La Soglia Oscura
Monografie,  Mitologia

GLI EROI DELL’ANTICA GRECIA – PERSEO
di Daniele Bello
Capitolo 1

Ci fu un tempo in cui, nell’ELLADE (antico nome della GRECIA), nacque e prosperò una città nel cuore del Peloponneso, tra le più antiche fondate dai PELASGI, i primi abitanti del Mediterraneo.
Questa città viene citata nelle fonti antiche come la potente ARGO; secondo la leggenda, il suo nome derivava direttamente da quello del suo mitico fondatore, il quale diede inizio ad una dinastia destinata a durare per nove generazioni; i primi reggitori di quello che fu forse il primo centro urbano dell’intera Grecia appartenevano ad un passato così remoto che persino gli studiosi più meticolosi si limitano appena a citare i nomi di INACO, FORONEO, GELANORE e di tanti altri sovrani di cui si sa in realtà ben poco1. Sui primi re di Argo, tuttavia, esiste una storia che non posso fare a meno di raccontare.
Si narra, infatti, che il nobile DANAO, figlio di BELO2, avesse deciso di riparare proprio in Argo assieme alle sue cinquanta figlie (dette, appunto, le DANAIDI) per sfuggire alle persecuzioni di suo fratello EGITTO. Quest’ultimo, infatti, aveva conquistato le corone della Libia e dell’Egitto, ereditate dal padre e dall’avo EPAFO; geloso del suo potere, voleva eliminare tutti i suoi parenti più stretti vedendo in loro una potenziale minaccia per il suo trono.
Danao, come si è detto, riparò in Argo proprio quando si era ormai estinta la linea di discendenza della vecchia dinastia locale; date le sue nobili origini (era nipote in linea retta di POSEIDON, il dio del mare), venne acclamato come sovrano dagli Argivi.
Il perfido Egitto, tuttavia, non cessò di tormentare il fratello; il potente sovrano giunse in Grecia con la sua flotta, accompagnato dai suoi cinquanta figli e minacciò di assediare Argo e di raderla al suolo, se Danao non avesse accettato le sue condizioni: ciascuno dei suoi cinquanta figli si sarebbero maritato con una delle Danaidi; in tal modo, Egitto pensava di assicurarsi la successione del regno di Argo alla morte del fratello3.
Impotente a fronteggiare l’immane esercito del bellicoso fratello, Danao dovette acconsentire alle odiose nozze. Gli storici dei tempi antichi rabbrividiscono tuttora a raccontare la terribile vendetta che concepirono le Danaidi, la quali trucidarono i loro mariti durante la prima notte di nozze4: tutte, tranne IPERMNESTRA, l’unica ad essere legata da un sentimento di vero amore con il marito LINCEO: e fu grazie a loro che la dinastia dei reggitori di Argo poté continuare, più forte e solida di prima.
Essi infatti generarono ABANTE, che estese la sua sovranità a tutta la regione che, da allora, prende il nome di Argolide; questi era un guerriero così temibile che riusciva a terrorizzare i nemici anche solo mostrando le proprie armi custodite nel palazzo.
Abante ebbe due gemelli: ACRISIO e PRETO. I due fratelli non si amavano ed erano sempre in lotta fra di loro: si narra che i due avessero iniziato a battersi addirittura sin da quando si trovavano ancora nel grembo materno.
Preto e Acrisio, eredi del regno dell’Argolide, si disputarono a lungo il diritto di cingere la corona, sino a quando si giunse alla spartizione del regno: Acrisio ottenne il trono di Argo, mentre Preto ebbe la sovranità di Tirinto.
Non contento di avere ottenuto la signoria di Argo, Acrisio temeva di continuo per le sorti del suo regno anche perché, avendo avuto dalla moglie una sola figlia femmina, la bella DANAE, non sapeva a chi avrebbe trasmesso il titolo alla sua morte, essendo privo di eredi maschi.
Acrisio si rivolse al famoso oracolo di Delfi per avere lumi sul suo futuro, ma la sacerdotessa di Apollo lo raggelò: ella infatti predisse che Danae avrebbe avuto un figlio maschio, ma che questi sarebbe stato destinato un giorno ad uccidere il nonno materno.
Terrorizzato dal terribile vaticinio della Pizia, la sacerdotessa di Apollo portavoce della saggezza del nume, Acrisio decise di rinchiudere la figlia in una torre ben fortificata, con porte di bronzo guardate da cani ferocissimi; solo una nutrice poteva avere accesso ai suoi appartamenti: qualsiasi contatto con persone di sesso maschile era rigorosamente proibito.
Acrisio pensava, in questo modo, di poter eludere il destino che gli era stato prospettato, ma si ingannava: il Fato, potere arcano cui neppure gli dei possono sottrarsi, stava già filando il corso della sua vita.
Alcuni mesi dopo, infatti, nonostante conducesse una triste vita da prigioniera, Danae concepì un figlio, cui venne dato il nome di PERSEO. Si racconta che fu lo stesso padre di tutti gli dei, il possente Zeus, ad invaghirsi della bella figlia del re di Argo; trasformatosi in una pioggia d’oro, il dio del fulmine e del tuono penetrò attraverso le finestre della torre in cui era rinchiusa la incolpevole fanciulla, riuscendo così a sedurla.
Quando Acrisio scoprì che la figlia aveva messo al mondo un figlio maschio, concepì una terribile vendetta: fece chiudere Danae e il nipote in una cassa di legno che mise su un’imbarcazione da lasciare alla deriva:

Quando nell’arca regale l’impeto del vento
e l’acqua agitata la trascinarono al largo,
Danae con sgomento, piangendo, distese amorosa
le mani su Perseo e disse: “O figlio,
qual pena soffro! Il tuo cuore non sa;
e profondamente tu dormi
così raccolto in questa notte senza luce di cielo,
nel buio del legno serrato da chiodi di rame.
E l’onda lunga dell’acqua che passa
sul tuo capo, non odi; né il rombo
dell’aria: nella rossa
vestina di lana, giaci; reclinato
al sonno del tuo bel viso.
Se tu sapessi ciò che è da temere,
il tuo piccolo orecchio sveglieresti alla mia voce.
Ma io prego: tu riposa, o figlio, e quiete
abbia il mare; ed il male senza fine,
riposi. Un mutamento
avvenga ad un tuo gesto, Zeus padre;
e qualunque parola temeraria
io urli, perdonami,
la ragione m’abbandona.

SIMONIDE, Lamento di Danae
(Traduzione: S. QUASIMODO)

La piccola imbarcazione navigò al largo per ore ed ore ma, miracolosamente, non fece naufragio e così la cassa venne gettata sulla riva dell’isola di SERIFO, che fa parte dell’arcipelago delle Cicladi.
Fu un pescatore di nome DITTI, fratello del tiranno dell’isola POLIDETTE5, a notare lamenti e vagiti provenienti da una misteriosa cassa all’interno di una barca che si era arenata sulle rive sabbiose della spiaggia.
Ditti aprì la cassa e vi trovò Perseo e la madre ancora vivi, nonostante quel viaggio infernale in balia dei flutti; il pescatore li rifocillò e li ospitò nella sua casa, sino a quando non ripresero del tutto le forze.
Un evento così eccezionale e miracoloso fece ovviamente il giro dell’isola in poco tempo; il tiranno Polidette, commosso per la tragedia scampata dei due naufraghi, offrì loro alloggio ed ospitalità all’interno della sua reggia.
Gli anni passarono in fretta: Perseo divenne un giovane bello, forte e valoroso, mentre la madre Danae rimaneva una donna assai affascinante anche con la maturità, tanto da accendere nel re Polidette una insana passione.
Il tiranno cercava in tutti i modi di convincere la donna a sposarlo, ma Danae, il cui unico pensiero era per il figlio Perseo, non ricambiava l’amore del sovrano dell’isola.
Polidette concepì allora un piano diabolico per sbarazzarsi del figlio di Danae: sparse in giro la voce che per il bene del suo regno avrebbe preso in moglie una nobile delle isole vicine e convocò nobili e cortigiani (tra cui lo stesso Perseo) per dare l’annuncio ufficiale.
Perseo, mortificato perché non era in grado di fare un regalo di nozze al re, affermò che avrebbe procurato a Polidette qualunque dono avesse chiesto. Il re dell’isola, astutamente, espresse il desiderio di ricevere in dono per le sue nozze la testa della MEDUSA.

Per capire meglio quanto fosse astrusa la richiesta del re Polidette, è opportuno spiegare meglio che tipo di creatura fosse la Medusa, la più terribile delle GORGONI.
Figlie delle divinità marine Forco e Ceto, le Gorgoni (STENO, EURIALE e MEDUSA) avevano un aspetto mostruoso: il loro corpo era ricoperto di scaglie come quelle dei rettili e avevano serpenti vivi al posto dei capelli; avevano enormi zanne di cinghiale, e mani di bronzo e ali d’oro, con le quali potevano volare; esse, inoltre, avevano il potere di pietrificare chiunque avesse la sfortuna di incrociare il loro sguardo. Mentre Steno ed Euriale avevano il dono dell’immortalità, Medusa era invece mortale e poteva essere uccisa.
Affrontare la Medusa significava quindi andare incontro a morte certa: il malefico potere della Gorgone aveva già trasformato in duri sassi molti valenti eroi. Ma Perseo si era impegnato di fronte al re e a tutti i dignitari dell’isola: c’era in gioco il suo onore, ormai, per cui il ragazzo mai e poi mai si sarebbe tirato indietro; l’ardore giovanile e un po’ incosciente rischiava tuttavia di essere fatale al figlio di Danae.
Per fortuna, vennero in soccorso del giovane Perseo due tra le divinità solitamente più vicine agli eroi impavidi e coraggiosi: HERMES (MERCURIO) e la vergine PALLADE ATENA (MINERVA).
Hermes prestò al giovane rampollo della casata di Argo i suoi calzari alati, per consentirgli di spostarsi in volo anche per grandi distanze, e una falce di diamante per riuscire a decapitare il mostro.
La dea Atena, invece, gli donò uno scudo lucido come un specchio, raccomandando all’eroe di non guardare mai Medusa dritto negli occhi, ma solo attraverso il riflesso di quello scudo: in tal modo, Perseo sarebbe stato immune dal tremendo potere della Gorgone.
Altri oggetti magici erano tuttavia necessari a Perseo per poter compiere la sua impresa: e l’elmo di ADE, che rendeva invisibile chiunque lo indossasse, e una sacca magica (“kibisis”) per riporre la testa recisa. Tali oggetti, però, erano custoditi dalle Ninfe dello STIGE, le quali dimoravano in luogo sconosciuto ai molti e noto unicamente a delle sinistre creature di cui pochi parlavano senza rabbrividire per la paura: le GRAIE.
Figlie anch’esse delle divinità marine Forco e Ceto (e quindi sorelle delle Gorgoni), le tre Graie ENIO, DEINO e PEFREDO erano vecchie, decrepite e avvizzite sin dalla nascita; esse inoltre avevano un solo occhio e un solo dente in comune, che si passavano tra di loro a turno.
Grazie ai calzari alati e alla guida di Hermes, Perseo raggiunse senza difficoltà la dimora delle tristi e malinconiche Graie, che si trovava ai confini del mondo conosciuto, là dove il Titano Atlante reggeva la volta del cielo per ordine del sovrano dell’universo.
Giunto alfine alla meta, il giovane figlio di Danae pensò bene di nascondersi alla vista di quelle creature tanto solitarie e pericolose, per cui si acquattò con cura in attesa del momento in cui una delle Graie avrebbe passato l’unico occhio e l’unico dente ad una delle sorelle.
Perseo, astutamente, aspettò con pazienza l’attimo fatale e riuscì a ghermire con l’audacia che è propria solo dei coraggiosi e degli sfrontati quegli strumenti così vitali per la sopravvivenza di quelle antiche creature.
Il nipote di Acrisio minacciò di portarsi via il dente e l’occhio se le Graie non gli avessero rivelato dove poter trovare le Ninfe dello Stige; prive dei loro organi vitali, le figlie di Forco e Ceto non avevano scelta se non rivelare quanto era stato loro richiesto.
Perseo non ebbe alcuna difficoltà a raggiungere le Ninfe dello Stige, le quali furono molto impressionate dal carattere di quel giovane tanto sicuro di sé che, protetto dagli dei, ambiva ad uccidere addirittura la terribile Medusa: grazie alla mediazione dello scaltro ed affabile Hermes, messaggero degli dei, esse gli consegnarono senza esitare l’elmo e la bisaccia che il figlio di Danae aveva richiesto.
Perseo si diresse quindi verso la terra degli Iperborei, una popolazione che abitava nelle fredde regioni dell’estremo Nord, ben oltre i limiti del mondo conosciuto, ai confini più estremi del grande mare Oceano (un enorme fiume che, secondo gli antichi, circondava tutte le terre emerse).
Il paesaggio di Iperborea era dominato da un’atmosfera di squallore e di grande desolazione, che invitava chiunque vi mettesse piede per la prima volta alla tristezza e alla malinconia: la terra e la vegetazione erano ammantati da una cappa uniforme di grigio; quel paese non era allietato né da colori né da suoni armoniosi. Eppure quella era la patria delle Gorgoni e solo lì Perseo avrebbe potuto tentare l’impresa che sembrava a tutti impossibile: uccidere la Medusa.
Il figlio di Danae si inoltrò in una foresta oscura, dagli alberi antichissimi che sembravano osservarlo con aria di cupa disapprovazione; come un sinistro monito per i pavidi e gli incoscienti, il bosco era infestato da statue in pietra di uomini e donne con un’espressione di terrore o di vivo stupore in viso: Perseo non ci mise molto a capire che quelle erano le sfortunate vittime che avevano incrociato lo sguardo delle Gorgoni.
Perseo comprese che la sua meta era ormai vicina quando cominciò a udire il sibilo dei serpenti posti sul capo di quelle orribili creature. Resosi invisibile grazie all’elmo di Ade, il figlio di Danae avanzava camminando a ritroso, senza mai guardare nella direzione da cui proveniva il mortale richiamo dei rettili posti sul capo delle Gorgoni.
Passo dopo passo, lentamente, Perseo si avvicinava sempre di più alla tana di Medusa e delle sue orribili sorelle, con l’ausilio del riflesso dello scudo di Atena.
Quando fu abbastanza vicino ai tre mostri, Perseo si accorse che le Gorgoni stavano dormendo; l’eroe comprese che un’occasione simile non si sarebbe presentata di nuovo. Il figlio di Danae non ebbe esitazioni: afferrato il falcetto magico che gli avevano dato le ninfe stigee, tagliò di netto il collo della Medusa avendo cura di non incrociare mai il suo sguardo con quello delle malefiche creature.
Come per incanto, dal sangue della Medusa scaturirono due magiche creature: il gigante CRISAORE (che gli annali ricordano come “il Guerriero dalla spada d’oro”) e uno splendido cavallo alato dal manto bianco.
Perseo sollevò la pesante testa del mostro e la mise nella sua bisaccia, poi balzò in groppa a quella creatura meravigliosa, cui diede il nome di PEGASO, per allontanarsi il più presto possibile da quel luogo tanto sinistro; da quel giorno i due sarebbero diventati inseparabili….
Le altre due Gorgoni, nel frattempo, si svegliarono e lo inseguirono, ma non riuscirono a vederlo, per l’azione magica dell’elmo che lo rendeva invisibile.
Nel viaggio di ritorno verso l’isola di Serifo, Perseo si trovò a passare nei pressi dei luoghi in cui il Titano Atlante reggeva la volta del cielo sulle sue spalle.
Non si sa bene quale sia stato il motivo occasionale che fece scoppiare un forte litigio tra i due (forse il figlio di Danae rinfacciò al gigante che non aveva voluto aiutarlo nell’impresa): fatto sta che il Titano, irritato, tentò di calpestare come un insetto il giovane Perseo, il quale tirò fuori dalla bisaccia la testa micidiale della Medusa e trasformò Atlante in una montagna6.
Mentre sorvolava il continente africano, di fronte a Perseo si parò uno spettacolo raccapricciante.
Una bellissima fanciulla, di nome ANDROMEDA, era incatenata ad uno scoglio, in attesa di essere divorata da un mostro marino.
Andromeda era figlia di CEFEO, re d’Etiopia, e di CASSIOPEA, la quale aveva attirato su di sé e sull’intero popolo l’ira degli dei in quanto aveva osato affermare che sua figlia superava in bellezza le Nereidi.
Tale manifestazione di superbia aveva oltraggiato sia le ninfe del mare che il dio POSEIDON: dopo aver funestato le coste con una terribile mareggiata, il dio dei flutti marini aveva inviato un orribile mostro (il KETE), che terrorizzava gli abitanti facendone strage.
Il re Cefeo, consultato un oracolo, venne a sapere che l’unico modo per placare l’ira divina era quello di immolare la propria figlia facendola divorare dal mostro marino.
Quando Perseo giunse nei pressi della costa etiope in groppa a Pegaso, la povera Andromeda era ormai rassegnata alla sua terribile sorte.
Il figlio di Danae, inorridito per l’orribile sorte cui era destinata la povera fanciulla, balzò addosso al Kete e ingaggiò una battaglia terribile.
Perseo non fece alcuna fatica a uccidere il mostro marino che doveva divorare Andromeda, grazie al terrificante potere della testa di Medusa. L’uccisione del mostro fu tuttavia ben poca cosa, a paragone di quel che successe subito dopo: durante i festeggiamenti per la salvezza della figlia del re, giunse alla reggia un vecchio pretendente alla mano di Andromeda, FINEO, accompagnato da uomini armati, pronto a tutto pur di averla. Fu Cassiopea, che non gradiva Perseo come genero, a dare il segnale della battaglia. L’eroe, per difendersi, estrasse ancora una volta la testa di Medusa ottenendo l’effetto voluto: Cassiopea divenne una statua inerte come del resto tutti quelli che avevano assalito Perseo per ucciderlo.
Perseo montò quindi in groppa a Pegaso assieme alla moglie Andromeda e fece rotta verso l’isola di Serifo.
Giunto nella sua patria adottiva, il giovane eroe scoprì che Polidette, lungi dal voler prendere moglie, aveva tentato in tutti i modi di sedurre Danae, con le buone o con le cattive, tanto è vero che la sventurata madre di Perseo era stata costretta a nascondersi presso un tempio, per trovare rifugio.
Perseo si avviò alla reggia di Polidette e, giunto al palazzo, esibì il suo dono di nozze, pietrificando il re di Serifo e tutto il suo seguito con la testa della Gorgone.
Perseo consegnò allora al padre adottivo Ditti il potere sull’isola di Serifo. Restituì poi i sandali, la bisaccia e l’elmo di Ade ad Hermes. Questi li rese alle loro legittime padrone, mentre Atena poneva la testa di Medusa in mezzo al proprio scudo.
Alcuni anni dopo, Perseo volle ritornare alla terra natia e decise di mettersi in viaggio verso la città di Argo, insieme alla moglie Andromeda e alla madre Danae.
’ormai vecchio re Acrisio venne a sapere dell’imminente arrivo del nipote e, temendo la morte che l’oracolo gli aveva predetto, fuggì nella città di Larissa, nel paese dei Pelasgi.
Perseo non si rassegnò tanto facilmente e non si diede pace sino quando non raggiunse il nonno per rassicurarlo che non gli serbava più rancore.
Il destino, tuttavia, continuava implacabile a tessere le sue trame: durante dei giochi ginnici organizzati nella città di Larissa, infatti, Perseo si cimentò nella gara del lancio del disco: il Fato volle che un vento improvviso finì per deviare proprio il disco lanciato dal figlio di Danae, andando a colpire accidentalmente il vecchio Acrisio, che morì sul colpo. Il cupo presagio, che per anni aveva funestato la famiglia reale di Argo, si era quindi avverato.
Pieno di dolore, Perseo tributò onori funebri al nonno e lo fece seppellire fuori dalla città di Larissa. Anche se per diritto ereditario egli era destinato a succedere sul trono di Argo, il figlio di Danae non se la sentì di essere il sovrano di quella città e propose allo zio PRETO (ovvero, secondo alcuni, a suo cugino MEGAPENTE), re di TIRINTO, di scambiarsi i regni.
a vita di Perseo, da allora, trascorse tranquilla al fianco della moglie ed allietata da molti figli. Alla morte dell’eroe, la dea Atena volle onorare la sua gloria assumendolo in cielo accanto all’amata Andromeda, trasformandoli entrambi nelle costellazioni che portano ancora oggi i loro nomi.

Appendice:
I re di Argo

1. INACO E I SUOI DISCENDENTI
Sulle dinastie di Argo e Tirinto è forse opportuno spendere qualche parola in più; si racconta, infatti, che essa ebbe origine dalla stirpe dei Titani.
Da Oceano e Teti nacque infatti INACO, che diede poi il suo nome al fiume che scorre presso Argo. Inaco sposò MELIA, figlia di Oceano, ed ebbe due figli maschi: FORONEO ed EGIALEO. Egialeo morì senza figli, e da lui deriva il nome dell’intera regione chiamata Egialia; Foroneo, invece, regnò sul territorio che in seguito venne chiamato Peloponneso, ed ebbe dalla Ninfa Teledice i figli API e NIOBE.
Api trasformò in tirannide il suo potere, e diede alla regione del Peloponneso il nome di Apia; ma il suo governo era così duro e violento che i suoi sudditi cospirarono contro di lui e lo uccisero, prima che potesse lasciare eredi.
Da Zeus e Niobe nacquero i figli ARGO e PELASGO, che diede il nome agli antichi abitanti dell’Ellade (Esiodo invece afferma che Pelasgo nacque dalla terra stessa del Peloponneso) e della cui discendenza si è già avuto modo di parlare a proposito della storia del Diluvio.
Argo prese il potere e diede il nome alla città che fondò; egli ebbe quattro maschi: ECBASO, PIRANTE, EPIDAURO, e poi CRIASO, che gli succedette sul trono.

2. LA NINFA IO
Argo ebbe in moglie anche ISMENE, figlia del dio fluviale ASOPO, e dalla loro unione nacque IASO, padre di IO (anche se altre fonti raccontano che il padre di Io era Inaco).
La fanciulla divenne sacerdotessa di Hera, ma era talmente bella che Zeus giunse a sedurla; la regina degli dei scoprì subito il tradimento dello sposo e giunse a reclamare vendetta, ma il dio del tuono sfiorò la fanciulla e la trasformò in una candida giovenca, negando così ad Hera di averla tradita.
Subdolamente, Hera chiede il marito di avere in dono quella splendida mucca che il padre degli dei Olimpi teneva con sé; Zeus non poté rifiutarsi, per cui Ma Era chiese a Zeus di poter tenere per sé quella vacca, e le mise come guardiano il gigante Argo Panopte, figlio di Gea, detto l’onniveggente7, il quale legò la vacca ad un ulivo nel bosco del territorio di Micene.

Tabella n. 1

I progenitori dei re di Argo

Zeus si impietosì della sorte della misera Io ed ordinò a Hermes di salvarla. Per riuscire nell’impresa, il messaggero degli dei dovette affrontare il terribile mostro, per cui, camuffatosi da pastore, egli si avvicinò ad Argo suonando una melodia; la creatura, affascinata dal suono, invitò Hermes a sedersi con sé e il dio, accompagnandosi col suono, iniziò a narrare una storia sino a che non riuscì a far chiudere tutti i cento occhi di Argo. Hermes uccise il gigante addormentato tagliandogli la testa con la spada, liberando Io e guadagnandosi l’epiteto di Argifonte, cioè «uccisore di Argo» (in seguito, Hera poi gli occhi dalla testa di Argo e li pose sulle piume del pavone, l’animale a lei sacro).
Non contenta, la sposa di Zeus mandò un tafano a tormentare la giovenca; l’infelice Io e quella corse via verso quel golfo che dopo il suo passaggio venne chiamato Ionio; poi, attraversata l’Illiria oltrepassò il Bosforo e fuggì verso la Scizia.
Ella vagò a lungo per terre e sino a quando none raggiunse l’Egitto, dove ritrovò il suo aspetto originario e partorì il figlio EPAFO, sulle rive del fiume Nilo. Qui, la bellissima fanciulla si unì in matrimonio con il re degli Egizi, TELEGONO.

Tabella n. 2

Re di Argo e Micene

Alla sua morte, Epafo ricevette il regno dal padre adottivo e sposò MENFI, figlia del Nilo: da lei ebbe la figlia LIBIA, che diede il nome alla terra che confina con gli Egizi. La fanciulla si unì a Poseidone e partorì due gemelli: AGENORE e BELO.
Agenore si trasferì in Fenicia e ne divenne il re: da lui nacquero grandi e famose stirpi, che regnarono a lungo a Creta e in Beozia. Belo invece restò in Egitto e ne assunse il governo; sposò ANCHINOE, figlia del Nilo, ed ebbe da lei due gemelli: EGITTO e DANAO.
Come noto, i due fratelli vennero a conflitto per il potere; Danao aveva timore dei figli di Egitto e così, su consiglio di Atena, si costruì una nave (e fu il primo a farlo), imbarcò le sue figlie e fuggì. Poi giunse ad Argo, dove il re GELANORE gli lasciò il trono.
I figli di Egitto arrivarono anch’essi ad Argo: essi chiesero a Danao di deporre l’antica ostilità e di dar loro in matrimonio le sue figlie. Durante il banchetto di nozze Danao diede a ciascuna delle sue figlie un pugnale; quando esse andarono a dormire insieme agli sposi, li uccisero tutti. Solo IPERMNESTRA risparmiò LINCEO, perché aveva lasciato intatta la sua verginità: ma per questo Danao la fece incatenare e rinchiudere.
Tempo dopo, Danao lasciò che Linceo e Ipermnestra vivessero insieme; Linceo succedette a Danao sul trono di Argo ed ebbe da Ipermnestra il figlio Abante. Questi generò i gemelli Preto e Acrisio, nonno di Perseo; delle imprese dell’eroe che uccise la Medusa molto è stato scritto.
Come noto, vergognandosi di tornare ad Argo per ottenere la successione al trono del re che era morto per colpa sua, Perseo andò a Tirinto, dove regnava lo zio Preto (ovvero, secondo alcuni, suo figlio MEGAPENTE) e scambiò il trono di Argo con il suo. Perseo fondò quindi la città di Micene (ovvero, secondo altre fonti, ne fortificò le mura); i suoi discendenti, detti i Perseidi, regnarono su Micene e Tirinto per diverse generazioni prima di estinguersi a seguito di una faida tra Euristeo e i figli di Eracle, consentendo l’ascesa al trono degli Atridi.
Il re di Argo, Preto, si sposò con la moglie del re di Licia Stenebea, da cui ebbe tre figlie (LISIPPE, IFINOE e IFIANASSA dalla sposa Stenebea, chiamate anche le “Pretidi”) e un figlio, Megapente, di cui si è già fatto cenno.
Il mito racconta che le Pretidi impazzirono per avere offeso la dea Hera (ovvero, secondo alcuni, il dio Dioniso), per cui lasciarono la casa paterna per dirigersi verso i monti in preda a terribili urla, trascinando con loro anche altre donne argive. Preso dalla disperazione, Preto promise qualsiasi cosa, anche una porzione del suo regno, a chi fosse riuscito a guarire le sue figlie. Intervenne a questo punto il profeta Melampo, che riuscì a guarire le Pretidi ma pretese in cambio un terzo del regno per sé ed un altro terzo per il fratello Biante.
L’indovino chiamò un gruppo di giovani davvero nobili e fidati e con loro si mise a inseguire e a portar giù le donne dai monti fino a Sicione, con grida e danze magiche. Durante questo inseguimento, la maggiore delle sorelle, Ifinoe, morì: ma le altre vennero purificate e ritrovarono la ragione. Preto le diede così in matrimonio Ifianassa a Melampo, mentre Lisippe si unì a Biante.

Tabella n. 3

I discendenti di Preto

Il territorio di Argo si divise così in tre parti, rette da diverse dinastie; della situazione di oggettiva debolezza del regno approfittò Agamennone, re di Micene, il quale rese i reggitori di Argo suoi vassalli.
La più famosa delle dinastie della città fu senz’altro quella fondata da Biante8: egli infatti generò Talao, il quale a sua volta trasmise la corona al figlio Adrasto, famoso eroe della guerra dei “Sette contro Tebe”; non avendo avuto un erede maschio che gli sopravvivesse, quest’ultimo trasmise la corona a Diomede (figlio di suo genero Tideo), eroe della guerra di Troia.

1 Per approfondire, si rimanda all’Appendice “I re di Argo”.
2 Figlio di Poseidon ed antico re dell’ Egitto e della Libia.
3 Queste vicende sono l’argomento di una tragedia di Eschilo, “Le Supplici”.
4 Le Danaidi scontano ancora il loro terribile delitto nel TARTARO, il luogo scuro dell’oltretomba secondo gli Elleni; esse sono condannate, infatti, a riempire continuamente con delle brocche d’acqua un pozzo senza fondo.
5 Figlio di MAGNETE e nipote di EOLO.
6 Ancora oggi la catena montuosa del Marocco porta il nome del Titano pietrificato dalla testa di Medusa. Per l’incoerenza di cui solo i miti sono capaci, va comunque ricordato che un discendente di Perseo, il grande ERACLE (ERCOLE), si troverà a chiedere l’aiuto di Atlante per cercare le mele d’oro delle Esperidi e lo troverà nel pieno delle forze; evidentemente, il litigio non era stato così feroce oppure… il potere della Gorgone non era poi tanto spaventoso!
7 ARGO era chiamato «onniveggente» perché aveva cento occhi sparsi su tutto il corpo e dormiva chiudendone cinquanta per volta. Egli aveva una forza straordinaria: fu lui a uccidere il toro che devastava l’Arcadia; si dice che anche Echidna, la figlia di Tartaro e Gea, fu uccisa nel sonno da Argo.
8 Da Biante e la prima moglie PERO, figlia di NELEO, nacquero TALAO, che sposò LISIMACHE, figlia di ABANTE (a sua volta figlio di Melampo): da lei Talao ebbe ADRASTO, PARTENOPEO, PRONACE, MECISTEO, ARISTOMACO, e infine ERIFILE, che andò sposa ad ANFIARAO.