RICORDO DI UNA NOTTE A VOLDUSK
Riccardo Pini
Sono trascorsi dieci anni da quella fatidica notte, eppure tutt’ora non riesco a dimenticare. Ogni evento vissuto, ogni parola detta o ascoltata, ogni dettaglio percepito, sono impressi nella mia mente, in maniera indelebile. Mi ritrovo ancora qui, costretto in questa catapecchia fatiscente, a scrivere su carta ciò che altrimenti continuerebbe a ronzarmi nella testa.
Kiris, mia sorella maggiore, aveva ricevuto una soffiata da fonte affidabile, almeno a detta sua: una creatura deforme disturbava da diverse notti il riposo dei defunti seppelliti nel cimitero di Voldusk; il Primo Cittadino aveva offerto una cospicua ricompensa per chiunque fosse riuscito a risolvere il problema. La lettera di taglia non era stata resa pubblica, ma aveva seguito canali non ufficiali di promulgazione, affinché giungesse solamente a persone capaci e degne di fiducia. Obiettivo mancato, a occhio e croce. Venivano offerti Duecento Ruli, moneta corrente in quella regione nordica, in cambio della prova tangibile della scomparsa del “Mostro”. Questo era il modo in cui il becchino, unico ad averlo visto più volte in quelle notti, si era riferito a quell’essere, fornendo in seguito una sommaria descrizione: creatura dalla vaga forma antropomorfa, di carnagione estremamente pallida, completamente glabra, sporca di terra e fango. In realtà dubito seriamente che avesse usato in prima persona quell’espressione, “vaga forma antropomorfa”, a meno che non si trattasse di un erudito con una profonda passione per il mestiere del beccamorto. Probabilmente la descrizione era stata leggermente edulcorata, in modo da essere degna della penna del Primo Cittadino. Decisione condivisibile, ma che di fatto privava il ritratto della sua autenticità e forse anche della sua accuratezza.
Non era la prima volta che io e Kiris arrotondavamo lo stipendio con lavoretti di questo tipo, ma stavolta Vera aveva insistito per venire con noi. La mia sorellina aveva da poco raggiunto la maggiore età e fremeva per trovare il suo posto nel mondo, possibilmente al nostro fianco. Con i nostri genitori ormai furi dai giochi, inutile spiegare il perché e il per come, eravamo la sola famiglia che le restava, purtroppo per lei. Il sepolcreto di Voldusk non era noto né per la maestosità dei suoi monumenti né per l’origine nobiliare dei suoi defunti ospiti. Si trattava di un cimitero di campagna, estremamente umile, circondato da una semplice recinzione in legno. Per accedervi regolarmente veniva utilizzato un cigolante cancelletto in ferro; in alternativa era più che sufficiente scavalcare il recinto per raggiungere direttamente la zona mortuaria di interesse. Chiunque sarebbe potuto facilmente entrare o uscire da quel luogo, in qualsiasi momento del giorno o della notte, per porgere un saluto a una persona cara o per scavare una propria fossa e ficcarcisi dentro. Quella notte, tuttavia, le uniche anime vive presenti eravamo io e le mie sorelle, attrezzati a dovere per compiere la macabra missione. Indossavo un lungo mantello nero, con il cappuccio calato a coprire il volto, che serviva sia a proteggermi dalla sempiterna pioviggine autunnale del nord sia a nascondere il mio equipaggiamento. Da onesto ladruncolo di strada qual ero, avevo portato con me una piccola borsa contenente arnesi da scasso di varia tipologia, un paio di pugnali ben affilati e una torcia. La mia corporatura minuta e il mio fisico scarno non mi avrebbero mai permesso di indossare con decenza un’armatura o di impugnare un’arma degna di tal nome. Queste mie caratteristiche non erano per nulla condivise dalle mie sorelle, entrambe più alte e muscolose di me. Kiris, la primogenita della famiglia, era una donna dotata di capacità atletiche degne di nota e di un carattere irrequieto e irascibile. In virtù di queste sue caratteristiche, si era ritrovata spesso in mezzo a risse, rivolte e scontri di vario tipo, uscendone spesso se non come vincitrice, almeno come una di quelle che le aveva date di più. Quella notte indossava un’armatura borchiata, mentre impugnava con una mano la spada e con l’altra una torcia, unica fonte di illuminazione presente. Vera, a differenza nostra, era nata con un animo gentile e disponibile, oltre che un aspetto apprezzabile, attributi che la avevano resa oggetto del desiderio di numerosi gentiluomini delle nostre parti. Negli anni aveva appreso l’arte della caccia, con la quale si guadagnava da vivere. Portava un arco con sé, insieme a una faretra ricolma di frecce e una bisaccia da viaggio mezza vuota. Tra tutti e tre avremmo potuto mettere insieme sì e no una decina di Ruli, insufficienti a garantire la nostra sopravvivenza per più di un paio di settimane. Credo siano dunque comprensibili le motivazioni che ci spinsero a muovere i nostri passi in quel maledetto cimitero quella notte.
A Voldusk erano pochi a potersi permettere una lapide in marmo, per questo motivo attorno a noi c’era un terreno disseminato di croci di legno, alcune delle quali perfino prive di intestazione. Ricordo il mio passo affondare nel fango, schivando buche e radici, mentre esploravamo il sepolcreto alla ricerca del mostro. La flebile fiamma della torcia oscillava sofferente in mezzo alla foschia, ma la sottile pioviggine era troppo debole per spegnerla. Fu Vera la prima a incappare in un possibile indizio della presenza della creatura: un cospicuo cumulo di terra e fango oscurava parzialmente una lignea bara dissotterrata. Chiunque avesse compiuto quell’atto sacrilego, non ci era andato molto per il sottile. La fossa sembrava essere stata scavata con foga, senza alcun criterio, quasi come se il lavoro fosse stato eseguito a mani nude. La cassa di legno era stata letteralmente squarciata, presentava infatti un’apertura frastagliata al centro estremamente irregolare. Chinandomi per analizzare la scena, notai immediatamente la presenza di cospicue macchie di sangue oltre che di resti di membra umane in decomposizione. Nelle schegge di legno che fuoriuscivano dallo squarcio, trovai un frammento di unghia, che raccolsi e mostrai alle mie sorelle.
«Miseria che schifo!» fu la risposta che ottenni da Kiris, che osservava la scena con volto disgustato.
Vera invece si limitò a rigurgitare la cena, per fortuna mettendosi in disparte, evitando così di contaminare le uniche prove in nostro possesso. Prima di espellere oralmente la zuppa di patate e porri consumata qualche ora prima, il suo colorito aveva assunto tinte verdognole degne di un avvelenamento. Sorrisi, pensando che quella missione avrebbe rappresentato un vero battesimo del fuoco per lei. Spiegai loro che, chiunque avesse compiuto un’impresa del genere, in mezzo al fango, sotto la pioggia, sicuramente avrebbe lasciato nei dintorni segni del proprio passaggio. Bisognava cercare impronte, macchie di sangue, segni di trascinamento, graffi su alberi e lapidi. La ricerca in tal senso ci condusse a una pista evidente, che seguimmo fino a raggiungere quello che ci sembrò essere l’ingresso di una fatiscente cripta sotterranea.
«Sicuri di voler scendere lì sotto?!», il volto di Vera era passato dal verdognolo precedente a un pallido bianco lunare.
«Pensavi avremmo fatto una gita di piacere?!», la riprese Kiris con i consueti modi amorevoli: «I soldi non cadono dagli alberi sai?!».
Avevo sempre trovato dilettevole il modo in cui mia sorella maggiore cercasse di educare la minore, attraverso insulti, prese per i fondelli e qualche cazzotto ben assestato all’occorrenza. Anche in quel caso trattenni a stento una smorfia divertita. Vera si limitò a abbassare il capo mortificata, in segno di tacita accettazione. Sulle scale che conducevano verso la cripta individuammo delle impronte bizzarre, per certi versi simili a quelle umane, ma più allungate e con le dita arcuate. Dal numero e dal posizionamento delle tracce, era molto probabile che la creatura assumesse per muoversi una postura quadrupede. Rivivendo quei terrificanti eventi con una penna in mano, mi ritrovo a esperire nuovamente le medesime emozioni e sensazioni che provai quella notte. Un penetrante e pungente odore acido mi pervase completamente le narici, un olezzo talmente intenso da costringermi a tapparmi il naso con le dita. Umidità e putrefazione avevano impregnato le pareti di legno; muffa, sangue e chissà cos’altro insudiciavano ogni anfratto di quel sotterraneo. Istintivamente misi mano alla mia arma, scelta che notai essere stata condivisa anche da Kiris. Quella era una fragranza che entrambi avevamo già sentito in passato, anche se in maniera attenuata: l’odore della morte.
Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché decidemmo di proseguire, nonostante la sensazione crescente di pericolo sperimentata. Suppongo che Vera, appena ripresa dalla sorella per le sue lamentele, non volesse contrariarla ulteriormente, dimostrandosi degna di lavorare al suo fianco. Immagino che Kiris, in quanto sorella maggiore, sentisse sulle sue spalle sia la responsabilità per la nostra sorte sia la necessità di dare il buon esempio, mostrandosi caparbia e coraggiosa. Riguardo alle mie motivazioni, ammesso che ci fossero, dubito potessero essere più nobili o sensate delle loro. L’angusta scalinata ci stava conducendo sempre più in profondità; su entrambe le pareti erano presenti diversi loculi, alcuni occupati da bare, altri ancora in attesa di un proprietario. Terminata la discesa ci trovammo davanti a un bivio: il corridoio di destra era piuttosto malconcio, con piccole pozzanghere formatisi a terra probabilmente per effetto della condensa o per la perdita di qualche fognatura vicina; la via di sinistra ci sembrò a prima vista più invitante, ma a un’analisi approfondita mostrava danneggiamenti significativi nelle pareti laterali e nel soffitto. Il paventato rischio di vederci crollare addosso decine di metri cubi di terra, legno e cadaveri ci fece propendere per il corridoio fetido e più strutturalmente integro. Qua e là cominciammo a individuare pile di resti umani in decomposizione, braccia, crani, gambe mozzate, viscere riverse al suolo. Questa volta io stesso trattenni a stento un conato di vomito.
«Quale creatura si spingerebbe a tanto?!», il sussurro tremolante di Vera colse il medesimo dubbio che mi stavo ponendo.
«Un fottuto mostro!» esclamò Kiris ad alta voce trasudando odio e ribrezzo.
Sono piuttosto certo di ricordare che feci segno a mia sorella di fare silenzio, o quantomeno di abbassare il tono della voce, ma venni ignorato, come accadeva spesso del resto. Prestando attenzione a non calpestare i numerosi esemplari di ratto che infestavano il sotterraneo, avanzai per primo cercando tracce del passaggio della misteriosa creatura. Normalmente avrei affidato l’incarico alla mia sorella cacciatrice, ma vedendola in quello stato ibrido tra disgusto e terrore decisi di affidarmi al mio intuito. Chi fa da sé fa per tre, era il mantra di nostro padre, peraltro assassinato proprio da tre uomini, nel retro di una squallida locanda.
«Se resto qui ancora cinque minuti morirò per la puzza! Sbrighiamoci a eliminare quest’essere ripugnante e usciamo di qui!».
Non appena Kiris si decise a tacere, udii uno strano rumore provenire da un cunicolo alla nostra destra, una stretta galleria ricavata nella terra e poi abbandonata a sé stessa. Lo feci notare alle mie sorelle nella speranza di ricevere da loro un aiuto nella comprensione di cosa si trattasse. Tra lo squittire dei ratti e il suono prodotto dalle gocce di umidità che cadevano sulle pozzanghere, risultava complesso isolare quel nuovo dato percettivo.
«Qualcuno sta masticando? Forse?!», quella di Vera sembrò più che altro una domanda retorica.
Ci facemmo coraggio e ci insinuammo all’interno del fangoso cunicolo. In una mano reggevo il mio pugnale, fedele compagno di risse, estorsioni e crimini di ogni genere, con l’altra cercavo appoggio nella terra battuta per non scivolare. Dopo pochi minuti, sfociammo in una grotta e grazie alla flebile luce della torcia ci guardammo attorno. Pile su pile di cadaveri, in parte ricoperti di terra, che mostravano stadi di decomposizione differenti; alcuni erano ormai ridotti a meri scheletri scarnificati, altri sembravano invece essere stati gettati lì in mezzo da pochi mesi.
«Dev’essere una fossa comune…» dissi pacatamente.
«La tomba dei poveri.» aggiunse Kiris con tono sarcastico.
Improvvisamente Vera impugnò il suo arco, estrasse una freccia dalla faretra e la incoccò in direzione di un anfratto della grotta scarsamente illuminato.
«Laggiù guardate!», la voce e le mani tremavano vistosamente.
Mi girai di scatto e la vidi. Una creatura pallida completamente glabra, che mostrava un’evidente deformità, una gigantesca gobba sulla schiena. Nonostante la penombra e la distanza era facile intuire proporzioni e dimensioni corporee fuori dal comune. In quel momento ci stava dando le spalle e sembrava intenta a consumare un macabro pasto, producendo quel bizzarro rumore che avevamo udito poco prima. Mia sorella maggiore non riuscì a trattenersi dal commentare ad alta voce ciò che stava osservando:«Fetida Creatura!», credo fossero queste le sue parole. Anzi no forse «Scherzo della natura!». «Mostro deforme?». In ogni caso un commento poco gentile.
L’essere misterioso interruppe improvvisamente il suo pasto e si voltò leggermente a guardarci di sottecchi. Il suo sguardo sembrava perso nel vuoto, le sue iridi erano completamente assenti, mentre minuscole pupille corvine navigavano in due sclere bianche. Riuscivo a malapena a scorgerlo nella penombra, ma giuro che mi sembrò annusare l’aria da quelli che sembravano due fori incastonati direttamente sul grottesco volto. Inspiegabilmente lanciò il resto smangiucchiato di un braccio umano in nostra direzione, poi strappò un nuovo arto a una carcassa senza vita e riprese il suo spuntino. Tra me e me interpretai quel gesto come una cortesia verso i suoi ospiti, una sorta di invito a condividere il pasto con lui. Le mie sorelle però non concordarono con il mio punto di vista.
Vera scoccò la sua freccia, ma a causa del tremore colpi il bersaglio solo di striscio, provocandogli una ferita superficiale all’altezza della spalla. Un rigolo di sangue nero cominciò a scorrere sulla pallida schiena della creatura. Kiris caricò a testa bassa, preparandosi ad assestare un tremendo fendente al busto del mostro. Colto di sorpresa dall’azione improvvisa delle mie compagne di avventura, persi l’attimo per attuare la mia mossa, rimanendo come paralizzato sul posto. Poco prima che il filo della spada di mia sorella maggiore potesse abbattersi contro la creatura deforme, quest’ultima si voltò e afferrò con la sua enorme mano il braccio di Kiris. Lunghi e affilati artigli si conficcarono nella sua carne costringendola a lasciar cadere a terra la sua arma. Un grido di dolore riecheggiò nella grotta, mentre mia sorella Vera si disperava:
«Kiris nooo! Lasciala!» Purtroppo, la linea di tiro ora non era sgombra a sufficienza per permetterle di scoccare una seconda freccia.
Le luride fauci insanguinate del mostro si spalancarono in maniera del tutto innaturale, azzannando con violenza il gomito di mia sorella e strappando via il di lei avambraccio. Con un calcio possente l’orrenda creatura spinse Kiris a terra, poco distante da me, ringhiando in nostra direzione con l’arto appena strappato ben conficcato tra i denti. Il mio sguardo incrociò quello di Vera e sono certo che entrambi sperimentammo la medesima terrificante sensazione: la certezza di una morte imminente. Le grida strazianti di nostra sorella ci destarono e ci permisero di accorrere in suo aiuto. Io la afferrai per il busto e lei per l’unico braccio rimanente e insieme cominciammo a trascinarla verso l’esterno della grotta. Quell’essere ci osservò per un po’, mentre sgranocchiava il braccio destro di nostra sorella, poi si voltò nuovamente ingobbendosi sulla prelibata pietanza. Non saprei descrivere con precisione ciò che seguì, ricordo solamente che in qualche modo riuscimmo a condurre Kiris fuori da quella cripta infestata. Raggiungemmo Voldusk in fretta e furia nella speranza di trovare un medico disposto a salvarle la vita.
Inutile dire quanto gli avvenimenti di quella notte influenzarono il proseguimento delle nostre esistenze. Kiris riuscì miracolosamente a sopravvivere e riprese a frequentare le peggiori taverne di Voldusk. Imparò nel tempo a utilizzare la mano sinistra per tutte le sue faccende, in particolare per sollevare pesanti boccali di birra o bottiglie di distillati di ogni tipo. Vive a pochi isolati da me, la incontro spesso per le strade di Voldusk, ma credo siano trascorsi più di sei anni dall’ultima volta che l’ho vista sobria.
Vera scomparve il mattino seguente il fallimento della missione e di lei non seppi più nulla. Mi piace pensare che abbia deciso finalmente di prendere la propria strada, una via adatta al suo animo gentile e alla sua sensibilità. Potrebbe essersi sposata, potrebbe avere dei figli, io potrei essere zio chissà… Dubito che vivrò abbastanza a lungo per scoprirlo, anche se in cuor mio spero di vedere il suo viso un’ultima volta prima di passare a miglior vita.
Che dire di me? Dopo quella notte non ho dormito per diversi mesi, se non si conta il perdere i sensi saltuariamente per la troppa stanchezza. Sfruttai quell’insonnia per cercare informazioni su quell’essere, per studiarlo, per comprenderne il bizzarro comportamento. Trovai un tomo antico nella biblioteca di Voldusk, un’antologia di creature appartenenti al folklore delle terre del nord. L’essere le cui descrizioni più si avvicinavano a quelle del mostro incontrato nella cripta rispondeva alla nomea di ghoul, letteralmente un predatore di tombe. Si trattava di una creatura in bilico tra la vita e la morte, attratto da sepolcri e fosse comuni per via della presenza massiccia di carcasse senza vita da divorare. Stando alle dicerie locali, il ghoul era una sorta di smaltitore dei morti, un mostro che aveva l’infausto compito di svuotare le tombe affinché si creasse lo spazio per inserire nuovi defunti. Quella notte in fondo, non solo non ci aveva attaccato per primo, ma aveva deciso perfino di risparmiarci.
Ora che mi accingo a concludere nuovamente questo racconto, con la consapevolezza che la malattia non mi lascerà vivere ancora a lungo, posso dire di aver raggiunto un’unica certezza nella mia insulsa e inutile vita: voglio che il mio corpo venga distrutto da una pira funebre.


