La Soglia Oscura
Misteri

IL PESO DI UNA CAREZZA
di Simona Semino
Coven Protegit Stipula

Quella che leggete non è una storia costruita.
È un fatto realmente accaduto, vissuto e condiviso negli anni da più persone.
Non scrivo per dimostrare, né per convincere.
Scrivo perché certe esperienze, quando non vengono raccontate, continuano a bussare.

Anni fa frequentavo un locale.
Non uno di quei posti che fanno scena: era un posto vissuto, di quelli che ti entrano sottopelle senza chiedere permesso. Fin dai primi tempi girava una voce, sempre la stessa, sussurrata a mezza bocca:
“Qui c’è un fantasma”.

Io non ero spaventata. Per carità, ci può stare.
Col tempo presi confidenza con i gestori, diventammo quasi famiglia, e le cose iniziarono a mostrarsi per quello che erano: non racconti, presenze.

I fogli, per esempio.
Li avevo visti anch’io.
Appoggiati sul banco, ordinati. Poi, uno dopo l’altro, come obbedissero a un ritmo invisibile, si sollevavano. Non tutti insieme: in sequenza. Come se qualcuno passasse e li sfiorasse con una mano d’aria. Nessuna finestra aperta. Nessun vento. Solo quel movimento lento, innaturale, che ti fa stringere lo stomaco prima ancora di capire perché.

Una notte, dopo una festa, mi addormentai su una balla di fieno.
E lì accadde la cosa che ancora oggi mi mette in difficoltà raccontare.

Sentii una mano sul volto.
Non uno sfioramento casuale.
Una carezza vera. Dolce. Intima.
Una coccola.

Mi svegliai di scatto, già pronta a reagire, convinta fosse qualcuno del locale. Mi stava partendo il “che cazzo fai” quando aprii gli occhi.
Non c’era nessuno.

Quando lo raccontai, mi dissero che era un bambino.
Morto anni prima, per una triste fatalità.
Nulla di oscuro, mi dissero. Niente di cattivo.
Faceva solo dispetti.
Maionese spruzzata sul banco della cucina.
Bustine di caffè buttate a terra.
Piccole cose.
Cose da bambino.

Finché una notte lo sognai.

Non saprei spiegare come, ma sapevo che era lui. Anche se non avevo mai visto una sua foto, anche se nessuno lo aveva mai descritto davvero.
Nel sogno era paciocco, con i capelli castani tagliati a caschetto, due occhi blu enormi, troppo grandi per un volto così piccolo. Occhi pieni. Presenti.
Sorrideva.
In mano stringeva una palla. Voleva giocare, va bene accettai, ma come ogni bambino avrebbe continuato ad oltranza. Così, con tono un po’ risoluto gli dissi: Basta!

Eravamo nel locale, io e i soliti avventori.
Lui mi girava attorno, insistente.
Voleva toccarmi.
Io continuavo a dirgli di no. Non per paura: per istinto. Quel tipo di rifiuto che nasce nello stomaco, prima ancora che nella testa.

Poi successe.

Con un movimento improvviso, carico di un’energia che non era infantile, entrò nel corpo della cameriera.
Lei si irrigidì.
Le mancò il fiato.
Il suo corpo iniziò a muoversi in modo sbagliato, spezzato, come se qualcosa lo stesse imparando a usare in quel momento.

Mi raggiunse.

Mi volò addosso.
Mi abbracciò con forza.
Mi baciò sulla guancia.

Il fiato mi si spezzò nel petto.
La spinsi via.
E mi svegliai.

Non raccontai nulla.
Non perché avessi paura di non essere creduta, ma perché certe cose, quando le dici, diventano più vere di quanto tu sia pronta a reggere.

Passò del tempo.

Una sera un ragazzo della compagnia iniziò a disegnare. Senza motivo. Senza parlare.
Quando vidi il foglio, mi si gelò qualcosa dentro.

Era un bambino… il bambino.

“Perché stai disegnando un bambino?” gli chiesi.
Alzò le spalle.
“Non lo so. L’ho sognato qualche sera fa.”

Iniziammo a parlarne.
Altre due persone raccontarono sogni simili.
Stessa presenza.
Stessi occhi troppo grandi.
Stessa palla.

Chiedemmo.

Era davvero lui.
Un bambino che abitava in una cascina poco distante dal locale.
Giocava sempre con la palla. Sempre.
Un giorno cadde vittima del trattore che il nonno manovrava.

Una tragedia vera.
Di quelle che spaccano un paese piccolo e non lo ricuciono più.

Da allora ho smesso di chiedermi se certe presenze esistano.
Alcune non fanno rumore.
Non vogliono spaventare.
Non vogliono andare via.

Vogliono solo essere toccate.
Anche quando il tempo, per loro, avrebbe dovuto fermarsi.