiese quante mani le avessero toccate prima delle sue.
Aprì il primo cassetto, il legno sembrava quasi sussurrare segreti dimenticati. Mentre le sue dita sfioravano la superficie polverosa, si imbatté in una piccola pila di fotografie in bianco e nero. Ogni foto era accuratamente posizionata una sopra l’altra, come se qualcuno avesse voluto preservare l’ordine di una storia.
Con un misto di curiosità e trepidazione, Elisa prese la prima fotografia. Raffigurava un uomo dall’aspetto severo, con occhi penetranti che sembravano fissarla attraverso il velo del tempo. La luce giocava stranamente sul suo volto, gettando ombre che sembravano muoversi appena lei cambiava angolazione. Un brivido le corse lungo la schiena mentre posava la foto e passava alla successiva.
Questa volta, una donna elegante appariva davanti ai suoi occhi, vestita con un abito vittoriano che sembrava trattenere il respiro di un’epoca passata. I suoi occhi erano abbassati, come se evitasse lo sguardo di chiunque la osservasse, e una singola lacrima sembrava essere stata catturata proprio nel momento in cui scivolava sulla sua guancia pallida.
Elisa continuò a sfogliare le foto, ogni immagine rivelava un nuovo personaggio, ognuno con una propria storia silenziosa. Un bambino con un sorriso malinconico, un soldato con uno sguardo vuoto, ogni foto sembrava avere una vita propria, eppure insieme formavano una galleria di anime perse.
Passò al cassetto successivo, il suo respiro si fece più pesante mentre la curiosità cresceva. Dentro, c’erano strumenti di scrittura, una penna stilografica dal fusto di ebano e un calamaio di vetro, pieno di inchiostro nero come la notte.
Tentò di aprire il terzo cassetto, ma si rese conto che era chiuso a chiave. Si fermò, il cuore le batteva forte nel petto mentre la pioggia tamburellava contro i vetri e il temporale avvolgeva Torino nella sua mestizia.
Poi, come colpita da un lampo di intuizione, si ricordò del mazzo di chiavi che il locatore le aveva consegnato.
Tra queste, ce n’era una piccola e arrugginita… forse serviva proprio per quel cassetto…la sfilò dal portachiavi in pelle nera e con mano tremante la inserì nella fessura.
Con un clic secco, il cassetto si aprì, rivelando al suo interno un vecchio libro dalla copertina di pelle consumata … un alito d’aria fredda le sfiorò le mani, portando con sé l’odore di carta vecchia e cera.
Elisa sfiorò il titolo inciso con lettere dorate ormai sbiadite, incapace di trattenere un brivido che le percorse la schiena.
Con un misto di timore e fascino, iniziò a sfogliare le pagine ingiallite del libro.
La prima pagina recava la data”13 Dicembre 2004″.
Il suo sguardo si bloccò e ad un tratto una folata di vento spalancò la finestra mentre un tuono che pareva nascere dall’inferno fece saltare la corrente e lasciando Elisa nell’oscurità più totale.
Solo il suono della pioggia e il battito accelerato del suo cuore rompevano il silenzio.
Lentamente si alzò dalla sedia e cercando di farsi strada in quel buio profondo si diresse in camera da letto dove sapeva di avere delle candele.
Amava l’atmosfera che quegli oggetti di cera creavano.
Ne prese un paio,le fissò su un candeliere che aveva comprato in un mercatino rionale qualche settimana prima, le accese tremolante e si diresse verso il salotto dove si sedette per continuare la lettura.
Più scorreva le pagine più percepiva che la sua vita si sfaldava gradualmente, si sentiva debole, impaurita, confusa…
Goccioline di sudore cadevano dalla sua fronte sulle pagine sbiadite, sentiva il suo respiro farsi più sostenuto, le pagine scorrevano fluide raccontando una storia già sentita.
Elisa si sentì come se il pavimento si aprisse sotto i suoi piedi.
Le parole scritte nel libro sembravano danzare davanti ai suoi occhi, e ogni frase risuonava come un’eco nel suo cuore.
… ma non poteva essere vero…
Con le mani tremanti, Elisa continuò a leggere.
Le pagine si susseguivano, e lei si sentiva sempre più coinvolta in quella narrazione che sembrava scritta apposta per lei.
Quella era la sua STORIA… della quale voleva conoscere il finale.
Ogni attimo della sua vita era rinchiuso in quelle pagine che avidamente leggeva, ormai sembrava posseduta dalla voglia di sapere…di sapere come sarebbe stato il suo futuro.
Elisa non poteva sapere che il libro che aveva trovato era molto più di un semplice manufatto antico.
Era un artefatto malefico, creato da un demone astuto e malvagio noto come Agaliarpet. Questa entità oscura aveva il potere di scrutare e alterare il filo del destino, e si dilettava nel giocare con le vite degli umani e con la loro presunzione.
Agaliarept, nella tradizione esoterica, era noto per la sua capacità di ingannare gli esseri umani. Si diceva che potesse far credere alle persone di poter vedere il proprio futuro, ma invece di rivelare verità, conduceva gli individui alla pazzia e ne rubava l’anima.
Il libro era uno strumento di questo gioco crudele. Agaliarpet permetteva alle sue vittime di leggere la storia della loro vita, lasciandole immergersi nei ricordi e nelle esperienze passate ma quando arrivavano al punto di voler scoprire il finale, il testo diventava sfocato e indecifrabile.
Elisa, ignara del pericolo che correva, aveva sfogliato le pagine con crescente ansia, cercando di scoprire il suo destino.
Ma ogni tentativo di focalizzare il finale era vano, perché non era ancora stato scritto. Agaliarpet attendeva nell’ombra, osservando con divertimento la sua vittima, pronto a tracciare l’ultimo capitolo secondo il suo volere.
La presunzione di Elisa di poter controllare il proprio destino la stava lentamente portando alla follia.
Ad un tratto, esausta e priva di forze chiuse il libro di scatto ì, tornò in camera con un solo pensiero che la ossessionava: “Devo sapere! Devo finire il libro per sapere cosa mi attende, DEVO!!!” Si coricò e si addormentò ancora agitata.
La stanza era immersa in una luce soffusa data dalle candele rimaste accese in salotto.
Il demone, nel frattempo, con un sorriso beffardo sulle labbra, sfiorava il libro con una mano, facendo sì che le pagine si voltassero da sole.
Elisa, nel suo sonno agitato, si contorceva sotto le coperte, il viso contratto in una smorfia di angoscia…
Agaliarpet era pronto a scrivere il gran finale di quella storia.
Ad un tratto Elisa fu svegliata da sussurri inquietanti e voci incomprensibili provenienti da un mondo oscuro.
Cercò di reagire, ma il suo corpo era paralizzato…
Le presenze sembravano voler comunicare qualcosa ma Lei era troppo spaventata per comprenderlo…
Voci da ogni parte invocavano di non fermarsi…di continuare a leggere…fino alla fine…fino alla fine…fino alla fine…
Ad un tratto vide un’ombra muoversi nel corridoio in maniera sinuosa come in una danza macabra.
Una figura femminile coperta da un velo si stava avvicinando a Lei lentamente ma in maniera costante…
Le sfiorò la caviglia con mano bianca nivea.
Un brivido glaciale corse lungo la schiena di Elisa e la paralizzò…
cercò di urlare, ma la voce era bloccata nella sua gola arida, gli occhi sbarrati fissi su quella strana presenza che ondeggiava.
La figura si avvicinò lentamente. il velo lasciava intravedere un sorriso forzato…
Si chinò verso la ragazza svelando il suo volto…era il volto di Elisa.
Gli occhi vitrei e scavati della presenza la fissavano…
Il terrore avvolse la stanza mentre le risate sinistre e le ombre spettrali riempivano l’ambiente di suoni.
Gli occhi di Elisa si annebbiarono, le risate lontane si trasformarono in un coro che la chiamava per nome. Cercò ancora una volta di muovere le labbra, di chiedere aiuto, ma la voce si dissolse in un filo di vento.
Quando il suo respiro si fermò, la figura velata si chinò un’ultima volta e posò la mano sul suo cuore immobile. Le ombre si ritirarono lentamente, come se avessero completato ciò che volevano, lasciando dietro di sé solo il silenzio e il vuoto. Sul pavimento, la luce tremolante della lampada disegnava l’ombra di un sorriso che non apparteneva più a nessuno.

Agaliarpet si ritrasse nel corridoio, il velo che ondeggiava come fumo…un altro gioco era stato concluso.
All’alba i raggi del sole illuminavano la casa penetrando dalle finestre mentre fiocchi di neve iniziavano a coprire le strade e i tetti di un bianco candido. All’interno le stanze erano perfettamente in ordine, tutto profumava di buono.
La casa stava aspettando un nuovo affittuario… che si presentò alla porta.
Il locatore gli porse le chiavi con delicatezza e se ne andò. Tra il mazzo che gli venne consegnato, il nuovo inquilino notò subito la chiave antica e arrugginita. Un sorriso gli increspò il volto, rivelando un’insaziabile curiosità, non sapeva però che quella chiave avrebbe potuto condurlo verso una strada oscura. Notò la credenza antica, si avvicinò e vide i volti umani intagliati nel mobile…su tutti spiccava quello di Elisa… che lo fissava.
Il locatore nel frattempo scese le scale con la stessa teatralità con cui le aveva salite, la hall del palazzo sembrò inghiottirlo. La neve continuava a cadere, soffice e implacabile, cancellando le impronte che il locatore lasciava dietro di sé.
Quando il portone d’ingresso si chiuse, il palazzo tornò a un silenzio che sapeva di attesa.
Ma nel vicolo, tra i lampioni gialli, il locatore si fermò, si voltò a guardare la finestra dell’appartamento e, con un sorriso malizioso, disse:

”Che un altro gioco abbia inizio…”