GLI EROI DELL’ANTICA GRECIA – ERACLE
di Daniele Bello
Capitolo 2
1. I Perseidi
Il grande eroe Perseo sposò Andromeda ed ebbe dei figli da lei; prima della sua partenza per l’Ellade gli era nato PERSE (da lui discende, si dice, la dinastia dei re persiani); a Micene nacquero ALCEO, STENELO, ELEO, MESTORE, ELETTRIONE, e la figlia GORGOFONE, che andò sposa a PERIERE.
Alceo generò il figlio Anfitrione; Mestore sposò invece LISIDICE, figlia di Pelope, e gli nacque la figlia IPPOTOE; la fanciulla fu rapita da Poseidone e portata nelle isole Echinadi, dove le nacque il figlio TAFIO: egli colonizzò l’isola di Tafo e chiamò TELEBOI il suo popolo, perché era andato lontano (teloù ebe) dalla patria. Da Tafio nacque PTERELAO, che il dio del mare rese immortale innestandogli un capello d’oro in testa.
Elettrione sposò la figlia di Alceo e da lei ebbe la figlia ALCMENA e diversi figli maschi. Dalla sposa NICIPPE, figlia di Pelope, Stenelo ebbe due femmine, ALCIONE e MEDUSA, e più tardi anche un maschio, EURISTEO.
Quando Perseo ereditò il trono di Argo, questi lo scambiò con quello di Tirinto – non volendo succedere al nonno che aveva involontariamente ucciso – e successivamente fondò la città di Micene (secondo altre fonti, invece, la città venne fondata da MICENEO e Perseo la fortificò diventandone comunque il sovrano).
Il trono di Micene e Tirinto passò quindi ad Elettrione; in quel periodo, i figli di Pterelao vennero a reclamare il regno ma il sovrano rifiutò le loro ragioni: i Teleboi allora portarono via le mandrie di buoi da Micene: i figli di Elettrione corsero a difenderle e nella sfida che ne seguì si uccisero tutti l’un l’altro. I Tafii che riuscirono a scappare si imbarcarono portando il bestiame rubato.
Elettrione meditava vendetta per l’assassinio dei figli; così, affidò ad Anfitrione la reggenza del trono e anche la figlia Alcmena (dopo avergli fatto giurare di conservarla vergine fino al suo ritorno), poi si dispose a far guerra contro i Teleboi.
Anfitrione riuscì comunque a riscattare il bestiame e lo riportò a Micene; improvvisamente, però, una giovenca caricò il figlio di Alceo, che tentò di difendersi scagliando un bastone che aveva in mano: il legno colpì Elettrione in testa e lo uccise.
Forte di tale pretesto, Stenelo bandì Anfitrione dall’intero territorio di Argo, e assunse egli stesso il potere su Micene e Tirinto.
Anfitrione, insieme ad Alcmena, riparò a Tebe, dove fu purificato dal re Creonte; Alcmena pose una condizione alle sue nozze con Anfitrione: egli avrebbe dovuto vendicare la morte dei suoi fratelli. Anfitrione lo giurò, e andò a combattere contro i Teleboi, chiedendo aiuto a Creonte, che acconsentì.
Anfitrione dunque partì con i suoi alleati e mise a ferro e fuoco le isole dei Tafii. Finchè fu in vita Pterelao, Anfitrione non riuscì a prendere Tafo; ma la figlia di Pterelao, Cometo, si innamorò di lui, e per amor suo strappò il capello d’oro che il padre aveva in testa; in questo modo Pterelao morì e Anfitrione s’impadronì di tutte le isole. Poi uccise Cometo e ritornò a Tebe con il bottino.
2. La nascita e la giovinezza di Eracle
A questo punto, entra in gioco nella nostra storia nientemeno che il padre di tutti gli dei dell’Olimpo, il sommo ZEUS, che si innamorò perdutamente della bella Alcmena.
Durante l’assenza di Anfitrione, Zeus prese le sembianze del marito di Alcmena per poterla sedurre e fece in modo che la notte durasse ben tre volte di più; ad accompagnare il padre in questa sua ennesima scorribanda nelle terre dei mortali fu il dio HERMES, che aveva preso l’aspetto del servo di Anfitrione, SOSIA1.
Quando Anfitrione – rientrato dalla guerra e ignaro di tutto – tornò a Tebe, egli si unì alla propria sposa. Tempo dopo, Alcmena scoprì di essere incinta: per una di quelle alchimie che solo i miti riescono a spiegare senza entrare in contraddizione, la figlia di Elettrione partorì due gemelli: ERACLE (figlio di Zeus)2 ed IFICLE (figlio di Anfitrione).
La nostra storia si complica ulteriormente poiché il grande Zeus, presagendo un grande futuro per il suo discendente, prima ancora che Eracle nascesse aveva dichiarato che il prossimo erede dei Perseidi sarebbe stato destinato ad avere una posizione di supremazia su tutta la casata e ad ereditare il trono di Micene.
Tabella n. 1

I discendenti di Perseo
Il dio del tuono e del fulmine non aveva evidentemente tenuto in considerazione la gelosia di sua moglie HERA che, per vendicarsi dell’ennesima infedeltà del marito, convinse ILIZIA a ritardare il parto di Alcmena e ad accelerare nel contempo quello di NICIPPE, moglie di Stenelo e zio di Alcmena. Il figlio del re di Micene, EURISTEO, nacque pertanto prima di Eracle e a lui dovettero porgere omaggio tutti i Perseidi.
Non contenta di ciò, la dea Hera cercò di uccidere il rampollo di Zeus ed Alcmena, mettendo due serpenti velenosi nella culla dove dormivano i due gemelli Eracle ed Ificle; lo stratagemma si rivelò inutile: quando il piccolo Eracle si svegliò, egli con molta naturalezza afferrò i due rettili strangolandoli a mezz’aria…
Zeus capì dunque che suo figlio sarebbe stato perseguitato per sempre dall’ira della regina dei cieli, sua consorte; per consentire al suo rampollo di beneficiare della divina protezione, il padre di tutti gli dei ordinò al fedele Hermes di avvicinare il piccolo Eracle al seno di Hera, mentre la dea dormiva. Il bambino succhiò così il latte della dea che, essendo divino, infuse nel figlio di Alcmena una energia sovrumana che l’avrebbe reso invincibile.
La dea Hera si svegliò a causa di un morso del piccolo Eracle ed ebbe un moto di terrore, facendo cadere dal suo seno una piccola parte del suo latte e dando origine alla VIA LATTEA.
Anfitrione, avendo compreso l’origine divina del bambino, non risparmiò alcuna cura nell’allevare quel figlio adottivo. Egli convocò da ogni angolo della Grecia i più rinomati maestri: il centauro CHIRONE, il grande arciere EURITO, il principe dei ladri AUTOLICO e CASTORE, l’illustre discendente della famiglia reale di Sparta.
Il giovane Eracle apprezzò grandemente gli insegnamenti dei suoi maestri, ma non si mostrò altrettanto diligente nell’apprendere l’arte della musica; si narra, infatti, che un giorno il suo precettore LINO, discendente del divino APOLLO, rimproverò aspramente il suo discepolo per la sua inettitudine a suonare la lira; Eracle, di carattere piuttosto focoso, non riuscì a trattenere la propria forza e inconsapevolmente colpì con la lira il maestro, che cadde morto a causa dell’urto.
Anfitrione, nel timore che Eracle potesse compiere altre azioni di questo tipo, lo mandò nei suoi pascoli, a guardare il bestiame.
Il ragazzo crebbe di forza e statura, più di tutti gli altri; il suo aspetto rivelava chiaramente che era figlio di Zeus: era grande quattro cubiti e negli occhi gli brillava il fulgore del fuoco.
Giunto all’età di diciotto anni, Eracle uccise il leone che viveva sul monte Citerone, e che dalla sua tana si spingeva fino ai pascoli, facendo strage del bestiame di Anfitrione e di TESPIO, il re di Tespie.
Si racconta che Eracle, una volta presa la decisione di uccidere la fiera, andò dal re di Tespie, che lo ospitò per cinquanta giorni; prima che il giovane partisse per la caccia, Tespio lo fece dormire insieme a ciascuna delle sue figlie, perché voleva a tutti i costi che ciascuna di esse concepisse un figlio da Eracle.
Eracle uccise poi la belva: da quel giorno, egli volle vestirsi unicamente con la pelle del leone che egli aveva così valorosamente sconfitto; le fauci spalancate della belva gli facevano da elmo.
Sempre durante il suo esilio forzato presso i pastori, il figlio di Alcmena incontrò un giorno due donne affascinanti, ognuna delle quali lo invitava a seguirla; la prima, di aspetto florido e stupendamente vestita, rappresentava il piacere e mostrava al giovane un sentiero idilliaco e facile da percorrere; la seconda donna, invece, simboleggiava il dovere e l’avrebbe condotto l’eroe presso un sentiero sassoso ed irto di terribili difficoltà. Eracle, benché affascinato dalle tentazioni del piacere, preferì seguire la via della responsabilità, segnando tutta la sua vita al servizio dei più deboli.
Di ritorno a Tebe, Eracle incontrò gli araldi inviati da Orcomeno per raccogliere il tributo; si racconta infatti che un giorno l’auriga di un nobile tebano avesse scagliato una pietra contro CLIMENO, il re dei Minii, ferendolo gravemente; prima di morire, questo fece giurare al figlio ERGINO di vendicare il suo assassinio.
Ergino mosse guerra a Tebe, li sconfisse e impose loro un trattato solenne, in base al quale essi avrebbero dovuto pagargli un tributo annuale di cento capi di bestiame, per vent’anni.
Eracle dunque incontrò gli inviati di Ergino, che venivano per riscuotere l’imposta, li assalì e li mutilò. Il re di Orcomeno non tollerò questo oltraggio e marciò contro Tebe. Eracle prese il comando delle truppe, uccise Ergino e volse in fuga i Minii, imponendo loro di pagare ai Tebani un tributo doppio. Durante la battaglia, Anfitrione, che pur aveva combattuto coraggiosamente, venne ucciso.
3. Le dodici fatiche di Eracle (“Erga”)
La fama di Eracle è nota ai posteri principalmente per le celebri Dodici Fatiche. Secondo una prima versione del mito, egli – giunto in età adulta – dovette prestare omaggio al re Euristeo a causa del suo diritto di primogenitura; quest’ultimo, ispirato dalla dea Hera, gli avrebbe imposto ogni anno delle imprese impossibili per cercare di sbarazzarsene e soddisfare così la sete di vendetta della regina degli dei.
Secondo altri cantori, invece, Eracle – dopo avere sconfitto in battaglia gli abitanti di Orcomeno – prese in sposa MEGARA (figlia del re tebano Creonte), da cui ebbe otto figli.
La terribile dea Hera, tuttavia, sconvolse la mente dell’eroe e questi, in preda alla follia, uccise con le sue mani la moglie e i figli3.
Una volta tornato in sé e resosi conto dell’accaduto, Eracle aveva meditato il suicidio per porre fine alle proprie sofferenze; fu Teseo, il giovane erede al trono di Atene, a farlo desistere dal suo gesto disperato e a consigliargli di recarsi presso l’oracolo di Delfi. La sacerdotessa del dio Apollo consigliò al figlio di Alcmena di mettersi al servizio del figlio di Stenelo per purificarsi.
Anche se le fonti divergono sulla causa dei servigi al re Euristeo, tutti concordano sul fatto che Eracle dovette compiere le dodici imprese impostegli dal re di Micene, che gli valsero fama imperitura e che andremo sia pur brevemente a raccontare.
1) Il Leone di Nemea
La prima fatica imposta ad Eracle fu l’uccisione di un terribile leone, figlio di TIFONE e di ECHIDNA4, che terrorizzava tutta l’Argolide.
Il leone viveva in una grotta nei pressi della piana di NEMEA, che si estende sotto il monte APESAS, attraverso il quale passa la strada che conduce da Argo a Tirinto.
Si narra che Eracle si mise in viaggio e si fermò nella città di CLEONE, dove venne ospitato da MOLORCO, da tempo in lutto poiché il leone aveva ucciso suo figlio; questi era intenzionato a sacrificare un ariete in onore dell’ospite ma l’Alcide chiese di aspettare ancora trenta giorni: se, in questo lasso di tempo, Eracle fosse riuscito nell’impresa di uccidere la belva di Nemea, allora il sacrificio sarebbe stato fatto in onore di Zeus Liberatore.
Quando Eracle rintracciò la grotta dove viveva la belva mostruosa, egli bloccò uno dei varchi della tana per spingere il leone ad uscire; quindi, tentò di colpirla con il proprio arco ma la creatura era invulnerabile, per cui non venne nemmeno scalfita dalle frecce.
L’eroe sradicò allora un enorme ulivo usandolo come clava, ma anche questo tentativo fu inutile. Eracle afferrò allora il leone e riuscì a strangolarlo a mezz’aria; l’eroe tornò dal re Molorco, portando sul dorso la carcassa della belva, che venne poi condotta festosamente alla presenza di Euristeo.
Il re di Micene fu talmente spaventato dalla vista del leone (anche se ormai defunto) che in seguitò proibì ad Eracle di entrare in città con le sue prede; successivamente, egli si fece preparare e collocare sotto terra un enorme vaso di bronzo, dove nascondersi tutte le volte in cui l’Alcide giungeva in città al termine di una della sue fatiche.
2) L’Idra di Lerna
Il re di Micene chiese quindi al figlio di Alcmena di sgominare un enorme drago (figlio anch’esso di Tifone e di Echidna), che infestava la palude di LERNA, presso la sorgente AMIMONE (in Argolide).
Questo mostro aveva sette teste a forma di serpente (o nove, secondo altre versioni del mito), di cui una immortale: divorava qualunque essere vivente gli capitasse a tiro, impestava l’aria e rendeva la terra sterile.
Eracle giunse con il proprio carro presso la tana dell’idra, accompagnato dal nipote IOLAO (figlio di suo fratello Ificle); stanato il mostro con delle frecce infuocate, il figlio di Alcmena cominciò a recidere le teste del mostro con la propria spada ma ad ogni colpo dell’eroe in luogo della testa mozzata ne ricrescevano due…
L’eroe ebbe però una geniale intuizione; con l’aiuto di Iolao, egli diede fuoco alla macchia circostante e, con i tizzoni ardenti, fece bruciare i colli dell’idra prima che le teste potessero crescere; l’ultima testa (quella immortale) venne infine schiacciata sotto un gigantesco masso.
In questo modo Eracle riuscì a sconfiggere l’orrida creatura e a liberare la palude di Lerna; l’eroe intinse quindi nel sangue dell’idra le proprie frecce, che in tal modo avrebbero causato ferite inguaribili e mortali.
3) La cerva di Cerinea
La terza fatica di Eracle fu la cattura di un animale sacro alla dea Artemide. Nei pressi della regione di CERINEA, in Arcadia, viveva una splendida cerva dalle corna d’oro e dagli zoccoli di bronzo (o d’argento, secondo un’altra variante del mito) che fuggiva senza mai fermarsi incantando chi la inseguiva e trascinandolo in paesi da cui non avrebbe più fatto ritorno; narrano le leggende che in origine l’animale fosse una compagnia della dea Artemide, trasformata poi in cerva per punizione avendo accettato di essere sedotta da Zeus.
Eracle non poteva assolutamente ucciderla né ferirla, poiché essa era un animale sacro, e quindi l’eroe si limitò ad inseguirla. La frenetica corsa durò circa un anno; l’eroe raggiunse quindi la cerva in un bosco sacro posto nell’angolo più settentrionale del mare Adriatico, nella penisola d’Istria, dove viveva il popolo degli IPERBOREI5.
Secondo una versione del mito, Eracle catturò l’animale mentre tentava di guadare un fiume; secondo altri, non essendo riuscito a raggiungerla, l’eroe ferì leggermente l’agile cerva con un dardo, per poi caricarsela sulle spalle e condurla a Micene.
Lungo la strada del ritorno, Eracle incontrò Apollo ed Artemide, infuriati per la ferita arrecata ad un animale sacro agli dei: l’eroe riuscì tuttavia a placare le ire divine e ad ottenere il permesso di portare la cerva ad Euristeo. Quindi, l’animale venne liberato e tornò a correre libero nelle foreste.
4) Il cinghiale d’Erimanto
La quarta impresa di Eracle fu quella di catturare un feroce cinghiale selvatico che devastava le alture di ERIMANTO, poste tra la regione dell’Acaia e quella dell’Elide.
L’eroe attraversò l’Arcadia e giunse quindi nella valle dell’ALFEO, dove abitavano i Centauri, esseri selvaggi abitanti dei boschi al cui corpo di cavallo a quattro zampe era attaccato un tronco umano6.
Lungo la strada che l’avrebbe portato a Erimanto, Eracle incontrò un centauro di nome FOLO, che decise di imbandire un banchetto in suo onore.
Poiché, durante il pasto, venne versato del vino, alcuni centauri raggiunsero la tana di Folo; dal momento che tali creature non reggevano l’effetto inebriante del liquido rosso, il simposio degenerò in una rissa, che costrinse Eracle a fare uso delle sue frecce avvelenate. Nello scontro che ne seguì, morì accidentalmente lo stesso Folo e venne ferito gravemente anche il famoso Chirone, precettore dei più grandi eroi del passato7.
Eracle proseguì quindi il suo viaggio verso il monte Erimanto, dove riuscì a far uscire il cinghiale dalla sua tana spingendolo sulle alture coperte di neve; dopo un serrato inseguimento, l’eroe riuscì a catturare l’animale legandolo con corde robuste e a portarlo vivo a Micene.
Quando Euristeo vide Eracle con il mostruoso animale selvatico sulle spalle, egli ne fu talmente spaventato che andò a rinchiudersi, per la paura, dentro il vaso di bronzo che si era fatto costruire (secondo altri racconti, il re di Micene andò a nascondersi… dentro una botte!). Secondo una versione del mito, dopo aver compiuto questa fatica, Eracle si unì – sia pure per un breve periodo – alla impresa degli ARGONAUTI.
5) Le stalle di Augia
Le stalle di AUGIA, figlio di Helios e re dell’Elide, non erano mai state ripulite dal letame ed erano circa trent’anni che vi si accumulavano escrementi al loro interno. Euristeo ordinò dunque ad Eracle di recarsi nell’Elide e ripulire in un solo giorno le stalle del re Augia.
L’eroe, recatosi presso il sovrano, ricevette da questi una proposta: se fosse riuscito a compiere una fatica simile avrebbe ricevuto in cambio la decima parte dei suoi armenti.
Eracle deviò le acque dei fiumi ALFEO e PENEO, riversandole all’interno delle stalle che furono quindi totalmente ripulite.
L’Alcide tornò da Augia, il quale – avendo appreso che l’impresa era stata imposta ad Eracle da Euristeo – non volle però rispettare i patti; il re di Elide intentò un processo contro Eracle prendendo quali testimoni tutti i principi suoi figli. Tutti testimoniarono a favore del padre, con l’eccezione di FILEO; adirato, Augia, scacciò dal regno suo figlio, insieme all’eroe. Quest’ultimo, prima di andarsene, giurò che si sarebbe presto vendicato sul re e sui suoi figli.
Durante il viaggio di ritorno, Eracle difese la giovane figlia di DESSAMENO, re di OLENO, dalle grinfie del centauro EURIZIONE, che venne sconfitto ed ucciso dall’eroe.
6) Gli uccelli della palude di Stinfalo
La sesta prova per Eracle fu quella di eliminare dei mostruosi uccelli che devastavano la zona adiacente alla palude di STINFALO, nell’angolo nord-orientale dell’Arcadia.
Questi micidiali volatili avevano penne, ali, artigli e becco di bronzo; uccidevano lanciando le loro penne come frecce e si nutrivano di carne umana.
Tali mostruosi esseri erano stati allevati da Ares ed erano così numerosi che, quando prendevano il volo, oscuravano il cielo.
La palude degli uccelli Stinfalidi emanava un odore nauseabondo a causa dei cadaveri di coloro che avevano tentato di affrontarli.
Eracle (su consiglio, pare, della dea Atena) salì su di un’altura presso il margine della palude e agitò un sonaglio di bronzo; il rumore spaventò gli uccelli facendoli volare via e rendendoli quindi facilmente raggiungibili dalle frecce avvelenate dell’eroe.
I pochi uccelli che riuscirono a sfuggire ai dardi di Eracle ripararono nell’isola di Ares, vicino alla Colchide, dove vennero affrontati e sconfitti dagli Argonauti.
7) Il Toro di Creta
Euristeo ordinò ad Eracle di catturare un toro, che in quel tempo devastava il territorio di Creta.
Minosse, il sovrano dell’isola, era particolarmente devoto a Poseidone, il dio del mare, cui aveva promesso di offrire in sacrificio un toro; si narra, a questo punto, che lo stesso nume facesse sorgere dai flutti marini un animale dalla bellezza incomparabile. Il sovrano ne fu talmente ammirato che decise di sacrificare un altro toro e di tenersi quello splendido esemplare.
La vendetta del dio del mare non si fece attendere: la bella Pasifae (moglie di Minosse), infatti, venne posseduta da un immondo desiderio nei confronti del toro emerso dalle onde; per placare il suo ardore, la regina chiese all’artigiano più famoso dell’isola, l’abilissimo Dedalo, di costruirle una mucca di legno dove nascondersi; quello stratagemma consentì a Pasifae di ingannare il toro e di sedurlo.
Da quella folle ed insana passione amorosa nacque una creatura deforme ed atroce, cui venne dato il nome di MINOTAURO: il corpo gigantesco era quello di un uomo, la testa enorme era quella di un toro; si nutriva di carne umana ed emetteva terrificanti muggiti8.
Il genitore del terribile mostro scorrazzava libero per l’isola di Creta, devastando il territorio e terrorizzando gli abitanti.
Eracle acciuffò la belva, richiudendola in una rete, e la portò ad Euristeo, il quale ordinò di liberarla. Il toro giunse quindi nella piana di Maratona, nell’Attica, dove venne nuovamente catturato da Teseo.
8) Le cavalle di Diomede
DIOMEDE, figlio del dio Ares (da non confondere con l’eroe omerico), era un sovrano dei BISTONI, una popolazione della Tracia, famoso per la sua crudeltà, il quale allevava cavalle che nutriva con carne umana (dapprima, gli dava in pasto i soldati caduti in battaglia; in seguito, anche gli sventurati ospiti che venivano invitati a corte); si trattava, ovviamente di animali molto particolari, che alcuni vogliono imparentati con le Arpie, le Erinni o addirittura le Gorgoni. Euristeo ordinò ad Eracle di portare a Micene le Cavalle della Morte, senza però rivelargli le terribili abitudini alimentari delle giumente.
Eracle si mise in marcia e giunse in Tessaglia e precisamente a Fere, dove regnava il re ADMETO (che l’eroe aveva già avuto modo di conoscere durante la spedizione degli Argonauti).
Il re di Fere accolse l’Alcide con tutti gli onori anche se aveva sofferto da poco un gravissimo lutto: la morte della moglie, la bella e saggia ALCESTI.
Tempo addietro, infatti, Admeto era stato colpito da una grave malattia che l’avrebbe condotto presto al decesso; impietosito per la sorte di un sovrano così giusto, il dio Apollo cercò di intercedere per lui presso la dea della Morte, la terribile THANATOS; il dio del sole e delle arti, infatti, era stato a lungo al servizio di Admeto come pastore in un periodo in cui era stato costretto a vagare come un comune mortale sulla terra per aver disobbedito al volere del padre Zeus.
Thanatos aveva ceduto, in parte, alle preghiere di Apollo e concesse di salvare il re di Fere solo se qualcuno si fosse offerto di morire in sua vece. Né il padre né la madre del re (benché anziani), né alcuno dei sudditi di Fere avevano tuttavia accettato di sacrificare la loro vita per Admeto, tranne la moglie Alcesti.
La bella sovrana, quindi, aveva cominciato a deperire di giorno in giorno (mentre il marito riprendeva le forze) ed era deceduta poco prima dell’arrivo di Eracle.
L’eroe, ignaro dell’accaduto, chiese ospitalità ad Admeto e cominciò a mangiare in abbondanza e a gozzovigliare, mentre gli abitanti e i servitori della casa piangevano nelle proprie stanze la tragica perdita della regina.
Uno dei servi, indignato per tale comportamento, rimproverò l’ospite per la propria maleducazione raccontandogli tutto l’accaduto. Vergognatosi per il proprio atteggiamento, Eracle giurò sullo Stige di ripagare l’ospitalità dell’amico.
L’Alcide si recò presso la tomba di Alcesti e, poco prima che Tanathos ne ghermisse l’anima per portarla nel regno dell’oltretomba, affrontò la dea della morte in un feroce corpo a corpo, al termine del quale la bella regina di Fere venne strappata dagli dei inferi e ricondotta nel mondo dei vivi9.
Eracle proseguì quindi il viaggio verso la Tracia in compagnia di un gruppo di compagni, tra i quali figurava un certo ABDERO.
L’Alcide ingaggiò una furiosa battaglia con il terribile Diomede e, mentre teneva occupato quest’ultimo, ordinò ai suoi di prendere le cavalle. Abdero, che per primo tentò di catturarle, venne divorato dalle mostruose cavalle.
Furente, Eracle sconfisse Diomede e lo costrinse a condividere il destino delle sue vittime: anche lui divenne così il pasto delle giumente10.
In onore del defunto amico Abdero, Eracle fondò nel luogo della morte del compagno una città (ÀBDERA), che in età storica divenne la patria di illustri filosofi.
Durante il viaggio di ritorno in patria, l’eroe dovette affrontare in un duello combattuto su carri da guerra CICNO, figlio di Ares, un brigante sanguinario deciso ad edificare un tempio al padre con le ossa degli stranieri che passavano per il suo territorio; secondo la maggior parte dei narratori, Cicno fu ucciso da Eracle, mentre altri sostengono che Zeus in persona separò i due contendenti11.
Tornato da Euristeo, l’Alcide sfoggiò le mitiche cavalle ma il sovrano, terrorizzato, ordinò che venissero portate via. Le cavalle andarono sul monte Olimpo, dove furono divorate dalle fiere.
9) Il cinto di Ippolita
Su richiesta di una delle figlie di Euristeo, Eracle dovette recarsi presso le Amazzoni a prendere possesso della splendida cintura della loro regina IPPOLITA, figlia di Ares.
Eracle, in compagnia di un gruppo di eroi (tra i quali figurava anche Teseo), si imbarcò quindi alla volta di TEMISCIRA, posta alla foce del fiume TERMODONTE, nella parte orientale del PONTO EUSINO (il Mar Nero): qui, secondo la tradizione, dimorava la regina delle Amazzoni, una stirpe di temibili donne guerriere che lasciavano in vita soltanto le figlie femmine e che si amputavano la mammella destra per non essere impedite nel tiro con l’arco, specialità in cui erano maestre.
Giunti a Temiscira, gli eroi vennero accolti calorosamente da Ippolita, disposta a cedere pacificamente il proprio cinto.
La dea Hera, tuttavia, architettò uno stratagemma per non rendere la vita facile all’eroe: dapprima fece addormentare Zeus con l’aiuto di YPNOS, il dio del sonno; poi prese le sembianze di una amazzone e sobillò le donne guerriere, inducendole a credere che Eracle fosse giunto per rapire la loro regina.
Ne nacque una tremenda battaglia, al termine della quale le Amazzoni furono sconfitte e la loro regina fatta prigioniera da Teseo: dalla loro unione nacque un figlio, IPPOLITO, futuro seguace devoto della dea Artemide.
Quando Zeus si risvegliò dal sonno cui era stato indotto, si adirò con la moglie Hera per il suo stratagemma e, per punizione, la sospese in aria legata ad una corda d’oro, con due incudini ai piedi; il dio Ypnos riuscì invece a scamparla riparando presso la madre Notte.
Durante il viaggio di ritorno, con il prezioso cinto ben conservato, Eracle e i suoi uomini giunsero presso la città di Troia, dove un terribile mostro marino inviato da Poseidone devastava la popolazione; un oracolo aveva predetto che solo offrendo in sacrificio la principessa ESIONE poteva essere placata l’ira del dio del mare.
Eracle si offrì di affrontare la terribile creatura in cambio di una pariglia dei bellissimi cavalli del re LAOMEDONTE; il sovrano, pur di salvare la figlia, accettò.
L’Alcide si scontrò con il mostro (un pesce gigantesco) e lo uccise. Laomedonte, tuttavia, non rispettò i patti, scatenando così l’ira dell’eroe, che giurò di vendicarsi non appena finite le sue dodici fatiche.
10) I buoi di Gerione
La decima fatica di Eracle fu quella di catturare i leggendari buoi di GERIONE; quest’ultimo era un mostro dall’aspetto terrificante; figlio di CALLIROE, una delle ninfe oceanine, e di CRISAORE (il “guerriero dalla spada d’oro”, nato dal sangue di Medusa che sgorgò quando venne decapitata da Perseo), il suo corpo era come quello di tre uomini cresciuti insieme, unito in uno all’altezza della vita, ma poi separato in tre dai fianchi e dalle cosce.
Il gigante aveva posto come custodi delle sue mandrie un mostruoso cane, ORTRO, figlio di TIFONE e di ECHIDNA, e il terribile vaccaro EURIZIONE, figlio di Ares.
I possedimenti di Gerione erano posti agli estremi confini della terra allora conosciuta, ragion per cui Eracle si imbarcò da Pilo e raggiunse i confini del mondo; ivi piantò due colonne, le cosiddette “Colonne d’Ercole”, come monito futuro per l’umanità affinché nessuno dovesse più oltrepassarle12.
Mentre attraversava le colonne, l’Alcide chiese aiuto a HELIOS, il dio del Sole, per giungere alle terre di Gerione; di fronte al rifiuto del nume, Eracle si infuriò e giunse a scagliare le sue frecce contro il cocente disco solare. Il dio, ammirato per il suo coraggio, gli consentì di usare il suo battello d’oro a forma di coppa per raggiungere il nemico; l’eroe dovette addirittura minacciare il dio OCEANO, che aveva sollevato i suoi flutti, per proseguire il viaggio.
Giunto nell’isola di ERYTHIA, Eracle affrontò Gerione, Ortro ed Eurizione, che vennero sconfitti dai terribili colpi dell’Alcide; l’eroe non esitò a colpire persino la dea Hera, accorsa in aiuto del mostro contro l’odiato figliastro.
Dopo essersi impossessato delle mandrie, Eracle partì alla volta di Micene; durante il viaggio di ritorno, egli percorse la penisola italica; giunto in TIRRENIA, l’eroe si imbatté nel gigante CACO, che esalava fumo e fiamme dalle fauci. Questi rubò le bestie migliori della mandria approfittando del sonno di Eracle e, per non lasciare tracce del furto, trascinò per la coda gli animali verso la caverna che gli serviva da rifugio.
Ingannato dal trucco del gigante, Eracle si era ormai rassegnato a dare gli animali per dispersi quando sentì il muggito delle bestie dal fondo di una spelonca. Per liberarli, Eracle dovette rimuovere un macigno che faceva da soffitto alla grotta ed affrontare il mostro, che venne stritolato dalla spaventosa morsa dell’Alcide e poi scaraventato giù da una rupe13.
Giunto nella punta meridionale della penisola, Eracle dovette inseguire una parte degli armenti che a nuoto avevano raggiunto la Sicilia (una parte dei buoi venne divorata dalla terribile SCILLA); qui si scontrò con il despota ERICE e lo uccise; il luogo di sepoltura del tiranno diede il nome all’omonima cittadina.
Una volta sbarcato in Grecia, Eracle dovette affrontare NELEO, re di Pilo (che tentò anche di rubargli gli armenti), e il gigante ALCIONE; inoltre, Hera mandò contro le mandrie un tafano che causò la loro dispersione. Eracle le inseguì freneticamente sino a catturarle di nuovo e riuscì alfine a portare le bestie sane e salve in patria, dove Euristeo le offrì in sacrificio alla stessa dea Hera.
11) I pomi delle Esperidi
Ad Eracle venne quindi ordinato di prendere tre mele dal giardino delle Esperidi; un tale fantastico sito prendeva il nome da quattro ninfe, figlie della NOTTE (ovvero, secondo taluni, del titano ATLANTE e della ninfa ESPERIDE; taluni sostengono invece che fossero figlie di Zeus e di TEMI), che abitavano il giardino assieme al drago LADONE dalle cento teste, il custode del luogo sacro: si narra, infatti, che il giardino fosse il regalo di nozze che la dea Terra aveva fatto a Zeus ed Hera per il loro matrimonio: gli alberi che germogliavano producevano frutti d’oro.
Nessuno sapeva in quale remoto angolo della Terra si trovasse il giardino delle Esperidi. Eracle cercò dapprima di trovarlo nelle zone più sperdute della penisola ellenica, ma non ebbe fortuna.
Quindi si recò nella penisola italica, dove presso il fiume ERIDANO incontrò le splendide ninfe del luogo; esse furono liete di dargli consigli e gli dissero di recarsi presso il dio marino NEREO (ovvero, secondo altri, PROTEO), che conosceva tale segreto.
Eracle sorprese la divinità dei flutti mentre questi dormiva e lo strinse saldamente, così come gli avevano detto le ninfe, nonostante questi cercasse di sfuggirgli utilizzando i suoi poteri di metamorfosi. Alla fine, il vecchio del mare si arrese e acconsentì a soddisfare le richieste di Eracle, indicandogli la strada per raggiungere l’isola dove si trovava il giardino delle Esperidi.
Durante il viaggio l’Alcide ottenne poi altre informazioni da Prometeo, che da lunghi anni si trovava incatenato ed esposto alle torture di un’aquila che gli rodeva il fegato. Con il consenso del padre Zeus, Eracle uccise il rapace e liberò il Titano. Prometeo gli consigliò di cercare suo fratello Atlante, padre delle Esperidi, e di far cogliere a lui stesso i preziosi frutti d’oro.
Giunto nel continente africano, Eracle attraversò l’Egitto, dove incappò nel re BUSIRIDE. Poiché, anni prima, quella terra era stata devastata da una terribile carestia, un indovino aveva profetizzato che l’ira degli dei poteva essere placata soltanto con il sacrificio di uomini nati in altre terre. Busiride aveva compiuto il primo sacrificio trucidando il malcapitato indovino e, da allora, ogni anno uno straniero era vittima di questo crudele rito.
Eracle stesso venne catturato, ma riuscì a spezzare le catene e ad uccidere il re sullo stesso altare utilizzato per il sacrificio, sotto lo sguardo terrorizzato della popolazione14.
In seguito, l’Alcide si scontrò con un avversario ancora più temibile, il gigante ANTEO, figlio di Gea, che sfidava tutti i malcapitati che incontrava in un duello all’ultimo sangue15. Come figlio della dea Terra, il gigante era in grado di riprendere tutte le sue forze ogni volta che, messo al tappeto, egli veniva a contatto con il terreno. L’eroe trovò il modo di impedire all’avversario di servirsi di questo vantaggio tenendolo in alto con le poderose braccia e strangolandolo così a mezz’aria.
Dopo un lungo viaggio, l’Alcide raggiunse finalmente il gigante Atlante, il quale reggeva sulle sue poderose spalle la volta del cielo. Eracle si offrì di sostituirlo nel gravoso compito per qualche tempo, se questi avesse acconsentito a raccogliere per lui le mele d’oro dal giardino delle Esperidi; il Titano acconsentì16.
Quando Atlante fece ritorno con i frutti rubati, non avendo nessuna intenzione di riprendere l’immane fardello di reggere il firmamento, cercò di lasciarne per sempre la responsabilità ad Eracle offrendosi di recapitare egli stesso le mele ad Euristeo.
L’Alcide, fingendosi onorato del delicato incarico, chiese ad Atlante di riprendere solo per un momento la volta celeste sulle spalle, in modo da consentirgli di intrecciare una stuoia che ne alleggerisse la pressione sulla schiena. Il gigante riprese il fardello, ma prima che potesse rendersi conto di essere stato giocato con i suoi stessi mezzi il furbo Eracle era già fuggito, portando con sé il bottino delle mele d’oro.
12) La cattura di Cerbero
Euristeo scelse, come ultima prova, un’impresa che sembrava impossibile per qualsiasi mortale: catturare Cerbero, lo spaventoso cane a tre teste (figlio di Tifone ed Echidna), posto a guardia dell’oltretomba: “fiera crudele e diversa, con tre gole carinamente latra sopra la gente che quivi è sommersa”17 .
L’Alcide si preparò a questa prova con un pellegrinaggio presso ELEUSI, dove venne iniziato ai misteri18 per purificarsi; quindi, sotto la guida di Hermes, egli giunse al TENARO, la punta meridionale del Peloponneso, e si addentrò in una buia spelonca che conduceva ad una delle porte dell’Ade.
Per giungere nell’oltretomba era necessario attraversare il fiume ACHERONTE; l’eroe si fece traghettare dal nocchiero dei morti, CARONTE; giunto nell’Ade, Eracle vide le ombre dei trapassati e i terribili mostri che infestavano questa tetra regione; tra tutti gli spiriti, solo la Medusa osò affrontarlo: l’Alcide stava già per colpirla con la spada, quando Hermes gli fermò la mano, ricordandogli che le creature dell’Ade sono solo dei fantasmi.
Ad avvicinarsi ad Eracle fu l’ombra di MELEAGRO, celebre eroe dell’epopea del cinghiale calidonio, il quale pregò l’eroe di proteggere, una volta tornato nel mondo dei vivi, la sorella DEIANIRA.
Eracle giunse finalmente davanti al trono dei due sovrani dell’oltretomba: Ades e Persefone. Il sovrano degli inferi, conoscendo personalmente il coraggio e l’ardore dell’Alcide, acconsentì a consegnargli il cane Cerbero, a patto però che Eracle riuscisse a domarlo con le sole mani, senza fare uso di armi.
Il figlio di Alcmena si recò di nuovo presso il fiume Acheronte, dove dimorava il terribile cane a tre teste: dopo una strenua lotta, il mostruoso figlio di Tifone e Echidna fu costretto ad arrendersi quando Eracle riuscì a serrargli tra le potenti braccia la base dei tre colli. Cerbero tentò di colpirlo con la coda, ma alla fine dovette arrendersi e si lasciò incatenare19.
Presso le porte del palazzo di Ades, Eracle trovò due prigionieri, che riconobbe molto presto: erano Teseo, suo compagno in svariate avventure, e il suo amico PIRITOO, il re dei LAPITI. Entrambi erano scesi nel mondo sotterraneo per rapire Persefone, ma erano stati scoperti e condannati a restare seduti per l’eternità sulla pietra dell’oblio. L’eroe riuscì a salvare Teseo ma, quando si apprestò a recuperare anche Piritoo, fu costretto ad allontanarsi per colpa di un terribile terremoto.
Eracle rivide la luce del sole nei pressi di TREZENE, nella regione dell’Attica, e di qui prese la via verso Micene. Euristeo, vedendo l’eroe tornare con il mostro infernale sulle spalle, si sentì morire per la paura e ordinò che Cerbero venisse rimandato negli inferi.
Il re di Micene, avendo constatato che l’eroico cugino era uscito vincitore da tutte le prove che gli aveva imposto, si diede per vinto e lo liberò dalla sua prigionia.
4. Le ultime imprese di Eracle (i “Parerga”)
Al termine delle sue dodici fatiche, Eracle aveva così riconquistato la sua libertà e acquisito il titolo di “Callinico” (“dalla bella vittoria”).
L’eroe decise allora di trovarsi una nuova compagna e si invaghì di IOLE, figlia di Eurito, re di ECALIA (suo maestro di tiro con l’arco in gioventù). Il rinomato arciere offriva la figlia in sposa a chi lo avesse superato nella sua specialità. Eracle partecipò alla contesa e sconfisse il suo antico maestro nel tiro con l’arco; Eurito cercò tuttavia di impedire il matrimonio tra la sua adorata figlia e un uomo che non aveva esitato ad uccidere la propria moglie.
Tra i figli del re il solo IFITO prese le parti dell’eroe, da lui grandemente stimato; dal canto suo Eracle, quando si vide negare la sposa regolarmente conquistata, andò su tutte le furie.
Accadde intanto che certi buoi appartenenti ad Eurito venissero rubati; il re di Ecalia fece credere a tutti che il furto fosse stato commesso dall’Alcide per screditarlo: Ifito non accettò nemmeno allora l’ipotesi che l’amico potesse aver compiuto un’azione così meschina: unitosi ad Eracle, si mise sulle tracce del vero responsabile dell’azione.
Durante il viaggio, però, Eracle venne nuovamente posseduto dal flagello della collera, la maledizione lanciatagli dalla matrigna Hera, e fece pagare al giovane lo sgarbo di Eurito scagliandolo giù da una torre. Quando ritornò in sé e si accorse di aver ucciso un amico, l’Alcide cadde in una profonda prostrazione.
Eracle aveva commesso uno degli atti più spregevoli, secondo la morale ellenica, avendo ucciso un ospite ed un amico. Nessuno voleva compiere per lui il rito di purificazione tanto che l’Alcide decise di andare a Delfi per avere la punizione per il suo delitto.
La Pizia (la sacerdotessa di Apollo), tuttavia, non aveva alcuna intenzione di riceverlo e di ascoltarlo: di nuovo in preda alla rabbia, Eracle riportò lo scompiglio nel tempio, impadronendosi del tripode sacro ad Apollo e minacciando di compiere il rito da sé.
Lo stesso dio Apollo scese giù dall’Olimpo e decise di affrontare Eracle. Lo scontro fu tanto cruento, che Zeus fu costretto ad intervenire, separando i duellanti e imponendo alla Pizia di riferire a Eracle come potesse purificarsi dall’omicidio di Ifito e dalla profanazione dell’oracolo.
Sotto la guida di Hermes, Eracle si imbarcò verso l’Asia e si fece vendere come schiavo; venne acquistato per tre talenti da ONFALE, regina della LIDIA. Ella capì ben presto di che schiatta fosse il figlio di Alcmena e pensò di utilizzarlo come compagno di vita invece che come servitore.
Sotto il suo comando, Eracle liberò la regione dai CERCOPI, dei ladri che potevano anche assumere l’aspetto di scimmie e che importunavano i viandanti della zona; l’eroe riuscì a catturarli e a legarli con i piedi ad un bastone, trascinandoli come secchi; ma i due si mostrarono talmente bizzarri e simpatici (facendo anche sconce allusioni al fondoschiena abbronzato dell’Alcide), che Eracle alla fine li liberò sorridendo20.
Durante la sua schiavitù presso Onfale, Eracle uccise anche il brigante SILEO, che catturava i viaggiatori e li uccideva dopo averli obbligati a lavorare nella sua vigna; stessa sorte toccò a LITIERSE della Frigia, detto il “mietitore” per la sua trista fama di tagliatore di teste.
Il lusso e gli agi della vita orientale riuscirono in qualche modo a rammollire l’eroe, che divenne il passatempo preferito di Onfale; la regina era solita giocare con la clava e la pelle di leone di Eracle e si divertiva a vestirlo con abiti femminili e ad impiegarlo nella filatura della lana.
Dopo tre anni trascorsi in questo modo, l’Alcide decise di dire addio a questa vita così poco adatta a un eroe come lui e lasciò per sempre Onfale e la sua corte.
Eracle decise di vendicarsi su coloro che, durante la schiavitù presso Euristeo, avevano trasgredito i patti stabiliti. A Tirinto, l’eroe radunò un drappello di compagni eroici (tra i quali figuravano Iolao, PELEO e TELAMONE) per muovere guerra contro Laomedonte, il re troiano che non aveva voluto riconoscere all’eroe il giusto compenso per aver salvato la figlia Esione.
L’esercito di Eracle sconfisse il re di Troia e trucidò il sovrano e i suoi figli maschi, risparmiando solo Esione e il piccolo Podarce, che venne riscattato dalla sorella21.
Esione andò in sposa a Telamone e dalla loro unione nacque TEUCRO, destinato a diventare un valoroso guerriero ed un abile arciere. Podarce, invece, decise di cambiare il suo nome in PRIAMO (che significa appunto “il riscattato”) e rifondò la città di Troia, portandola all’antico splendore.
Eracle lasciò Troia e riprese il mare, ma Hera mandò su di lui una tremenda tempesta: Zeus di questo s’infuriò, e la appese fuori dall’Olimpo. Eracle si diresse verso Coo, ma gli abitanti dell’isola pensarono si trattasse di una nave pirata e ne impedirono l’approdo bersagliandola di pietre. Eracle riuscì comunque a imporsi con la forza e di notte prese la città, uccidendone il re EURIPILO.
Dopo aver devastato Coo, Eracle, con l’aiuto di Atena, arrivò a Flegra, dove combatté insieme agli dei contro i Giganti
La vendetta personale dell’eroe non era ancora conclusa; vi era infatti un altro fedifrago da punire: Augia. Questi venne sconfitto ed ucciso insieme a tutto il suo esercito e ad i suoi alleati (tra cui il fratello ATTORE); i suoi domini vennero ceduti al figlio Fileo, l’unico che aveva difeso Eracle in presenza del padre.
Eracle invase anche il territorio dell’Elide per vendicarsi di Neleo, re di Pilo, che aveva tentato di sottrargli i buoi di Gerione e – si narra – non aveva voluto purificarlo dopo l’uccisione di Ifito. Il sovrano venne ucciso insieme ai suoi figli (tra cui PERICLIMENO, il più forte fra i figli di Neleo, che combatteva usando la sua facoltà di trasformarsi in varie forme): unico sopravvissuto della famiglia reale fu NESTORE, che si trovava lontano dalla propria patria ed ereditò quindi il regno paterno. Durante la battaglia, Eracle ferì lo stesso Ades, che era intervenuto a favore di Pilo.
Stessa sorte toccò ad IPPOCOONTE, re di Sparta e alleato di Neleo; Eracle lo sconfisse e mise sul trono il fratello TINDARO, destinato a divenire il padre adottivo di Elena (la donna che fu l’origine della famosa guerra di Troia). Durante la battaglia, morì anche Ificle, fratello dell’eroe.
Durante queste imprese, Eracle si invaghì della sacerdotessa AUGE, figlia del suo compagno ed alleato CEFEO, dalla quale ebbe TELEFO, futuro re della MISIA.
Eracle giunse quindi in CALIDONIA, una regione dell’Etolia per riferire a DEIANIRA, figlia del re OINEO, il messaggio che il fratello Meleagro le inviava dal regno dei morti. Eracle, che già sapeva della bellezza della fanciulla, si innamorò di lei e la portò con sé come sposa, dopo un’ardua contesa con un rivale, il dio fluviale ACHELOO. Si narra che, durante, la battaglia, l’eroe spezzò un corno alla divinità, che aveva preso le sembianze di un toro.
I due decisero di trasferirsi presso il re CEICE a Trachis, in Tessaglia, per vivere lì insieme22. Giunti di fronte ad un corso d’acqua in piena, Eracle e la sua nuova moglie incontrarono il centauro NESSO, che si offrì di traghettarli sulla riva opposta portandoli sulla schiena.
Eracle, dopo aver gettato sull’altra riva la clava e la pelle di leone, si tuffò a nuotare agilmente nel fiume in piena, affidando la sposa alle cure di Nesso.
Il centauro si era infiammato dalla bellezza della donna e, una volta giunto sull’altra sponda del fiume, tentò di rapirla; Eracle sentì le grida della moglie e con una delle sue frecce avvelenate trafisse Nesso in pieno petto.
Negli spasimi del dolore, il centauro suggerì a Deianira di inzuppare un vestito nel suo sangue; se un domani l’eroe avesse portato la camicia intrisa con quel liquido, Eracle non si sarebbe più innamorato di nessuna altra donna.
Deianira venne così condotta a casa dell’Alcide: il matrimonio venne allietato da ben otto figli, tra cui ILLO.
In seguito, Eracle mosse guerra nei confronti di Eurito, maestro d’arco e trasgressore dei patti poiché non aveva voluto cedere in sposa sua figlia al prode figlio di Alcmena (secondo un decreto dell’Oracolo di Dodona, questa era destinata ad essere l’ultima impresa di Eracle).
Eracle uccise Eurito e portò con sé numerosi prigionieri, tra cui la bella Iole; presa dalla gelosia, Deianira decise di mettere in pratica l’incantesimo che le aveva rivelato il centauro. La figlia di Oineo inviò ad Eracle un vestito immerso nel sangue di Nesso, che l’eroe indossò per celebrare i riti di ringraziamento per la vittoria.
Non appena il fuoco acceso sull’altare ebbe riscaldato il veleno con cui era intriso, il vestito cominciò a bruciare la pelle dell’Alcide, che non riusciva in alcun modo a strapparsi l’indumento di dosso: ormai la tunica si era fusa con il suo corpo e l’eroe poté soltanto lacerarsi le carni.
Eracle allora abbrancò LICA (il messaggero che gli aveva portato la fatale camica) e lo catapultò fuori della regione. In queste condizioni disastrose, l’eroe fu portato per mare a Trachis; con le sue ultime forze, Eracle sradicò alcuni alberi sul monte Eta e costruì una pira funebre per porre fine alle sue sofferenze; una volta preparato il rogo, né suo figlio Illo né il nipote Iolao ebbero però il coraggio di accenderlo; Eracle fu costretto a chiedere ad un pastore di nome PEANTE di dare fuoco alla legna. Questi ubbidì e l’eroe gli donò le sue armi, che si renderanno molto utili, durante la guerra di Troia, al figlio FILOTTETE.
Indossata la pelle di leone che non lo aveva mai abbandonato l’Alcide salì sul rogo e spirò: con la morte dell’eroe ad opera del sangue di Nesso si avverò la profezia di un oracolo, che prevedeva la fine di Eracle ad opera di un uomo morto.
Iolao, dopo aver osservato tale prodigio, costruì un tempio in onore dello zio, mentre Illo, su ordine dello stesso Eracle, sposò Iole. Deianira, quando seppe ciò che era successo, in preda ai sensi di colpa si uccise23.
La storia dell’eroe più amato dagli antichi Elleni non poteva non avere un lieto fine: mentre Eracle periva nelle fiamme della pira Zeus prelevò il corpo del figlio e lo condusse nell’Olimpo, accogliendolo tra le divinità; il nobile discendente di Perseo, vincitore di aspre battaglie, si riconciliò con Hera ed ebbe in sposa EBE, coppiera degli dei e dea dell’eterna giovinezza.
5. Gli Eraclidi
Quando Eracle era ormai assunto fra gli dei, i suoi figli, per sfuggire a Euristeo, si rifugiarono presso Ceice. Ma quando Euristeo chiese la loro estradizione e minacciò guerra, essi lasciarono Trachis e fuggirono, attraversando tutta l’Ellade.
I discendenti di Eracle arrivarono ad Atene e lì si fermarono presso l’altare dei supplici, chiedendo protezione. Gli Ateniesi non li consegnarono a Euristeo e mossero guerra contro di lui, sconfiggendolo.
Euristeo fuggì sul suo carro: Illo lo inseguì, lo raggiunse presso le rocce Scironie e lo uccise. Poi gli mozzò la testa e la portò a Alcmena: l’ormai anziana donna fece scempio del cadavere dell’odiato nemico, cavandogli gli occhi con uno spillone24.
Morto Euristeo, gli i discendenti di Eracle tornarono nel Peloponneso e saccheggiarono tutte le città. Ma quando fu passato un anno dal loro ritorno, scoppiò una terribile pestilenza. Un oracolo rivelò che la colpa era degli Eraclidi, perché erano tornati prima del tempo debito. Allora essi lasciarono il Peloponneso e si ritirarono a Maratona, dove si stabilirono.
Illo, invece, si recò a Delfi e chiese al dio come avrebbero potuto tornare nel Peloponneso: la Pizia rispose che dovevano aspettare il terzo raccolto.
Illo pensò che «il terzo raccolto» alludesse a un periodo di tre anni; dunque aspettò e poi tornò con l’esercito di Eracle nel Peloponneso. Vennero di nuovo a battaglia ma i Peloponnesiaci vinsero.
Tempo dopo, gli Eraclidi chiesero di nuovo ad Apollo un oracolo sul loro ritorno, ma il dio ripeté lo stesso responso di prima. Uno dei discendenti di Eracle se ne lamentò, dicendo che proprio per seguire tale profezia avevano avuto tante disgrazie. Allora la Pizia ribatté che loro stessi erano colpevoli della cattiva sorte, perché non avevano capito il responso: questo si riferiva al terzo raccolto non della terra, ma della generazione.
Dopo tre generazioni, gli Eraclidi prepararono il loro esercito e si scontrarono con i nemici, li vinsero per terra e per mare, e uccisero TISAMENO, figlio di Oreste e re di Argo, Micene e Sparta. Dopo essersi impadroniti del Peloponneso, essi innalzarono tre altari a Zeus Patrio, vi compirono dei sacrifici e poi si divisero le varie città (Argo, Micene, Sparta e Messene).
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1 Da allora, usiamo il termine “Sosia” per indicare chiunque abbia le stesse sembianze di un’altra persona. Le vicende narrate ispirarono una divertente commedia degli equivoci (“Amphitruo”) al poeta latino PLAUTO.
2 L’eroe era noto nel mondo ellenico anche come l’ALCIDE, dal nome del nonno Alceo.
3 Le vicende narrate diedero spunto ad Euripide per la tragedia “Eracle furente”. Secondo il poeta greco, tuttavia, la follia e gli efferati omicidi di Eracle ebbero luogo al termine delle dodici fatiche.
4 Secondo un’altra versione, il leone di Nemea era figlio di Echidna e del cane ORTRO.
5 Gli abitanti della penisola in epoca storica, i VENETI, chiamarono questa regione REZIA.
6Secondo la tradizione, i Centauri erano figli di ISSIONE, il re dei Lapiti, e di NEFELE (la Nuvola); il sovrano aveva ospitato presso la sua reggia Zeus ed Hera ed aveva concepito una morbosa passione per la regina degli dei. Zeus, allora, creò con la nebbia una immagine della moglie (Nefele); Issione la sedusse e con essa generò un essere metà uomo e metà cavallo. Per tale oltraggio (Issione era pur sempre convinto di avere sedotto Hera), Zeus scagliò il re dei Lapiti nel Tartaro.
7 Secondo una versione del mito, il Centauro era immortale per cui fu costretto a languire sino a quando non chiese a Zeus la grazia di poter morire in luogo del tormentato Prometeo, il Titano incatenato sui monti del Caucaso per aver sottratto il fuoco dall’Olimpo; allora soltanto Chirone spirò e Prometeo venne liberato, dopo che Eracle – con il consenso del padre Zeus – uccise l’aquila che gli divorava continuamente il fegato.
8 Il Minotauro venne ucciso dal prode Teseo.
9 Secondo un’altra versione, egli scese nel regno dei morti e raccontò ad ADES e alla sua sposa PERSEFONE la struggente storia di Alcesti. I due sovrani, commossi, concessero all’eroe di ricondurre la donna nel mondo dei vivi. Queste vicende ispirarono ad Euripide la tragedia “Alcesti”.
10 Secondo la leggenda, Bucefalo, il cavallo di Alessandro Magno discendeva da tali giumente.
11 Alcuni mitografi collocano questo duello durante l’undicesima fatica. La descrizione dello scontro tra Eracle e Cicno è contenuta nel poema Lo Scudo di Eracle, erroneamente attributo ad ESIODO.
12 Sono tradizionalmente identificate con lo stretto di Gibilterra, anche se recenti teorie le collocano nello stretto di Sicilia: cfr. FRAU, Le Colonne d’Ercole, Roma, Nur Neon srl, 2002.
13 Come si legge nel poema virgiliano “Eneide”, la leggenda di Eracle e Caco viene narrata dal re Evandro ad Enea.
14 Secondo un’altra versione del mito, lo scontro con Busiride sarebbe avvenuto nel corso del viaggio verso le terre di Gerione, durante la decima fatica.
15 Secondo un’altra versione del mito, la lotta contro Anteo sarebbe avvenuta, anche in questo caso, durante la decima fatica.
16 Alcuni poeti riferiscono che Atlante si sarebbe inizialmente rifiutato di cogliere le mele per paura del drago Ladone; a questo punto, Eracle avrebbe incoccato una freccia uccidendo il mostro con un solo colpo, convincendo così il Titano a compiere l’impresa. Ma questo episodio appare “eccessivo” anche per un ingenuo affabulatore come il vostro Autore…
17 DANTE, Inferno, Canto VI, vv. 13-15. Il mostro aveva anche una coda di drago e lungo la schiena gli spuntavano teste di serpente di ogni tipo.
18 I riti misterici erano una pratica di culto parallela a quella degli dei olimpici e si credeva fossero stati fondati da ORFEO (essi provenivano, probabilmente, dall’Asia); gli adepti del culto dei Misteri credevano nel ciclo continuo della nascita e della morte e, quasi sicuramente, anche nella reincarnazione. Scopo ultimo di queste pratiche religiose era ricongiungere l’anima con l’elemento divino; tale ascesa poteva essere compiuta attraverso rituali complessi (anche di tipo orgiastico), che prevedevano il raggiungimento di stati di estasi ed eccitazione per acuire la sensibilità ed avvicinarsi agli dei (famosa la definizione dell’epilessia come “morbo sacro”). Rituali simili erano connessi al culto del dio Dioniso.
19 Si dice che, da allora, Cerbero “ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo”; DANTE, Inferno, Canto IX, v. 91.
20 Non fu altrettanto pronto allo spirito il sommo Zeus, che di fronte all’ironia dei Cercopi si adirò trasformandoli definiti-vamente in scimmie.
21 Anche il giovane Titone, figlio di Laomedonte, scampò alla morte, perché venne reso immortale grazie all’intervento di Eos, l’Aurora, sua amante.
22 Altri sostengono che Eracle si fosse sottoposto ad un esilio volontario avendo egli ucciso involontariamente EUNOMO, parente di Oineo.
23 La morte di Eracle ispirò a Sofocle la tragedia “Le Trachinie”.
24 La dinastia dei Perseidi si estinse a Micene; un oracolo predisse che la corona dovesse essere affidata ad un discendente di Pelope: tale onore spettò ad Atreo, padre di Agamennone e Menelao (futuri protagonisti della guerra di Troia).


