La Soglia Oscura
Racconti

LISSA
(“Name of Horror”)
di Alberto Masoni

Mi chiamo Joseph. La prima volta che la vidi stava sotto un lampione, proprio davanti al mio palazzo, immobile come una statua che non teme la pioggia. Capelli neri, lunghi, lucidi come vetro bagnato; pelle chiara che pareva risplendere anche nel buio; un cappotto scuro che le disegnava i fianchi come un’ombra che si muove appena. Era bellissima. Non una bellezza normale: una bellezza che ti costringe a guardare.

Ma furono gli occhi a scuotere la mia anima: due pozzi magnetici che ti attirano e ti svuotano insieme. Quando alzò lo sguardo verso la mia finestra, una frase attraversò la mia testa: “Ti ho visto.” Mi si gelò il sangue.

La sera dopo la vidi entrare nello stabile di fronte al mio, un palazzo antico che emanava una luce d’altri tempi. Le grandi vetrate riflettevano pallidi bagliori, e attraverso di esse si intravedevano le scale che salivano verso i vari appartamenti. Camminava con una grazia innaturale, senza fretta, come se ogni passo scandisse un tempo senza fine. Rimasi alla finestra, il respiro corto. Un pensiero mi avvolse: “Chi sei?” sussurrai.

Quella notte mi coricai e… sognai.

Ero in un corridoio con pareti bianco latte che non finiva mai; aprivo porte e dietro ciascuna c’era lei, immobile, che mi guardava con lo stesso sorriso glaciale. Mi svegliai sudato e andai in bagno a rinfrescarmi: gocce di sudore scendevano lente dalla fronte e ne sentivo il ticchettio nel lavabo, come un orologio lento e costante.

Tornai a letto e mi addormentai.

Il giorno dopo alle 22:30, aprii le tende e la vidi alla finestra di uno degli appartamenti del palazzo di fronte, ferma come una sentinella. I suoi occhi erano puntati su di me, e per la prima volta provai la vertigine di essere osservato come un animale in gabbia. Sentii la sua presenza come un tocco freddo nella testa: “Non chiudere le tende. Ti vedo meglio così.”

“Perché mi guardi?” chiesi con un leggero tremore. “Perché sei interessante.” La frase non uscì dalla sua bocca, ma rimbombò dentro il mio cranio.

Chiusi gli occhi e quando li riapri, la donna era scomparsa dalla finestra.

Forse era andata a dormire, preparai un caffè e mi misi a letto, ma il pensiero di quella donna iniziava ad insinuarsi dentro di me.

Quando rientrai dal lavoro, il giorno dopo, accesi la luce d’ingresso del mio appartamento, il corridoio si illuminò, nello specchio vicino alla porta vidi la mia ombra… e dietro la mia, una seconda sagoma: più lunga, più sottile, perfettamente immobile. Mi voltai di scatto. Il corridoio era vuoto, silenzioso. Nella testa arrivò un’altra frase netta: “Non serve che mi cerchi. Sono già dentro.” “Dentro cosa?” mormorai. “Dentro te.”

Il cuore prese a battere come un martello contro una porta chiusa; sentii il sangue salire alle tempie, un ronzio sottile nelle orecchie, e la sensazione che la sagoma stesse aspettando che Io smettessi di respirare.

Ero spaventato.

Dopo quell’episodio ogni giorno la vedevo… in piedi vicino alla finestra del suo appartamento, la silhouette contro il vetro. Mi parlava senza muovere le labbra e io la sentivo. Cercai di rompere il filo: “Perché sei qui?” le chiesi, quasi supplicando. “Perché mi piaci. La tua paura è dolce. ” rispose, e quelle parole scesero nella mia gola come acqua gelata. “Cosa vuoi da me?” domandai. “Te.” Sentii un odore strano e misterioso: un profumo freddo e metallico, come l’aria di una cantina mescolata a una fragranza dolce e accattivante.

Quella notte sognai ancora, ero sdraiato sul letto, incapace di muovermi, mentre lei camminava intorno a me in cerchio: “Ti spezzerò piano. Così sentirai ogni pezzo.”

Mi svegliai di colpo e trovai una ciocca di capelli neri sul cuscino, liscia e fredda; non erano i miei. Sentii la sua voce, più intima, più insistente: “Non devi resistere. La resistenza è inutile.” “Perché fai questo?” urlai, la voce strozzata. “Perché posso,” rispose. “No!” gridai. Lei rise, un suono sottile che mi attraversò la testa come seta che striscia su pietra.

Mi alzai dal letto, corsi alla finestra e lei era li, che mi fissava dalla sua vetrata, sollevò una mano per indicarmi, all’improvviso una luce mi avvolse, iniziai a sentire le gambe cedere e svenni.

Il giorno dopo mi alzai, non capivo cosa fosse successo. Andai alla finestra ma lei non c’era.

Non sapevo più cosa pensare.

Al lavoro mi sentivo turbato, tutti se ne accorsero ma feci finta di nulla, d’altronde nessuno mi avrebbe creduto.

Tornai a casa ma non guardai dalla finestra, volevo dimenticare tutto ma… alle 00:03, sentii un rumore provenire dal palazzo di fronte.

Mi affacciai e la vidi ancora. Non era semplicemente lì: mi aspettava. La sua figura sembrava scolpita nel vetro, come se fosse parte dell’edificio, un’ombra che aveva imparato a imitare la forma umana. La luce alle sue spalle tremolava, e ogni tremolio deformava il suo volto, lo allungava, lo spezzava, lo ricomponeva. Quando alzò la mano, lo fece con una lentezza innaturale, come se stesse sollevando un peso immenso. Solo dopo un istante vidi il coltello. Non brillava: assorbiva la luce, la divorava. E con quella lama mi indicò, come se volesse tracciare una linea invisibile tra la sua finestra e la mia.

Un gelo mi attraversò la nuca. Sentii il cuore cambiare ritmo, come se avesse perso il controllo del proprio tempo. Lei si mosse. Un passo indietro, un’ombra che scivola, poi il rumore della sua porta che si apre. La vidi uscire dall’appartamento, scendere le scale di corsa, correva come qualcosa che non dovrebbe avere un corpo. Attraversò la strada senza guardare, senza esitazione, come se la notte stessa le avesse spianato il cammino. Entrò nel mio palazzo.

Mi chiusi in casa, la sedia contro la porta, le luci spente, il respiro trattenuto. Il buio mi avvolse, ma non mi nascose: mi espose. Sentivo il mio stesso battito rimbombare nelle orecchie, come se il cuore fosse diventato un tamburo di guerra.

Poi arrivarono i passi.

Lenti. Pesanti. Costanti.

Ogni passo era un colpo che risuonava nel corridoio, un suono che sembrava provenire da molto più lontano, come se il palazzo fosse diventato un tunnel infinito. Ad un tratto quel suono si fermò proprio davanti alla mia porta. Il silenzio che seguì fu peggiore del rumore.

Poi un colpo. Non forte. Non violento. Un colpo… curioso, come se stesse bussando con un dito, per sentire la consistenza del legno, per capire quanto fosse sottile la barriera tra noi.

“Non puoi nasconderti. Vengo a prenderti!”

La sua voce non arrivò da fuori: arrivò da dentro la mia testa. Un profumo dolce e acre filtrò attraverso la fessura, un odore che sembrava fatto di fiori appassiti e sangue secco. Mi riempì la stanza, mi entrò nei polmoni, mi fece tremare le ginocchia.

Poi la lama. Spuntò dalla fuga della porta. Si muoveva lentamente, avanti e indietro, su e giù, come se cercasse il punto esatto in cui farsi strada. Il coltello luccicava nel buio ed emanava un bagliore freddo, malato.

“Sai cosa mi piace di te?” disse. “Che non smetti di tremare.”

Chiusi gli occhi. Li riaprii. Silenzio.

La lama era sparita. Il profumo era svanito. Sentivo solo il mio respiro e il rumore lontano della pioggia.

Il giorno dopo qualcosa dentro di me si spezzò. Non fu un pensiero, né un’emozione: fu un rumore. Un crack interno, come se una parte di me avesse ceduto sotto un peso invisibile. Non era più paura. Era un vuoto che mi divorava, una fame che non aveva forma né nome. Mi muovevo nella casa come un intruso, toccando gli oggetti come se appartenessero a qualcun altro. Ogni superficie era fredda, ostile.

Presi un coltello dalla cucina. La lama non brillava, ma nelle mie mani sembrava viva. Aveva un peso sacro, come se fosse stato creato per un solo gesto, un solo destino. Le mani mi tremavano, ma la voce nella mia testa era ferma, limpida, inevitabile: “È il momento.”

Aprii la porta. Il corridoio mi accolse, come se sapesse cosa stavo per fare. Corsi giù per le scale, il cuore che mi esplodeva nel petto, ogni gradino un colpo, un rintocco, un ordine. Attraversai la strada senza guardare, come aveva fatto lei. Raggiunsi il palazzo di fronte.

La porta si aprì da sola, con un cigolio che sembrava un sospiro. L’atrio era immerso in una penombra che sembrava non appartenere a questo mondo. Salì le scale di corsa, due gradini alla volta. Il respiro era corto, la testa piena di immagini che non capivo: il suo volto, la lama, la mia porta, il buio, il silenzio.

Al terzo piano vidi la porta di un appartamento spalancata. Non era semplicemente aperta: era dischiusa come una bocca, pronta ad inghiottire.

Dall’ingresso filtrava una luce fioca, tremolante, come se qualcuno avesse acceso delle candele.

Nella testa una parola, una sola: “Entra.”

E la vidi. In piedi, al centro della stanza, bellissima, immobile, a guardarmi. Un bagliore sottile cadeva sui suoi capelli come su una cascata d’inchiostro. Per un attimo tutto si fermò. “Finalmente!” disse, la sua voce era un sussurro che mi attraversava le ossa. Mi scagliai verso di lei con il coltello in mano, urlando, la disperazione che mi spingeva oltre ogni ragione. Le dita cercavano il collo, la lama cercava carne.

Chiusi gli occhi, la colpii e lei cadde à terra.

Quando li riaprii, l’appartamento emanava un silenzio totale: non come se fosse stato sgomberato, ma come se non fosse mai stato abitato. Pareti scrostate, pavimento coperto di polvere, nessun mobile, nessun odore, nessuna traccia di vita. Davanti a me giaceva il corpo della donna, il coltello mi cadde dalle mani. Le ginocchia cedettero… poi mi alzai…

Scesi lentamente le scale, attraversai la strada, raggiunsi casa e chiusi la porta dietro di me. Tremavo come una foglia. Guardai la finestra del palazzo di fronte: non c’era più nessuno a fissarmi.

Non ce la feci più. Presi il telefono con le mani che non riuscivano a smettere di tremare. “Ho ucciso una donna. Venite subito!” dissi con voce rotta. La polizia arrivò in pochi minuti, luci blu che tagliavano la notte.

Li accompagnai nello stabile di fronte. Entrarono con passo misurato nell’abitazione della donna, le torce che disegnavano cerchi di luce sulle pareti spoglie; controllarono ogni stanza, ogni angolo, ogni armadio. Sollevarono i tappeti, aprirono i cassetti, ispezionarono i mobili più nascosti. Non trovarono nulla: nessun corpo, nessuna traccia, nessuna donna.

Le mie gambe si piegarono di colpo, le ginocchia affondarono nel freddo del pavimento; la voce mi tradiva, spezzata e ripetitiva. “L’ho uccisa… era qui… era qui!!” ripetevo, come se pronunciare quelle parole potesse richiamarla. Il respiro aumentava, ogni parola un sussulto.

Ad un tratto il soffitto sembrò sudare. Prima una macchia scura, poi piccole gocce che si staccavano e cadevano lente sulle divise immacolate della gendarmeria. Le gocce erano rosse, lucide, e quando toccavano il tessuto lasciavano un alone che sembrava espandersi. Urlai con tutto il fiato che avevo: “Guardate il soffitto! Piove sangue!”. La mia voce rimbombò nella stanza, strozzata dall’angoscia.

I due poliziotti alzarono gli occhi, le mani che cercavano di mantenere la calma professionale; scrutarono il soffitto, poi si scambiarono uno sguardo. Non c’era nulla. Solo il silenzio e il rumore ovattato dei loro stivali sul pavimento. Chiusi gli occhi per un istante, come per proteggermi da ciò che stavo vedendo; quando li riaprii la vidi dietro ai due uomini, il sangue le incorniciava il viso come una maschera, gli occhi fissi su di me. “È tornata! Scappate, è lì, dietro di voi!” gridai, la voce che si spezzava tra il terrore e la supplica. “Non potete non vederla, non potete!”

I due si voltarono, cercarono con lo sguardo, ma non c’era nulla: soltanto io la vedevo.

La donna sollevò un braccio con lentezza innaturale; nella mano stringeva un coltello.

Il mio cuore cominciò a battere così forte che lo sentii fino alla testa, le mani mi tremavano, ogni suono lo sentivo distante, come se fossi immerso nell’acqua.

Per un istante tutto si fermò: il respiro, il tempo, la ragione. Poi mi gettai su di lei con tutta la forza che avevo, cercando di afferrarle il braccio, di strapparle il coltello. Sentii il contatto, il freddo della lama contro la mia pelle, un dolore acuto che esplose e poi… buio… silenzio…

Mi risvegliai in una stanza bianca: pareti lisce come vetro, una luce fredda e uniforme che non produceva ombre né riflessi, e una porta chiusa senza maniglia visibile. L’aria aveva un odore di disinfettante e metallo; il soffitto era basso, punteggiato da una griglia di luci che emettevano un ronzio sommesso. Sul comodino, un bicchiere d’acqua mezzo vuoto.

Dal corridoio arrivarono voci ovattate, poi più chiare: “Lo abbiamo trovato in piena follia; ha cercato di aggredirci, ma siamo riusciti a fermarlo in tempo. Dovete trattenerlo qui: è pericoloso e ha allucinazioni continue”. Capì, in un lampo, che ero stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Le parole rimbombarono nella stanza come un verdetto.

La prima notte, mentre fissavo il soffitto e contavo le piastrelle per non pensare, vidi apparire quella donna. Stava in piedi vicino al mio letto, immobile e fiera: pelle pallida, capelli scuri raccolti in modo disordinato, occhi che sembravano assorbire la luce. Indossava un abito semplice che ondeggiava appena, come se un vento interno lo muovesse. Non fece alcun passo; era lì, e basta.

La sua voce si insinuò nella mia testa, netta come una sentenza: “Non ti ho mai chiesto di uccidermi”. Poi, più lenta e profonda, come se scavasse dentro di me: “Ti ho chiesto di impazzire.” Infine, con la calma glaciale di chi chiude un libro, aggiunse: “Io sono Lissa. La dea che si nutre della paura delle persone. La follia è il mio tempio. E tu sei stato la mia ennesima vittima”.

Si voltò e se ne andò senza fare rumore, come se la porta non avesse mai avuto bisogno di aprirsi. Rimasi lì, le mani sudate, il cuore che non riusciva a ritrovare il suo ritmo. Sentii il letto scricchiolare sotto il mio peso, il respiro accelerare, e la stanza sembrò restringersi attorno a me. Sapevo che non ero stato il primo e che non sarei stato l’ultimo; sapevo che, là fuori, la dea continuava a camminare, a scegliere, a sussurrare. Mentre la notte si addensava e il corridoio si faceva più lontano, compresi che la sua vittoria non era fatta di sangue ma di mente: aveva trasformato la mia paura in cibo, e io ero diventato una sua pedina.

E ora che hai finito di leggere questo mio diario, non voltarti… perché… Lei è lì… ti osserva… e sta scegliendo te.