La Soglia Oscura
Racconti

LA CASA DEI MORTI
di Elisa Costa

Fu un inverno lungo e pesante. Soltanto per me, apparentemente.
L’inverno dei miei diciotto anni, negli ultimi mesi di liceo prima di affacciarmi sul grande nulla; i compagni di classe, d’altronde, già pensavano all’università, ben protetti dal freddo perché sapevano.
Chi sarebbero stati. Cosa sarebbero diventati. Dove. Quando.
Io sola, nel mezzo dell’inverno, non sapevo.
Sognavo di continuo il suono dell’ultima campanella, noi riuniti sul portone della scuola mentre mi dicevo “avrei potuto viverla meglio”; e poi il vuoto: uscire nel cortile, come sempre. Aspettare l’autobus al solito posto, o magari fermarmi a casa della zia. Passare gli esami, sì, ma l’immaginazione non poteva arrivare oltre.
Al risveglio restava una sensazione vaga di tristezza, d’ansia e rimpianto, per il tempo che mi sembrava di buttare via.
Il giovedì pomeriggio, dopo le lezioni, avevo preso l’abitudine di andare alla sala da tè con una delle mie più vecchie conoscenze scolastiche: Christine, una coetanea di cui ero stata un po’ invidiosa quando eravamo bambine.
Natale si avvicinava. La strada a sampietrini del centro era piena di bambini infagottati come pupazzi, che camminavano con i piccoli guanti intrecciati tra le dita delle madri; con i berretti di lana rossi e verdi, con le luminarie accese nel buio, con la neve che incorniciava la cartolina della città. Nessuno soffriva il gelo della sera.
In fondo era solo una stagione, un altro anno che stava per finire.
Insieme a Christine entrai nella sala da tè, scegliemmo un tavolo proprio davanti alla vetrina e alla via affollata al di là di essa.
A un tratto lei disse, posando la tazzina: “L’anno prossimo, di questi tempi, non potremo venire qui ogni settimana come facciamo ora.”
Lo disse con leggerezza e un sorriso, perché il cambiamento era nell’ordine delle cose e lo sapeva.
Poi mi vide con gli occhi bassi, e anche io vedevo la mia espressione mesta riflessa nel tè caldo.
Quando alzai la testa, Christine sorrideva ancora.
“Sai” continuò: “Alla fine siamo tutti la casa dei morti.
In autunno andrò a studiare antropologia, ho già visitato il campus: ecco, in un’ala dell’ateneo c’è una sala che rimane sempre chiusa, tranne che per un giorno all’anno quando il rettore vi tiene una cerimonia e un discorso.”
Si voltò verso la strada illuminata a festa, oltre la lastra di vetro che ci separava dal freddo invernale.
“In quella sala ci sono… Tanti, tanti libri con le pagine bianche. Uno per ogni studente passato per l’università, e ogni volta che uno di loro muore, ovunque sia, sul suo libro compaiono le parole. Sono tutti lì, sai? L’ultimo giorno del semestre, il rettore apre la porta per la commemorazione e allora fanno silenzio. Per il resto del tempo, la stanza è piena di sussurri.
La casa dei morti, la chiamano così.”
Ascoltavo senza capire. Ma attorno a noi, mi parve, gli altri tavolini e le persone sedute a bere il tè svanirono pian piano, né c’era più una strada al lato opposto della vetrina, e le madri con i bambini per mano sembravano sparite. Vedevo con la mente un salone sconosciuto: più ampio di una cattedrale, attraversato dall’aria incolore del mattino.
“Però tutti siamo la casa dei morti” ripeté la mia amica: “Passiamo per il mondo e poi torniamo indietro: quando non ci saremo più, torneremo ancora qui, proprio a questo tavolo; e saremo alla vecchia scuola, e io sarò anche nella sala chiusa a chiave dell’ateneo.
Non c’è paura.”

Mentre me ne andavo, evitando i sampietrini ghiacciati lungo la via del centro, pensai che forse Christine si fosse inventata quella storia. Ma intanto respiravo meglio, e le ossa tremavano di meno pur nel gelo di dicembre.
Mi fermai in mezzo a un incrocio, per osservare la strada principale davanti a me e la traversa che si perdeva tra gli edifici, e lo stretto vicolo senza lampioni dall’altra parte.
Niente si perde mai, mi trovai a constatare. Soprattutto il tempo.
Il grande nulla non faceva più paura, come aveva detto lei. Io ero già la casa dei morti.