La Soglia Oscura
Racconti

MADRUGADA
di Elisa Costa

Da qualche parte, nella città di Siviglia, di sicuro c’era un cimitero. Davanti al cimitero dovevano esserci… Delle case, un palazzo con tanti piani.

E forse al piano più alto, in una soffitta, viveva una giovane poetessa.

Le piaceva dormire di giorno: mentre il mondo, fuori, faceva rumore, lei riposava su un letto a una piazza addossato alla parete; con le tapparelle abbassate sulla finestra a mezzaluna, niente poteva disturbare la ragazza lassù. Soltanto pochi raggi di sole riuscivano a raggiungere quell’appartamento a due stanze: di nascosto indoravano il muro e disegnavano arabeschi tra i granelli di polvere volanti nell’aria. Ma la poetessa, addormentata, non li vedeva.

Solo quando le ombre cominciavano a stendersi sull’antica città, allora lei si svegliava. Dedicava le ore della notte all’arte di scrivere, perché, diceva, certe creature dell’inconscio come la poesia vanno compiute al buio.

Tuttavia, arrivò un momento in cui la poetessa non fu più capace di comporre quei versi onirici che non potevano vedere la luce del giorno. Sebbene la candela mandasse il suo lume più seducente, invitando ai sogni e ai misteri, e sebbene la primavera fosse tiepida come non era stata da anni, le parole non scorrevano come un tempo. Si perdevano prima di cadere sulla pagina bianca.

Una sera, all’avvicinarsi del tramonto, ella sospirò guardando il cimitero sotto la finestra: i viali severi si snodavano in un labirinto, delineati da file di lapidi grigie. La ragazza osservava gli ultimi visitatori che si affrettavano a oltrepassare il cancello di ferro, il quale si chiuse zoppicando allo scoccare di una certa ora sull’orologio; poi ci fu solo il nulla, silenzio di tombe stanche.

Eppure, come un padrone di casa che tira il fiato dopo la partenza degli ospiti, alla fine una figura cominciò a muoversi. Affilando la vista tra gli ultimi brandelli di luce, la poetessa la scorse nella solitudine del camposanto. Sì, era… Per un istante le sembrò un cumulo di foglie, sollevato dal vento che veniva da nord. Però, scoprì a mano a mano che la sagoma avanzava, in realtà si trattava di qualcos’altro: non era un mucchio di scarti, ma un profilo quasi umano; e non erano foglie quelle cosette leggere che gli svolazzavano addosso, bensì pezzi di carta.

Lo strano individuo camminava nella dimora dei defunti, calpestano i sassolini del viale con passo lieve. Seminava qua e là frammenti di fogli stracciati, come un pavone che perdeva le piume. Sbalordita, la poetessa lo spiava e stringeva forte la balaustra della sua finestra, mentre cercava di farsi piccola piccola per non essere notata.

Il vento, intanto, fischiava sempre più minaccioso con la promessa di un temporale.
L’estate è precoce quest’anno, pensò.

Un alito d’aria strappò via un’altra pagina dal corpo dell’uomo-libro: e il brandello di carta, all’improvviso per capriccio, volò via più lontano come se avesse una volontà propria.

Indugiò maliziosamente davanti alla mezzaluna della soffitta, così che la poetessa, senza riuscire a trattenersi, potesse allungare le dita sul foglietto sottile. Con grande sorpresa, scoprì delle lettere tratteggiate a matita: minute, tondeggianti, andavano a creare parole che si legavano le une alle altre con tanto profondo sentimento; e gli occhi della poetessa si inumidirono di lacrime.

C’era una poesia, la più bella e struggente che lei avesse mai letto. Qui i versi si prendevano per mano, qui sembravano fermarsi e lasciare un sentimento sospeso nel vuoto.

Come un addio pronunciato molto prima di separarsi.

La poetessa finì di leggere; il cielo di Siviglia, insieme al cimitero sotto la finestra, era sprofondato nel silenzio. Dell’occulto viandante fatto di poesie non restava più traccia.

La stessa notte ella riempì d’inchiostro lunghe pagine prima intonse, scrivendo febbrilmente mentre la cera si consumava sotto alla fiamma della candela: la voce impressa su quello scampolo di carta aveva riacceso in lei qualcosa che s’era spento, e ora girava in tondo nella sua mente, in una spirale dalla quale scaturiva una malinconia dimenticata.

La voce le parlava, adesso, familiare e inquietante quanto i canti dell’infanzia. La soffitta respirava.

Però, se l’estate era giunta a Siviglia soffiando fumo caldo lungo le strade, e se era poi maturata per declinare in un agosto già colorato di rimpianto, così l’incanto invecchiava: dietro la mezzaluna della sua finestra, la ragazza scriveva; ma l’emozione provata quella volta, dopo aver strappato al vento un pezzetto dell’uomo di carta, era irripetibile. Niente poteva sostituirne il sapore.

Dove sei…

E la poetessa si chiedeva chi fosse lo sconosciuto che regalava i suoi versi agli spiriti del cimitero. Ogni sera, quando si destava al tramonto, lanciava laggiù uno sguardo: tuttavia vi scorgeva soltanto lapidi e fiori riarsi dal sole, insieme ad altri freschi destinati a morire di sete l’indomani. Arrivò al punto di chiedersi se non l’avesse immaginato, in fondo, forse in un sogno confuso con la veglia.

La nostalgia divenne inquietudine, e l’inquietudine si trasformò in ossessione. Le parve d’un tratto che anche alle sue poesie mancasse sempre qualcosa.

E prese a bruciare le pagine.

Sola nella cenere, una sera si ritrovò a fissare la brace del primo fuoco di settembre. Un angolo di carta annerito recava i tratti della sua scrittura; ed era lì, sembrava, per chiederle di raccoglierlo nella mano.

Invece lei distolse lo sguardo e si mise in piedi. Come sotto ipnosi, si vide da una lunga distanza mentre usciva dalla camera, accostava la porta e scompariva nel vespro opaco d’autunno.

Vagabondò per la città, lasciando che il buio le calasse sulle spalle; e poi tornò indietro e finse di non sapere dove andava.

Ma si fermò davanti alle sbarre che sorvegliavano il camposanto. La fronte premuta sul metallo, attese finché il ferro le parve tiepido e allora scrutò le file di lapidi dentro al cimitero: erano mute e solitarie, incorniciate dai coni di luce dei lampioni sulla strada. Dove era anche lei, ma più in alto.

“Perché non sei qui?” mormorò a quello scenario rassegnato.

A sentire non c’era che una tomba vecchia, piena di edera fino a nascondere il nome del morto, e la poetessa chiuse gli occhi.

Era come piangere nel sonno: la gola mandava singhiozzi privi di voce, le lacrime montavano dietro alle palpebre senza trovare una via d’uscita. Eppure, alla fine, lui arrivò.
Ne percepì la presenza dall’altra parte del cancello che separava la morte dalla vita; l’aria della notte si fece satura e quieta, e lui era là quando la poetessa riaprì gli occhi. Anche se lo vedeva male, sfocato, perché le lacrime si mangiavano i contorni della sua figura.

Non rispondeva, affondando sempre un po’ di più nel torpore del cimitero.

“Ti ho già perso”.

Un soffio caldo cominciò a spirare dalle lapidi più lontane, invisibili nell’oscurità, avvicinandosi piano per avvolgere ogni tomba, ogni croce sbiadita, ogni fotografia in grigio e i solchi di terra smossa che segnavano una sepoltura recente. Su tutto passava, quell’alito leggero, e l’uomo di carta non rispondeva.

La poetessa pensò ai resti del suo fuoco, su nella soffitta; che crepitavano quieti, poi mandavano una scintilla e si spegnevano per l’eternità.

“Dimmi almeno chi sei. Non sparire… Ti prego, non sparire”.

Ma quando il vento sottile che si era alzato misteriosamente dalla terra cominciò a strappare le membra dell’uomo di carta, lei vide che non restava nulla là sotto; solo aria brumosa della notte, dove prima c’erano le braccia, il busto, il capo. Con dolcezza, l’ultimo frammento si posò in silenzio ai piedi della ragazza, ed era una pagina bianca. Un ricordo.

La poetessa rimase a contemplarla, forse per ore; le tornò quel senso di qualcosa che finiva senza fare rumore, come un sogno che scivola via quando riaffiora la coscienza. Le avevano detto, una volta, che i veri addii non sono parole: sono momenti, e possono avvenire giorni, anni prima del congedo, in modi insospettati.

Capì che l’uomo delle poesie l’aveva salutata già la notte di maggio in cui ella l’aveva visto passeggiare nel cimitero, proprio lì sul viale dietro al cancello; le aveva lasciato la poesia più bella che lei avesse mai letto, sapendo che essa avrebbe dovuto bastarle per tutta l’eternità. Un unico istante di pace perfetta, da solo, per sopportare mille anni di gelo.

So che non posso tenerti con me, pensò la poetessa mentre si chinava per raccogliere ciò che restava di lui; alzando lo sguardo, vide una vaga linea chiara sull’orizzonte di Siviglia. Ma ho l’impressione… mi piace credere che tu e io siamo fatti della stessa sostanza. Così, quando gli anni cancelleranno la memoria e tutto questo sarà soltanto un fantasma, noi saremo ancora insieme in una poesia.

Una stella a est annunciava l’arrivo dell’alba: quel momento tra notte e mattino che gli spagnoli chiamano madrugada, quando alcuni si svegliano mentre altri vanno a dormire; l’ora in cui le ombre hanno voce. E tutte le illusioni, ecco, diventano reali.