LA FATA DEL TEMPORALE
di Silvia Ceotto
La bella stagione è stata capricciosa, quest’anno; a maggio era caduto ancora qualche fiocco di neve e giugno si era presentato come un mese di tiepida primavera. Solo a luglio, verso metà giornata, il sole splendeva e scaldava la valle, ma era stata una breve parentesi prima di un agosto un po’ imbronciato.
Ora è già settembre e tra le quattro mura di pietra, alzate da mani esperte un centinaio di anni fa e sotto le travi scurite dalla fuliggine, Ermanno mangia una ciotola di zuppa nella luce ambrata del focolare scoppiettante.
Un tavolaccio privo di tovaglia regge la ciotola, i gomiti del padrone di casa e una bottiglia di vino ormai vuota mentre fuori, la natura, mostra la sua vera potenza, quella spaventosa e ostile che è stata quasi del tutto dimenticata in città. E tra la pioggia che si abbatte violenta, quel lieve bussamento alla porta, si confonde con le folate del vento e scompare nei tuoni. È più un presentimento che un rumore, ma Ermanno lo avverte e lascia cadere il cucchiaio nella ciotola: «Chi sei?»
«Ho freddo e fame, fammi entrare» risponde una voce femminile.
Lui rimane a guardare il muro stuccato di bianco per qualche istante, poi sospira l’aria calda, carica di legna arsa. Quelle parole gli risuonano nella mente e lo lasciano inerme, come un tronco trasportato via dalla corrente del ruscello.
«Lascia che mi spogli dei vestiti bagnati per farli asciugare davanti al fuoco…»
Ermanno socchiude gli occhi nel tentativo di trattenere le lacrime, poi va ad aprire la porta e la vede ed è proprio come gli avevano raccontato i vecchi del paese quando era ancora un bambino, come l’aveva da sempre immaginata; giovane e bellissima.
«Mi lasci entrare?» lo supplica da sotto uno scialle fradicio.
«Se devi entrare… allora entra.»
La donna gli passa a fianco con la rapidità di una faina e si libera dello scialle rivelando una lunga treccia di capelli corvini: «Hai del cibo?»
Ermanno la invita ad avvicinarsi al focolare dove lei, senza avvertire il minimo senso del pudore, si spoglia completamente e le fiamme le colorano d’arancio la pelle liscia, soda e pallida: «Posso dormire qui?»
«Sarai comoda nel fienile. Ma non credo che tu sia realmente interessata a mangiare o a dormire.»
La donna fa una smorfia che ricorda vagamente un sorriso e appoggia le mani sui fianchi: «Se sai chi sono, perché hai aperto la porta? Sai che non posso entrare senza chiedere il permesso…»
Ermanno scuote il capo bianco e ingoia l’ultimo sorso di vino direttamente dalla bottiglia: «La mia vita è stata abbastanza lunga e ho fatto i miei errori, ho capito quello che c’era da capire, più o meno. Ma tu?»
«Io?»
«Tu non invecchi e muori solo se vieni dimentica. Dicono che sei una fata e che ti riveli durante i temporali più violenti, che porti via la vita agli uomini dopo averli ammaliati e che sei una divinità antica, un tempo venerata dalla gente di montagna.»
«Credi a tutto quello che la gente racconta?»
«No però, adesso che ti vedo, credo di averti già conosciuta.»
«Dove?»
«Sei fatta della stessa sostanza dell’aria che respiro, ti ho sempre trovata nel sapore dolce delle more del sottobosco e nel profumo della neve, nell’acqua che sgorga dalla roccia e pure nell’acqua stagnante, nei dirupi, nel fango, nelle bestie morte, nell’umidità della notte… Sei dunque tutto quello che amo, che temo e che conosco.»
Allora gli occhi della donna si accendono di un bagliore verde che ricorda quello delle tenere gemme degli abeti, poi si tingono di nocciola come il manto dei caprioli e infine diventano occhi gialli di rapace che terribile si abbatte sul coniglio: «Sono anche la tua fine.»
Ermanno si ritrae di un passo e l’istinto gli suggerisce di afferrare un coltello per scagliarlo contro la fata, in un tentativo disperato di difesa. Ma è un’azione del tutto inutile e la voglia di vivere, in fondo, non c’è più da qualche anno… da quando sua moglie è morta e la figlia non lo vuole più frequentare. Dice che suo padre ha un carattere ruvido e a tratti instabile, reso ancora peggiore dall’alcol e non ha tutti i torti… ogni tanto lo chiama, sì. Giusto a Natale o per qualche altra ricorrenza. Però sono telefonate fatte più per un senso del dovere nei confronti di un vecchio che vive isolato in una baita che per un reale interesse. Un tempo tra loro era diverso, cioè quando c’era ancora sua moglie. Lei sapeva mediare, smussare gli spigoli di entrambi… Il più grande rammarico di Ermanno è quello di averla vista spegnersi in un letto di ospedale, lontana dalla valle. E quello che invece gli rinfaccia la figlia, è di avercela portata troppo tardi, in ospedale.
Quanto sa essere silenziosa la montagna, quando si rimane soli! Ermanno si porta una mano al petto e la fata, immobile, pare osservargli i pensieri e solo quando hanno finito di scorrere gli si avvicina un po’ guardinga, con passo felpato e con ogni muscolo teso nello sforzo dell’attacco: «Ti dirò qualcosa di più preciso che mi riguarda, se vuoi ascoltare.»
Ermanno fa un cenno di assenso.
«Mi ha creata la voce dell’uomo che ha voluto rendere più tangibili le proprie paure attraverso una leggenda. Quindi adesso vivo e mi nutro come qualsiasi altra creatura, come te. Noi due siamo parte dello stesso ciclo, Ermanno. Il ciclo che forma la montagna che è terra e pietra e ghiaccio, erba, animale e uomo e… tutto ciò in cui l’uomo crede.»


