La Soglia Oscura
Monografie

LA STRÌA GATINA, L’ULTIMA STREGA D’ITALIA
di Alessandro Schümperlin

Cervarolo, Valsesia, 22 gennaio 1828.
Quella notte nessuno avrebbe voluto essere nella sua pelle. Ma Margherita Guglielmina De Gaudenzi non lo sapeva ancora. Stava dormendo nella sua casa, fuori dal paese, con la figlia gravemente malata nel letto accanto, quando i passi arrivarono nel cortile.
Era il 22 gennaio 1828. Non il Medioevo. Non l’epoca della Santa Inquisizione. Il 1828: l’anno in cui a Parigi si sperimentava il primo tram a vapore, l’anno in cui il mondo stava voltando pagina. Eppure in una borgata arroccata sulle montagne del Piemonte, a 876 metri di quota, una donna anziana stava per essere linciata perché la si credeva strega.
Questa è la storia della Strìa Gatina. Una storia di superstizione, di paura collettiva e di violenza brutale. Ma soprattutto, è la storia di una donna a cui fu, in qualche modo, negato persino il proprio nome.

Un nome che nessuno ricordava
Si chiamava Margherita Guglielmina De Gaudenzi. Aveva 64 anni, era vedova, viveva in una casa di sua proprietà appena fuori da Cervarolo, piccola comunità della val Mastallone, poco distante da Varallo Sesia. Con lei viveva la figlia Marta Maria, in quei giorni gravemente ammalata. Non era ricca, non era povera; era sola.

Ma il suo vero nome, a Cervarolo, quasi nessuno lo conosceva. Tutti la chiamavano la Strìa Gatina. Il soprannome: probabilmente legato al gatto, animale da sempre associato all’occulto; si era incollato a lei come una seconda pelle, soffocando l’identità vera. La parola stria veniva dal latino striga, a sua volta da strix: civetta, uccello notturno, creatura di cattivo auspicio. In Valsesia si usava anche masca. Cambiava il termine, non la sostanza: una donna con quel soprannome era già mezza condannata.

La Gatina era conosciuta come guaritrice, abile negli impacchi e nei rimedi della tradizione montana. Ma aveva anche la fama di essere scomoda: una presenza ingombrante, petulante, capace di infilarsi nelle case dei vicini senza essere invitata e di non andarsene più (dicevano di lei alcuni detrattori). Lo scrittore valsesiano Giuseppe Lana, nel suo “Errori volgari nella fisica” del 1830, la descriveva così: “…una statura alta, con una faccia deforme, nera, bitorzoluta, con una guardatura fiera, contorniata da un profondo increspamento degli angoli delle palpebre…”. Un ritratto costruito apposta per demonizzare; una serie di stereotipi, non abbiamo trovato immagini di lei e quindi non sappiamo quanto era caricatura e quanto era reale “analisi” della sua fisicità. Resta il fatto che quello è a tutti gli effetti un ritratto che, in fondo, avrebbe contribuito a ucciderla.
Lo stesso Lana spiega, sempre nello stesso libro anche la motivazione della condanna a morte della donna.

Il villaggio, le vijà e le streghe che popolavano l’ombra
Per capire quella notte di gennaio bisogna capire il mondo in cui la Gatina viveva. Cervarolo nel 1828 contava poco più di 1.200 persone. Una comunità chiusa, arroccata su un ripido pendio alpino, dove le voci circolavano veloci e il giudizio collettivo poteva trasformarsi rapidamente in sentenza.
Le sere d’inverno si passavano nelle vijà: le veglie nelle stalle, al caldo degli animali, dove si filava, si raccontavano storie e si tramandavano credenze antichissime. Ed erano le streghe a farla da padrone in quei racconti. Creature che stringevano un patto con il diavolo in cambio di poteri oscuri: la capacità di lanciare malefici, di far ammalare uomini e bestiame, di portare la morte. Non erano leggende remote: erano presenze reali, vissute come tali, temute nel profondo.
In questo clima, avere il soprannome di Strìa era già un processo. Mancava solo la condanna senza appello.

La notte all’osteria
La miccia si accese qualche giorno prima, tra i tavoli di un’osteria. Un uomo di Cervarolo, Battista Folghera, era gravemente malato. Suo fratello Gaudenzio e il compaesano Giovanni Antonio De Gaudenzi (omonimo della vittima, per uno di quegli scherzi beffardi della storia) erano convinti di sapere chi ne fosse la causa: la Gatina. L’accusavano anche di aver già ucciso con un maleficio un altro uomo del paese, nella fattispecie un parente di De Gaudenzi.
C’era poi un dettaglio che avvampava ulteriormente gli animi: qualche tempo prima i due (il parente di De Gaudenzi e Battista Folghera) avevano abbattuto un noce in un campo che era stato di proprietà della Guglielmina. E dopo poco il famigliare di De Gaudenzi muore e Battista Folghera “cade” malato gravemente; la giustificazione del morbo di uno e la morte dell’altra era semplice, così semplice che circolava tra i tavoli dell’osteria del paese ed era questa: “La strega ha fatto fattura ai due e ne ha predetto la morte, perché hanno tagliato il noce.” Un nesso causale assurdo, eppure solidissimo nell’immaginario del tempo.
Nella fatti spece Lana, sempre in “Errori volgari della fisica” asserisce che: ”Avvenne che nell’inverno del 1827 insorta una contesa su la proprietà di una pianta, a due uomini che stavano ad estirparla si presentò questa supposta strega, che pretendeva anch’essa d’aver delle ragioni su di quella pianta, e intimò loro di guardarsi ben bene dall’atterrarla, e diversamente giurava, facendo in quel mentre mimici segni coll’indice e medio delle mani, e battendo col piede la terra, che entro l’anno sarebbero morti entrambi. Dopo lunga altercazione e reciproche contumelie si sorpassa alle minacce della brutta vegliarda e fu continuato l’intrapreso sradicamento.”

Quella sera in osteria De Gaudenzi e Folghera cercarono qualcuno disposto ad accompagnarli dalla Gatina per farle “disdire la maledizione”. Non andarono da soli per paura. Avevano bisogno di coraggio collettivo. O forse di testimoni. Ubriachi o fermamente convinti, o entrambe le cose, la loro logica era spaventosamente semplice: “Se la strega aveva già ucciso uno e fatto ammalare l’altro, poteva colpire ancora. Andava fermata.”
Quello che emerse poi nel processo (ne parleremo poi meglio dopo) aggiunge un dettaglio agghiacciante: il vice sindaco Giovanni Del Zanno e il consigliere comunale Giuseppe Tognini avevano “proposto” ai due di andare dalla Gatina per spaventarla, per “farla desistere da quello che aveva già fatto”. E De Gaudenzi, prima di partire con la spedizione punitiva, e con l’omicidio, e poi sparire nel nulla, confessò pubblicamente che lui e il complice si erano sentiti autorizzati dall’amministrazione comunale ad agire. La comunità intera, in qualche modo, aveva firmato la sentenza.
Il 22 gennaio 1828
Quando Margherita Guglielmina si mise ad urlare, la massacrarono di botte. La lasciarono morta nel cortile di casa sua, a poca distanza dalla figlia malata che non poté fare nulla.
Era buio. Era gennaio. Era una borgata di un monte piemontese, nell’anno di grazia 1828.

Folghera e De Gaudenzi si diedero immediatamente alla latitanza, quando capirono che sarebbero finiti in galera. Le indagini del Regio Fisco del Tribunale di Prefettura di Varallo li identificarono in fretta come autori del delitto, ma i due erano già spariti. Il processo si svolse in contumacia dato che i due erano “irrintracciabili”. Folghera fu condannato a 7 anni di carcere, De Gaudenzi a 10. Pene miti, anche allora, per un omicidio con l’aggravante del preterintenzionale. Vice sindaco, consigliere e un terzo compaesano finirono nelle Regie Galere di Varallo per istigazione a delinquere, ma vennero scarcerati e prosciolti nel giro di poche settimane.
Nel 1831, con l’indulto di Carlo Alberto di Savoia, appena salito al trono del Piemonte, il capitolo venne ufficialmente chiuso. I due assassini non tornarono mai più in valle e a casa loro. Nessuno li rivide. Restarono latitanti per sempre, anche quando non c’era più nessuno a cercarli.

Dalla cronaca alla memoria
Per decenni la storia della Gatina rimase sepolta negli archivi. A riportarla alla luce fu Caterina Triglia, che nel 1983 pubblica “La strega di Cervarolo” per le edizioni Corradini. Da quel momento la figura di Margherita Guglielmina comincia lentamente a essere rivalutata. Enzo Barbano, nel suo saggio “I nomi di Sua Maestà” (Società Valsesiana di Cultura, 1990), analizza le cronache giudiziarie dell’epoca e offre una chiave di lettura più articolata, restituendo spessore storico a una vicenda che rischiava di restare aneddoto.
Il gesto più significativo arriva nel 2005: un’effigie su pietra viene installata sulle rive del Mastallone, a Varallo Sesia. L’epigrafe recita:

“In memoria della Strì Gatina,

ultima strega massacrata in Italia,

trucidata a Cervarolo di Varallo il 22.1.1828,

custode dell’antica sapienza montanara”

Quasi duecento anni dopo, la vittima ha finalmente un nome scolpito nella pietra, seppur senza usare il suo nome di battesimo. Non più come strega: come donna.

Lo specchio che non invecchia
Sarebbe comodo archiviare la storia della Strìa Gatina come un residuo di un’epoca oscura, un errore del passato da cui ci siamo emancipati. Ma sarebbe disonesto.
La tecnica della demonizzazione è semplice e antica: costruire attorno a un individuo, o a un gruppo, un’immagine distorta, mostruosa, necessariamente colpevole. Dare un nome al male, incarnarlo in qualcuno che già è ai margini, che è diverso, scomodo, non conforme. E poi agire di conseguenza, convinti di fare la cosa giusta.
Streghe e stregoni non sono mai esistiti come li hanno immaginati, cercati e giustiziati certi inquisitori. Sono stati persone (spesso donne sole, anziane, povere, bizzarre, difformi dai canoni) a cui si poteva dare la colpa di tutto: delle malattie, delle morti, dei raccolti bruciati, del bestiame malato. Più erano vulnerabili, più erano utili come capri espiatori.
Margherita Guglielmina De Gaudenzi era una donna sola, anziana, dall’aspetto non gradevole secondo i canoni del tempo, con la fama di essere fastidiosa. Per questo è stata uccisa. Non per altro.
La lapide sul ponte Antonini di Varallo Sesia è lì a ricordarcelo. E a ricordarci che: prima di qualunque ideologia, prima di qualunque sistema di credenze, prima ancora dell’odio; c’è sempre la stessa, vecchissima paura: quella del diverso. Che qualcuno, prima o poi, decide di trasformare in violenza.

Fonti e approfondimenti
Caterina Triglia, La strega di Cervarolo, Edizioni Corradini, 1983
Enzo Barbano, I nomi di Sua Maestà, Società Valsesiana di Cultura, 1990
Giuseppe Lana, Errori volgari nella fisica, Milano, 1830
Strega. Ombra di libertà, di Corrado Mornese, Lampi di Stampa, 2004