LA BOTOLA
di Silvia Ceotto
Mia madre ha ereditato l’appartamento nel 1992, io avevo appena compiuto quattro anni e forse, all’epoca, la botola non c’era ancora oppure è sempre stata lì, ben visibile e al centro del salone arredato in stile Art Déco.
Ricordo di averla notata intorno ai sei anni, mentre stavo carponi sul freddo pavimento in graniglia rossiccia, impegnato a disporre il percorso dei binari per il trenino ricevuto a Natale.
Si trattava di una botola piuttosto piccola, in legno intarsiato e mi provocava solo un’ingenua curiosità. Così, dopo un attimo di esitazione, ho provato ad aprirla convinto che avrei fatto capolino al piano di sotto, dove viveva una vecchia signora che era solita rifilarmi delle caramelline dal gusto ignobile ma che mia madre mi obbligava ad accettare per non sembrare scortese.
Dopo un paio di inutili tentativi, ho desistito e ho chiesto l’aiuto di mio padre: “Oh, papà! Come faccio ad aprire questa botola?”
“Cosa devi aprire?” mi ha domandato lui dalla cucina.
“La botola, qui in sala.”
La prima a raggiungere il luogo del ritrovamento è stata mia madre, tuta fucsia e pinza in testa: “Cosa dici, Giorgio? Io non vedo niente.”
Ero esterrefatto: “Eccola qui! Come fai a non vederla?”
“È solo una macchiolina, amore.”
Mio padre era d’accordo con lei: solo una misera macchiolina che ha preferito nascondere rapidamente, sotto a un tappeto: “Non ci sono botole in questa casa. Torna a giocare, tesoro.”
Quella notte sono rimasto sveglio e non era stata la botola a turbarmi, ma la reazione dei miei genitori, la loro ostinata negazione della realtà: forse erano diventati matti o ero matto io?
Non riuscivo a trovare una risposta che potesse giustificare quell’episodio allora, dopo qualche giorno, ho preferito metterlo da parte e andare avanti, come se non fosse mai accaduto; andavo a scuola poi facevo merenda davanti ai cartoni animati, la pizza veniva consegnata alle diciannove e trenta di ogni venerdì, la solita wurstel e patatine per me, vegetariana per mamma, speck e brie per papà. Lunedì e mercoledì andavo ad allenamento, mi passava a prendere papà di ritorno dall’ufficio. In apparenza era tutto regolare, ma alla botola dava fastidio essere ignorata e stava diventando… rumorosa, soprattutto dopo il tramonto, quando sembrava che qualcuno stesse passeggiando avanti e indietro su delle travi di legno.
Allora interrompevo quello che stava facendo per rimanere in ascolto: chi c’era di là e quali intenzioni aveva?
Se rimanevo solo in casa, spesso avevo la sensazione che la botola quasi respirasse. Un rantolo corto, sofferente e appena percepibile accompagnato da un lieve sollevamento del tappeto che la copriva come la benda sull’occhio spalancato di un ciclope, una benda che non avevo il coraggio di rimuovere.
Presto sono arrivati gli incubi infestati da creature striscianti in un mondo capovolto che si estendeva sotto al pavimento e il cui unico accesso era… la botola.
C’erano stati colpi improvvisi che mi facevano sussultare e bussamenti, come se qualcuno stesse chiedendo il permesso di entrare in modo rabbioso oppure fintamente garbato.
E ogni volta, se accennavo a questi avvenimenti, mamma e papà cacciavano fuori una scusa: hai una bella fantasia, sarà stato il cane del vicino, un aspirapolvere, il motore di un auto di passaggio, te lo sei immaginato… No, io ero ancora un bambino ma non ero stupido! Solo che non potevo dire chiaramente quello che pensavo perché sentivo di non essere abbastanza forte per superare una barriera alzata dagli adulti.
Fino alla maggiore età ho sopportato la presenza della botola con tutto ciò che comportava ma in seguito, quella costante tensione, mi ha creato delle fragilità emotive e un costante stato di allerta. Quindi sono andato via di casa appena ho potuto farlo, con un lavoro precario e gli studi lasciati a metà. È stato un percorso non privo di ostacoli ma necessario per salvaguardare la mia salute. A fatica mi sono costruito un equilibrio, mi sono sposato e lo scorso ottobre mia madre è venuta a mancare a causa di un male diagnosticato troppo tardi. Per mio padre è stato devastante, l’ho visto invecchiare e ripiegarsi su se stesso.
“Perché tu e mamma facevate finta di niente, perché siete rimasti in quella casa, perché mi avete cresciuto lì?” gli ho domandato un giorno qualsiasi di metà gennaio.
Lui ha sollevato lo sguardo dalla tazzina di caffè, nell’unico bar del quartiere aperto oltre l’ora di cena: “A cosa ti riferisci?”
“Alla botola, papà.”
“Ah, sì. La botola…”
“Quindi ammetti la sua esistenza!”
“Forse sì, ma non è il caso di farne un dramma. Del resto tutte le case hanno almeno una botola e le sue caratteristiche dipendono unicamente dallo sguardo di chi osserva.”


