La Soglia Oscura
Monografie

IL SACRO BOSCO DI BOMARZO E I SUOI MOSTRI
Percorso Iniziatico tra Materia e Mistero
di Sara Firmo

Una breve premessa.
Questa non è un’esperienza che si presti bene alle parole. Avrebbe bisogno di creta e colori, se sapessi usarli; o di musica – meglio ancora: di una danza.
Ho fatto meglio che ho potuto.
Ma le parole appartengono ad Apollo, e questo è il territorio di Dioniso.

Le rocce furono scagliate qui da una qualche eruzione vulcanica. Al loro interno, sotto il muschio e il riposo del tempo, si percepisce la nostalgia di un cuore antico, un battito vitale di fuoco e di lacrime.
Alberi ormai secolari dividono con loro la collina, figli contorti e bellissimi cresciuti da una terra lacerata e furiosa. Succhiano al suo seno un’acqua che scorre tutto intorno, libera e nera, a volte sotterranea, a volte visibile in cascate di pura luce, compagna costante ai passi del viandante.
Rifiuta di essere dimenticata, e non accetta di essere seconda alla terra che attraversa, e alle sue meraviglie.
Mentre gli occhi trascorrono da un’impressione all’altra, via via sempre più inquieti, e portano il peso di una comprensione che continuamente sfugge – sono le orecchie, signore e signori, a condurre il gioco.

Si pensa solitamente ad un labirinto come ad un ordinato luogo di pazienza, nel quale costanza e attenzione, insieme al rispetto di poche banali regole, garantiranno la vittoria.
Ma la verità di questo particolare labirinto è il Mostro che ci insegue, per il quale questo luogo è a un tempo casa e parco dei divertimenti; mentre l’ospite umano – casuale, come all’inizio di tutte le storie – non è che la preda.
Qui la Natura ci suggerisce che l’unica vera saggezza consentita agli umani è quella di conservare un sacro timore.
Gli antichi conoscevano cose che noi abbiamo preferito dimenticare.
I rinascimentali qualcosa cominciavano a ricordarla. L’impatto psicologico non dovette essere dei più piacevoli, se al Rinascimento della fiducia si andò velocemente sostituendo il Barocco dell’inquietudine.
Geografia, scienza, società, politica… Tutto ciò che era stato immobile abbastanza a lungo da confermare l’essere umano nella sua presunzione di superiorità, crollava, mutava la forma e il costume delle cose, riducendo sempre più la grandiosità della nostra prospettiva, in un disperato tentativo di ricondurci non alla Ragione (come ci piace credere) bensì ad una più semplice, e quasi bestiale, ragionevolezza.
L’horror vacui è conseguenza diretta della sensazione di panico che precede la perdita di controllo sul proprio mondo, sui suoi esatti confini, le sue precise, riconoscibili dinamiche.
Le cose familiari ora fanno paura. Ciò che si credeva di conoscere rivela un volto nascosto, spesso malevolo.
Come nelle fiabe, le Rocce nel Bosco tornano maiuscole.
Diventano Mostri.

Si sono fatte le più svariate ipotesi sull’autore delle sculture di Bomarzo, ma i fatti non sono sufficienti a far pendere la bilancia in favore di una piuttosto che un’altra.
Certo venne influenzato da quanto c’era di meglio sul territorio in fatto di scultura, forse anche di pittura.1
Gli anni della realizzazione sono quelli tra il 1547 e il 1552. Chiunque fosse, quest’uomo aveva potuto vedere le opere di Michelangelo e di Brunelleschi.
Non ebbe paura di immaginare e di creare in grande, ma questa non era più una novità: la Roma dei Papi e la Firenze dei Medici avevano abituato l’occhio e l’anima alla grandiosità degli intenti e dei risultati.

Vicino Orsini, condottiero malato di cultura, padrone del bosco e del terreno su cui sorge, pone a capo del progetto Pirro Lingorio, e l’architetto napoletano paga un estatico tributo al gusto dell’epoca. Ne sono testimonianza i raffinati giardini all’italiana, impostati secondo criteri di razionalità geometrica e prospettica, le ampie terrazze, le fontane arricchite da giochi d’acqua e sculture.
Ma non è che l’arredo.
Dentro questa rassicurante geometria tutta umana, affiorano dal terreno enormi massi di piperino, scolpiti dall’anonimo in figure enigmatiche di mostri mitologici, eroi e divinità, quasi sempre giganteschi, disseminati secondo un criterio iconologico ormai incomprensibile anche ai più accaniti studiosi, a creare un vero e proprio labirinto di simboli, che avvolge e accompagna chi vi si addentra.
Un significato segreto – alcuni dicono: esoterico – che perseguita ad ogni passo, tanto più che risulta ormai completamente irraggiungibile alla logica; mentre l’anima lo respira, concreto come la pietra nella quale è scolpito.

Lo chiamano Barocco, da barueca, perla, in spagnolo.
Per la sua straordinaria ricchezza ornamentale, dicono coloro che lo amano.
La perla però non è che la malattia dell’ostrica, ribattono i suoi detrattori; proprio come il Barocco è la malattia dell’arte, frutto del rifiuto dell’equilibrio rinascimentale.
Ma se c’è una cosa che distingue la specie umana dalle altre è proprio la sua incapacità strutturale di perseguire e mantenere l’equilibrio, sia nella grandezza che nella bassezza.
Lo sforzo che l’ostrica mette in campo per produrre la perla, dannoso per l’ostrica e di certo completamente inutile per la perla, ha come esito una straordinaria, casuale (e quindi inspiegabile) bellezza.
Qualunque contesto geometrico ci sforziamo di costruirle attorno, l’irripetibilità e l’incontrollabilità della bellezza e del caos dominano la nostra vita.

Non appena superato il cancello del parco vero e proprio, sulla sinistra, una prima Sfinge di pietra avverte l’ospite incauto:

“Chi con ciglia inarcate
et labbra strette
non ha per questo loco
manco ammira
le famose del mondo
molisette.”

Ed una seconda, a destra:

“Tu che entri qua
con mente
parte a parte
et dimmi poi se tante
maraviglie
si en fatte per
incanto
pur arte.”

Il percorso ‘giusto’ va verso sinistra. Il lato opposto alla logica, quello dell’intuizione.
Le indicazioni oggi disseminate per il parco (disponibili anche sulla mappa distribuita all’ingresso, dove le sculture sono attentamente numerate) non sarebbero in realtà necessarie.
È sufficiente tenere il rumore dell’acqua libera come riferimento per saperlo d’istinto.
Se si va verso destra, infatti, l’acqua si allontana. È l’istinto della vita, dunque, sebbene inconsapevolmente, a guidare subito il viandante verso sinistra.
Come sosteneva il vecchio dio indio di American Gods,2 l’anima non ha bisogno di cartelli stradali.

Abbiamo già accennato alle difficoltà di interpretazione dell’insieme e all’anonimato dell’autore dei Mostri.
Dopo la morte del committente, le reali motivazioni di questo lavoro mastodontico riposano ormai nelle nebbie del mistero. Esistono delle lettere tra Orsini e Lingorio, che tuttavia riguardano prettamente l’organizzazione architettonica del luogo. Questo silenzio circa la natura simbolica ed iniziatica dell’esperienza ne accresce naturalmente il fascino.
Caduto in abbandono dopo la morte di Orsini, il parco venne utilizzato, come molte altre bellezze della zona, alla stregua di uno spazio pubblico. Alcune bellissime fotografie d’epoca esposte nell’ingresso mostrano i pastori che sorvegliano branchi di pecore libere di pascolare tra i Mostri, gli uni e le altre palesemente sorpresi e reticenti di fronte all’interesse degli obiettivi.
Non vedo, in questo, alcuna mancanza di rispetto. Tutt’al più, la testimonianza di un benessere e di una fiducia che uomini e animali hanno continuato a provare nei confronti di un luogo ‘abitato’ da una profondità e bellezza che supera i confini ristretti del mero intellettualismo.
Ma anche grandi scrittori e artisti, come Goethe e Dalì3, hanno visitato questo luogo e ne sono rimasti in vario modo impressionati, scrivendone con grande passione.4
Nella seconda metà del Novecento il parco fu restaurato; ma il flusso di visitatori, di tutte le età, in realtà non si era mai interrotto, confermando la presa che la magia di questo luogo continua ad esercitare sull’anima umana.

A questo punto, vi aspetterete forse un accurato elenco dei Mostri, e la mia opinione in merito.
Ma non lo ritengo importante.
Il potere di questa esperienza, il suo punto forte, sta proprio nella libertà con cui si adatta alla ricerca del singolo.
Mi limiterò dunque a parlarvi dei miei Mostri preferiti, e della mia personale lettura misterica della passeggiata attraverso il Bosco Sacro.
Se però temete di esserne influenzati, saltate le prossime righe, e volate pure al gran finale!

Proteo/Glauco è il primo Mostro che troviamo frontalmente, una volta deciso di seguire la via dell’acqua, procedendo alla nostra sinistra dopo l’ingresso.
È anche uno dei più famosi, e spesso contende all’Orco l’onore delle copertine di guide turistiche e siti a tema.
Gigantesco e spaventoso, attende il viandante a bocca spalancata. Ma chi è Proteo/Glauco? E perché la scultura ha un doppio nome?
Secondo la leggenda, il pescatore Glauco si tuffò in mare per ottenere il potere di mutare forma a suo piacimento. Il risultato, come spesso accade nel mito, fu doppio e inquietante: la realizzazione del desiderio coincise con la necessità di abbandonare il proprio aspetto umano.
Un primo affascinante monito per il viandante: non è possibile conservare intatta la propria idea del mondo e di se stessi, e al tempo stesso ottenere nuovi poteri e talenti.
Chi fa ciò che ha sempre fatto, avrà ciò che ha sempre avuto.
Per crescere realmente occorre essere disposti a sacrificare la propria presunzione di coerenza, a rischio di scoprire che chi detiene il potere, dentro, è il Mostro.
Faccio notare che non è possibile entrare nella bocca di Proteo, sebbene sia spalancata. Sconcertati dalla possanza e dall’espressività della scultura, quasi assordati dalla cascata che precipita lì accanto, possiamo soltanto contemplarlo ad una certa distanza, e procedere oltre.
Proteo/Glauco è un monito allegorico e non verbale di una potenza unica.
Non siamo ancora pronti per il vero Incontro.5

Della scultura successiva, intitolata Ercole e Caco, io, lo confesso, ho visto ad un primo sguardo solo Caco.
E vi assicuro che è piuttosto difficile riuscirci, dato che il personaggio è tenuto per le gambe – da Ercole, appunto – a testa in giù. Il complesso sarà alto almeno tre metri, perciò vorrei levare con voi il calice alla mia capacità di cogliere l’insieme!
Senza volermi trovare delle scusanti, tuttavia, credo che la ragione del mio errore di prospettiva sia piuttosto profonda.
Ercole e Caco ti piomba addosso dal lato sinistro, subito dopo aver disceso una prima scalinata a lato di Proteo. Sinceramente, io credo di essere stata in uno stato di leggero shock.
Ero distratta, nel senso più alto del termine, dal suono dell’acqua che arrivava da ogni parte, la cercavo con gli occhi lungo quella prima ripidissima discesa. Mi stavo godendo (sebbene me ne sia resa conto solo più tardi) il primo ‘salto di livello’ del gioco.
Dopo aver passato Proteo, si sente, si sa, che qualcosa è cambiato. Un primo cancello è varcato; e sebbene nulla vieti al corpo di tornare sui propri passi, l’anima è consapevole che si può uscire soltanto osando proseguire.
In questo stato (di cui la mia mente consapevole era del tutto all’oscuro) ho sceso la scala ripidissima, con gli occhi e le orecchie catalizzati dall’acqua libera, che precipitava in una cascata imbevuta di sole di fronte a me; e, girata la curva ad angolo, senza alcuna possibilità di prepararmi, mi sono trovata il Mostro praticamente addosso, a pochi passi, quasi come se mi corresse incontro dall’altro lato.
Ho visto ciò che ero pronta a vedere: la testa di Caco, un muto urlo di rabbia e sconcerto, incastrata sottosopra nella parte bassa della roccia.
Ci siamo subito riconosciuti – carne e pietra intrappolati nella medesima ricerca, in un medesimo paradossale rifiuto.
Caco è L’Appeso dei Tarocchi. La posizione rovesciata implica la necessità di tornare dai misteri del cielo a quelli della terra.6 La grande mistica monoteista viene superata di slancio dalla presenza della figura di Ercole. Essa inverte la prospettiva, e L’Appeso diventa La Forza.
La saggezza starà pure in alto, ma è in basso che la bestia-uomo deve andare, se vuole immergersi nel mistero.
Ercole è l’archetipo dell’uomo all’inizio della consapevolezza di sé come distinto dagli altri animali. Sconfigge mostri e bestie orrende, come l’idra e il leone di Nemea. Ogni sua fatica leggendaria è un gradino che lo spinge verso il controllo e il dominio della componente più disperata dell’istinto primordiale. Questo lo renderà degno, in ultima istanza, di essere accolto nell’Olimpo degli Dei come un loro pari – un caso praticamente unico tra gli eroi.
Ercole è l’uomo di cui gli Dei si accorgono perché ha davvero sofferto tutto ciò che si poteva soffrire dentro la natura umana.7
Ecco, dunque, la conoscenza che l’uomo vorrebbe vietarsi. La testa di Caco costretta a tornare alla terra da cui ha avuto origine, la consapevolezza perduta – e di colpo forzatamente ritrovata – che non siamo solo spirito e idea, ma fango, e materia corruttibile, e limite estremo.
L’orrenda e improvvisa consapevolezza che moriremo, per tornare ad essere niente.
Da questo dolore travolgente dell’urlo di Caco parte e si snoda ogni vera ricerca di sé, del significato reale dell’essere vivi.

La Casa Pendente si trova a breve distanza da Ercole e Caco. Un tratto riempito di sculture di stampo più manierista, decisamente rassicuranti, vecchia maniera come un gruppo di vecchiette che spettegolano davanti al tè delle cinque.
Dopo lo sbandamento provocato da Ercole e Caco, l’anima rimane in allerta per qualche metro; ma ninfe e delfini sono distribuiti in maniera regolare, alla distanza opportuna gli uni dagli altri per rassicurare l’occhio.
Per incontrare Ercole e Caco, il percorso ci ha spinti nel frattempo verso destra. Anche il rumore dell’acqua nelle cascate è sfumato, fino ad essere quasi un sottofondo trascurabile.
Procediamo dunque, via via più sicuri, ingenuamente convinti di avere di nuovo il mondo sotto controllo.
È a questo punto che andiamo inevitabilmente a sbatterle addosso.
L’effetto ottico è l’equivalente di un terremoto interno. Per qualche istante, l’occhio è costretto a dubitare di se stesso.
La Casa Pendente si erge in uno slargo, beffardamente fronteggiata da una delle rassicuranti sculture che la precedono. Storta, iconica, con porte e finestre prive di protezioni – buchi neri che sono al tempo stesso un invito e una minaccia per il viandante.
È cava all’interno, visitabile.8 Da dentro, la percezione della pendenza è anche maggiore. Affacciandosi alle finestre, sembra il mondo fuori, quello storto.
La Casa Pendente non è in alcun modo evitabile. Troppo grande, troppo affascinante. Assecondare la curiosità, entrare, affacciarsi al vano di quelle finestre, occhi ciechi sul mondo, equivale ad accettare di propria volontà la legge di Ercole e Caco.
Mai più il mondo camminerà sui percorsi riconoscibili e rassicuranti che ci sembravano così necessari – e noi con esso.
Mai più riavremo il controllo. Ninfe e delfini ci hanno illusi.
Ma lo sapevamo già, non è vero? Dopo l’incontro con Ercole e Caco, sapevamo di dover infilare la testa nella terra, per poter capire.9
Forse siamo qui per essere ingannati; ma di certo non per ingannare.
Come nell’Arcano della Torre, spirito e materia sono costretti a venirsi incontro, rinegoziando le clausole di una pacifica convivenza.10

Procedendo, arriviamo a La Tomba.
Abbiamo lasciato le nostre illusioni lungo la via. L’anima si trova a scrutare con libera inquietudine in quella semplice buca scavata nella roccia, un rettangolo preciso di cui è perfettamente possibile vedere il fondo – e che possiede tuttavia la limpidezza di un invito iniziatico.
La tomba è un’esperienza inevitabile, per tutto ciò che vive.
Ma non c’è alcun obbligo di considerarla una trappola.
Chi accettasse di distendersi al suo interno, potrebbe sempre decidere di uscirne, per tornare alla vita. Sarebbe sufficiente alzarsi in piedi, scavalcare pochi centimetri di bordo, e proseguire.
La vera domanda è: una volta accettata l’inevitabilità del comune destino, chi troverà il coraggio di proseguire?
E per andare dove?

Risposta: verso l’anfiteatro, in fondo al quale ci aspetta lei.
Assisa in trono, al tempo stesso Papessa e Imperatrice. Colei che ha inventato la primavera, morendo e tornando alla vita, in un ciclo perpetuo, come il piccolo e inconsapevole seme evangelico.11
Persefone. L’ultimo dei Mostri. Il ponte tra ogni vivente e la sua più profonda paura.
“L’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte.”12
La Signora è al tempo stesso scultura e panca per riposare, ma non ho visto nessuno, né grande né piccolo, approfittare del suo invito. Mi sono però fermata a contemplare un bambino che, seduto sulla ghiaia ai suoi piedi, con la mappa del parco allargata davanti a sé e una penna in mano, si sforzava di tracciare un percorso che lo soddisfacesse da un Mostro all’altro.
Non poteva avere più di sette, otto anni. Ogni tanto, succhiava avidamente la sua penna, concentrato a scoprire la via migliore, tra molti errori e cancellature, dimentico di tutto e di tutti, e in preda ad una evidente frustrazione per l’apparente inutilità dei suoi sforzi.
Non poteva sapere di non essere né il primo né l’ultimo. A qualche metro di distanza, io di certo stavo provando a fare lo stesso, seppure in modo meno scenografico.
La mia frustrazione non era molto diversa dalla sua.
Di nuovo stordita, ho cercato con lo sguardo un elemento di salvezza; e dato che resto una figlia della mia specie, i miei occhi si sono rivolti verso l’alto.13
Proprio lì, a destra di Persefone, ecco l’ovvia risposta al mio grido di aiuto.
L’ultima scultura, il senso di questo viaggio nel regno delle ombre.

Su un basso rilievo, sorge il Tempietto.
Geometria, regolarità – ora sì.
Un ingresso buio come un invito di facile comprensione – ora sì.
Ma comunque difficile da accogliere.
L’essere umano ha compreso. Tutta la bellezza e la perfezione che possiamo amare e creare intorno e dentro di noi non deve servire ad evitarci l’incontro con la sofferenza; ma può aiutarci a tenerla a bada, mentre le costruiamo una casa, un progetto all’interno del quale anche i Mostri più spaventosi possano sentirsi al sicuro.
Forse ne verrà fuori una casa un po’ storta, ma almeno finalmente ci sarà posto per tutti.
Potremmo persino riuscire a farcene amico qualcuno. Sarebbe un bel risultato.
Ma cercare di evitarli, no.
Così si perde il significato – e quasi di sicuro si sbaglia strada.

Tale è il consiglio della Regina della Morte, che è anche la Regina di Ogni Vita.

GRAN FINALE!

Vicino Orsini, il nostro committente, fu, come dicono le guide, un uomo anomalo per il suo tempo, cioè un condottiero appassionato di cultura.
Non mi pare fosse poi troppo anomalo. Molti suoi contemporanei e predecessori furono, se non uomini d’arme, di certo più prossimi all’assassinio della maggior parte di noi, oggi. E la gran parte di loro, se non tutti, cercarono sollievo dalla bestia nella cultura e nella commissione di opere d’arte.
Vicino perse la prima moglie, Giulia (una Farnese) e questo parco è il suo Taj Mahal; ma quando fu infine concluso, lo dedicò alla donna con cui si era nel frattempo risposato.
Era un uomo che conosceva bene la morte, era capace di amministrarla, come tante altre cose. E quando toccò a lui di sperimentarla in prima persona, essendo uno stratega, probabilmente aveva già un piano.
Sapeva che niente, neppure il dolore, dura in eterno; e che l’anima è capace di guarire, se ritrova la strada di casa.
Beninteso: ci arriverà ammaccata, desolata e con gli occhi tristi; ma più vera, più se stessa che mai.

Il nostro tempo confonde coerenza e immobilità, e faticosamente, dolorosamente, spesso arriva a sacrificarle l’istinto alla vita.
Un giardino all’italiana sarebbe perfetto anche senza Mostri.
Ma sarebbe incompleto.
E di certo non sarebbe un Bosco Sacro.

1 Ricordiamo che il ‘territorio’ era l’allora Stato della Chiesa, composto grossomodo da Lazio, Umbria e Marche, con l’inevitabile bagaglio di preziosità artistiche.

2 Neil Gaiman, American Gods, Mondadori, Milano, 2001

3 Nel 1948, si fece inquadrare in pose originali in compagnia dei Mostri, e definì il luogo un’invenzione storica unica.

4 Il testo guida per gli appassionati è da sempre Bomarzo, di Manuel Mujica Lainez, Rizzoli, Milano, 1965.

5 L’Orco, che si trova invece quasi alla fine del percorso, è cavo e visitabile, e molto gettonato dai turisti, che lo usano come sfondo della foto ricordo ufficiale dell’esperienza. All’interno, c’è un piccolo altare di pietra. Chi ha orecchi per intendere…

6 Santa Chiara d’Assisi, all’alba della mistica cristiana, scrisse che ‘È il cielo che regge la terra.’

7 Verrebbe istintivo un paragone con le figure messianiche successive, fino a Cristo e al suo ‘pagare per i peccati di tutti’…

8 Costituisce, secondo chi scrive, un vero e proprio anticipo della Tomba, che si incontrerà appena oltre.

9 Dal latino capere, che è soprattutto afferrare, e dunque un verbo per le mani, che sono chiamate a ‘infangarsi’ con la conoscenza… I latini erano gente pratica. Sapevano che l’idea perde forza, quando non è disposta ad incarnarsi.

10 La cosa strana è che, provando a fotografarla, è impossibile rendere l’effetto. La Casa Pendente appare immancabilmente dritta, da qualsiasi angolazione. Forse è necessario un grandangolo, o qualche diavoleria simile… Provateci, e fate sapere! Io preferisco pensare che alla tecnologia, per quanto avanzata, manchi quel tanto di poesia di cui il cervello umano è capace, anche vedendo di più, o di meno – o semplicemente lasciandosi “truffare”…

11 “Se il seme non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore invece porta molto frutto.” Gv 12,24

12 Di recente, J.K. Rowling ha utilizzato questa frase di Paolo di Tarso (I Corinzi 15, 26) come epitaffio per i Potter, nel suo romanzo Harry Potter e i doni della morte. Un messaggio di potenza tuttora straordinaria, quasi feroce, che si allaccia al destino cristico del protagonista, urgendolo e trascinandolo in un’epopea di riscatto di se stesso, della propria storia personale, e di tutto il mondo magico in cui vive.

13 “Alzo gli occhi al cielo: chi verrà in mio aiuto?” Salmo 121