La Soglia Oscura
Monografie,  Mitologia

GLI EROI DELL’ANTICA GRECIA – CADMO, EDIPO E I SETTE CONTRO TEBE
di Daniele Bello
Capitolo 5

1.
Il ratto di Europa

Tanto tempo fa, nella terra dei CANANEI prosperava una città che i nostri antenati chiamarono TIRO, che dominava la regione della FENICIA; il loro re, AGENORE1, pur essendo stato allietato da ben tre figli maschi (CADMO, FENICE e CILICE), stravedeva per l’unica figlia femmina che aveva e alla quale venne dato il nome di EUROPA.
La bellissima fanciulla, pur ancora in tenera età, era talmente bella da suscitare l’ardore e la passione di uomini e dei. Il caso volle (ma siamo proprio sicuri che si tratti di un caso, anche questa volta?) che ad invaghirsi della bella Europa fosse il dio del tuono e del fulmine, il sommo ma non proprio fedele ed integerrimo Zeus.
Il padre di tutti gli dei, per sedurre la donna amata, ricorse per l’ennesima volta allo strumento della metamorfosi, come già avvenuto in passato per Danae, la genitrice di Perseo; prese le sembianze di un toro, Zeus si avvicinò alle spiagge di Tiro, dove Europa e le sue ancelle si erano recate per giocare.
La bella fanciulla fu l’unica a non fuggire impaurita di fronte a quello splendido animale dal manto bianco; ci volle poco, ai due, per prendere confidenza e ci volle ancor meno perché Europa saltasse in groppa a quell’aitante toro.
A questo punto, il superbo animale cominciò a galoppare a filo d’acqua e attraversò il Mar Mediterraneo sino a giungere nell’isola di CRETA; qui Zeus riprese le sue vere sembianze e si unì in amore con Europa; dalla loro unione nacquero tre figli: MINOSSE, SARPEDONTE e RADAMANTO.
Succesivamente ASTERIO, signore di Creta, si innamorò di Europa e la sposò; non avendo eredi, egli adottò i figli di Zeus.
La prole di Europa ebbe un destino glorioso: Sarpedonte emigrò in Asia Minore e diventò re della LICIA; Radamanto fissò tutta la legislazione dell’isola e, alla sua morte, venne chiamato ad essere giudice dell’Ade; Minosse, invece, ereditò il trono del padre adottivo, che poi trasmise al figlio DEUCALIONE e al nipote IDOMENEO, che partecipò alla guerra di Troia.

Tabella n. 2

Europa e i suoi discendenti

2.
La ricerca di Cadmo

Dopo la scomparsa di Europa, il padre Agenore si adirò con i suoi figli e li costrinse a mettersi alla ricerca dell’amata fanciulla, ordinandogli di non tornare più a casa se non dopo averla trovata. Partirono alla sua ricerca anche la madre TELEFASSA e il loro fedele amico TASO, figlio di Poseidone.
I figli di Agenore partirono con un piccolo seguito di compagni e cercarono la sorella perduta ovunque, senza tuttavia riuscire ad avere la minima notizia di lei, dopo la sua scomparsa; poiché era stato loro proibito di tornare a casa senza Europa, essi continuarono a peregrinare ancora per molto tempo, sino a quando non furono sopraffatti dalla rassegnazione.
Per primo, Fenice decise di stabilirsi nella terra che da lui prese poi il nome di Fenicia; Cilice si fermò invece in Asia Minore e decise di abitare nella regione che egli chiamò CILICIA. Cadmo e e Telefassa, invece, giunsero in Tracia insieme a Taso, il quale colonizzò poi un’isola vicina fondando una città.
Quando Telefassa morì, Cadmo la seppellì e decise di proseguire il suo viaggio verso il luogo più sacro di tutta l’anticihità: l’oracolo di Delfi, dove il dio Apollo parlava per bocca della sua sacerdotessa, la Pizia. I vaticini del nume furono chiari (circostanza, questa, per la verità piuttosto insolita): egli disse a Cadmo di non cercare più sua sorella Europa, ma di seguire invece il cammino di una vacca e di fondare una città dove là dove l’animale si sarebbe fermato, stendendosi a terra.
Cadmo si mise in viaggio e incontrò una mucca nei pascoli di PELAGONE: fedele alla profezia di Apolo, egli si mise a seguirla sino a quando l’animale non si stese a terra, in un luogo imprecisato nella regione della Beozia. Cadmo pensò allora di sacrificare l’animale agli dei e mandò alcuni dei suoi compagni ad attingere acqua ad una fonte, per iniziare il rito.
A guardia della sorgente, tuttavia, montava la guardia un terribile drago, che uccise senza pietà tutti i compagni di Cadmo. Egli allora, infuriato, si infiltrò nel boschetto presso il quale sorgeva la fonte ed affrontò il mostro: il figlio di Agenore conficcò la sua lancia nel fianco del drago così profondamente da far sgorgare un fiotto di denso sangue scuro. L’orrida bestia cercò di scagliarsi addosso a Cadmo, ma questi non indietreggiò, colpendo con tutta la sua forza le fauci terrificanti, fino a che non riuscì ad affondare la spada nella gola del drago, inchiodandolo al tronco di una quercia.
Cadmo rivolse allora una preghiera accorata agli dei, chiedendo che cosa dovesse fare ora che aveva perduto tutti i suoi compagni: come avrebbe potuto fondare una città da solo? Intervenne a questo punto in suo aiuto Atena, che gli consigliò di seminare i denti del mostro ucciso.
Il figlio di Agenore si prestò ad eseguire quello strano rituale; con grande stupore, egli notò che dai denti piantati stavano balzando fuori dalla terra, come arbusti, degli uomini armati: di lì a poco, essi cominciarono a guardarsi tra di loro con aria ostile e vennero a battaglia.
Dopo un’aspra lotta, solamente cinque dei guerrieri erano sopravvissuti e avrebbero continuato a combattere sino alla morte se Cadmo non si fosse frapposto tra di loro per mettere pace: assieme ai cinque uomini d’arme, cui venne dato il nome di SPARTI, il figlio di Agenore fondò una città.
Cadmo divenne il primo sovrano della nuova comunità della Beozia2, mentre gli Sparti (ECHIONE, UDEO, CTONIO, IPERENORE e PELORO) furono i progenitori della nobiltà tebana.

3.
La famiglia reale della Cadmea

Quando Cadmo divenne re di Tebe, egli si unì in matrimonio con la bellissima ARMONIA, figlia di Ares e Afrodite. Sembra che tutti gli dei dell’Olimpo, per l’occasione, lasciassero la loro dimora celeste per celebrare, al suono degli inni sacri, la sacra unione tra i due sposi, nella regione che tutti ormai avevano cominciato a chiamare CADMEA3; per l’occasione, il re regalò alla moglie un peplo ed una collana lavorata dal dio Efesto.
Le nozze tra Cadmo ed Armonia vennero allietate da cinque figli: quattro femmine (AUTONOE, INO, SEMELE e AGAVE) e un maschio, POLIDORO; la sorte, tuttavia, non fu benigna con la prole dei reali.
Autonoe, infatti, andò in sposa al nobile ARISTEO (figlio di Apollo) ed ebbe un figlio, cui venne dato il nome di ATTEONE; questi divenne ben presto un famoso cacciatore, ma perì miseramente, sbranato dai suoi stessi cani; si narra, infatti, che il figlio di Autonoe avesse visto accidentalmente Artemide mentre faceva il bagno; la dea, sdegnata, lo trasformò in cervo e provocò una furia rabbiosa nella muta dei cani che accompagnava lo sventurato cacciatore; gli animali, non riconoscendo il loro padrone, lo divorarono.
Ino si unì in matrimonio con ATAMANTE4, re di ORCOMENO, mentre Agave sposò Echione (uno degli Sparti), da cui ebbe un figlio maschio cui vene dato il nome di PENTEO.
La bella Semele, invece, fece innamorare di sé il padre di tutti gli dei, Zeus dalla folgore fiammeggiante, che non si fece scrupoli nel sedurla e ingannare ancora una volta la moglie Hera.
Furiosa per l’ennesimo tradimento, la regina di tutti gli dei prese le sembianze di una mortale e si presentò a Semele, consigliandole di chiedere al suo spasimante di rivelarsi in tutto il suo splendore; quando l’ignara figlia di Cadmo si incontrò con il focoso amante, si fece promettere da Zeus che avrebbe esaudito qualsiasi desiderio ella avesse espresso. Il figlio di Crono acconsentì e Semele gli chiese di manifestarsi allo stesso modo in cui il dio si univa in amore alla dea Hera. Zeus non potè rifiutare e si rivelò nel pieno del suo fulgore: la figlia di Cadmo morì incenerita, ma il padre di tutti gli dei riuscì a salvare il bambino di sette mesi che la fanciulla portava in grembo e se lo cucì all’interno della coscia.

Tabella n. 3

I figli di Cadmo

Trascorso il tempo debito, Zeus partorì un figlio, cui venne dato il nome di DIONISO, e lo affidò al dio Hermes; questi lo portò a Ino e Atamante, convincendoli ad allevarlo. La dea Hera, ancora furente per il tradimento del marito, rivolse la sua ira nei confronti del bambino e dei suoi genitori adottivi, che vennero quindi colpiti dalla follia: Atamante diede la caccia al suo figlio maggiore, LEARCO, scambiandolo per un cervo, e lo uccise; poi gettò l’altro figlio MELICERTE in mare, per lo strazio della madre che si gettò in acqua per salvarlo ed annegò (si tramanda che proprio in onore di queste vittime vennero istituiti in Ellade i Giochi Istmici)5.
Per nascondere Dioniso dalla rabbia della dea Hera, Zeus lo trasformò in un capretto, che Hermes condusse in Asia; ma anche lì il giovane figlio di Semele venne funestato dalla follia che gli aveva scagliato la regina degli dei e fu costretto a vagare, ramingo, per l’Egitto e per la Siria prima di giungere in Frigia, dove la dea Rea Cibele lo purificò e gli insegnò i riti di iniziazione collegati al culto della Grande Madre (più tardi noti nel mondo ellenico come i “Misteri”).
Una volta recuperato il senno, Dioniso scoprì il segreto della vite, della vendemmia e del vino; percorse in lungo e in largo l’India, l’Asia e la Tracia e, nel suo peregrinare, si creò un grosso seguito di adepti; spiccavano in particolare gruppi di donne che già cominciavano a definirsi sue sacerdotesse: le MENADI e le BACCANTI, che seguivano il carro di Dioniso in preda a frenesia estatica ed invasate dal furore e dall’ebbrezza; il corteo era in genere accompagnato anche da belve feroci, da SATIRI e da SILENI (esseri mitici, raffigurati come esseri umani barbuti con caratteristiche animali: avevano infatti le corna, la coda e le zampe di capra).
Attraversata la Tracia, Dioniso fece ritorno nella Cadmea, dove costrinse tutte le donne ad abbandonare le loro case e a compiere sul monte CITERONE i riti misterici, in preda all’ebbrezza.
All’epoca, un ormai anziano Cadmo aveva lasciato il suo trono al nipote Penteo6; inorridito dal carattere orgiastico dei rituali collegati al culto in onore del cugino Dioniso, il figlio di Agave e di Echione cercò in tutti i modi di impedire tali cerimonie.
Salito sul Citerone, Penteo cercò di spiare le Baccanti, ma venne scoperto dalle sacerdotesse invasate, capeggiate da sua madre Agave. Le donne, in preda alla follia, lo fecero a pezzi, credendolo una belva feroce, e conficcarono la sua testa su un ramo di tirso; troppo tardi, esse compresero il loro tragico errore7.
Dioniso si congedò dagli abitanti della Cadmea, proclamandosi una divinità e continuando il suo peregrinare in giro per il mondo, in attesa di essere accolto nell’Olimpo dal padre Zeus.
Dopo questi tragici eventi, Cadmo e Armonia decisero di lasciare la città e, su consiglio di un oracolo, si recarono nel paese degli Illiri, dove il figlio di Agenore venne acclamato come sovrano dalla popolazione locale; in punto di morte, Cadmo ed Armonia vennero trasformati in serpenti e poi accolti da Zeus nei Campi Elisi (luogo nel quale dimoravano dopo la morte le anime di coloro che erano amati dagli dèi).
A quel punto ascese al trono Polidoro, figlio di Cadmo, il quale sposò NITTEIDE (figlia di NITTEO e nipote di Ctonio, uno degli Sparti), che gli diede un figlio maschio di nome LABDACO; questi succedette al trono paterno in tenera età, ragion per cui la reggenza venne assicurata durante i primi anni dal nonno Nitteo.
Del regno di Labdaco si sa ben poco, in verità: si racconta che il giovane sovrano mosse guerra agli Ateniesi per una questione di confini e che morì straziato dalle Baccanti, avendo tentato anche lui (come Penteo) di opporsi ai riti dionisiaci; poiché suo figlio LAIO alla morte del padre aveva solamente un anno, il trono venne usurpato da LICO, fratello di Nitteo8.

4.
La reggenza degli Sparti

Il periodo di interregno, nel quale i figli di Cadmo persero il trono, va raccontato compiutamente anche se le fonti a nostra disposizione sono in realtà molto confuse.
Come si è avuto modo di vedere sopra, dopo la morte di Penteo cominciarono ad avere un certo ascendente sulla famiglia reale due discendenti degli Sparti: Nitteo e Lico, legati da profonda amicizia con il figlio di Agave9.
Nitteo era il padre di una bellissima fanciulla di nome ANTIOPE: questa era così seducente da far sorgere una irrefrenabile passione in Zeus, che si unì in amore con lei; quando rimase incinta, il padre scacciò Antiope e la fanciulla fu costretta a rifugiarsi da EPOPEO, re di SICIONE. Disperato, il vecchio Nitteo morì di crepacuore, non prima di aver incaricato il fratello Lico di punire la figlia.
Lico mosse guerra a Sicione e la occupò, uccise Epopeo e portò con sè Antiope come prigioniera; egli fece inoltre abbandonare i due gemelli che la figlia di Nitteo aveva generato dalla sua unione con Zeus. Non contento della sua impresa, il discendente degli Sparti prese il potere in Cadmea, approfittando della giovanissima età del legittimo erede al trono; ben presto, Lico trasformò il suo potere in una vera e propria tirannide, che egli esercitò per più di venti anni; a farne le spese fu soprattutto la nipote Antiope, che venne trattata come una schiava e costretta a subire le angherie dello zio e di sua moglie DIRCE.
Ma la storia dei regnanti della Beozia è ben lungi dall’essere completata; occorre infatti sapere che i due figli di Antiope, abbandonati lungo la strada per trovare morte certa, vennero raccolti ed allevati da un mandriano, che li adottò come figli e li chiamò ZETO e ANFIONE.
Crescendo, Zeto cominciò ad occuparsi del bestiame, mentre Anfione divenne maestro nella citarodia, l’arte di suonare la cetra che gli aveva donato Hermes.
Un giorno, Antiope riuscì a liberarsi dalla schiavitù e a fuggire, trovando rifugio ed ospitalità (manco a dirlo…) proprio nella capanna dove abitavano i suoi figli. Ci vollero solo pochi istanti affinchè i due gemelli riconoscessero la loro madre biologica e apprendessero delle loro vere origini.
Zeto ed Anfione partirono verso la città, portando con loro un buon numero di seguaci: essi uccisero Lico e suppliziarono Dirce legandola ad un toro selvaggio. I due fratelli presero quindi il potere ed esiliarono Laio, che trovò rifugio alla corte di Pelope (figlio di Tantalo), nel Peloponneso.
Si narra che Zeto ed Anfione divennero due sovrani molto amati dalla popolazione; a loro si deve, in particolare, la costruzione delle famose mura della città, con le celebri sette porte; secondo la versione di alcuni poeti, le pietre utilizzate per le fortificazioni si muovevano da sole seguendo il suono della lira di Anfione.
Zeto prese in moglie una bellissima donna di nome TEBE, da cui prese il nome la città; Anfione sposò invece NIOBE, figlia di Tantalo, che gli diede ben quattordici figli (sette maschi e sette femmine10); del loro triste fato dovremo ora occuparci.

Tabella n. 4

Sparti e Labdacidi

Fiera di avere una così bella discendenza, un giorno Niobe si vantò di essere una madre più felice della stessa LETO (madre di Apollo ed Artemide) e che a lei, piuttosto che ai numi, dovessere essere tributati onori divini. Dimenticava, la misera figlia di Tantalo, che gli dei ricordano tutte le offese e raramente le perdonano.
Apollo ed Artemide incoccarono i loro archi magici, con i quali erano in grado di infliggere una morte istantanea agli sventurati colpiti dai loro dardi: tutte le femmine vennero uccise nel palazzo reale dalle frecce di Artemide e tutti i maschi furono vittima delle frecce di Apollo mentre erano a caccia sul monte Citerone.
Disperata, Niobe lasciò Tebe e si rifugiò da suo padre Tantalo; qui la donna implorò gli dei e Zeus, per pietà, la trasformò in pietra (da quella roccia, da quel giorno scorrono incessantemente le lacrime della madre sventurata). Dopo questi tragici eventi, Anfione morì e lo scettro passò nuovamente nelle mani dei discendenti di Cadmo.

5.
La dinastia dei Labdacidi

Laio tornò dall’esilio ed ascese al trono di Tebe; egli prese in moglie Giocasta, figlia di Meneceo (un altro rampollo della nobiltà locale)11.
Un oracolo aveva avvertito Laio di non generare figli, perché se avesse mai avuto un erede questi avrebbe causato la morte del padre; non si esclude che, in questo modo, la divinità intendesse punire il re di Tebe per avere rapito, in gioventù, CRISIPPO, un giovinetto di cui si era invaghito. Fatto sta che Laio decise, in un momento di ubriachezza, di unirsi alla moglie, che per volontà divina rimase incinta.
Terrorizzato per via dei presagi dell’oracolo, Laio diede ordine di abbandonare il neonato sul monte Citerone dopo avergli legato le caviglie, orribilmente trafitte con uno spillone.
Il bambino venne così esposto sui monti, destinato a morte certa; tuttavia, il caso volle (ma fu veramente il caso?) che a trovarlo fossero i mandriani di POLIBO, il re di CORINTO, i quali lo portarono al cospetto della famiglia reale.
Il sovrano, ancora privo di una discendenza, d’accordo con sua moglie PERIBEA decise di adottarlo; il fanciullo venne chiamato EDIPO, che nell’antica lingua degli Elleni significa “quello dai piedi gonfi”.
Il giovane Edipo, pur se afflitto sempre dalla disgrazia dei suoi piedi deformi, crebbe forte e vigoroso e superava in prestanza tutti i suoi coetanei: un triste giorno, tuttavia, egli venne a lite con un rampollo della nobiltà di Corinto che, per invidia, lo apostrofò chiamandolo bastardo. Il ragazzo ne chiese ragione a Polibo e Peribea, i quali gli fornirono risposte estremamente evasive.
Divorato dal demone del dubbio, Edipo si recò a Delfi, per interrogare la Pizia sulle sue origini; la sacerdotessa del dio Apollo diede una risposta che terrorizzò il figlio adottivo dei re di Corinto: l’oracolo impose al questuante di non tornare mai più nella sua terra patria, altrimenti avrebbe ucciso suo padre e si sarebbe unito in amore con sua madre.
Edipo – ritenendo che i suoi veri genitori fossero Polibo e Peribea – decise di non tornare a Corinto ma di percorrere la penisola ellenica in direzione opposta; arrivato nella regione della FOCIDE con il suo carro, giunse ad un crocevia e si fermò perché un altro carro gli sbarrava la strada; l’altro viaggiatore e il suo araldo, in modo piuttosto arrogante, gli fecero cenno di cedere la strada per far passare, ma l’orgoglioso Edipo non obbedì e rimase fermo.
L’araldo, infuriato, si avvicinò a Edipo e gli uccise uno dei cavalli; l’uomo dai piedi deformi, preso da un feroce attacco di rabbia, scese dal suo carro e venne alle mani con i due viandanti; nello scontro, i due sconosciuti ebbero la peggio e vennero uccisi. Ignorava, l’infelice Edipo, di avere appena ucciso suo padre Laio e il suo servo POLIFONTE.
La notizia della morte del sovrano gettò lo sconforto a Tebe; a quel punto, assunse la reggenza CREONTE, fratello di Giocasta e figlio di Meneceo.
In questo periodo, la città venne sconvolta da un ancor più grave flagello: la SFINGE; figlia di Echidna e di Tifeo, l’orribile creatura aveva un volto di donna con il corpo di un leone e le ali di uccello. Le Muse le avevano insegnato un enigma che il mostro, stando seduta sul monte FICIO, poneva a tutti i viandanti.
Il quesito che la Sfinge poneva ai malcapitati abitanti della Beozia è talmente famoso che non può non essere citato: “Qual è l’animale che al mattino cammina a quattro zampe, a mezzogiorno con due e la sera con tre?”. Gli sventurati che non riuscivano a risolvere l’enigma venivano divorati dalla figlia di Tifeo.
Poiché i Tebani avevano ascoltato un oracolo, secondo il quale si sarebbero liberati della Sfinge solo quando avessero risolto il suo enigma, Creonte fece diffondere un bando: chiunque fosse riuscito a trovare la risposta al terribile quesito, avrebbe ottenuto il regno di Tebe e la vedova di Laio in sposa.
Per puro caso, a passare da quelle parti e ad incontrare la Sfinge fu proprio Edipo, che riuscì a trovare la soluzione; il famigerato animale altri non era che “l’uomo”, che da piccolo si muove a quattro zampe, da grande è in posizione eretta e si appoggia ad un bastone in vecchiaia. La Sfinge, umiliata dall’ingegno di Edipo, si gettò da una rupe e morì .
Edipo giunse a Tebe, accolto da una folla festante: egli ottenne così il regno e, inconsapevolmente, si unì in matrimonio con la regina Giocasta, sua madre.
Dall’unione di Edipo e Giocasta nacquero due figli maschi, ETEOCLE e POLINICE, e due femmine: ANTIGONE ed ISMENE.

Tabella n. 5

I discendenti di Edipo

Il regno di Edipo fu contraddistinto da un lungo periodo di pace prosperità: i sinistri presagi della Pizia, tuttavia, erano destinati ancora una volta a sconvolgere le vite della casa reale di Tebe, già funestata da molte disgrazie13.
Una terribile pestilenza, infatti, cominciò a devastare la capitale della Beozia; il nobile Creonte venne quindi inviato a consultare ancora una volta l’oracolo di Delfi per per conoscere le cause dell’epidemia. Il fratello di Giocasta riferì che la Pizia aveva sentenziato che Tebe era contaminata, poiché l’omicida di Laio era rimasto ancora impunito.
Edipo, a questo punto, interrogò l’indovino TIRESIA14 affinché gli svelasse l’identità dell’assassino, ma questi si rifiutò di rispondere provocando una esplosione d’ira del sovrano.
La regina Giocasta, a questo punto, cercò di calmare il sovrano rammentandogli quante volte gli oracoli si fossero dimostrati fallaci: allo stesso Laio era stato profetizzato che sarebbe stato ucciso da suo figlio; in verità, il vecchio re era morto per via di alcuni banditi incontrati sulla strada per Delfi.
Edipo venne sconvolto da queste rivelazioni, rammentando a sua volta di avere ucciso uno sconosciuto ad un crocevia, non molto lontano da Delfi. Preoccupati dal turbamento del sovrano, servi e cortigiani gli consigliarono di non trarre conclusioni affrettate e raccogliere prima le testimonianze di chi aveva assistito all’assassinio di Laio.
Giunse nel frattempo un messo da Corinto, che annunciò la morte del re Polibo di Corinto, di cui Edipo era unico erede: il re di Tebe, pur rattristato dalla notizia, fu sollevato nell’apprendere che non era stato lui a causare la morte del padre, come aveva profetizzato il dio Apollo; il messaggero, tuttavia, riferì candidamente che Edipo non era il vero figlio di Polibo, ma era stato adottato; un pastore della casa di Laio lo aveva raccolto dal monte Citerone e portato a Corinto.
Edipo, a questo punto, convocò il servo di Laio e cominciò ad interrogarlo; questi ammise di aver ricevuto l’ordine di esporre un bambino dalle caviglie forate ma, avendone pietà, aveva preferito consegnarlo ai servi del re Polibo.
Avendo compreso l’orribile verità (di essere cioè il figlio di Laio e di avere sposato la madre), Edipo impazzì per la vergogna; Giocasta, umiliata, si impiccò, mentre il re di Tebe si trafisse gli occhi con le fibbie del vestito della moglie.
Il monologo di Edipo, che brancola cieco nel palazzo reale di Tebe, è un capolavoro della letteratura universale:

Oh nozze, a me deste la vita
e fecondaste poi lo stesso seme
onde alla luce vennero insieme
padri, figli, fratelli, incestuosa stirpe,
e figlie e mogli e madri e quanti orrori
più sozzi mai fra i mortali si scorsero.

SOFOCLE, Edipo re, vv. 1403-1410
(traduz. A. ROMAGNOLI)

Il figlio di Laio venne scacciato da Tebe, accompagnato dalle sue figlie femmine (Antigone ed Ismene), che non vollero abbandonare il padre, ormai cieco e ripudiato da tutti; nessun conforto gli venne invece dal cognato Creonte e dai suoi figli; fu per questo motivo che Edipo lanciò una maledizione contro i suoi discendenti maschi, colpevoli di avergli negato il suo aiuto nella triste circostanza dell’esilio.
Amaro fu il commento degli anziani di Tebe nel constatare la disgrazia di Edipo:

Or vedete, o Tebani, questo Edipo […]
in qual baratro è piombato di terribile sciagura.
Or mirando questo giorno luttuoso non far stima
che beato sia alcuno dei mortali,
se prima scevro d’ogni orrido male
non sia giunto al dì fatale.

SOFOCLE, Edipo re, vv. 1523-1530
(traduz. A. ROMAGNOLI)

Edipo giunse quindi a Colono, in Attica, presso il recinto sacro delle Eumenidi; lì si fermò come supplice, con l’ospitalità di Teseo, e poco tempo dopo morì .

6.
I Sette contro Tebe16

Dopo l’esilio del padre Edipo, il diritto a succedergli sul trono spettava ai suoi discendenti Eteocle e Polinice, i quali si accordarono per regnare un anno ciascuno.
La brama di potere, tuttavia, portò ancora una volta alla rovina i reggitori di Tebe; trascorso il suo anno di regno, infatti, Eteocle si rifiutò cedere lo scettro al fratello.
Polinice, bandito da Tebe, giunse nell’Argolide portando con sé solamente la collana e il peplo che Cadmo aveva donato alla moglie Armonia come regalo di nozze.
A quell’epoca regnava nella regione ADRASTO, figlio di TALAO, che accolse Polinice a palazzo come ospite; quella stessa notte, tuttavia, il figlio di Edipo venne alle mani con un altro ospite della corte di Argo: TIDEO, figlio di Oineo, esule da Calidone.
Destato da quell’improvviso strepito, Adrasto accorse e separò i due contendenti; a quel punto, egli si ricordò di un oracolo che gli aveva detto di “aggiogare le figlie ad un cinghiale e ad un leone”; gli emblemi dei due esuli portavano incisi, rispettivamente, la testa di un cinghiale e quella di un leone, ragion per cui il re dell’Argolide li scelse come generi.
Tideo si unì in matrimonio con una delle figlie di Adrasto, DEIPILE, mentre Polinice ebbe in sposa l’altra figlia ARGIA; ad entrambi i parenti acquisiti, Adrasto promise che li avrebbe reinsediati nella loro patria.
Il re dell’Argolide decise di intraprendere per prima una spedizione contro Tebe e radunò tutti i capi argivi; uno di essi, ANFIARAO figlio di OICLEO, si mostrò molto riluttante a partecipare alla guerra e tentò di scoraggiare anche gli altri condottieri: egli era infatti un indovino e aveva in qualche modo presagito che sarebbe perito nell’assedio.
Per convincere Anfiarao a partecipare alla guerra, Polinice avvicinò Erifile, moglie dell’indovino, e le regalò la collana di Armonia, pregandola di persuadere suo marito ad unirsi alla spedizione.
Tempo addietro, infatti, Anfiarao aveva avuto una lite con Adrasto ed Erifile li aveva riconciliati; in quell’occasione, l’indovino aveva giurato, in caso di future divergenze, di rimettersi sempre alla moglie per ogni decisione. Erifile, corrotta dal dono di Polinice, convinse il marito a intraprendere la spedizione contro Tebe.
Adrasto radunò un esercito con sette comandanti (uno per ciascuna delle porte di Tebe) e partì per la guerra. I comandanti erano: Adrasto, figlio di Talao; Anfiarao, figlio di Oicleo; CAPANEO, figlio di IPPONOO; IPPOMEDONTE, figlio di ARISTOMACO; Polinice, figlio di Edipo; Tideo, figlio di Oineo; PARTENOPEO, figlio di MELANIONE17.
Giunti a Nemea, dove regnava LICURGO, i Sette cercarono dell’acqua; ad indicare loro la strada per una sorgente fu la nutrice del piccolo OFELTE, rampollo del re; il bambino, lasciato incustodito mentre la donna mostrava la fonte ai soldati, fu però ucciso da un serpente. Gli uomini di Adrasto, ritornando dalla fonte, schiacciarono il rettile e seppellirono il bambino. In onore del piccolo defunto, i Sette istituirono i Giochi Nemei, destinati ad avere importanza anche in epoca storica.
Quando giunsero al monte Citerone, gli Argivi inviarono Tideo come ambasciatore da Eteocle, per invitarlo a lasciare il regno a Polinice, secondo gli accordi; ma questi rifiutò sdegnato.
Gli Argivi si armarono e si avvicinarono alle mura della città; ciascun comandante si pose davanti a una delle sette porte. Anche Eteocle armò i Cadmei e dispose altrettanti condottieri davanti alle porte.
I Tebani chiesero all’indovino Tiresia di rivelare loro come sconfiggere i nemici; questi predisse che gli assediati avrebbero conquistato la vittoria se MENECEO, figlio di Creonte, si fosse offerto in sacrificio al dio Ares; sentito il responso, il giovane si tagliò la gola davanti alle porte di Tebe.
Iniziata la battaglia, i Cadmei furono ricacciati indietro: Capaneo stava per scalare le mura di Tebe, ma ebbe l’ardire di pronunciare espressioni ingiuriose nei confronti degli dei, per cui Zeus lo incenerì senza pietà.
La battaglia andava ormai da molto tempo e i morti erano già numerosi, per cui entrambi gli eserciti decisero di affidare le sorti della guerra ad un duello tra Eteocle e Polinice; i due fratelli, però, si uccisero a vicenda lasciando irrisolto il problema dell’esito della contesa.
Di nuovo si riaccese un’aspra battaglia, nel corso della quale venne ucciso Partenopeo, uno dei sette condottieri venuti da Argo.
Melanippo, il più giovane dei condottieri tebani, sfidò Tideo e lo colpì mortalmente al ventre; mentre il figlio di Oineo giaceva ormai in fin di vita, la dea Atena – impressionata dal suo valore e dal suo coraggio -ottenne dal padre Zeus il privilegio di portargli un filtro, che l’avrebbe reso immortale.
Anfiarao odiava Tideo dato che, contro il suo parere, aveva convinto gli Argivi a far guerra contro Tebe; avendo presagito l’intervento divino, egli tagliò la testa di Melanippo e la lanciò al figlio di Oineo; questi la afferrò e divorò il cervello del nemico. Quando vide la scena, Atena ne fu inorridita e lasciò morire il suo protetto.
Di lì a poco i Tebani lanciarono l’ultima, decisa offensiva; gli assedianti fuggirono in rotta; non uno dei Sette riuscì a tornare vivo in patria, tranne Adrasto che fuggì in groppa al suo cavallo ARIONE. Anfiarao scappò lungo il fiume Ismeno e stava per essere colpito alla schiena da una lancia, ma Zeus lanciò un fulmine e spaccò la terra; l’indovino venne inghiottito insieme al suo carro e al suo auriga.
Creonte prese nuovamente il potere a Tebe: come primo atto d’imperio, egli lasciò insepolti i cadaveri degli Argivi, proibendo a chiunque di sotterrarli (anche a Polinice, che sino all’ultimo aveva agito come nemico della città, vennero negati gli onori della sepoltura).
Adrasto giunse ad Atene, si rifugiò presso l’Altare della Pietà e, preso in mano il bastone dei supplici, implorò che i suoi morti venissero tumulati. Gli Ateniesi allora combatterono insieme a Teseo contro i Tebani e riuscirono ad ottenere i corpi degli Argivi affinchè i loro familiari potessero seppellirli.
Antigone, una delle figlie di Edipo, riuscì invece ad eseguire di nascosto il rituale della sepoltura sul fratello Polinice, ma venne scoperta dalle guardie di Creonte. Il vecchio despota condannò a morte senza alcuna pietà la nipote, colpevole di aver violato le leggi della sua città; invano, Antigone rivendicava l’esistenza di leggi non scritte, come quelle sulla pietas nei confronti dei propri cari defunti: la figlia di Edipo venne sepolta viva in una tomba18.
La famiglia reale di Tebe venne funestata da una ulteriore tragedia: Emone, figlio di Creonte, essendo stato promesso ad Antigone preferì suicidarsi piuttosto che sopravvivere all’amata.
Creonte rimase così solo e abbandonato da tutti, chiuso nella sua odiosa e solitaria tirannide.

7.
Gli Epigoni

Dieci anni dopo la guerra dei Sette contro Tebe i figli dei guerrieri caduti (denominati gli EPIGONI) decisero di muovere nuovamente battaglia alla Cadmea per vendicare la morte dei loro padri.
Essi, prima di dare inizio alla spedizione consultarono l’oracolo di Delfi e il dio profetizzò che gli assedianti avrebbero vinto la guerra solo se si fossero messi sotto il comando di ALCMEONE, figlio di Anfiarao.
Alcmeone, in verità, non aveva nessuna intenzione di mettersi a capo della spedizione; acconsentì solo su pressione della madre, poiché TERSANDRO, figlio di Polinice, donò a Erifile il peplo di Armonia e la donna convinse i suoi figli a combattere19.
Gli Epigoni si misero quindi in marcia contro Tebe; secondo la tradizione, i condottieri alla guida dell’impresa furono: Alcmeone e ANFILOCO, figli di Anfiarao; EGIALEO, figlio di Adrasto (l’unico, in verità, a sopravvivere alla spedizione dei Sette tra gli Argivi); DIOMEDE, figlio di Tideo; PROMACO, figlio di Partenopeo; STENELO, figlio di Capaneo; TERSANDRO, figlio di Polinice; EURIALO, figlio di Mecisteo.
Gli invasori dapprima saccheggiarono i villaggi del contado; poi, i Tebani avanzarono sotto il comando di LAODAMANTE, figlio di Eteocle, che era succeduto a Creonte.
I Cadmei combatterono valorosamente (il loro sovrano uccise in duello Egialeo), ma quando Alcmeone uccise il re Laodamante i Tebani fuggirono verso le mura. Tiresia consigliò di inviare agli Argivi un messaggero per trattare la resa e di fuggire: i Cadmei allora inviarono un araldo ai nemici, caricarono donne e bambini sui carri e si allontanarono dalla città (durante la fuga, Tiresia bevve dalla sorgente chiamata TILFUSSA e ne morì); i Tebani viaggiarono a lungo, poi costruirono la città di ESTIEA e vi si stabilirono.
Gli Argivi, quando si accorsero della fuga dei Tebani, entrarono in città, raccolsero il bottino e rasero al suolo le mura. Una parte del bottino di guerra (compresa MANTO, la figlia di Tiresia) venne mandata a Delfi come dono ad Apollo20.
Tersandro divenne così il nuovo re di Tebe; tempo dopo, egli venne chiamato a dare il suo contributo nella guerra di Troia, alla quale partecipò trovandovi la morte.
Finisce così la triste e sanguinosa saga dei discendenti di Cadmo: uno dei racconti più turpi e raccapriccianti mai concepiti dalla memoria dell’uomo, ma anche una delle fonti di ispirazione più prolifiche ed appassionanti per artisti, poeti e drammaturgi da oltre tremila anni.

1 Agenore vantava origine divine; era infatti figlio del dio del mare Poseidone e di Libia, una fanciulla che discendeva direttamente da Zeus.
2 Riferiscono alcuni autori, tuttavia, che prima di ottenere la corona, Cadmo dovette servire il dio Ares per otto anni, per espiare l’uccisione del drago (figlio del nume).
3 A quanto apprendiamo dai miti greci, in una sola altra circostanza gli dei si presentarono alle nozze di un mortale; e ciò fu in occasione delle nozze di Teti e Peleo, i genitori del prode Achille.
4 Atamante si era legato precedentemente alla dea Nefele, da cui aveva avuto due figli (FRISSO ed ELLE); della loro sorte si parlerà più diffusamente nel Capitolo III, dedicato all’impresa degli Argonauti.
5 Secondo Ovidio, la dea Afrodite (madre di Armonia e quindi nonna di Ino) ottenne da Poseidone di accogliere madre e figlia tra gli dei marini, dando a Ino il nome di Leucotòe ed a Melicerte quello di Palèmone (Portùnno, a Roma). Atamante venne invece mutato in un fiume. Dante Alighieri segue quasi pedissequamente la versione ovidiana nell’Inferno: “Nel tempo che Iunone era corrucciata per Semelè contra ‘l sangue tebano, come mostrò una e altra fiata, Atamante divenne tanto insano, che veggendo la moglie con due figli andar carcata da ciascuna mano, gridò: “Tendiam le reti, sì ch’io pigli la leonessa e ‘leoncini al varco” (Inferno, canto XXX, vv. 1-8).
6 Secondo altre versioni del mito, prima di salire al trono Penteo spodestò lo zio Polidoro.
7 Queste vicende ispirarono ad Euripide uno dei suoi capo-lavori: la tragedia “Le Baccanti”.
8 Appartiene forse a questo periodo l’esilio di Anfitrione, durante il quale venne concepito l’eroe Eracle; divenuto più grande, l’eroe guidò i Cadmei contro la città di Orcomeno. L’assenza di Eracle a causa delle sue dodici fatiche favorì invece la odiosa tirannide di Lico. Ma la cronologia mitologica è tutt’altro che chiara, visto che nelle leggende che ruotano attorno al figlio di Alcmena il sovrano beota viene a volte identificato con Creonte, di cui si parlerà in seguito.
9 Altre fonti riferiscono che Nitteo e Lico non sarebbero stati discendenti degli Sparti ma del dio Poseidone.
10 Abbiamo seguito la versione di Apollodoro: Esiodo, invece, dice che Niobe ebbe dieci maschi e dieci femmine, Erodoto cita due figli e tre figlie; Omero parla invece di sei maschi e sei femmine.
11 Le fonti sulle origini di Meneceo sono incerte; alcuni ritengono che egli discendesse dagli Sparti, mentre altri autori ne fanno il nipote in linea diretta del re Penteo.
12 Si potrebbe obiettare che il quesito non fosse poi così difficile. In effetti, la popolazione della Beozia era famosa in tutto il mondo ellenico per una profonda tradizione religiosa, non fosse altro per la presenza dell’oracolo di Delfi; appartene-vano infatti a questa regione i poeti ESIODO e PINDARO, caratterizzati da una forte pietas. Tuttavia, essi avevano una nomea (alimentata dai loro vicini e rivali Ateniesi) di persone poco intelligenti, tanto è vero che ancora oggi il termine “beota” è sinonimo di individuo piuttoso ingenuo e sciocco.
13 Il dramma di Edipo è oggetto della tragedia “Edipo re” di SOFOCLE, capolavoro indiscusso del teatro greco.
14 Figlio di EVERE e della Ninfa CARICLO – discendente di uno degli Sparti – Tiresia era un famoso indovino ,afflitto dalla cecità. Di come subì questa menomazione si raccontano storie diverse. Alcuni infatti sostengono che Tiresia fu accecato dagli dèi, quando rivelò i loro segreti; Ferecide dice che fu folgorato da Atena, per averne visto le nudità. Altri ancora sostengono che egli avrebbe perso la vista per aver preso le parti di Zeus in una disputa con Hera, cosa che gli costòl’ira della dea. Esiodo racconta anche che un giorno Tiresia vide sul monte Cillene due serpenti che si aggrovigliavano in amore: li ferì, e da uomo che era divenne donna, ma poi, avendo visto una seconda volta gli stessi serpenti aggrovigliati in amore, di nuovo ritornò uomo.
15 Gli ultimi anni di Edipo sono narrati in un’altra tragedia di SOFOCLE: “Edipo a Colono”.
16 Anche queste vicende furono fonte di ispirazione per il teatro greco: “Le Fenicie” di EURIPIDE e i “Sette contro Tebe” di ESCHILO.
17 Alcuni autori non comprendono nell’elenco dei sette Tideo e Polinice e vi aggiungono invece ETEOCLO e MECISTEO.
18 L’eroismo della figlia di Edipo ispirò a SOFOCLE un’altra tragedia: “Antigone”.
19 Dopo la spedizione, quando Alcmeone venne a sapere che Erifile si era di nuovo lasciata corrompere anche a suo danno, si indignò ancora di più nei confronti della madre e su consiglio dell’oracolo di Apollo la uccise. Da allora le Erinni del matricidio lo perseguitarono e Alcmeone, in preda alla follia, fuggì di regione in regione sino a quando non giunse alle sorgenti dell’Acheloo, dove il fiume lo purificò e gli diede in sposa sua figlia Calliroe. Alcmeone colonizzò la terra che l’Acheloo aveva formato con la sua corrente, e vi si stabilì.
20 Il sacco di Tebe da parte degli Epigoni è documentato anche dall’archeologia.