La Soglia Oscura
Mitologia

TEOGONIA
CAPITOLO 8 – LA GIGANTOMACHIA
di Daniele Bello

Gli Elleni ci tramandano che, dopo aver sconfitto i Titani, gli dei dell’Olimpo dovettero ingaggiare una furiosa lotta contro i Giganti per mantenere il dominio sull’universo: questa guerra prese il nome di Gigantomachia e viene diversamente narrata dagli antichi poeti.
Secondo alcuni, la ribellione dei Giganti avvenne prima che Zeus affrontasse la terribile minaccia di Tifeo; altri sostengono, invece, che la contesa ebbe luogo durante l’età eroica e che gli dei dell’Olimpo vennero aiutati da un mortale: ERACLE, figlio di Zeus ed ALCMENA.
Ma è bene che la narrazione abbia il suo inizio partendo dal “principio di tutte le cose” (arkè): dopo la mutilazione di Urano, il sangue del nume fecondò la Terra e vennero quindi generati i Giganti. Nessuno era più enorme di loro, nessuno poteva vincere la loro forza: a guardarli incutevano terrore, con i loro lunghi capelli irsuti, la barba ispida e squamose code di serpente al posto dei piedi. Essi nacquero, sostengono alcuni, a FLEGRA; altri invece dicono a PALLENE (in Tracia).
Pur avendo origine divina, i Giganti erano mortali; in particolare, secondo una profezia tali esseri potevano essere uccisi solamente se colpiti contemporaneamente da un dio e da un mortale.
La ribellione ebbe inizio perché Gea, l’antica dea delle Terra, si indignò in quanto, nella spartizione del potere dopo la caduta di Crono, gli dei Olimpi avevano estromesso del tutto i suoi figli.
I Giganti diedero inizio alla rivolta alla guida dei loro capi, PORFIRIO e ALCIONE. Parteciparono alla Gigantomachia anche AGRIO, CLIZIO, EFIALTE, ENCELADO, EURITO, GRAZIONE, IPPOLITO, PALLANTE, POLIBOTE, TOANTE e tanti altri; pare che addirittura alcuni degli Ecatonkiri (COTTO e GIGE) si unirono alla battaglia assieme ai figli di Gea.
I Giganti misero tre monti uno sopra l’altro per raggiungere l’Olimpo; quindi, essi bersagliarono il cielo con pesanti massi e con querce infuocate
La dea Terra, venuta a sapere della profezia, subito cercò di un farmaco, affinché i i suoi figli non potessero venire distrutti da un uomo mortale. Zeus allora proibì ad Helios, Selene ed Eos di far brillare la loro luce e colse lui per primo l’erba magica; poi, disse alla dea Atena di andare a chiamare Eracle come loro alleato.
Accorso immediatamente alla chiamata degli dei, Eracle intervenne e colpì Alcione con le sue frecce: il gigante cadde a terra ma in un istante riprese tutto il suo vigore, più forte di prima (egli, infatti, era invincibile finché rimaneva sul suolo patrio). L’eroe allora, su consiglio di Atena, scagliò Alcione fuori dalla terra di Pallene e poi lo finì con le sue frecce avvelenate.
Porfirio attaccò Eracle ed Hera. Ma Zeus (oppure Eros, secondo un’altra versione) gli gettò in cuore una smania amorosa per la regina degli dei: il gigante strappò la tunica alla dea e cercò di farle violenza, ma lei gridò al soccorso. Zeus colpì Porfirio con la sua folgore ed Eracle lo finì con le sue frecce.
Efialte fu colpito all’occhio sinistro da una freccia di Apollo e a quello destro da una freccia di Eracle.
Eurito fu ucciso da Dioniso con il suo tirso, Clizio fu ucciso da Ecate con le sue torce (o forse da Efesto con il ferro incandescente).
Encelado tentò di fuggire, ma Atena gli gettò sopra l’isola della Sicilia; a Pallante, poi, Atena strappò via la pelle e la usò per proteggersi il corpo in battaglia. Polibote fu inseguito per mare da Poseidone, e giunse a Coo; il dio del mare allora tagliò un pezzo dell’isola e glielo scagliò addosso: adesso è l’isolotto che chiamiamo Nisiro.
Ermes, con l’elmo magico di Ade sulla testa, uccise Ippolito, mentre Artemide uccise Gratione.
Le Moire uccisero Agrio e Toante, che combattevano con randelli di bronzo.
Tutti gli altri furono annientati dalle folgori di Zeus: e a tutti Eracle diede il colpo di grazia con le sue frecce.
Così gli Dèi riuscirono a sconfiggere i Giganti.

Il lettore che abbia avuto la pazienza di leggere le pagine che precedono non può non notare l’enorme quantità di nomi di divinità che vengono citati da Esiodo e dagli altri poeti dell’antichità, tanto che diventa impresa assai ardua riuscire a ricostruire un albero genealogico completo (nelle Tabelle si è cercato di aiutare al lettore a districarsi meglio; il curioso con velleità di approfondire potrà leggere direttamente la “Teogonia” di Esiodo).
Chi ha già una certa dimestichezza con i racconti mitologici, invece, avrà osservato che le figure divine della religione greca tendono a sovrapporsi, quando addirittura non vi sono dei con attributi pressoché identici (come nel caso di Apollo e di Helios, entrambi assimilati al culto del sole).
Ciò è dovuto in gran parte al fatto che la cultura greca dei primordi si è formata a seguito della fusione – più o meno pacifica, non esistono fonti certe al riguardo – tra la popolazione mediterranea dei Pelasgi e alcuni popoli indoeuropei provenienti da nord, tra i quali il gruppo predominante fu all’inizio quello degli Achei.
I Pelasgi erano prevalentemente sedentari ed agricoltori, per cui essi collocavano la dimora delle loro divinità nella terra, per loro fonte di sopravvivenza; le divinità maggiori erano per lo più legate all’elemento femminile (come Hera e Gea), in quanto artefice del miracolo della maternità e della fecondità; le civiltà mediterranee ci hanno offerto più di un esempio di manifestazioni artistiche e religiose legate al culto della Potnia, l’antica Madre Terra (come i templi megalitici di Malta).
Gli Achei ereditavano invece un passato da nomadi, per cui i loro dei ‘risiedevano’ in cielo, unico elemento stabile per i popoli senza fissa dimora. Normalmente, le divinità principali erano connesse all’elemento maschile (come Urano e Zeus).
Dalla fusione tra queste due religioni nacque il primo pantheon greco, che sin dall’inizio si presentò piuttosto eterogeneo.
In questa fase, i Greci identificavano il sacro con le forze naturali (pare che gli dei più importanti fossero Poseidon e Demetra), per cui la divinità veniva raffigurata simbolicamente con un aspetto animale, ovvero metà uomo e metà animale (in alcuni casi, addirittura, la divinità è rappresentata come una orrida commistione tra animali diversi): tale iconografia religiosa è nota anche come “naturalismo”.
Successivamente, tale concezione venne superata identificando il sacro con elementi tipicamente umani e anche gli dei vennero raffigurati in forma umana, anche se idealizzati (“antropomorfismo”): i figli di Crono e i loro discendenti erano raffigurati come degli umani “perfetti”, in quanto erano immortali, ma con tutte le passioni e i vizi degli uomini: dall’amore alla collera, dall’amicizia alla gelosia.
Quando Esiodo si apprestò a scrivere la sua Teogonia, aveva davanti a sé una pletora di dei; la genialità del grande scrittore greco fu quella di immaginare una genealogia divina in cui trovavano spazio gli Dei della Prima Generazione, più vicini al Caos che all’ordine (raffigurati, come si è detto, come animali o mostri), destinati tuttavia ad essere spodestati e superati dagli Dei della Seconda Generazione (raffigurati, invece, in forma umana).
L’amore di Esiodo per la Dike (la Giustizia) non gli consentiva di concepire la storia come una guerra continua, per cui egli ritenne che la stabilità potesse essere trovata unicamente nel Cosmo e non in una eterna guerra tra generazioni. La lotta di Zeus contro Tifeo è l’ultimo atto di violenza prima della instaurazione di un nuovo ordine, in cui c’è spazio anche per l’armonia tra vecchi e nuovi dei; è solo in questo contesto che si può comprendere veramente il significato che ebbe, per gli antichi Greci, l’aspro conflitto e la successiva, definitiva riconciliazione tra Zeus e il Titano Prometeo, che per amore dell’umanità aveva rubato dall’Olimpo il segreto del rosso fuoco. Tale costruzione poetica e religiosa trova la sua eco nella cultura greca dei secoli successivi e permea le opere del grande tragediografo Eschilo, che nella trilogia dell’ORESTEA celebra la riconciliazione tra la vecchia legge del GHENOS, simboleggiata dalle terribili Erinni, e quella della POLIS, di cui Apollo ed Atena sono i protettori.