IL PIANTO
di Edoardo Santi
Le vecchie storie, gli antichi proverbi o detti, contenuti nei documenti dei tempi andati, ormai, che somigliavano più a farneticazioni di vecchi pazzi con la mente ottenebrata da idee folli e confuse, deliranti nelle loro insane credenze, non erano mai attendibili. La credenza che fossero fondate, tutte quelle voci che si diffondevano come una malattia virulenta tra la superstiziosa popolazione, indebolita da falsi miti e da errate convinzioni, era talmente radicata che nessuno avrebbe potuto estirparla. Erano tutte fandonie, storie che tradizionalmente venivano tramandate oralmente, come nel caso della nostra storia, ma che avevano contaminato l’immaginario collettivo, innescando una sorta di follia condivisa.
Come era mai possibile che i vecchi saggi, che vantavano anche una conoscenza approfondita della storia e delle tradizioni popolari, nonché del forklore, fossero in grado di sottostare a simili credenze?
Eppure c’era qualcuno, lì nel paese, che ci credeva a quella storia. E fermamente. Per molti era solo una leggenda, e quindi qualcosa che poteva essere fondata o meno, ma per altri non era così. Per i primi si trattava solo di chiacchiere da bar, quelle che ti fai tra amici seduto davanti a un bicchiere di qualcosa, forse un bicchiere di troppo ( e forse è proprio quello che ti fa venire in mente storie simili!), e per i secondi era qualcosa di estremamente serio.
Molti giudicavano pazzi tutti gli abitanti del paese, e forse lo erano veramente, ma altri avevano confermato di aver sentito nelle ore notturne un lieve lamento, che sembrava quasi un pianto soffocato, provenire da qualche parte, nessuno sapeva dire esattamente da dove. Molti dicevano che si mescolava col vento, che sembrava un leggero respiro, e in effetti poteva benissimo confondersi con l’ululato del vento, ma non era così. C’era qualcosa che si distaccava dall’ululato del vento, di nettamente separato, un lamento che sembrava umano…e soprattutto, di bambino.
Nel mondo esistevano varie leggende, persone che affermavano di essere state assorbite in prima persona da quelle storie, e questa fu una di quelle: mi fu raccontata da una persona del posto. Molti di loro credevano che non fosse realmente fondata, che ci fosse un pizzico di fantasia in tutto ciò, tanto per inquietare gli animi dei curiosi che volevano qualche delucidazione in più su quella storia, ma in effetti c’era qualcuno nel paese che quel lamento lo aveva sentito veramente, qualcuno che preferiva rimanere nell’anonimato, e che faceva un’enorme fatica solo a raccontarlo: l’aveva descritto come un “formicolio” che ti attraversava le ossa, ma come qualcosa di “gelido” e penetrante, e che il solo terrore che provavi a udirne il suono ti impediva di parlarne.
“Quella storia è maledetta. Io non se sia vera o falsa, ma quella storia ti fa gelare le budella”, disse una volta qualcuno seduto sul bordo di una sedia di legno in un bar.
Qualcun altro ebbe l’ardire di domandargli da dove fosse nata quella leggenda, quale fosse la sua origine.
“È nata direttamente dal grembo del diavolo. Come d’altronde qualsiasi credenza popolare”, rispose, sputando a terra.
Incredula, e in fondo anche terrorizzata, la gente del paese cercava di evitare l’argomento, sviando le proprie conversazioni in un’altra direzione che non fosse quella, per paura di affrontare il discorso e di sentire nuovamente quel lamento raggelante, ma nessuno poteva fare altrimenti. Arrivava sempre qualche curioso a rovinare l’atmosfera. Da allora orde di persone si erano accalcate per le vie strette e quasi claustrofobiche del paese, facendo a gomitate per sentire la storia dalla bocca di chi aveva udito quel lamento, che pareva un pianto.
“Gelido come la morte. Ti increspava la pelle delle chiappe a sentirlo. Ma non auguro mai a nessuno di udirlo. Il cuore ti si ghiaccia in gola”.
Qualcuno lo aveva risentito, qualche giorno dopo, mentre passeggiava per le vie oscurate del paese, e le ombre si addensavano sui muri, danzavano sulle pareti, ma non ne parlò mai con nessuno. In paese, si cercò più volte di insabbiare il tutto, sperando che i curiosi non venissero più attratti, ma inutilmente. Qualcuno, di cui qui non farò il nome per questioni di riservatezza, decise di speculare su quella storia per ragioni puramente economiche, così da attrarre più visitatori possibili.
“Lassù, tanti anni fa, successe qualcosa che sconvolse tutti in paese. Qui, fino ad allora, non era successo mai niente, in paese erano tutti tranquilli e le giornata passavano senza particolari eventi. Ma quel giorno fu nefasto per tutti…”, raccontò. Non riusciva a continuare.
“Continui, la prego”, lo implorò un giovane dell’aria sveglia.
“Nessuno parla di quel giorno qui, né lo ricorda volentieri. Ma farò un’eccezione, vi racconterò come è andata…”. Il vecchio, che si guardava continuamente intorno come se qualcuno lo stesse osservando da lontano, ordinò altre due bottiglie, una per lui e un’altra per il giovane, invitandolo a sedersi.
“Vi dirò tutto. Voi giovani siete troppo curiosi per sapere tutto, ma ve lo dirò, visto che insistete. Tanti anni fa vi fu un fatto che scosse tutti, e che addirittura i giornali riportarono. Qui viveva una donna, più o meno giovane come te, e con le tue stesse speranze, gli stessi sogni. Sognava di andarsene via di qua, perché probabilmente le andava troppo stretto il paese, non lo so. Viveva con suo figlio, appena di tre anni, ma il padre se n’era andato qualche anno prima, li aveva abbandonati per un’altra donna, e così rimase sola. Faticava ad andare avanti, annaspava tra le difficoltà, tanto che decise un giorno di…”.
“Continui, non si fermi. È molto interessante”, lo esortò il giovane. Si ordinò poi un bicchiere d’acqua, tanto per rinfrescarsi un po’ la gola, visto che fino a quel momento era stato in continua tensione per ascoltare il racconto da quel vecchio, e si era dimenticato di bere.
“Decise un giorno di andare su in collina e di farla finita. Fino a quel momento era stata molto amorevole, ma fino a quel giorno il suo dolore l’aveva consumata lentamente, divorandola fin dall’interno. Era disperata, non sapeva come riparare alle sue difficoltà, e così si rimboccò le maniche. Fece il gesto estremo…”, si fermò qui.
Il giovane lo supplicò di andare avanti. Il vecchio si guardò intorno un’altra volta, ammutolito dalla commozione che gli scaturì quel racconto, ma tra un singhiozzo e un altro continuò a malincuore. Si asciugò gli occhi con la manica.
“Quella povera creatura! Trascinò con se anche il bambino, che allora aveva compiuto quattro anni. Andò verso il piccolo laghetto tra le colline, con il suo bambini in braccio, stretto stretto, come se volesse amarlo per l’ultima volta, e lì si lasciò morire. Che storia tragica!”.
Si asciugò di nuovo gli occhi. “E da allora nessuno ne parla più. Il fatto sconvolse veramente tutti, e chiunque del paese preferisce evitare l’argomento”.
Si alzò, a fatica, e fece per andare via, ma decise di dire l’ultima cosa prima di andarsene. “E da qui, da questa tragedia, che Dio li fulmini, decisero di ricamarci sopra una storia di cattivo gusto”.
Detto questo, se ne andò, prendendo la bottiglia con sé, avviandosi barcollando tra le vie del paese, mentre il crepuscolo diffondeva la sua ombra tra i vicoli.
Il giovane rimase impotente. Ciò che aveva raccontato il vecchio, le parole che aveva accuratamente usato, per restare fedele alla storia, e quindi per infondere un certo rispetto per i tragici eventi che erano accaduti, sembrava pronunciato con una certa lucidità, anche se il suo stato di ubriachezza in quel momento lasciava spazio al dubbio. Sembrava sensato quell’uomo, che avrà avuto circa ottant’anni, e nonostante la veneranda età, e il fatto che camminasse a fatica, ancora i suoi ragionamenti fossero ben lucidi. Sapeva ciò che diceva.
E diceva tutto sempre con un certo garbo, dalle maniere estremamente delicate e cordiali, nonostante dall’aspetto sembrasse decisamente rude e burbero, come potrebbe sembrare uno che normalmente passa le sue giornate tra i campi. E quel paese era pieno di campi.
Il giovane, dopo che il vecchio se ne fu andato, decise che il giorno dopo sarebbe andato nel luogo dove era successo quel malaugurato evento, ma per ora si era ritirato in un vecchio alloggio mezzo decadente che aveva trovato a prezzo economico.
Le leggende possono influenzare gli animi, li condizionano. E così era stato per quel piccolo paese, un evento tragico aveva smosso le loro coscienze, ma aveva sopito per sempre il loro desiderio di parlarne.
Il mattino seguente, non appena il sole fu ben alto in cielo tanto da inondare le vie del paese, decise d’incamminarsi. Durante il tragitto, fermo all’angolo di una via soleggiata con la mano poggiata alla parete (ne sentiva perfettamente la superficie dura), teneva gli occhi fissi, trepidanti, sulla piccola collinetta che faceva da cornice al piccolo paese sottostante. Direzionò i suoi passi poi verso lo stesso bar dove il giorno prima aveva avuto un interessante confronto con quel vecchio artritico, che a prima vista pareva piuttosto rincoglionito da far titubare tutti coloro che erano intenzionati a chiedergli un’informazione, e per questo desistevano.
Prima di andare, doveva rifocillarsi per bene. Molti, lì al bar, sentendo la sua intenzione di recarsi tra quelle colline, si sforzavano chiaramente di fare un’espressione serena, ma in realtà non volevano che nessuno andasse fin lassù.
“Cosa pensi di trovare lassù? Perché ci vuoi andare?”, domandò il vecchio burbero, ma dal cuore gentile.
“Suppongo per pura curiosità. Sai, le vecchie storie, specialmente una come questa, attraggono le persone curiose”, cercò di spiegare il giovane.
Fece colazione, mentre il vecchio si ammutoliva. Fu una colazione abbondante. Ma durante quel pasto, consumato serenamente e e nel riserbo più totale, si avvicinò a lui qualcuno che non era del paese, qualcuno che gli fece ritornare il sorriso sulle labbra, che sulle prime non riconobbe. La osservò meglio: era una sua vecchia conoscenza. Una vecchia conoscenza che aveva conosciuto anni prima, in ambito di un convegno tenutosi sulle leggende popolari: da lì la sua curiosità si era accesa.
“Sono qui per il tuo stesso motivo”, spiegò la giovane donna, mettendosi seduta. Ma non ordinò nulla, preferendo concentrare la sua attenzione sul nocciolo del discorso. “Anche io sono stata attratta da questa storia, come te. Abbiamo qualcosa in comune”. Tirò fuori poi un piccolo blocchetto per gli appunti, che le dava un’aria professionale. “Voglio accertarmi che sia tutto vero, che la storia sia autentica. Oppure che gli abitanti di questo paese non si siano inventati questa storia di sana pianta, che per altro è stata costruita molto bene e con molti dettagli, per attrarre la gente curiosa. Sarebbe un’immensa delusione, sia per loro che vengono smascherati, sia per noi che veniamo presi in giro”.
“Qui la maggior parte della popolazione è fondamentalmente composta da anziani. Sinceramente non credo, stando in buona fede, che siano in grado di inventarsi una storia simile. Ci vuole una buona dose di fantasia”, ribattè il giovane titubante.
“Non mi interessa. Voglio solo accertarmi che tutto sia pulito, cristallino, e che non ci siano anomalie”.
“Cosa pensi di trovare?”.
“Sinceramente non lo so. Non so cosa aspettarmi, una volta lassù. La storia sembra veritiera, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Se fosse tutta un’invenzione, sarebbero presto smascherati, e non so che figura ci farebbero, ma se fosse veri, se riuscissimo a dimostrare la sua autenticità, allora orde di visitatori si accalcherebbero tra queste vie”, cercò di spiegare entusiasta la giovane donna.
“Ma se invece fosse tutto falso? Se quella donna della storia non fosse mai esistita?”.
“Allora sarebbe un grosso problema. Prepariamo le nostre valigie, e ce ne andiamo via. Ma, ripeto, se fosse vero, sarebbe incredibile. In un paesino così piccolo, dove gli abitanti trascorrono una vita tranquilla e dove apparentemente non succede mai nulla, una storia così sarebbe una svolta, riempirebbe le vie di questo paese in un attimo”.
“Una svolta per chi? Una speculazione. La gente intascherebbe solo soldi da questa vicenda”, protestò il giovane.
“Forse sì. Lasciaglielo fare. Lasciali sbizzarrire come vogliono”.
Detto questo, il giovane si ammutolì. Le leggende si basavano su credenze popolari, su qualcosa di intangibile e fittizio, e qualcosa di indimostrabile, ma quella storia era perfettamente costruita per non essere autentica, accuratamente dettagliata, e probabilmente non erano fandonie come molti credevano.
Il pasto era concluso. Ma prima di avventurarsi per quella strada tortuosa che portava alla collina, che creava una sorta di serpentina tra le vie del paese, fecero visita all’alloggio decadente del giovane, visto che si era incaricato di annotare fedelmente su un taccuino tutto ciò che sarebbe accaduto.
“Dove alloggi tu?”, si interessò il giovane.
“A pochi passi da qui, poco più giù”.
Detto questo, imboccarono la strada. Procedevano a fatica, a piccoli passi ben misurati, evitando tratti di strada dove i sassi erano divelti, e presto arrivarono in una piccola radura che incorniciava un piccolo laghetto.
Gli abitanti di quel paese sembravano dei vecchi pazzi, assonnati dal tempo che passava inesorabile tra quelle vie. Il vento cominciava a roteare tra i cespugli, leggero, e scompigliò i capelli del giovane. Era chiaramente appena accennato, un lieve refolo che pareva un soffio nel vento, che investì a pieno il collo del giovane.
Si girò per controllare, ma in quel punto i cespugli erano immobili, e non c’era traccia di vento in nessuna parte. Ma poi, dopo alcuni minuti che parvero troppo silenziosi, quella brezza si rialzò, sempre leggera come prima. Era qualcosa di inspiegabile, poiché risultava che il vento non ci fosse, nulla si muoveva. Eccetto i passi incerti del giovane.
Ma presto, nelle note di quell’inspiegabile vento, che ormai si erano diffuse per le vie di tutto il paese, si mescolò anche un altro suono, che somigliava moltissimo ad una infantile nenia, ma appena accennata, la quale a volte si tramutava in qualcosa di simile a un lamento, che sembrava quasi un pianto, appena percettibile, che terrorizzò il giovane.
Alcune leggende, si raccontava, avevano il potere di ghiacciarti le ossa, e questa era una di quelle. Quel pianto lo fece rabbrividire. Era come un eco che era già presente nel vento, qualcosa di estremamente spaventoso. Il respiro gli morì in gola, come ad un certo punto morì quel vento.
Ma il suo terrore rimase. Aveva ragione quel tale che l’aveva descritto come un “formicolio” che ti invadeva il corpo, un “intorpidimento” degli arti che ti impediva di fare il minimo movimento.
Gelante come la morte, così era quella sensazione. Era totalmente paralizzato dalla testa ai piedi, e anche la donna che stava con lui. Il lamento durò per molti minuti.
Decisero, di comune accordo, di andare via da quel luogo e di non ritornarci più. Sulla via del ritorno, ad aspettarli, incontrarono lo stesso vecchio con cui il giovane si era intrattenuto al bar il giorno prima.
“Ve l’avevo detto che non era una buona idea”.
Lasciò il suo taccuino nel vecchio alloggio, e lui andò via.


