TOC TOC
di Silvia Ceotto
Ho già preparato il caffè, ma la cucina è rimasta in disordine e la lavatrice ha terminato il proprio ciclo di lavaggio; i panni attendono, molli e umidi, di essere sostituiti con quelli asciutti che penzolano fuori dalla finestra.
Niente di speciale. Mio marito è sotto la doccia, la sveglia tra poco suonerà anche per mio figlio e poi, dopo un breve saluto biascicato, ogni componente della famiglia si dedicherà alle proprie attività fino all’ora di cena.
Allora, qual’è il problema? Perché qualcosa non torna?
Controllo sul calendario, c’è scritto che oggi scade l’assicurazione ma io l’ho già pagata. Controllo il registro elettronico, niente… giro per casa, apro la dispensa e… TOC, TOC, TOC… cos’è? Vado in cantina TOC, TOC. La buca delle lettere è vuota TOC, risalgo in ascensore TOC, TOC, TOC… «Ma voi lo sentite?»
Mio marito e mio figlio non sentono il TOC TOC. Fanno colazione e vanno via di corsa e io cerco di ignorare il TOC TOC finché, passando in corridoio, mi accorgo che ogni TOC corrisponde a un mio passo. Sono io che faccio TOC!
Mi tasto il petto, il collo, la testa. Forse sono diventata matta? Le braccia funzionano, le gambe si piegano anche se, quella di sinistra, mi rimane un po’ rigida. Ma dall’incidente, non è più tornata come prima. Si sarà gonfiata per via del tempo instabile? No… è di legno!
Dal ginocchio in giù, la mia gamba è fatta di legno, incluso il piede.
È un legno liscio e scuro, lucido come quello di una bella cassettiera appena uscita dal mobilificio.
TOC, TOC, TOC e afferro il telefono. Il medico non risponde, un classico! Allora gli lascio un messaggio vocale: «Doc, buongiorno. Mi sono svegliata con una gamba di legno. Eppure sono sicura che era di carne, quando sono andata a dormire.»
Mi risponde dopo venti minuti. Nel frattempo io sono saltata su una gamba sola (quella buona) fino al divano, per non sentire il TOC TOC: «Signora, buongiorno. Lei mi sta diventando tutta di legno, può capitare. E quando il processo sarà completato, lei sarà uguale uguale a un burattino.»
«Ma com’è possibile, dottore?»
«È possibile quando raccontiamo le bugie a noi stessi, quando sacrifichiamo la nostra umanità, la nostra unicità. Quando diamo importanza solo a quello che serve e mai a quello che siamo. Che vantaggio c’è nell’essere fatti di carne, se poi ci riduciamo ad essere dei meccanismi di un sistema? Me lo dica lei, signora.»


