POVEGLIA, L’ISOLA ABBANDONATA
di Gabriele Luzzini
C’è un punto nella Laguna di Venezia dove l’acqua sembra più scura, dove il silenzio pesa come una colpa non confessata. Non compare nei consueti itinerari turistici, non viene raccontato nelle immagini patinate della Serenissima. È Poveglia, un nome che a Venezia si pronuncia a bassa voce, come se nominarlo fosse già un modo per evocare ombre dimenticate.
Non è semplicemente un’isola abbandonata, ma una ferita aperta nella memoria collettiva: un luogo dove la storia ha lasciato sedimenti di dolore così profondi da trasformarsi, col tempo, in leggenda.
La funzione di Poveglia è sempre stata quella di separare: i sani dai malati, i vivi dai morenti, quelli ritenuti “normali” dai dimenticati. Durante le grandi epidemie di peste che devastarono Venezia, per la sua peculiare posizione l’isola divenne inevitabilmente un lazzaretto, un punto di non ritorno.
Le barche arrivavano lente, cariche di corpi febbricitanti e di sguardi già rassegnati, di coloro che spesso non superavano la notte. I morti venivano bruciati, gettati in mare o sepolti in fosse comuni, senza nome e senza preghiere e, secondo il folklore, il terreno stesso dell’isola sarebbe impregnato di cenere umana e di nefasta energia.
È qui che nasce la prima leggenda: Poveglia come terra impura, un luogo che ha assorbito troppa morte per poter tornare normale.
Chi racconta di essere passato vicino all’isola parla spesso di una sensazione difficile da spiegare: non fatta di rumori o di apparizioni evidenti, ma piuttosto di un denso silenzio innaturale e di un’inspiegabile oppressione.
Da sempre i pescatori evitavano di avvicinarsi, dicendo che le reti si strappassero senza motivo, che le bussole impazzissero, che l’acqua attorno a Poveglia fosse “sbagliata”, che l’aria non avesse l’odore della salsedine, ma un sentore acre, come “di bruciato”. Forse solo superstizione, certo, ma sicuramente nata da esperienze ripetute, non da un singolo evento.
Ma ora proviamo a esaminare i fatti, basandoci su fonti storiche. Tradizionalmente, Poveglia fu per secoli un’isola di pescatori. Le fonti concordano sul fatto che fino alla Guerra di Chioggia (1378–1381) l’isola fosse una comunità lagunare viva, basata su pesca, agricoltura e commercio con Malamocco e Pellestrina. Di conseguenza, i fatti descritti sopra hanno certamente spiegazioni più prosaiche.
In certe condizioni di vento e di marea, infatti, nelle reti potevano impigliarsi resti umani provenienti dai fondali intorno all’isola, luogo di sepoltura durante le epidemie, con conseguente lacerazione delle reti e pessimi presagi secondo le credenze marinare.
Gli stessi roghi dei cadaveri avvenuti nelle epoche passate per arginare la peste possono essersi sedimentati nella memoria collettiva, dando origine alla sensazione di miasmi irritanti.
Nel Novecento, quando la peste era ormai un ricordo storico, Poveglia trovò una nuova funzione: ospitare un ospedale psichiatrico. Ed è qui che la leggenda si fa più cupa, più disturbante.
Si racconta di un medico, il cui nome si è perso o forse volutamente cancellato, che conduceva esperimenti sui pazienti: lobotomie, terapie violente, pratiche che già all’epoca sfioravano l’orrore.
Ma poi qualcosa cambiò… A contatto con tanta follia, secondo la leggenda, il medico iniziò a sentire voci, non quelle dei pazienti ma altre, fatte di sussurri, lamenti e accuse, le anime di chi era morto sull’isola e che ora reclamavano giustizia. Infine, una notte, incapace di sopportare oltre, l’uomo si sarebbe gettato dal campanile.
Ma il racconto non termina così e, come ogni leggenda orale, viene arricchito e modificato ogni volta che viene condiviso. Alcuni sostenevano che non fosse morto subito, che il suo corpo fosse rimasto agonizzante, soffocato poi da una polvere scura sollevata dal terreno stesso, come se l’isola avesse deciso di punirlo.
Da allora le storie si moltiplicarono: passi nei corridoi vuoti, ombre dietro finestre senza vetri, campane che suonano anche se il campanile è muto da decenni. Alcuni testimoni, tanto arditi da raggiungere l’isola, parlano di figure che osservano dalla vegetazione, altri di pianti portati dal vento.
Oggi l’isola è ufficialmente chiusa, nonostante diversi tentativi di recupero, e la natura ha ormai riconquistato tutto: edifici inghiottiti dalle piante, radici che hanno divelto muri, corridoi pieni di foglie.
Eppure, nonostante l’abbandono, Poveglia sembra resistere, come se non volesse essere trasformata, ripulita, normalizzata, e come se il suo ruolo fosse ancora quello di custodire qualcosa.
Poveglia rimane sospesa in un equilibrio fragile tra acqua e terra, tra storia e mito, tra ciò che è documentato e ciò che viene appena sussurrato. È lì a ricordarci che l’oscurità non vive sempre altrove: talvolta si annida nei luoghi che abbiamo scelto di dimenticare e, nel suo silenzio ostinato, Poveglia continua a rammentarlo a tutti noi.


