LA GIOVINEZZA FATALE
di Giulia Scicchitano
Se c’è qualcosa che ho sempre desiderato è non invecchiare. Come tutti gli esseri umani, però, sapevo bene che non era possibile. L’arte è, infatti, il solo mezzo in grado di immortalare per sempre la nostra giovinezza. Giorno dopo giorno, mi struggevo, aspiravo a fermare il corso del tempo sulle mie guance. Cercavo di evitare quel decadimento naturale a cui tutti, nessuno escluso, siamo inevitabilmente destinati. Ma la natura, si sa, è crudele e non risparmia nessuno, neppure le sue più belle creazioni. Persino i fiori, infatti, nel giro di pochi giorni, perdono freschezza. E’ un fatto risaputo, tuttavia, in quel periodo, l’ingrigire dei rosei petali del pesco sotto la mia finestra, aveva turbato profondamente il mio animo.
Con l’intento di fuggire la noia, passeggiavo spesso da sola, per la brughiera desolata e ventosa. In quel luogo, mi lasciavo avvolgere dal pungente odore selvatico dell’erba bagnata e del muschio, che cresceva arrampicandosi a chiazze tra le rocce scure. Ero triste ed attendevo il ritorno del mio amato, lontano per la battaglia, la stessa nella quale combatteva mio padre: il re di Blauenwald. Ogni giorno camminavo per ore, prima di rientrare per la cena. Fu in uno di quei pomeriggi, che, tra la nebbia, vidi apparire una donna. La nera signora si avvicinò a me come una visione. La sua immagine sfocata si dissolveva tra i banchi di foschia. Si rivolse a me: “Salve Uta, principessa di Blauenwald! Salve a te, che vaghi ogni giorno per queste terre!” – Ero stata dunque riconosciuta? Il mio cappuccio non nascondeva abbastanza i miei abiti nobili?
“Chi siete?” – chiesi. “Una vecchia, o forse più di una, o quel che ne rimane di una”- rispose. Poi aggiunse: “Ascoltate signora, le notizie del vento dell’Est… Ascoltate, porterà una lettera, una lettera per voi”.
“Quale lettera? Perché mi dite questo” domandai. “Una lettera dal campo di battaglia: il vostro amato ha ancora due lune da combattere” ribatté. “Cosa dite! Tornerà presto e celebreremo le nostre nozze! Come osate!” protestai. Mi voltai per tornare al castello, ma la vecchia alzò la voce e, con lo sguardo fisso in aria urlò: “Il vento! Silenzio! Ecco il signore dell’Est giunge ora! Il re, vostro padre non è più sul trono, ma sulla nuda terra! È quasi giunto al fiume infernale, lo attende il nocchiero dell’Ade!”.
“Non vi aspettate che io creda alle vostre parole, sciocca donna! Tornate a casa! Ho avuto abbastanza clemenza con voi, potrei spazientirmi!” replicai. La vecchia, allora, si indispettì e prese a parlarmi per l’ultima volta: “Come volete, signora, arrivederci. Ma prestate attenzione agli occhi dell’uomo scaltro… Una giovane prenderà il vostro posto nel cuore di colui che più amate. Addio!” Detto questo, si voltò e, passo dopo passo, la vidi scomparire nella nebbia. Cantava versi osceni: “Tornerò quando il giovane sangue sarà versato nel calice, quando la brughiera sarà in tempesta, quando la guerra sarà vinta e la battaglia del bene sarà persa, quando voi sarete più bella, eppure, in fondo, più brutta”.
Tornai a casa, credendo di aver sognato tutto: la nebbia, la megera, le sue parole. Entrando nel castello, osservai il mio riflesso nel grande specchio di giada del corridoio. Non saprei dire come mai ma, quel giorno, mi vidi pallida e smunta. Le mie gote avevano perso il colore di un tempo. Avevo compreso, ahimè, di non essere più una ragazzina. Oh! Quanto mi aveva sconvolto tutto ciò! Un giorno accadrà anche a voi, guarderete il vostro riflesso e vi vedrete vecchi, decrepiti. Allora, soltanto allora, capirete perché ho fatto ciò che ho fatto…
La sera, mentre mi pettinavo nelle mie stanze, giunse la donna di servizio. “Una lettera, signora… per voi” disse. Aprii impazientemente la busta; proveniva dal campo di battaglia:
“Mia dolce dama,
devo comunicarvi che l’assedio si sta protraendo più del previsto. Abbiate pazienza, aspettatemi ancora, attendete, con amore, il mio ritorno”.
Ne fui seccata: per quanto ancora avrei dovuto attendere il mio futuro marito? Come poteva, la donna della brughiera, avere ragione? Era stata profetica! No, non poteva essere che una coincidenza e quella donna non poteva che essere una vecchia fattucchiera!
Col sangue avvelenato da quella notizia, finii di prepararmi e scesi per la cena. Mangiavo controvoglia, infreddolita, al lungo tavolo della camera da pranzo. Mio fratello, all’estremità opposta del desco, contemplava il suo cibo con aria pensierosa. Tutto era così spaventosamente piatto e cupo. Le fredde mura della stanza sembravano ancora più scure, o forse era solo la mia mente turbata a percepirle in quel modo. Proprio durante il servizio della seconda portata, udii un gran chiasso provenire dal cortile. Un cavallo, imbizzarrito, correva veloce come il vento e si fermò sotto le mura. Tremai. Dei passi, veloci, fulminei, ansimanti, salirono le scale. Un araldo, distrutto, sconvolto, col viso terrorizzato, bussò. Poi aprì il portone, per portarmi la notizia che temevo: “Il re, signora, è morto!”. Caddi sul pavimento, perdendo i sensi. Mio fratello, futuro re, mi sorresse. Ci fissammo; nostro padre era caduto in battaglia. La profezia di quella megera si era dunque avverata! Non ero in me e non potevo credere all’accaduto. Guardai il mio riflesso nello specchio di giada del salone: ora ero sorella di un re!
Seguì un periodo tremendo, luttuoso, grigio e cupo. L’albero di pesco sotto la mia finestra era ormai spoglio e i rami rinsecchiti si contrapponevano al vigore sempreverde del compatto cipresso, che cresceva dirimpetto. Io passavo il tempo nelle mie stanze, attendendo il ritorno del mio amato dalla battaglia. Più il tempo scorreva, più rimuginavo sulle parole di quella vecchia. Nel frattempo, le mie guance perdevano colore, appassendo. La brillantezza dei miei occhi si spegneva e la mia età avanzava. Avevo già superato gli anni entro i quali la maggior parte delle donne prende marito. Quanto ancora avrei dovuto attendere? Sarei divenuta vecchia, troppo vecchia per il matrimonio!
Una sera, mentre mi preparavo per il banchetto organizzato da mio fratello, lo incontrai nei corridoi. Come era bello, così vestito per la festa! Nostro padre sarebbe stato molto fiero di lui. Evidentemente, però, mio fratello non pensava la stessa cosa di me. Egli, infatti, mi guardò di traverso e disse: “Temo che tu abbia esagerato nel vestirti! Conciati in modo meno vistoso. Non si addice più, alla tua età, essere civettuole!”. Fui sorpresa da quelle parole aspre. Il mio caro fratello era soltanto nervoso, o aveva detto la verità? Ero dunque all’apparenza così vecchia? Ero considerata, ormai, da buttar via? Non potevo credere che il mio dolce fratello mi avesse rivolto quelle parole, eppure, egli diceva sempre il vero. Al banchetto, fui colta dalla gelosia più meschina, vedendo le giovani nobili del regno tutte già promesse e in procinto di sposarsi. Il mio pensiero andò, ancora una volta, alla donna della brughiera. Aveva detto che sarei divenuta più bella, eppure, in fondo, più brutta e che ci saremo riviste. Cosa voleva dire? Non ero affatto più bella, anzi, continuavo ad appassire come una pianta.
Nel corso dei cupi giorni che seguirono quest’amara presa di coscienza, iniziai a vedere il mondo con occhi diversi. Ricercavo la giovinezza sul volto di ogni persona, nei petali di ogni fiore. Invidiavo i volti candidi delle fanciulle, avrei voluto soltanto recuperare la vitalità perduta. Mi ero informata a lungo, ricercando rimedi contro l’inevitabile scorrere del tempo. Niente sembrava aiutarmi, finchè, inaspettatamente, un giorno, nella biblioteca, mi imbattei in un vecchio libro. Probabilmente apparteneva a mia zia. Tutti, in famiglia, la consideravano parecchio suonata, a causa della sua passione per l’occulto. Il testo si intitolava “Antichi rimedi”. Lo sfogliai: trattava di alchimia. Illustrava più di mille antidoti naturali contro l’invecchiamento ed altrettanti studi di uomini che avevano aspirato ad ottenere l’elisir della vita eterna. Quel libro faceva promesse che di certo non poteva mantenere… o almeno, così pensavo. Solo gli sprovveduti, o i geni, credono a certe sciocchezze!
Quello stesso pomeriggio, il cielo si incupì e scoppiò un temporale, così, non avendo di meglio da fare, lessi quel libro tutto d’un fiato. Alcuni rimedi proposti dal testo sembravano piuttosto semplici e li provai. In fondo, cosa c’era di male ad aiutarsi con le erbe?
Il Sole e la luna continuavano, giorno dopo giorno, ad alternarsi nel cielo ed io continuavo a seguire i consigli di quel manuale. I risultati erano evidenti, sebbene non perdurassero più di qualche giorno. Iniziai allora a sperimentare sempre più, procurandomi molti altri manuali di alchimia. L’intelligenza non mi mancava di certo e studiai a lungo quella disciplina, che ora iniziava ad affascinarmi. Avevo persino imparato il latino, per poter meglio decifrare alcuni codici antichi. Conducevo ormai un’esistenza simile a quella degli eremiti. Tutto ciò che desideravo era sperimentare, ricercare e godere del nutrimento che solo i libri riescono a fornire. Oramai vivevo nell’oscurità delle stanze del mio castello, costellate di ampolle, alambicchi, codici antichi e specchi, nei quali ammiravo i progressi delle mie ricerche. Fuori, il cipresso aveva ormai spodestato dal suo trono il pesco e cresceva alto ed ispido, sebbene le sue radici fossero ormai marce e fradice. L’unico fiore che popolava quel deserto cupo, era il purpureo ciclamino, la cui bellezza celava la sua natura velenosa e mortifera.
Un giorno di novembre, ero nel mio studio, più concentrata del solito. Mescolai qualche goccia del mio sangue a quella di un rospo, recitando le formule riportate nel testo. Quelle che mi parevano frasi insensate, si rivelarono molto efficaci. In un attimo, il mio viso divenne simile a quello di una giovinetta. C’ero riuscita! Io, solo io avevo la soluzione e non l’avrei condivisa con nessuno! Nel frattempo, il mio amato scrisse altre lettere. Stava tornando! Ero colma di gioia, ma non potei far a meno, di notare la stessa contentezza sul volto della mia domestica. Forse anch’ella amava il mio futuro sposo? Era questo il segreto che si nascondeva dietro la sua felicità? Come era bello il volto di quella fanciulla! Era di umili origini, ma più regale di me nell’aspetto. Un tarlo si insinuò nella mia mente. Perchè mai era così contenta del ritorno del mio amato? Volevo comprendere meglio la faccenda e giurai a me stessa che sarei andata a fondo!
Continuai i miei esperimenti segreti, nella penombra delle mie stanze. Il mio futuro marito avrebbe impiegato ancora qualche giorno per tornare. Uno di quei giorni, giunsi alla lettura di un manuale che trattava di anatomia umana e dei segreti della giovinezza. Riflettevo: se il sangue di orribili animali mi aveva giovato così tanto, chissà cosa poteva fare, allora, il sangue di uomo! La domestica mi portò la colazione e nascosi tutto accuratamente. Era così felice, così radiosa, quella maledetta! E come era aggraziata! Iniziai dunque a fare ipotesi: se avessi avuto il suo sangue nelle vene, sarei stata forse bella come lei?
La notte calò, nascondendo le mie oscure brame ed io andai a dormire. Nella stanza accanto, giaceva la mia domestica. La curiosità mi colse; volevo vedere se nel sonno le sue sembianze restavano le stesse, o se la sua bellezza era frutto di qualche trucco o lozione che applicava durante il giorno. Mi alzai, sfilai lungo il corridoio ed aprii con delicatezza la porta della sua stanza. Feci passare da quello spiraglio un piccolo lume: dormiva profondamente. Entrai, quindi, senza far rumore. Potevo percepire il suo respiro. Alla luce della luna, mi fermai a guardarla, china, accanto al suo letto. Analizzavo i suoi tratti somatici, le linee del suo dolce viso. Era realmente avvenente! Persino nel sonno! Quanto mi doleva ammetterlo! Con l’animo macchiato dall’ira e dall’invidia, tornai a dormire.
La notte seguente, entrai di nuovo, di soppiatto, nella sua camera. L’astro della notte illuminava nuovamente il suo viso, con una pallida luce biancastra, donando ai suoi lineamenti un’aura di purezza e santità. Questa volta ero decisa ad avere la sua bellezza, ad avere il suo sangue! Avevo drogato molto pesantemente la sua bibita quella sera. Con un piccolo strumento, procurai un taglietto sul suo braccio e stillai le preziose gocce scarlatte nel mio calice. Fui sorpresa dall’enorme quantità di liquido che fuoriuscì dalla sua ferita! Poi, strinsi con una fascia di cotone il suo braccio e attesi l’arresto di quel flusso. Solo allora, tornai nella mia stanza, tenendo tra le mani il mio trofeo. Il sangue sì che era una potente medicina; era vita, bellezza e forza! Molti popoli usavano bere il sangue dei nemici. Alcune nobili donne dell’est, usavano addirittura farci il bagno ed anche io volevo tentare qualcosa di simile. Avevo terminato la mia opera giusto in tempo, appena prima del sopraggiungere di una violenta tempesta di fulmini. Davanti al pesante specchio di giada, alla tenue luce delle candele, pronunciai le mie formule e bevvi, da quel calice, un fatale sorso. Fui meravigliata, qualche minuto più tardi, dal vedere un netto miglioramento sul mio volto. Quale prodigio! Le arti oscure avevano vinto! Avevo ottenuto ciò che desideravo!
Provai colpa, certo! Non riconoscevo più la mia anima, un tempo bianca, candida ed ora torbida, putrida, macchiata dal sangue di un’innocente! Ero bella, aggraziata, eppure, dentro, ero orribile! Ma ero fermamente convinta che nessuno avrebbe potuto scoprire il mio segreto! Il mio amato sarebbe tornato e avremmo celebrato le nostre nozze. Nessuno avrebbe mai potuto rivolgermi ancora parole simili a quelle pronunciate da mio fratello! Nascosi il calice e mi asciugai con cura le labbra. Contemplai il mio viso nello specchio ancora per un poco, rapita dal grande potere della vanità. Appena un istante dopo, tuttavia, percepii qualcosa bussare sulla mia spalla sinistra. Probabilmente era solo una sensazione, o, almeno, così credevo. Continuavo a fissare il mio volto riflesso, ma notai che lo specchio iniziava gradualmente ad annerirsi, fino a divenire del colore della pece. Di nuovo, sentii qualcosa toccarmi la spalla, come per richiamare la mia attenzione. Mi voltai, turbata: la vecchia che avevo visto sulla brughiera, terribilmente consumata, arcigna, vestita di nero, coperta da un manto, comparve alla mia sinistra. Ora potevo vederla da vicino! Che orribile visione! Che atroce vecchiaia! Mai, nella mia vita, avevo visto un’anziana così consumata, una vecchiaia così decadente! Mi tornò in mente il suo canto: “Tornerò quando il giovane sangue sarà versato nel calice, quando la brughiera sarà in tempesta, quando la guerra sarà vinta e la battaglia del bene sarà persa, quando voi sarete più bella, eppure, in fondo, più brutta”. La nera signora mi porse la sua mano rugosa, per stringere la mia e mi rivolse queste parole: “Allora cara, è un equo scambio, la giovinezza in cambio della vostra anima!”. Che gioco schifoso! Che tremendo ricatto! Non potevo starci! Tremando, lanciai un’ampolla contro lo specchio, che si ruppe in mille pezzi. A quel punto la vecchia si voltò verso la finestra e scomparve nel nulla. Udii dei passi frettolosi giungere fino alla porta della mia camera, era ormai l’alba! Caddi sul pavimento, mentre una voce maschile tentava invano di rianimarmi: “Signora, signora, cosa succede? Destatevi! Il vostro promesso sposo è tornato!”. Era troppo tardi: la mia anima, sporca, immonda, aveva ormai lasciato il mio corpo, bello come mai lo era stato!


