GLI ANTICHI DEI DELLA GRECIA – APOLLO
di Daniele Bello
Capitolo 7
Non dimenticherò di cantare Apollo arciere,
al cui arrivo tremano gli dei nella casa di Zeus:
quando si avvicina, balzano in piedi tutti
dai troni, quando tende l’arco luminoso.
Inni omerici, III, Inno ad Apollo, vv. 1-4
(traduzione di G. ZANETTO)
1.
Attributi della divinità
APOLLO (Απόλλων), una delle divinità più importanti della mitologia greca, era il nume protettore delle arti, della musica e della medicina; provetto arciere, il dio era in grado con la sua arma di infliggere la morte improvvisa ovvero di inviare terribili pestilenze (Iliade, Libro I).
Egli era anche il protettore della città di Delfi, nel cui tempio la sacerdotessa del dio (la Pizia) pronunciava oracoli in grado di predire il futuro o di rivelare la volontà divina.
Nella tarda antichità, Apollo fu venerato anche come dio del Sole e per questo identificato con Helios, l’auriga che conduce ogni giorno il cocchio solare.
In età repubblicana, il suo culto si diffuse anche nell’antica Roma, dove il nume venne associato ad una divinità autoctona (il SOL INVICTUS).
E’ certo, inoltre, che la religione etrusca venerasse una figura analoga a quella di Apollo, anche se non sono chiari i rapporti con il dio greco.
Il culto di Apollo era diffuso in tutta l’antica Grecia; il dio veniva adorato sia nella penisola ellenica che nelle colonie disseminate sulle rive africane del Mediterraneo, in Sicilia e in Magna Grecia. I luoghi principali di venerazione della divinità, tuttavia, erano Delfi (in Beozia) e l’isola di Delo.
L’iconografia di Apollo era anch’essa assai estesa (tanto da indicare un tipo di rappresentazione artistica, detta appunto “apollinea”); il dio veniva normalmente raffigurato come un bellissimo giovane senza barba e coronato di alloro, mentre i suoi attributi tipici erano l’arco e la cetra; altro suo emblema caratteristico era il tripode sacrificale dell’oracolo di Delfi. Animali sacri al dio erano i cigni, i lupi, le cicale, i falchi, i corvi, i serpenti, i galli, i delfini e il grifone.
Come molti altri déi greci, Apollo possedeva numerosi epiteti: il titolo maggiormente attributo ad Apollo era quello di Febo (letteralmente, “splendente” o “lucente”, riferito sia alla sua bellezza sia al suo legame con il sole).
Altri epiteti del dio erano:
• Akesios o Iatros, dal comune significato di guaritore e riferiti al suo ruolo di protettore della medicina.
• Alexikakos o Apotropaeos, (“colui che scaccia – o tiene lontano – il male); questi appellativi si riferivano, oltre che al suo già citato ruolo di patrono dei medici, al suo potere di scatenare (e dunque anche di tener lontane) malattie e pestilenze.
• Aphetoros (dio dell’arco) e Argurotoxos (dio dall’arco d’argento);
• Archegetes, “colui che guida la fondazione”, in quanto patrono di molte colonie greche di oltremare;
• Delphinios, in quanto il dio aveva il potere di trasformarsi in un delfino (o forse perché il nume aveva ucciso la dragonessa DELFINE);
• Lyceios e Lykegenes, che possono essere sia un riferimento al lupo, animale sacro ad Apollo, che alla Licia, regione nella quale si diceva che il dio fosse nato;
• Loxias (“l’oscuro”) e Coelispex (“colui che scruta i cieli”), con riferimento alle capacità oracolari del nume;
• Musegete o Musagete, in quanto guida e protettore delle Muse.
Le origini della figura di Apollo sono assai controverse ed oggetto di numerosi studi: secondo alcuni studiosi, la divinità sarebbe originaria dell’Egitto o dell’Asia Minore, mentre altri ritengono che il dio abbia una connotazione prettamente “dorica”; vi è inoltre chi enfatizza il legame tra Apollo e l’antichissima tradizione oracolare di Delfi e ritiene che il nume sia una divinità ctonia, di origine pre-ellenica.
Senza avere la pretesa di voler porre fine ad una controversia ancora aperta, si evidenzia tuttavia come molte fonti antiche facciano spesso riferimento alla tradizione legata al’oracolo di Delfi, che originariamente faceva probabilmente riferimento a divinità primigenie, di origine autoctona. Si leggano, al riguardo, le parole che ESCHILO mette in bocca alla Pizia nel Prologo della tragedia Le Eumenidi:
Avanti ogni altro dio onoro in questa preghiera
Gea, la prima profetessa; Temide dopo di lei,
che seconda s’istallò in questa sede profetica
già di sua madre, come si narra. E terza
vi ascese per suo volere, non per violenza d’alcuno,
un’altra titanide, Febe, figlia della Terra;
e questa la consegnò quale dono di genetliaco
a Febo, che appunto da Febe derivò tale nome.
Egli dunque, lasciato il lago e le rocce di Delo,
approdò alle rive di Pallade aperte alle navi
e raggiunse questa terra e la sede del Parnaso.
ESCHILO, Le Eumenidi, Prologo, vv. 1-111
(traduzione di C. CARENA)
In seguito, la religione delfica venne forse – per così dire – “colonizzata” da elementi provenienti dall’Oriente, come riferisce ERODOTO (Storie, Libro V, 58-68), il quale cita la leggenda di Cadmo, figlio del re di Tiro e fondatore di Tebe, interpretandola come una infiltrazione fenicia in Beozia: a fondamento di questa teoria il grande storico greco riferisce della esistenza di numerose iscrizioni in alfabeto fenicio presso il tempio di Delfi.
A seguito della invasione dei Dori (XII-XI secolo a.C.), il santuario delfico venne probabilmente saccheggiato e distrutto; quando esso risorse a nuova gloria, la tradizione oracolare venne associata ad una divinità del nuovo pantheon venerato dagli invasori, la quale però assorbì molte delle caratteristiche facenti parte della tradizione precedente. Da questa fusione tra elementi ctoni, indoeuropei e semitici nacque la figura di Apollo, così come ci è stato tramandato dalla religione olimpica.
2.
Nascita di Apollo
Secondo la tradizione, Apollo nacque assieme alla sorella ARTEMIDE da una relazione che il padre di tutti gli dei, Zeus, ebbe con LETO (la dea della Notte scura), figlia dei due Titani CEO e FEBE. Come ricorda ESIODO:
Leto generò Apollo ed Artemide arciera,
bellissima prole tra tutta la stirpe di Urano,
unita in amore con Zeus egioco.
ESIODO, Teogonia, vv. 918-920
Il poeta della Beozia nulla ci dice in merito alle circostanze che precedettero la nascita delle due divinità; a fornirci ulteriori dettagli sono l’anonimo autore dell’Inno ad Apollo e il poeta dell’età ellenistica CALLIMACO (Inno ad Apollo; Inno a Delo).
Si narra, infatti, che quando Hera venne a sapere del tradimento del consorte Zeus montò su tutte le furie2.
La dea Hera fece sì che ogni terra che veniva sfiorata da Leto fosse ostile nei suoi confronti, così che la figlia di Ceo e Febe (già afflitta dalle doglie) non poteva trovare sollievo.
Per tanto spazio camminò Leto, incinta dell’arciere,
cercando una terra disposta a offrirle una casa per il figlio.
Ma tutte tremavano per il terrore, e nessuna ardì
accogliere Febo, per quanto fosse prospera.
Inni omerici, III, Inno ad Apollo, vv. 45-48
(traduzione di G. ZANETTO)
Finalmente, Leto trovò rifugio nell’isola galleggiante di Asteria; in quanto non ancorata al suolo, essa non era né una terraferma né una isola vera e propria ed era quindi già di per sé inospitale, così da non poter tormentare ulteriormente la figlia dei Titani.
Leto venne straziata dalle doglie per nove giorni e nove notti: accanto a lei erano tutte le dee più grandi tranne la vendicativa Hera e Ilizia, la divinità protettrice del parto e del travaglio.
Sedeva infatti sulla cima dell’Olimpo fra nubi d’oro,
per volontà di Hera dalle bianche braccia, che per invidia
la teneva in disparte.
Inni omerici, III, Inno ad Apollo, vv. 97-99
(traduzione di G. ZANETTO)
Dall’isola le dee mandarono Iris in cerca di Ilizia e le promisero una grande ghirlanda di nove cubiti, intessuta di fili d’oro, per aiutare Leto a partorire.
Alcuni mitografi (APOLLODORO) riportano che a nascere fu dapprima Artemide, che in seguito aiutò la madre a partorire il fratello gemello; secondo l’anonimo autore dell’Inno ad Apollo, invece, ella era già nata nell’isola di Ortigia.
La figlia di Ceo e Febe partorì il dio Apollo in una notte di plenilunio, circondata da cigni.
Il dio uscì fuori alla luce, e le dee gridarono tutte.
Allora, Febo arciere, le dee ti lavarono con acqua limpida,
secondo il rito purificatorio, e ti avvolsero in un drappo bianco,
sottile ed intatto: intorno posero un nastro d’oro.
Apollo dalla spada d’oro non fu allattato dalla madre,
ma Temi gli versò con le mani immortali nettare
e ambrosia squisita.
Inni omerici, III, Inno ad Apollo, vv. 119-125
(traduzione di G. ZANETTO)
In segno di gratitudine Zeus fissò per sempre l’isola, che da quel giorno prese il nome di Delo; come disse il poeta CALLIMACO, “in cambio ricevesti questo nome dai naviganti; quindi per i mari non giravi più ignota, ma i tuoi piedi posero le radici nell’Egeo”3.
3.
L’oracolo di Delfi
Poco più che bambino, Apollo si cimentò nell’impresa di uccidere il drago PITONE, figlio di Gea, reo di aver tentato di stuprare Leto mentre questa era incinta del dio. Apollo, munito del suo arco e delle sue frecce (dono di Efesto), lo uccise presso la sua tana, situata nei pressi di Delfi, città dove sarebbe poi sorto l’oracolo a lui dedicato.
Secondo APOLLODORO, invece, Apollo si recò a Delfi, dove a quel tempo esisteva già un oracolo dedicato alla dea Temi, che rendeva i responsi (a lei si rivolsero Deucalione e Pirra dopo il diluvio scatenato da Zeus). Pitone, che stava a guardia del tempio, gli impedì di avvicinarsi alla fenditura delle esalazioni profetiche: allora Apollo lo uccise e si impossessò dell’oracolo.
Anche APOLLONIO RODIO, nelle sue Argonautiche, fa riferimento alla uccisione da parte del dio Apollo di un terribile mostro, cui viene dato il nome di DELFINE.
Una volta ai piedi della montagna del Parnaso
il dio uccise con l’arco l’abominevole Delfine, quando
era ancora un ragazzo ignudo, felice dei suoi riccioli.
APOLLONIO RODIO, Argonautiche, Libro II, vv. 705-707
(traduzione di A. BORGOGNO)
Non è possibile stabilire se Pitone e Delfine siano due appellativi della medesima creatura (in un caso, è evidente il legame per assonanza con la città di Delfi) ovvero se Apollo abbia sconfitto due diversi nemici4.
Fatto sta che, da allora, Apollo (cui venne dato l’appellativo di Pizio) stabilì il suo culto nella città di Delfi, che divenne il più famoso oracolo di tutta la Grecia e del mondo antico.
La sacerdotessa di Apollo, che gli antichi chiamarono Pizia, pronunciava i suoi vaticini in uno stato di alterazione mentale, indotta aspirando i vapori che fuoriuscivano da una fessura nel suolo o masticando vegetali allucinogeni come l’alloro; ella riferiva i suoi responsi al ministro del dio che poi li interpretava per il supplice.
Le fonti riferiscono che il nume, poco tempo dopo, uccise anche il gigante TIZIO, figlio di Zeus. Si narra che Leto fosse in viaggio per raggiungere i suoi figli, quando Tizio la vide e, preso da una smania terribile, cercò di violentarla: la dea chiamò in soccorso i suoi figli e questi accorsero e uccisero il gigante con le loro frecce. Per il suo oltraggio, Tizio fu scaraventato nel Tartaro e punito anche dopo la morte: nell’Ade, infatti, il suo cuore viene eternamente divorato dagli avvoltoi.
4.
Apollo e le Muse
Comincio a cantare le Muse, Apollo e Zeus:
infatti dalle Muse e da Apollo, il dio arciere,
provengono sopra la terra i cantori e i citarodi,
e da Zeus discendono i re. Beato colui che è amato
dalle Muse: dalla sua bocca esce un canto dolcissimo.
Inni omerici, XXV, Inno alle Muse e ad Apollo, vv. 1-5
(traduzione di G. ZANETTO)
Apollo era considerato il protettore delle arti e della musica; in quanto tale, egli veniva spesso raffigurato con uno strumento musicale (in particolare, la lira, dono del fratello Hermes).
Il rampollo di Leto era anche il protettore delle nove MUSE; figlie di Zeus e di MNEMOSINE, della stirpe dei Titani, esse erano le divinità protettrici dell’arte. Come ci ricorda ESIODO, esse erano nove: “le nove figlie dal grande Zeus generate, CLIO e EUTERPE e TALIA e MELPOMENE, TERSICORE e ERATO e POLIMNIA e URANIA, e CALLIOPE, che è la più illustre di tutte”5(Teogonia, vv. 76-79).
La dimora di queste divinità dee era il Parnaso, una montagna situata nella regione della Beozia, che domina la città di Delfi; il monte si biforca in due gioghi, denominati Cirra (o Pieria) ed Elicona, da sempre sacri ai poeti ed ai cantori del mondo antico.
Le Muse venivano frequentemente invitate alle feste degli dei e degli eroi perché allietassero i convitati con canti e danze; assai spesso esse venivano accompagnavate dal dio Apollo.
L’abilità e la perizia artistica delle nove dee non doveva e non poteva essere messa in discussione: si narra che le Muse vennero a contesa con le Sirene, figlie del dio fluviale Acheloo, e le vinsero in un agone artistico; per vendetta, le figlie di Mnemosine privarono le rivali delle loro ali, che esse utilizzarono per farsi delle corone.
Anche le nove figlie del re macedone PIERO (dette, appunto, le PIERIDI) osarono sfidare le Muse in una gara di canto; quando Calliope terminò la sua esibizione, le ninfe dichiararono vincitrici le dee abitatrici dell’Elicona; le Pieridi vennero quindi mutate in nove gazze (OVIDIO, Metamorfosi, Libro V).
Analoga sorte sarebbe toccata al pastore TAMIRI, che le Muse privarono della vista e dell’abilità del canto dopo averlo sconfitto – ancora una volta – in una prova musicale.
Erano particolarmente cari alle figlie di Mnemosine due figli di Apollo: il cantore tracio ORFEO, figlio di Calliope (che esse ricomposero e seppellirono quando venne fatto a pezzi e gettato in mare dalle Menadi, le sacerdotesse di Dioniso) e ARISTEO, che le Muse iniziarono all’arte medica e a quella divinatoria. Di entrambi si parlerà più diffusamente nel par. 7, dedicato ai discendenti di Apollo.
5.
L’ira del nume
Particolarmente nota, nella mitologia greca, era l’ira del dio Apollo, che era in grado, con il suo arco e con le sue frecce, di scatenare pestilenze, come anche di causare la morte improvvisa.
E’ noto l’episodio narrato nel Libro I dell’Iliade di OMERO: CRISE, sacerdote del dio di Delfi, si recò infatti nell’accampamento degli Achei (che assediavano Troia da oltre nove anni) per riscattare la figlia CRISEIDE, fatta schiava da AGAMENNONE, re di Micene.
Il rifiuto sdegnato del duce acheo suscitò la furia di Apollo, il quale provocò una terribile epidemia che falcidiò l’esercito degli Elleni; la rabbia del dio venne placata solo con la restituzione di Criseide e dopo solenni sacrifici in onore del figlio di Leto.
Un’altra terribile manifestazione di ira del nume fu quella legata alla vicenda di NIOBE, figlia di Tantalo e sposa di ANFIONE, figlio di Zeus e re di Tebe (come ci narra OVIDIO nelle sue Metamorfosi: Libro VI, vv. 146-312).
Nel vedere le donne tebane fare sacrifici a Leto e ai suoi due gemelli, la superba regina così apostrofò i suoi sudditi:
“Quale pazzia è la vostra, quella di anteporre gli dei di cui avete sentito parlare a quelli che vedete? O perché si venera Latona [Leto] sugli altari e la mia divinità è ancora senza incenso? Mio padre è Tantalo, solo al quale fu concesso di sedere alla mensa degli dei; una sorella delle Pleiadi è mia madre; è mio avo il grandissimo Atlante che con il capo regge la volta celeste; Giove [Zeus] è l’altro avo; mi glorio di quello anche come suocero”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro VI, vv. 170-176
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
Altre fonti riportano invece che Niobe, fiera dei suoi quattordici figli (sette maschi e sette femmine), aveva deriso Leto per averne avuti solo due.
Fatto sta che la genitrice di Apollo ed Artemide si indignò per tanta impudenza e chiese ai suoi figli di vendicarla. Gli infallibili dardi avvelenati scagliati dagli archi delle due divinità trapassarono, ad uno ad uno, i figli di Niobe provocandone la morte subitanea ed improvvisa.
La misera Niobe, privata della sua famiglia, si accasciò tra i figli esanimi: ella venne quindi trasformata in una pietra, dalla quale tuttavia continuarono a stillare le disperate lacrime della superba ed infelice madre.
Da ultimo, non si può non menzionare la tragica vicenda del satiro6 MARSIA: questi avrebbe raccolto uno strumento musicale (un flauto), abbandonato da Pallade Atena poiché la dea lo trovava ridicolo in quanto le sfigurava il viso nel suonarlo.
Il giovane satiro divenne talmente esperto nell’arte di modulare suoni con il flauto da sfidare il dio Apollo in una gara di musica: secondo i patti, il vincitore avrebbe avuto lo sconfitto totalmente alla sua mercé.
La gara ebbe inizio e i due contendenti cominciarono a suonare con i loro strumenti; dopo aver finito la sua esibizione, Apollo si mise a fare musica con la lira capovolta e sfidò Marsia a fare altrettanto: ovviamente, ciò era davvero impossibile con un flauto.
Apollo risultò così vincitore e si vendicò in modo atroce: egli fece legare Marsia ad un alto pino e lo uccise scorticandolo vivo (APOLLODORO, Biblioteca, Libro I, 24; OVIDIO, Metamorfosi, Libro VI, vv. 382-400).
6.
Amori di Apollo
Dafne
Numerose sono le leggende, tramandate da antichi poeti e cantori, che narrano degli amori del dio Apollo.
La più famosa è, senz’altro, quella che vede protagonista DAFNE, figlia del dio fluviale PENEO (anche se alcuni riferiscono che ella sarebbe stata una ninfa Oreade ovvero una sacerdotessa di Delfi).
Secondo quanto ci riferisce OVIDIO (Metamorfosi, Libro I, vv. 452-567) Apollo aveva appena ucciso il serpente Pitone quando incontrò EROS, figlio di Afrodite: il figlio di Leto schernì il giovane dio alato per il suo minuscolo arco, vantando invece le imprese che aveva appena compiuto con le proprie micidiali armi.
Profondamente offeso, il piccolo nume volle vendicarsi: per questo, egli scagliò una freccia dalla punta aguzza e dorata (quella che suscitava amore), che andò a finire tra le ossa di Apollo, e trapassò il corpo di Dafne con un dardo di piombo, dalla cima smussata (quella che, invece, rendeva immuni dalla passione).
Di conseguenza, il cuore del figlio di Leto cominciò ad ardere per la bella ninfa; quest’ultima, invece, schivando ogni corteggiatore fece voto di rimanere per sempre vergine e si consacrò ad Artemide.
Apollo tentò di sedurre in tutti i modi la fanciulla amata ma questa, impaurita, fuggì via dalle braccia del nume: invano, il dio cercò di raggiungerla ed abbracciarla perché Dafne continuava a scappare.
Mentre Apollo continuava ad inseguirla, la ninfa sfinita per la veloce fuga, guardando le acque del Peneo, invocò gli dei:
“O Terra, spalancati oppure distruggi con una metamorfosi la mia bella figura che è causa del mio danno! Padre, dammi aiuto, se voi fiumi avete potere divino! Cancella trasformando il bel sembiante per cui piacqui tanto!”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro I, vv. 543-547
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
La ninfa venne trasformata così in una pianta di lauro (alloro); anche così il dio continuò ad amare Dafne e ne abbracciò il tronco e la corteccia.
“Poiché non puoi essere mia coniuge, sarai di certo il mio albero. La mia chioma, la mia cetra, la mia faretra, o alloro, si orneranno di te”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro I, vv. 567-569
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
Da allora, la pianta dell’alloro è consacrata ad Apollo e a tutti i poeti.
Giacinto
Un altro dei miti più conosciuti riferiti al dio Apollo è quello che narra della sua triste storia d’amore con il principe spartano GIACINTO, figlio del re AMICLE (la vicenda ci viene raccontata ancora una volta da OVIDIO nelle sue Metamorfosi, Libro X vv. 162-219).
I due giovani si amavano profondamente e il dio era persino propenso a condurre il giovane amico sull’Olimpo, quando un giorno, mentre i due si stavano allenando nel lancio del disco, Giacinto venne colpito alla testa dall’attrezzo lanciato da Apollo.
“Febo per primo lo bilanciò e lo scagliò in aria, squarciando con quella massa le nubi che si trovavano nella sua traiettoria; il disco ricadde dopo lungo tempo sul suolo duro e dimostrò l’abilità del dio insieme alla sua forza. Subito, incautamente, spinto anche dal desiderio di giocare, il ragazzo del Tenaro correva a raccattare il disco, ma la dura terra, facendolo rimbalzare in aria, lo spinse contro il tuo viso, o Giacinto”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 178-185
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
Ferito a morte, Giacinto non poté che accasciarsi tra le braccia del compagno che, impotente, lo trasformò nel rosso fiore che porta il suo nome.
Ciparisso
Molto caro al dio Apollo fu anche il giovane CIPARISSO, figlio di TELEFO (re della Misia).
Si racconta (OVIDIO, Metamorfosi, Libro X vv. 106-142) che il figlio di Leto donasse al suo amato un cervo, dalla bellezza incomparabile. Accadde tuttavia che:
“il giovane Ciparisso poco accorto lo trafisse con un dardo acuto e, appena lo vide morire per la crudele ferita, stabilì fermamente di morire. Quali e quante parole di conforto non gli disse Febo, esortandolo a dolersi moderatamente e in proporzione alla causa! Ma quello continua a lamentarsi e chiede agli dei questo dono supremo, cioè di piangere senza limite di tempo”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 130-135
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
Apollo trasformò così il ragazzo in un cipresso, la cui resina sul tronco forma gocce simili a lacrime, ed esclamò: “Sarai pianto da me e piangerai gli altri e sarai accanto a chi soffre”.
Cirene
CIRENE era una vergine cacciatrice, figlia del re della Tessaglia IPSEO, che si era consacrata al culto della dea Artemide. Apollo la vide mentre lottava a mani nude con un leone e se ne innamorò; per questi egli la rapì, con il suo cocchio dorato tirato da cigni, e la condusse nell’Africa settentrionale (nel luogo in cui, più tardi, doveva sorgere la città di Cirene), dove le nozze vennero consumate.
Dall’unione tra il figlio di Leto e la bellissima fanciulla nacque Aristeo (“dio ottimo”), che venne nutrito con nettare ed ambrosia perché divenisse un giorno immortale.
Coronide
CORONIDE era la figlia di FLEGIAS, re dei Lapiti; il dio Apollo se ne innamorò quando la vide lavarsi i piedi nel lago Bebiade.
Il figlio di Leto generò con la fanciulla un figlio, ma la principessa dei Lapiti, mentre portava ancora in grembo il bambino, si innamorò di un mortale, ISCHYS, e fuggì con lui.
Quando un corvo andò a riferire l’accaduto ad Apollo, questi dapprima pensò a una menzogna e fece diventare il corvo nero come la pece (da bianco che era). Scoperta poi la verità, il dio chiese a sua sorella Artemide di uccidere la donna; secondo altre fonti, fu lo stesso nume a vendicarsi della fedifraga, provocandone la morte.
Apollo salvò comunque suo figlio, sottraendolo dal corpo della madre poco prima del rogo funebre, e lo affidò al centauro Chirone perché lo allevasse: al bambino venne dato il nome di Asclepio.
Come ricompensa per la sua lealtà, il corvo divenne un animale sacro al dio Apollo e venne dotato del potere di prevedere le morti imminenti.
Per vendicare la morte della figlia, Flegias diede fuoco al tempio di Apollo a Delfi e venne per questo ucciso dal dio e scaraventato nel Tartaro.
Marpessa
Apollo amò anche una donna chiamata MARPESSA, figlia di EVENO, re dell’Etolia; la fanciulla, tuttavia, era bramata anche da IDAS, un mortale (assieme al fratello Linceo, egli partecipò a molte celebri imprese, come la spedizione degli Argonauti e la caccia al cinghiale di Calidone). Per dirimere la contesa tra i due, che si stavano fronteggiando con l’arco in mano, intervenne Zeus, il quale sentenziò che la donna doveva essere lasciata libera di decidere; Marpessa scelse lo sposo terreno, poiché temeva di venire abbandonata da Apollo, quando fosse divenuta vecchia.
Altri amori di Apollo
Alcune fonti riferiscono che Apollo ebbe una storia d’amore con ECUBA, moglie di PRIAMO (re di Troia): dalla loro unione nacque TROILO nonché, secondo alcuni, anche ETTORE e POLIDORO.
Più nota è la passione del figlio di Leto per CASSANDRA, figlia dello stesso Priamo, cui il nume concesse il dono della profezia; poiché la fanciulla rifiutò l’amore di Apollo, il dio la condannò a non venir mai creduta per le sue previsioni.
Le fonti gli attribuiscono anche un legame con la ninfa DRIOPE, nonché con le Muse Calliope ed Urania.
Secondo un altro mito, Apollo s’innamorò perdutamente della ninfa Melissa, che tempo addietro aveva allevato e nutrito il giovane Zeus sul monte Ida. Fu una passione talmente travolgente che il nume trascurò completamente i suoi doveri di divinità del Sole; per punire Apollo, la ninfa venne allora trasformata in un’ape regina.
7.
Discendenti di Apollo
Apollo ebbe molti figli, dalle unioni che egli ebbe con donne mortali ed immortali: tra i suoi discendenti di Apollo più importanti si annoverano il famoso indovino MOPSO, che il nume generò da MANTO, figlia di TIRESIA; da un’altra donna mortale, CREUSA, egli ebbe IONE (futuro sacerdote di Delfi), cui EURIPIDE dedicò l’omonima tragedia; discendenti di Apollo erano anche il celebre musico LINO, nonché IMENEO, il dio del matrimonio, figlio della Musa Calliope.
Particolarmente famoso fu il poeta tracio Orfeo, generato anch’egli dalla Musa Calliope: la sua abilità nella musica e nel canto era nota in tutto il mondo antico: si diceva che il suo canto faceva muovere anche le pietre; egli partecipò alla spedizione degli Argonauti e fu anche il fondatore del culto dei Misteri.
Un giorno la sua sposa, la ninfa EURIDICE, fu morsa da un serpente e morì7; Orfeo scese nell’Ade, deciso a riprendersela, e cercò di convincere Ades e Persefone a rimandare la sua amata nel mondo dei vivi.
Gli dei dell’oltretomba si commossero e consentirono ad Orfeo di portare con sé la moglie ma posero una condizione: lungo la strada del ritorno, il musico non avrebbe mai dovuto voltarsi a guardare la sposa prima di arrivare a casa. Ma il figlio di Apollo disobbedì.
Erano giunti non lontano
dalla superficie della terra;
qui, temendo che gli sfuggisse e avido di vederla,
lo sposo innamorato rivolse indietro gli occhi
e subito quella ripiombò giù.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro X, vv. 55-56
(traduzione di N. SCIVOLETTO)
Orfeo tornò sconsolato nel mondo dei vivi; il suo amore per Euridice lo portò a fuggire qualsiasi contatto con l’elemento femminile, che egli aborriva come la morte; di ciò si dolsero le Menadi, sacerdotesse del dio Dioniso, che lo uccisero facendolo a pezzi (OVIDIO, Metamorfosi, Libro XI, vv. 1-84).
“Proprio allora i massi rosseggiarono del sangue del vate che non fu più ascoltato. Dapprima le Menadi fanno a pezzi gli innumerevoli uccelli ancora avvinti dalla voce del vate e i serpenti e la schiera delle belve, attestazione onorifica della sua esibizione. Di poi, con le mani lorde di sangue, si avventano su Orfeo e si ammassano come fanno gli uccelli […] ritornano ad assalire il vate che tendeva le mani e che per la prima volta allora pronunciava parole senza efficacia e senza riuscire a smuovere alcunché: sacrilegamente lo ammazzarono e da quella bocca che, per Giove [Zeus], era stata ascoltata dai sassi e intesa dalla sensibilità delle belve, l’anima esalata si disperse nei venti”.
OVIDIO, Metamorfosi, Libro XI, vv. 18-24; 38-43
(traduzione in prosa di N. SCIVOLETTO)
Di ciò si dolse lo stesso dio Dioniso, che trasformò le donne assassine in alberi. Il corpo di Orfeo venne ricomposto dalle Muse e quindi sepolto nella regione della Pieria.
Un altro famoso discendente di Apollo fu Aristeo, figlio – come si è detto – della ninfa Cirene. Egli nacque in Libia, dove si erano celebrate le nozze tra il dio e la figlia del re di Tessaglia; sembra che Hermes assistette al parto e che le ninfe si presero cura del piccolo, nutrendolo con nettare ed ambrosia ed insegnandogli le varie arti dell’agricoltura, dell’apicoltura e della pastorizia.
Aristeo venne in seguito educato dal centauro Chirone nell’arte della guerra e della caccia; egli si trasferì quindi in Beozia dove apprese dalle Muse l’arte medica e quella divinatoria8.
Una volta diventato adulto, Aristeo sposò AUTONOE, figlia di CADMO (re di Tebe); da questa unione nacque il famoso cacciatore ATTEONE.
Poiché egli causò involontariamente la morte di Euridice, la sposa di Orfeo, le ninfe driadi distrussero le sue api. Aristeo riuscì tuttavia a placarne l’ira offrendo loro in sacrificio dei capi di bestiame.
Aristeo dedicò la sua vita ad allevare api e a fare il pastore: venne onorato come un dio in molte località della Grecia (e spesso assimilato a Pan), per aver insegnato agli uomini l’apicoltura, la produzione del formaggio e la pastorizia9.
8.
Asclepio
Comincio a cantare il figlio di Apollo, Asclepio,
guaritore di morbi, generato da Coronide, nobile
figlio del re Flegias, nella pianura Dotia,
gran conforto per gli uomini, risanatore di aspre pene.
Inni omerici, XVI, Inno ad Asclepio, vv. 1-4
(traduzione di G. ZANETTO)
Un discorso a parte va fatto per Asclepio, figlio – come si è detto – di Apollo e della principessa Coronide10.
Come noto, il figlio di Leto uccise la fanciulla, colpevole di aver tradito il nume, ma strappò dal rogo funebre il suo bambino e lo portò al centauro Chirone, il quale lo allevò e lo istruì nell’arte della medicina e della caccia.
Asclepio divenne medico e fece progressi tali nella sua professione che riuscì non solo a salvare da morte certa molti ammalati, ma addirittura a far resuscitare i defunti (secondo IGINO, egli avrebbe ridato la vita a GLAUCO, figlio del re di Creta MINOSSE, e a IPPOLITO, figlio del re di Atene TESEO). La dea Atena, infatti, gli aveva donato il sangue sgorgato dalle vene della Medusa: con il liquido vitale che proveniva dalle vene sinistre della Gorgone Asclepio era in grado di provocare la morte delle persone; con quello delle vene di destra, invece, egli poteva invece restituire loro la salute.
Zeus, preoccupato che gli uomini potessero fare a meno degli dei, una volta appreso il segreto dell’immortalità, incenerì Asclepio con il suo fulmine11.
Apollo s’infuriò e uccise i Ciclopi, che – come è noto – avevano fabbricato il fulmine di Zeus. Il padre di tutti gli dei stava per gettare suo figlio nel Tartaro, ma Leto intercedette per lui: la punizione per Apollo fu quella di servire un mortale per un periodo di un anno (nove anni, secondo EURIPIDE).
Fu così che Apollo andò a Fere (in Tessaglia) nella casa del re ADMETO, dove lavorò come un umile pastore12.
Il nume venne trattato dal sovrano tessalo in modo talmente umano e gentile che tra i due nacque un rapporto di vera amicizia: Apollo fece sì che gli armenti del re di Fere partorissero solo figli gemelli, incrementandone così il numero.
In seguito, il dio aiutò Admeto a ottenere la mano della bella ALCESTI (figlia di PELIA, re di Iolco), che per volere del padre sarebbe potuta andare in sposa solo a chi fosse riuscito a mettere il giogo a due bestie feroci: Apollo regalò all’amico un carro trainato da un leone e da un cinghiale.
Le vicende relative alla morte di Alcesti e di come ella venne strappata dalle grinfie di Thanatos sono l’oggetto della omonima tragedia di EURIPIDE.
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1 L’Orestea, Torino, Einaudi, 1980, p. 147.
2 Secondo ESIODO la relazione tra Zeus e Leto fu antecedente al matrimonio con Hera, per cui non si capirebbero le ragioni della gelosia della figlia di Crono; forse il padre di tutti gli dei sedusse la figlia di Ceo e Febe quando Zeus ed Hera avevano già iniziato la loro relazione, anche se clandestina.
3 Gli antichi narrano anche che Leto, dopo aver partorito i suoi figli, per sfuggire a Hera si recò in un villaggio Licia, dove alcuni contadini le negarono persino l’acqua per dissetarsi; in preda all’ira, la dea trasformò quegli abitanti tanto villani in rane (OVIDIO, Metamorfosi, Libro VI, vv. 313-381).
4 A complicare ulteriormente le cose, ci si mette anche l’anonimo poeta dell’Inno ad Apollo, che narra dell’uccisione di Tifone, figlio di Hera, da parte di Apollo. E’ probabile, tuttavia, che l’episodio descritto sia frutto di una interpolazione successiva e che l’autore abbia fatto confusione con Tifeo, l’orribile mostro sconfitto da Zeus. Secondo il celebre studioso KERENYI, il terribile custode dell’oracolo ucciso da Apollo sarebbe da identificare con ECHIDNA, creatura primigenia descritta nella Teogonia di ESIODO.
5 Queste le prerogative delle nove Muse: Calliope, colei che ha uno sguardo bello, era la musa protettrice della poesia epica; Clio, colei che rende celebri, proteggeva la storia; Erato, colei che provoca desiderio, era la dea della poesia amorosa; Euterpe, colei che rallegra, era associata alla poesia lirica; Melpomene, colei che canta, era la musa della tragedia; Polimnia, colei che ha molti inni, proteggeva il mimo e gli inni sacri; Talia, colei che è festiva, era la musa della commedia; Tersicore, colei che si diletta nella danza, era la divinità protettrice della danza; Urania, colei che è celeste, era associata all’astronomia e alla geometria.
6 I satiri erano delle figure mitiche maschili, compagni del dio DIONISO, che abitavano boschi e montagne. Erano generalmente raffigurati come esseri umani barbuti con corna, coda e zampe di capra.
7 Si narra che un altro figlio di Apollo, Aristeo, si invaghì di Euridice e tentò di farla sua; nell’inseguimento che ne seguì la sposa di Orfeo riuscì più volte a sfuggirgli, finché accidentalmente calpestò un serpente velenoso che con il suo morso la uccise.
8 Per questo motivo, Aristeo viene a volte confuso con Asclepio (par. 8).
9 Il culto di Aristeo era diffuso anche presso le popolazioni nuragiche della Sardegna, come dimostrato da reperti archeologici.
10 Secondo un’altra versione, Asclepio sarebbe stato figlio di ARSINOE, figlia di LEUCIPPO e nipote di GORGOFONE (una delle figlie dell’eroe PERSEO).
11 Alcuni studiosi hanno identificato Asclepio con PEONE, il medico degli dei citato in OMERO; il figlio di Apollo sarebbe stato pertanto assunto nell’Olimpo.
12 Altri sostengono che Apollo dovette servire Admeto per espiare l’uccisione di Delfine o Pitone.
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Fonti:
https://www.theoi.com/Olympios/Apollon.html
o Homer, The Iliad – Greek Epic C8th B.C.
o The Orphic Hymns – Greek Hymns C3rd B.C. – C2nd A.D.
o Homer, The Odyssey – Greek Epic C8th B.C.
o The Homeric Hymns – Greek Epic C8th-4th B.C.
o The Orphic Hymns – Greek Hymns C3rd B.C. – C2nd A.D.
o Hesiod, Theogony – Greek Epic C8th-7th B.C.
o The Homeric Hymns – Greek Epic C8th-4th B.C.
o Apollodorus, The Library – Greek Mythography C2nd A.D.
o Apollonius Rhodius, The Argonautica – Greek Epic C3rd B.C.
o Callimachus, Hymns – Greek Poetry C3rd B.C.
o Hyginus, Fabulae – Latin Mythography C2nd A.D.
o Ovid, Metamorphoses – Latin Epic C1st B.C. – C1st A.D.


