La Soglia Oscura
Mitologia

TEOGONIA
CAPITOLO 6 – PROMETEO E LA STIRPE DEGLI UOMINI
di Daniele Bello

Innumerevoli sono le leggende e le tradizioni sull’origine dell’uomo che vengono tramandate nella mitologia ellenica.
Esse, tuttavia, non ci forniscono un quadro coerente ed unitario sulla creazione, quale è presente nelle religioni del vicino Oriente, il che rende più arduo il compito di chi intende fornirne una narrazione.
Il progenitore dell’umanità viene chiamato in alcune tradizioni PELASGO, in altre ALALCOMENEO, cui viene attribuita la fondazione di città in Beozia e l’istituzione di culti religiosi.
L’atto creativo viene di volta in volta attribuito a Gea, la Madre Terra, agli dei Olimpi ovvero al dio del Cielo; secondo Esiodo, infatti, dal sangue di Urano mutilato nacquero anche le ninfe MELIADI, che alcune tradizioni successive identificano come le progenitrici dell’umanità (anche per questo motivo, gli autori greci e latini utilizzano anche il termine al maschile MELIOI).
Proviene, invece, dall’Oriente la leggenda secondo la quale sarebbe stata REA CIBELE, moglie di Crono, a dar vita agli uomini per crearsi un seguito di seguaci che, di volta in volta, vengono chiamati CABIRI, CURETI o TELCHINI.
La versione più recente sull’origine dell’umanità (APOLLODORO, Biblioteca; OVIDIO, Metamorfosi), da ultimo, attribuisce la creazione ad un atto di amore di PROMETEO, figlio di Giapeto, della stirpe dei Titani. Egli, infatti

impastando la terra con le acque pluviali
la plasmò a somiglianza degli dei che reggono l’universo
e mentre tutti gli altri animali guardano proni la terra
all’uomo invece detta una figura eretta
e volle che guardasse il cielo e le stelle.

Ovidio, Metamorfosi, Libro I, vv. 82-86.

Come noto, all’alba dei tempi i Titani, primi tra gli dei, dominarono il mondo; essi erano stati tuttavia maledetti dal padre Urano perché con la loro tracotanza lo avevano spodestato dal dominio dell’universo.
Nella terribile guerra che oppose, da una parte, Crono e i suoi seguaci e, dall’altra, suo figlio Zeus, la maggior parte dei Titani prese le parti del figlio di Urano.
Prometeo, il cui nome pare significhi “il Preveggente”, parteggiò invece per Zeus; non per amore per il nuovo dio, ma perché si racconta che egli conoscesse gli eventi futuri e fosse in grado di discernere da subito il corso del Fato.
Il giorno della sua vittoria, Zeus organizzò un grande banchetto a MEKONE, cui fu invitato anche Prometeo; al Titano venne richiesto di fare le parti di un grosso bue e, dopo averlo diviso, per irridere il nuovo padrone dell’universo pose da una parte carni e interiora nascondendole nel ventre dell’animale e dall’altra ossa bianche avvolte nel grasso. Zeus beffardo scelse con ambedue le mani la porzione che credeva più abbondante e prese così il mucchio delle ossa e del grasso.
Adirato per l’inganno, Zeus meditò a lungo la sua vendetta nei confronti del Titano, che aveva osato tentare di metterlo in ridicolo davanti a tutti gli immortali; per questo, egli negò agli uomini il segreto del fuoco.
Prometeo, intanto, si recava spesso sulla terra per recare conforto agli uomini mortali, che allora vivevano ancora allo stato ferino e insegnò loro come costruire una casa, l’arte dell’agricoltura, l’importanza della famiglia e della solidarietà.
Il Titano organizzò inoltre uno stratagemma per carpire agli dei il privilegio del fuoco: egli si recò infatti con rapidi balzi alle pendici dell’Olimpo, la dimora di tutti gli dei, portando con sé un’anfora di vino rosso.
Una volta giunto, notò che tutti dormivano tranne il fabbro degli dei, Efesto, il quale vegliava affinché la fiamma che ardeva sul Monte Olimpo non si spegnesse mai.
Prometeo parlò con cordialità ad Efesto e gli offrì il vino della sua anfora, cui era stato tuttavia mischiato del succo di papavero; il dio ne bevve e venne colto improvvisamente dal sonno.
Il Titano ne approfittò per ghermire dall’Olimpo le faville del fuoco e per portarlo tra gli uomini; da allora e solo da allora i nostri antenati riuscirono a carpire il segreto della fiamma e a cessare di tremare per il freddo e per la paura di notte, poiché Prometeo sfidò la inevitabile vendetta degli dei per rischiarare le tenebre dell’umanità.
Zeus, allora, ordì un ulteriore inganno nei confronti del genere umano:

a Efesto illustre ordinò poi che, veloce,
intridesse terra con acqua, vi ponesse dentro voce umana
e vigore e, somigliante alle dee immortali nell’aspetto, formasse
bella e amabile figura di vergine; poi ad Atena
che le insegnasse i lavori: a tesser la tela dai molti ornamenti,
e che grazia intorno alla fronte le effondesse l’aurea Afrodite;
che le ispirasse un sentire impudente e un’indole scaltra
ordinò ad Hermes, il messaggero.

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 60-68

Pandora fu il nome che venne dato alla creatura che Zeus aveva plasmato e da lei sembra che discenda la razza di tutte le donne. Ella venne tra gli uomini reggendo sul capo una grande anfora d’oro, dicendo che il padre di tutti gli dei l’aveva inviata sulla terra per diffondere gioia e serenità.
Il Fato volle che fu Epimeteo, l’ingenuo fratello di Prometeo, ad accogliere il dono degli dei; avendo dimenticato i consigli fraterni (“a lui Prometeo diceva di non accogliere mai dono da Zeus Olimpio, ma rimandarlo indietro, che qualche male non dovesse venire ai mortali”), egli tentò di aprire con forza l’anfora di Pandora, convinto che in essa vi fosse il nettare che i numi bevono alla loro mensa; ma quando l’anfora si aprì da essa fuoriuscirono, come fantasmi, tutti i mali che affliggono oggi il mondo: la vecchiaia, le malattie, gli affanni, l’odio e la violenza.
In fondo al vaso, tuttavia, gli dei vollero che albergasse comunque un sollievo per tutte le sofferenze dell’umanità, nonostante i mali che l’avrebbero afflitta.
Quando Prometeo venne a trovare l’ingenuo fratello, l’anfora giaceva ancora a terra, e attorno ad essa aleggiavano sinistre forme dall’aspetto minaccioso; ma quando il Titano tentò di richiuderla di nuovo, una dolcissima voce femminile richiamò la sua attenzione.
Fu così che Prometeo poté vedere, in fondo all’anfora, lo sguardo della più giovane delle dee; il nome della piccola creatura era ELPIS, che nel linguaggio antico significa la Speranza; ella uscì dal vaso da cui erano usciti tutti i mali, perché da allora è scritto che in fondo ad ogni sventura c’è sempre la speranza a darci conforto.

Così non si può di Zeus ingannare il volere
né ad esso sottrarsi:
né infatti il figlio di Giapeto, Prometeo benefico,
sfuggì l’ira profonda di lui.

ESIODO, Teogonia, vv. 613-615.

Come egli aveva comunque previsto, infatti, la vendetta di Zeus non tardò ad abbattersi su Prometeo. Fu Efesto con i suoi Ciclopi, esseri giganteschi con un occhio solo sulla fronte, a trascinare il Titano sui Monti della Scizia e ad incatenarlo ad una parete di roccia.
A nulla valsero i lamenti dell’Oceano e delle ninfe del mare; la vendetta del signore di tutti gli dei era implacabile e non conosceva la misericordia.
Prometeo, tuttavia, non si abbassò mai a chiedere pietà al suo carnefice; egli, invece, gridò al cielo che un giorno anche Zeus sarebbe stato spodestato dal suo trono qualora si fosse unito in nozze fatali con una dea che avrebbe generato un figlio più forte di lui; il Preveggente conosceva il nome della donna che avrebbe potuto partorire una creatura così potente, ma mai ne avrebbe rivelato il nome se prima Zeus non si fosse deciso a liberarlo.
Zeus minacciò rabbiosamente Prometeo di terribili vendette e di supplizi inenarrabili, qualora il Titano non avesse rivelato subito il nome fatale, ma questi non cedette; il signore dell’Olimpo, allora

legò Prometeo dai vari pensieri
con inestricabili lacci,
con legami dolorosi,
che a mezzo d’una colonna poi avvolse,
e sopra gli avventò un’aquila,
ampia d’ali, che il fegato
gli mangiasse immortale,
che ricresceva altrettanto
la notte quanto nel giorno
gli aveva mangiato l’uccello dalle ampie ali.

ESIODO, Teogonia, vv. 521-523.

Le rocce cui era stato incatenato il coraggioso Titano vennero tormentate da terribili scosse di terremoto, che squarciarono le rocce e fecero tremare tutte le creature viventi, ma mai il cuore di Prometeo tremò, né il suo fermo intento vacillò sia pure per un istante.
Alla fine, non i supplizi di Zeus, non i lamenti delle ninfe, non le preghiere degli uomini riuscirono a vincere la caparbietà del Titano, ma l’intervento della stessa Madre Terra, che si offrì ad agire da paciere tra i due immortali affinché l’armonia tornasse a regnare nel cosmo.
Prometeo ubbidì alla madre di tutti gli esseri immortali e rivelò al messaggero di Zeus che la donna che avrebbe potuto generare un figlio destinato ad essere il nuovo padrone del cielo era Tetide, una delle Nereidi.
Zeus procurò che Tetide fosse promessa in sposa ad un uomo mortale (PELEO, figlio di EACO e re della FTIOTIDE), affinché mai potesse generare prole divina, e mantenne la promessa fatta alla dea Terra: l’aquila che tormentava ogni giorno il fegato di Prometeo venne uccisa dal più forte di tutti i figli di Zeus, il giovane Eracle (che i popoli dell’Occidente conobbero anche con il nome di Ercole).
Eracle spezzò le catene che tenevano ancora prigioniero il Titano e a quel punto si compì un prodigio: il corpo di Prometeo divenne roccia e si fuse completamente con la montagna cui era stato incatenato così a lungo; la sua anima, invece, che mai era stata schiava o prigioniera di alcuno, spiccò il volo verso il Sole.

Le leggende dei nostri avi tacciono sulla sorte del Titano, ma a noi mitografi piace credere che Prometeo sopravvisse al cosmo di Zeus e a quello degli dei che si sono via via succeduti a lui nel cuore degli uomini; egli vive ancora: è sempre accanto a noi tutte le volte in cui qualcuno si adopera per il bene degli altri, compie una grande impresa o quando viene fatta una scoperta in grado di aiutare l’umanità.
Egli ci assiste e ci consola nei momenti di difficoltà e ci sopporta pazientemente quando dimentichiamo i suoi insegnamenti.
Poeti antichi e moderni tramandano da secoli la storia del Titano Prometeo e credono che finché al mondo vi sarà qualcuno degno di commemorarne la memoria e di tentarne l’emulazione, le faville del fuoco che vennero portate dall’Olimpo per riscaldare l’anima dei mortali continueranno ad ardere.

E gli esseri umani? Quale fu la sorte degli esseri cui Prometeo diede vita e cui donò il segreto del fuoco? Cosa avvenne di loro dopo che vennero ‘funestati’ dai mali usciti dal vaso di Pandora?
Un’antica tradizione (ripresa da Ovidio nelle sue “Metamorfosi”) risale al vate della Beozia, il sommo Esiodo, che nel poema “Le Opere e i Giorni” narra che, ai tempi del regno di Crono, gli uomini vissero una vera e propria Età dell’oro.

come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava
la triste vecchiaia

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 112-114

Essi erano prestanti nelle gambe e nelle braccia, gioivano nei conviti, lontano da tutti i malanni, e morivano senza soffrire, come vinti dal sonno. La fertile terra forniva loro i suoi frutti senza lavoro e loro, contenti e sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti, ricchi d’armenti, cari agli dèi beati. Per volontà di Zeus, essi vennero trasformati in demoni benigni, vestiti di nebbia, custodi degli uomini mortali e della giustizia.

Venne quindi l’Età argentea, né per l’aspetto né per la mente simile a quella precedente

ché per cent’anni il fanciullo presso la madre sua saggia
veniva allevato, giocoso e stolto, dentro la casa;
ma quando cresciuti giungevano al limitare di giovinezza
vivevano ancora per poco, soffrendo dolori
per la stoltezza, perché non potevano da tracotante violenza
l’un contro l’altro astenersi, né gli immortali venerare.

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 130-135

Costoro vennero tramutati per volere di Zeus in genî inferiori e vengono spesso chiamati tra i mortali “inferi beati”. Venne quindi alla luce la stirpe dell’Età del Bronzo:

in nulla simile a quella d’argento,
nata da frassini, potente e terribile: loro di Ares
avevano care le opere dolorose e la violenza, né pane
mangiavano, ma d’adamante avevano l’intrepido cuore.

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 144-147

Essi vennero annientati dal sommo Zeus, il quale – disgustato per la loro empietà – fece sommergere tutte le terre emerse in un mare d’acqua.
Fece quindi la sua comparsa quarta stirpe sopra la terra feconda (nota solo in Esiodo e disconosciuta da Ovidio), che caratterizzò l’Età degli Eroi: stirpe divina, anteriore alla nostra sulla terra infinita, essa venne estirpata dalla guerra malvagia e dalla terribile battaglia:

alcuni a Tebe dalle sette porte, nella terra di Cadmo,
combattendo per le greggi di Edipo,
altri poi sulle navi al di là del grande abisso del mare
condotti a Troia, a causa di Elena dalle belle chiome;
là il destino di morte li avvolse.

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 162-166

Il padre Zeus li pose quindi ai confini della terra; essi abitano con il cuore lontano da affanni nell’isole dei beati presso Oceano dai gorghi profondi, felici eroi ai quali dolce raccolto tre volte in un anno, abbondante, produce il suolo fecondo; lontano dagli immortali, essi hanno Crono per re.

L’ultima stirpe degli uomini mortali è quella dell’Età del Ferro; essi

né mai di giorno cesseranno da fatiche e affanni,
né mai di notte, affranti;
e aspre pene manderanno a loro gli dèi.

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 176-178

Zeus distruggerà anche questa stirpe di uomini mortali quando nascendo avranno già bianche le tempie; allora non verranno rispettati i legami familiari né quelli dell’ospitalità.

il diritto starà nella forza e l’uno all’altro saccheggerà la città.
Né il giuramento sarà rispettato, né lo sarà chi è giusto
o dabbene; piuttosto l’autore di mali e l’uomo violento
rispetteranno; la giustizia sarà nella forza e coscienza
non vi sarà; il cattivo porterà offese all’uomo buono
dicendo parole d’inganno e sarà spergiuro;
l’invidia agli uomini tutti, miseri,
amara di lingua, felice del male, s’accompagnerà col volto impudente […]
i dolori che fanno piangere resteranno
agli uomini e difesa non ci sarà contro il male.

ESIODO, Le Opere e i Giorni, vv. 190-201